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Jerzy Gruza, un intellettuale eclettico

Jerzy Gruza è un artista versatile. Ha cominciato come regista di teatro televisivo, in seguito ci sono state le famose serie televisive come “Wojna domowa” e una serie cult che racconta un tipico polacco quarantenne “Czterdziestolatek” (1974, 1993). Gruza ha anche girato i lungometraggi: “Il picchio” (1970), “Trasloco” (1972), “Sono un farfallone ovvero una tresca del quarantenne” (1976). Dal 1983 è stato direttore del Teatro musicale di Gdynia dove ha diretto grandi spettacoli musicali tra cui “Il violinista sul tetto” (1984) in Polonia messo in scena per la prima volta. Ed è anche scrittore: “Quarant’anni sono passati come un giorno” (1998) e “L’uomo con attaccapanni. La vita professionale e sociale” (2003). All’ultimo Festival dei Film Polacchi di Gdynia ha ricevuto il premio per la carriera e ha divertito il pubblico con il suo brillante discorso.

Un uomo rinascimentale, si può dire, in qualsiasi settore abbia lavorato ha ottenuto successo. Il Maestro stesso dichiara quanto sia difficile per lui chiudersi in un mestiere solo.

C’è ancora qualcosa con cui ci può sorprendere?

Ho già girato parecchie serie tv che in modo caricaturale e divertente dimostrano i nostri difetti, adesso troverei difficile girarle di nuovo. Dovrei dichiararmi verso una parte politica e io sono piuttosto uno scettico e lamentone, questo potrebbe non piacere a tutti. Adesso qualsiasi cosa tu faccia ricevi subito un’etichetta politica. Nel corso del mio lavoro ho dovuto combattere con il partito, con il comunismo, con la burocrazia ma ogni volta mi confrontavo solo con uno schieramento, adesso la situazione è molto più complessa. Ma d’altra parte non riesco a non descrivere la realtà che mi irrita e fa ridere. Sono pieno di testi di conversazioni, incontri, dialoghi giovanili e vorrei pubblicarli.

 

Esiste un modo per salvare la cultura e separarla definitivamente dalla politica?

Sono abbastanza scettico per quanto riguarda l’attività musicale e cinematografica contemporanea. Non credo che la cultura sia libera di fare qualsiasi cosa oggigiorno. Creiamo le cose con tale velocità e in seguito siamo allagati con le cose scadenti tra cui è difficile trovare quello che ha veramente valore. Le perle muoiono sotto una valanga di chiasso informativo futile.

Allora torniamo ai classici, tra gli autori italiani ci sono quelli che l’hanno ispirata in modo particolare?

Nessun autore può ignorare i classici del cinema e della cultura italiana. Il Neorealismo mi ha influenzato parecchio, soprattutto i meravigliosi film come “Ladri di biciclette, “Miracolo a Milano”, “La terra trema” e molti altri. Grazie al professore Jerzy Toeplitz gli studenti del cinema avevano il contatto diretto con gli autori e produttori perciò queste opere ebbero un impatto non solo artistico ma anche personale su di noi. Influenzarono quello che pensavo e volevo fare nella vita. La realtà italiana di quell’epoca, i fatti della vita politica e pubblica erano molto stimolanti. Non era possibile vivere restando indifferenti alla cultura e società di quel paese.

Anche la letteratura polacca è piena delle influenze italiane iniziando dai classici e finendo agli autori odierni. I grandi autori polacchi, come Iwaszkiewicz e Herling-Grudziński, descrivevano l’Italia in modo unico. I racconti di Iwaszkiewicz sulla Sicilia o su Napoli sono ricchi di descrizioni così precise che potrebbero servire da guida turistica.

Va aggiunto però che tutte le opere che descrivono e illustrano la cultura e l’arte italiana, creano grandi aspettative che spesso non sono appagate quando si scontrano con la realtà. Così è stato nel mio caso. Secondo me, è meglio non viaggiare nei paesi che si ammirano tanto oppure bisogna andarci per vivere.

I viaggi in Italia l’hanno delusa?

Le esperienze turistiche sono divertenti, a volte drammatiche ma nello stesso tempo molto banali. Non mi ha dato niente di speciale vedere alcune opere e posti con i miei occhi. L’immaginazione, finzione letteraria e cinematografica, i racconti degli altri nel mio caso funzionano molto meglio delle mie esperienze personali. Ho tre racconti legati ai viaggi italiani che illustrano perfettamente quello che sto dicendo e mi convincono che è meglio rimanere a casa.

