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Alla ricerca dell’opposizione perduta

Non è facile oggi descrivere la situazione politica della Polonia, e l’operazione è ancor più ardua se cerchiamo di spiegarla ad un pubblico italiano che, come hanno mostrato le recenti elezioni, è ampiamente entrato in un’era post ideologica.

La Polonia, come gran parte dei paesi dell’Est Europa usciti dall’influenza sovietica, vive oggi un problema di elaborazione del proprio passato. Una situazione fisiologica se pensiamo che i polacchi solo nel 1918 recuperarono la propria indipendenza dopo 150 in cui la terra di Chopin aveva perso la sovranità suddivisa tra Prussia, Impero Austro-Ungarico e Russia. Una indipendenza che durò poco più di 20 anni, fino a quando nel settembre del 1939 la Germania pretestuosamente attaccò la Polonia spartendone poi il territorio con la Russia nel famigerato patto Ribbentrop-Molotov. E non dimentichiamo che la conferenza di Pace di Parigi, cui partecipò lo stesso Molotov, al termine della Seconda Guerra Mondiale non ridiede alla Polonia i suoi confini prebellici. Ora il lettore del terzo millennio potrebbe giustamente notare che da quei fatti è passato quasi un secolo. Vero ma mentre nell’Europa occidentale dal 1945 ad oggi c’è stato il tempo di elaborare e in qualche modo sopire gli strascichi, culturali e geografici, del conflitto e dei nuovi confini usciti, all’Est la situazione è diversa. La cappa sovietica ha solo congelato per oltre 40 anni aspirazioni e reciproche rivendicazioni nazionali dei vari paesi che, caduto il muro di Berlino e recuperata una forza economica ed una classe dirigente all’altezza, hanno iniziato solo da pochi anni a costruire un percorso politico autenticamente indipendente. E di questa situazione oggi se ne vedono gli effetti in tanti paesi dell’Est Europa, Polonia inclusa.

A guardare le scelte dell’attuale governo polacco, al di là del poterle condividerne o meno, è evidente la caparbietà nel voler mostrare una totale autonomia nazionale nell’affrontare le complesse questioni politiche che, al contrario, in molti casi dovrebbero essere concordate con l’Europa, di cui la Polonia fa parte, essendo tra l’altro il Paese che da anni riceve il maggior numero di fondi europei, peraltro avendo il grande merito d’essere in grado di spenderli completamente, cosa questa su cui l’Italia avrebbe molto da imparare. In questo clima è evidente e comprensibile che la presenza di un diffuso sentimento di patriottismo, unito ad un profondo radicamento cattolico del Paese, porti vantaggio ad una specifica parte politica, in particolare a quella che meglio negli ultimi anni ha saputo giocare sulle priorità ideali e di vita quotidiana dei polacchi, ovvero da un lato sentirsi parte di una nazione forte e orgogliosa che cerca di recuperare terreno sul piano internazionale e dall’altro sviluppare politiche di supporto per la famiglia, la natalità e le pensioni. Posizioni gradite alla chiesa la cui importanza nella società polacca non è comprensibile completamente se dimentichiamo che il cattolicesimo è stato uno straordinario collante per i polacchi anche quando il loro stato non esisteva più, e anche quando durante il comunismo le chiese erano dei laboratori di avanguardia in cui si sviluppava l’opposizione a quel regime.

All’interno di questa cornice politico-culturale sorprendono allora meno le tante leggi e prese di posizione del governo polacco che suscitano reazioni, ed a volte anche dissidi e procedure di infrazione, nella comunità europea. La legge sul Tribunale Costituzionale, la posizione sulle quote di migranti, i tentativi di limitare ulteriormente il diritto all’aborto in un Paese che ha già la legge più restrittiva d’Europa ed ancora la proposta della Legge di Degradazione per punire a distanza di lustri chi ebbe un ruolo decisionale nell’esercito ai tempi del comunismo, sono il risultato politico di una volontà maggioritaria nel Paese che però non rappresenta tutta la Polonia.

La vera nota stonata non è il fatto che il Paese possa avere fasi emotive più o meno nazionaliste o conservatrici, ma è l’assoluta incapacità della parte più progressista della società polacca a farsi rappresentare e quindi di conseguenza a bilanciare l’indirizzo del Paese. Come in ogni sana democrazia c’è bisogno di una rappresentazione di tutte le posizioni politiche e di una conseguente sintesi politica che tenga conto, seppur privilegiando la maggioranza, dei vari sentire ideali e politici di un intero paese. In Polonia le strade delle maggiori città si popolano spesso di cortei composti da migliaia di manifestanti che protestano con forza contro molte scelte governative, in particolare contro la Legge sul Tribunale Costituzionale o le proposte di restrizione sull’aborto, ma questo spaccato di società che vede spesso sfilare fianco a fianco studenti, intellettuali, manager ovvero la parte di società più evoluta e progressista che vive nelle aree più urbanizzate, non ha partiti cui votarsi. La Platforma Obywatelska (Piattaforma Civica) oggi all’opposizione in Polonia, che molti superficialmente e schematicamente associano al Partito Democratico italiano, è in realtà un partito che non ha più una identità definita, incapace di sposare coraggiosamente alcune delle battaglie portate avanti dal popolo delle piazze, e così anche gli altri partiti dell’opposizione non hanno mostrato in questi anni la capacità né di raccogliere il malcontento di chi non condivide l’azione di Governo né tantomeno di esprimere personalità politiche all’altezza. Il tutto confermato ed aggravato dal fatto che in Polonia la percentuale di votanti arriva a fatica al 60%, ovvero praticamente metà del corpo elettorale non ritiene che ci sia alcuna proposta politica in grado di rappresentarli. Il vero nodo politico che pesa sul futuro di questo importante e strategico Paese dell’Unione Europea è quindi la mancanza di rappresentazione politica di un enorme spaccato sociale e culturale.

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