Alberto Sordi: la nascita di un mito

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Alberto Sordi* nacque il 15 giugno 1920 nel rione romano di Trastevere. Sua madre era un’insegnante di scuola elementare e suo padre invece un professore di musica. Ed è stato proprio con il mondo della musica e dell’opera lirica italiana che Alberto associava inizialmente i suoi sogni per il futuro.

A 16 anni, decise persino di andare a Milano per un corso di recitazione. L’avventura fuori dalla capitale, tuttavia, si rivelò un fallimento: il ragazzo fu espulso per l’eccessiva influenza dialettale nella sua dizione, di cui Sordi non riuscì mai a liberarsi. In quel momento il futuro ”Marchese del Grillo” non poteva immaginarsi che in età adulta avrebbe fatto della ”romanità” la sua arma più forte. Per parafrasare un pensiero ben noto: ”Se Roma fosse un attore, sarebbe Alberto Sordi, e se Sordi fosse una città, sarebbe Roma”. Questa simbiosi tra la capitale d’Italia e il ”re della commedia” appartiene a uno dei capitoli più belli della storia del cinema italiano. Ma non anticipiamo i fatti! Il percorso verso il vertice della notorietà si è rivelato piuttosto lungo e… contorto per questa leggenda.

Alberto Sordi

Nel 1937, nella vita del diciassettenne Alberto apparve il doppiaggio. Quasi un decennio prima, la decima musa iniziò a parlare e rivoluzionò il cinema una volta per tutte. Per un gran numero di attori dell’era del cinema muto questo si rivelò in vari casi una triste e molte volte anche tragica fine della carriera, ma per altri talenti si aprì una porta importante. L’acclamata casa di produzione americana Metro-Goldwyn- Mayer fece organizzare un concorso per la migliore voce italiana per Oliver Hardy, il famoso Ollio del duo comico ”Stanlio e Ollio” (noto anche come Laurel e Hardy; Mauro Zambuto prestò invece la voce a Stan Laurel). Sebbene lo stesso Sordi non avesse molta esperienza nel prestar voce ai personaggi sullo schermo, alla giuria del concorso piacque il suo timbro (caldo, pastoso) e il registro (basso) della voce. Alberto fece il doppiatore fino al 1956 e la sua voce uscì dalla bocca delle più grandi star americane come Anthony Quinn e Robert Mitchum.

Gli avventurosi inizi del lavoro professionale di Sordi – attraverso il teatro leggero, la radio e le comparse in vari film (incluso l’affresco storico realizzato in onore di Mussolini, cioè ”Scipione l’Africano” di Carmine Gallone) – sono stati restaurati, in occasione del centenario della sua nascita, nel film televisivo ”Permette? Alberto Sordi” (2020) di Luca Manfredi. I panni del leggendario artista li veste Edoardo Pesce, un attore che recentemente ha guadagnato molta fama grazie al ruolo di carnefice e torturatore in ”Dogman” di Matteo Garrone (esibizione premiata con il David di Donatello per il miglior attore non protagonista nel 2019).

Un Americano a Roma

La voce di Sordi si dimostrò nuovamente fondamentale per l’ascesa al successo. Fu nelle commedie radiofoniche che nacque la famosa satira sui “compagnucci della parrocchietta” che in ogni modo enfatizzavano l’eccessiva decenza del loro comportamento, che spesso non andava di pari passo con ciò che veramente erano. Vittorio De Sica si dimostrò essere un fedele ascoltatore del programma e propose ad Alberto di espandere sul grande schermo le vicissitudini del suo eroe radiofonico. In tal modo, nel 1951, ”Mamma mia che impressione!” di Roberto Saverese debuttò sugli schermi dei cinema italiani. Nel film prodotto dal regista di “Ladri di biciclette”, Sordi recitò – per la prima volta – nel ruolo principale. È interessante notare che, accanto all’attore romano, proprio ”il padre del neorealismo italiano”, Cesare Zavattini fu responsabile congiuntamente della sceneggiatura del progetto. Sordi, che anni dopo ottenne meritatamente il glorioso soprannome del ”Re della commedia italiana”, definì spesso la cosiddetta commedia all’italiana come ”neorealismo a sfondo satirico”. Inoltre Alberto affiancò molte volte De Sica in vari film (tra cui ”il conte Max”, ”Il vigile”) e fu anche diretto dal maestro in “Giudizio universale” e “Boom” (1960-61).

