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Il primo Festival di musica barocca si svolgerà già a giugno presso il Castello Reale di Varsavia. Quest’anno il repertorio è interamente dedicato alle opere del più eccellente rappresentante del barocco italiano nella musica, ossia Antonio Vivaldi. Potremo ascoltare, tra gli altri, Concerto per quattro violini e violoncello in si minore, op. 3 n. 10 RV 580, Concerto per flauto, archi e basso continuo in sol minore op. 10 n. 2 RV 439 La Notte, Concerto per due liuti in sol maggiore RV 532 e Concerto per 2 oboi, 2 clarinetti e orchestra d’archi in do maggiore RV 560 eseguito da artisti famosi tra cui: Agata Szymczewska, Jadwiga Kotnowska, Anna Radziejewska, Jakub Jakowicz, Marek Niewiedział e altri.
Tutti conoscono i motivi principali dei concerti per violino delle Quattro Stagioni. Appartengono allo stretto canone degli standard di musica classica. Tuttavia, non tutti sanno che queste melodie incantevoli sono soltanto una goccia nell’oceano del patrimonio musicale lasciato dal più grande rappresentante italiano del barocco musicale, ovvero il veneziano Antonio Vivaldi. Era un compositore estremamente prolifico e lo conferma il numero di concerti che compose, oscillante intorno a 500. Per non parlare delle numerose sonate, suite e opere. Sebbene gran parte di questa straordinaria eredità musicale si sia dispersa, molte delle sue opere sopravvissute sono continuamente presenti nel repertorio di filarmoniche e opere in tutto il mondo. Antonio Lucio Vivaldi, soprannominato il Prete Rosso per via dei capelli rossi, nacque a Venezia nel 1678 figlio di un violinista della cappella ducale di San Marco. Sebbene fosse l’unico di nove fratelli ad essere ordinato sacerdote, fu la musica, conosciuta grazie al padre, a diventare la sua vera vocazione. Vivaldi per il barocco italiano fu importante quanto Johann Sebastian Bach per il barocco tedesco. Il geniale compositore dalla Germania non aveva mai negato di essersi ispirato alle opere di Vivaldi e molte di esse personalmente le trascrisse per pianoforte.
La fortuna non fu generosa nei confronti del Prete Rosso. Per tutta la vita lottò contro la salute precaria e dopo un periodo di successi relativamente breve, dovette confrontarsi con il sapore amaro della perdita di popolarità e di favori da parte di potenti mecenati. Morì in povertà e le sue opere giacquero dimenticate per molto tempo, fino agli anni ’20 del Novecento. Fu allora che gran parte dei manoscritti del compositore fu ritrovata e sottoposta a uno studio approfondito. Sebbene fino ad oggi vengano scoperte singole opere del famoso veneziano, vale sempre la pena riscoprire quelle conosciute già da molto tempo e il Festival di musica barocca di quest’anno, per la prima volta organizzato dal Castello Reale di Varsavia, è un’ottima opportunità per farlo. Durante il festival si presenteranno eccellenti solisti polacchi: Agata Szymczewska, Jadwiga Kotnowska, Lilianna Stawarz, Anna Radziejewska, Jakub Jakowicz, Marek Niewiedział con l’accompagnamento di orchestre da camera: Arte dei Suonatori Orchestra, Orchestra della Fryderyk Chopin University of Music di Varsavia, Royal Baroque Ensemble e band di strumenti a fiato Warsaw Harmony. Il programma dei prossimi concerti sarà ricco non solo di musica di violini e liuti, ma anche di quella vocale e di quella scritta per strumenti a fiato (flauto, clarinetto, fagotto, oboe). Non mancheranno concerti da solista, doppi e ci sarà anche un concerto quadruplo, il che non è una pratica comune. Il programma e il livello artistico dei concerti proposti soddisferanno sicuramente i gusti e le aspettative dei più sofisticati amanti della musica. I biglietti per il festival sono disponibili dal 15 maggio presso le biglietterie del Castello Reale di Varsavia e su www.zamek-krolewski.pl.
Polonia Oggi
















Invece è sicuro che a Modena si siano messi a pasticciare con gli aceti da molto prima: le testimonianze più vecchie risalgono al medioevo. Nel 1288 gli Este, signori di Ferrara, lo diventano anche di Modena e Reggio Emilia. Sappiamo che esistevano acetaie ducali, e sappiamo che i rincalzi delle batterie di botticelle venivano fatti con vini di Cipro, di Spagna o trebbiano locale. Gli inventari però non parlano né di mosto cotto, né di legna per cuocerlo e quindi possiamo presumere che l’aceto aromatizzato di fine XIII secolo fosse piuttosto diverso dal balsamico di cui con ogni probabilità è il progenitore.
Un libro uscito verso fine Settecento fa un passettino in avanti, occupandosi di «aceto alla modenese». Si tratta dell’opera di un agronomo ungherese, Ludwig Mitterpacher von Mittenburg. Il libro viene tradotto in italiano nel 1794, con l’aggiunta di alcune note dove l’autore scrive: «È famoso anche l’aceto alla modenese, che si fa nel modo seguente. Bollito che sia per tre giorni in un tino il mosto d’uva bianca». Ecco una traccia concreta prima della testimonianza dell’Aggazzotti.
Fino a metà anni Ottanta del Novecento, il balsamico circolava soltanto a Modena, come una prelibatezza gelosamente custodita nei sottotetti delle abitazioni di famiglia. Quando si decide di commercializzarlo, ci si rende contro delle enormi potenzialità del prodotto. Oggi i soci del Consorzio del balsamico tradizionale di Modena e Reggio Emilia lo vendono in bottigliette da 100 ml in due versioni: invecchiato 12 e 25 anni. L’ampolla, progettata nel 1987 dal designer Giorgetto Giugiaro, è uguale per tutti i produttori. Si è detto che il contenuto è prezioso: lo si utilizza a gocce, e qualche lacrima lasciata cadere sul parmigiano reggiano costituisce un’accoppiata emiliana di tutto rispetto.