 

Milano

Andai in Italia dopo gli studi con il bagaglio della conoscenza teorica sul paese e la testa piena delle immagini cinematografiche. Non parlavo l’italiano perciò dopo aver passato il confine comprai un giornale, “Il Popolo” se non sbaglio, e cominciai a studiare la lingua. Basandomi su qualche parola che lessi ero in grado di trattare i prezzi e negoziare sulla scelta di una camera migliore. Ero più bravo di un amico che, almeno così sosteneva, conosceva la lingua perfettamente. A Milano andai in Piazza del Duomo. Una volta arrivato all’improvviso mi trovai in mezzo a due gruppi che litigavano scambiando i slogan politici. Non dissi una parola perché ovviamente non capì niente delle loro grida, e loro probabilmente mi avevano preso per un italiano che non vuole dire la sua. Mi salvò un amico e così potei finalmente andare a vedere L’ultima cena di Leonardo Da Vinci. Non mi entusiasmò tantissimo e, tornando al discorso di prima, mi ha fatto più effetto vederlo nei libri che dal vivo.

Highway to hell

L’autista della nostra macchina ogni volta aspettava l’ultima goccia di benzina prima di fermarsi per riempire il serbatoio. Vedevamo la lucina rossa lampeggiare e lui continuava ad andare. Infine siamo rimasti senza benzina in mezzo all’autostrada. Per punizione l’abbiamo mandato a piedi con una tanica in cerca di una stazione. All’orizzonte non si vedeva niente quindi il colpevole ebbe abbastanza tempo per ripensare al proprio comportamento. Mentre lo aspettavamo arrivò la polizia stradale. Spiegammo la situazione e io con le parole rubate da “Il Popolo” aggiunsi che si trattava di un uomo vecchio e debole. Volevo essere furbo, pensai che gentilmente sarebbero andati a prenderlo in macchina. Ci guardarono malissimo e chiesero perché invece noi giovani non eravamo andati a prendere la benzina!

Roma

Ogni tanto ci viene in mente di passare il capodanno all’estero, in una piazza con un altro milione di persone. In televisione sembra un idillio, in realtà è nient’altro che un mucchio di gente ubriaca, bottiglie rotte e il rumore insopportabile dei fuochi d’artificio. Ho un’esperienza del genere dall’Italia, fu una tragedia. Anche se all’inizio il capodanno a Roma, città eterna e piena di sole, ci sembrava una splendida idea. All’arrivo ci accolse una bufera di neve e il freddo. Le finestre dell’albergo, dove avevamo prenotato la camera con vista davano sull’edificio di fronte. Non ci aspettavamo il cupolone ma neanche il climatizzatore! Nonostante tutto ci vestimmo eleganti e andammo in Piazza di Spagna dove avevamo programmato di passare la serata. La piazza era piena zeppa di gente, come anche i ristoranti e bar, solo per caso trovammo posto in uno dei locali strapieni. Tutta la sera, molto prima di mezzanotte, si sentivano le esplosioni. Tutti buttavano i petardi a caso. Mi incurosì soprattutto un uomo sulla piazza. Lui era diverso, prendeva i petardi una volta dalla tasca destra, una dalla sinistra e le buttava accanto a sé stesso. Sembrava ipnotizzato. Volevo chiedere il motivo per cui lo facesse ma non ebbi il modo di parlargli. Subito dopo mezzanotte, congelati e assordati dalle esplosioni, decidemmo di tornare in albergo. In mano avevo ancora una bottiglia di prosecco non bevuto a causa di troppe emozioni. Ad un certo punto sento che qualcuno mi strappa la bottiglia, fu un poliziotto che ci spiegò che in metro non potevamo bere. E così non facemmo neanche un brindisi all’anno nuovo e alla nostra fantastica idea di passarlo a Roma!

Dicono che il primo giorno dell’anno influisce su quello che succede durante altri 364 perciò decidemmo di cenare in un elegante ristorante in Via Veneto. Ero affamato, aspettando i nostri piatti squisiti assaggiai un pezzo di focaccia che non era di prima freschezza. Dopo un primo morso mi spezzai un dente. Finì in questo modo il mio indimenticabile capodanno. Riassumendo: il freddo, i petardi, il pane vecchio e il dente spezzato. Assomigliavo più ad un pezzente del quartiere Praga Sud che a Mastroianni nel “Divorzio all’italiana”.

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