Una ragazza di nome Giulietta Masina lavorò presso la stessa radio negli anni ’40. Il suo compagno di vita e il più grande amore fu un tale Federico Fellini. Diventarono molto amici, il che si è riflesso anche nella vita professionale di tutti e tre (”Sceicco bianco”, ”I vitelloni”, opera che abbiamo analizzato in dettaglio nel secondo episodio di questa rubrica ”Finché c’è cinema…”).

Fu la geniale satira di Steno, “Un americano a Roma” (1954) a determinare la vera e propria svolta nella carriera di Albertone. In questo film l’attore romano interpreta uno dei personaggi più iconici del suo repertorio artistico. Il giovane e un po’ sciocco Ferdinando ”Nando” Mericoni è infinitamente innamorato della cultura americana, percepisce il mondo circostante nelle categorie dei generi cinematografici classici di Hollywood e ogni giorno sogna di diventare un ballerino come Fred Astaire. Nando sarebbe in grado di fare qualsiasi cosa per ottenere un biglietto per gli Stati Uniti, compresa una pericolosa salita sul Colosseo. È poi entrata nella storia del cinema italiano la famosa scena con la pasta, nella quale il ragazzo romano versa tutta la sua frustrazione verso un piatto pieno di spaghetti (”Maccarone, m’hai provocato e io ti distruggo adesso, maccarone!). Il film di Steno fu all’epoca un grande successo al botteghino e sicuramente aiutò i cinema a ristabilire il contatto con il pubblico italiano (già stanco della quotidianità del ”triste neorealismo” e dei film americani degli anni ’30 e ’40, che invasero gli schermi italiani dopo la Seconda Guerra Mondiale).

Alberto Sordi

Nel contesto dell’opera di questo mostro sacro viene spesso usato il termine ”maschera”, che si riferisce ad un tipo di personalità, carattere che l’attore romano non solo ha ideato, ma soprattutto – nel corso degli anni – ha solidamente radicato nelle menti dei suoi connazionali. Le varie “incarnazioni artistiche” di Sordi sottolineano senza dubbio la flessibilità della sua commedia. La maschera del leggendario attore mostrava in uno specchio distorto tutti i paradossi dell’italianità e dell’ atteggiamento del cosiddetto ”italiano medio”, i cui comportamenti e sogni diventavano spesso effetti collaterali dell’ideologia e dei cambiamenti del boom economico postbellico. Un italiano che ha molti più difetti e peccati sulla sua coscienza rispetto a virtù e pregi. Albertone interpretava molti personaggi controversi, codardi o addirittura negativi, ma era sempre pronto a dargli una sorta di dignità. A volte vincitori, a volte grandi perdenti, gli eroi di Sordi non cessano mai di essere umani. E proprio di un tale personaggio della filmografia del “più italiano degli italiani” vi racconterò nel prossimo episodio della serie ”Finché c’è il cinema, c’è speranza”. Stiamo parlando di Giovanni Vivaldi, il protagonista principale di “Un borghese piccolo piccolo” (1977) diretto dal maestro Mario Monicelli. E così – come succede al cinema – to be continued! Sordi ritornerà in questo spazio!

* Questo è il momento giusto per sottolineare quanta influenza ha avuto Alberto Sordi sul titolo della serie di saggi sul cinema che stiamo realizzando con Gazzetta Italia. Non solo sottolineare, ma anche ringraziare, almeno simbolicamente. Si può notare facilmente che si tratta di un riferimento al titolo del film ideato e diretto da Sordi – ”Finché c’è guerra, c’è speranza” del 1974 (in Polonia conosciuto sotto il titolo ”Trafficante d’armi”). In accordo con il celeberrimo slogan – “facciamo l’amore, non la guerra” – abbiamo cambiato “ guerra” con “ cinema”, personalmente il più grande amore della mia vita.

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FINCHÈ C’È CINEMA, C’È SPERANZA è una serie di saggi dedicati alla cinematografia italiana – le sue tendenze, opere e autori principali, ma anche meno conosciuti – scritta da Diana Dąbrowska, esperta di cinema, organizzatrice di numerosi eventi e festival, animatrice socioculturale, per molti anni docente di Italianistica all’Università di Łódź. Vincitrice del Premio LetterarioLeopold Staff (2018) per la promozione della cultura italiana con particolare attenzione al cinema. Nel 2019, è stata nominata per il premio del Polish Film Institute (Istituto Polacco d’Arte Cinematografica) nella categoria “critica cinematografica”, vincitrice del terzo posto nel prestigioso concorso per il premio Krzysztof Mętrak per giovani critici cinematografici.

 

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