Borghesia in cerca d’identità

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Quest'articolo è disponibile in: Italiano Polacco

“Non nevicherà mai più” di Małgorzata Szumowska e Michał Englert, con Alec Utgoff, Maja Ostaszewska, Weronika Rosati e Łukasz Simlat nei ruoli principali, ha rappresentato la Polonia nel concorso principale della 77^ Mostra del Cinema di Venezia. Il film non ha vinto nessun premio ma ha raccolto tante buone recensioni della stampa straniera ed è un buon segno prendendo in considerazione che sarà il candidato polacco al premio Oscar. Nei ruoli principali ci sono Alec Utgoff, Maja Ostaszewska, Agata Kulesza, Weronika Rosati e Łukasz Simlat. Abbiamo incontrato i registi alla Mostra di Venezia.

A Berlino dopo la prima di “Body/Ciało” ha detto che avrebbe avuto voglia di fare un film su come le persone percepiscono il proprio corpo, passando gradualmente al loro rapporto con la loro anima, frase che suona un po’ come la descrizione di questo film?

M.S.: La relazione tra corpo e anima è il filo conduttore che appare in tutti i film in cui lavoro con Englert. In questo caso riflettiamo un po’ di più su un certo spaccato della società europea contemporanea. È una storia su una ricca borghesia che vive in modo molto comodo e se la cava benissimo dal punto di vista fisico e materiale ma c’è in loro una specie di inspiegabile nostalgia. Prima dell’89 in Polonia questa mancanza sarebbe stata riempita con la religione. Oggi invece, abbiamo a che fare con la borghesia che si è allontanata dalla chiesa e cerca di riempire il vuoto spirituale con qualcos’altro.

Michał Englert, Małgorzata Szumowska / fot. Andrea Pattaro @ Vision

M.E.: Il nostro film osserva una fascia sociale in cerca di un’identità, una classe benestante che ha bisogno di essere accettata e appartenere a qualcosa. Nello stesso tempo abbiamo cercato di inserire nel nostro racconto qualcosa di metafisico. Il nostro scopo era lasciare spazio al non detto. Non volevamo rispondere a tutte le domande anche perché nel mondo di oggi non ci sono risposte facili.

Alec Utgoff, l’attore protagonista, è conosciuto dalla terza stagione di “Stranger Things” e dai ruoli nel cinema hollywoodiano. Come mai avete scelto proprio lui per il ruolo?

M.E.: Prima di tutto Alec è un bravissimo attore e ha in sé una vena di mistero che è molto affascinante per un regista.

M.S.: All’inizio volevamo prendere un attore polacco ma Michał ha detto che sarebbe stato meglio scegliere uno sguardo esterno. Grazie a questa mossa siamo riusciti a mostrare due aspetti caratteristici della natura polacca. Il primo riguarda il fatto che molto spesso ci scordiamo che anche noi lavoriamo all’estero per guadagnare due soldi ma quando abbiamo un ucraino che lavora in Polonia, molto spesso non sappiamo comportarci. Il secondo è il nostro strano rapporto con la Russia. Il protagonista Żenia parla il russo che non stimola bei ricordi a chi a scuola lo doveva studiare contro la propria volontà. Dall’altra parte la cultura russa ci affascina tantissimo: Bulgakov, Dostoevskij, i film di Tarkovskij. E questa è una incredibile contraddizione.

Quindi Żenia è una specie di connettore tra gli abitanti del quartiere e il loro passato di cui hanno nostalgia?

M.S.: Il protagonista che viene dal mondo esterno fa sì che tutti coloro con cui entra in contatto possono fare una pausa nella loro quotidianità e riflettere chiedendo a sé stessi chi sono e cosa vogliono dalla vita. In una società dove non si fa altro che collezionare beni materiali ed essere concentrati sulla carriera è difficile essere felici. La felicità è un sinonimo di libertà, loro invece sono prigionieri. Grazie a Żenia possono sentirsi liberi almeno per un attimo e proprio in quell’attimo tornano ai momenti idilliaci del passato. Nelle loro teste appaiono diverse immagini il cui tema ricorrente è sempre la natura che ci permette di tornare alle nostre radici.

M.E.: Il loro problema è che stanno aspettando tutti un guaritore ma in fondo per trovare la propria identità devono prima confrontarsi con sé stessi.

Perché questo forte desiderio della borghesia di isolarsi?

M.S.: Tutti i protagonisti sono ispirati a persone vere. Dopo l’89 la Polonia è diventata un paese capitalista e la gente ha cominciato ad arricchirsi e cambiare il proprio status quo. All’improvviso ha cominciato a pensare che ha diritto a tutto. Se qualcuno non ha guadagnato abbastanza non appartiene al loro mondo. Tale atteggiamento provoca un enorme divario nella società che non va per niente bene. Una volta i bambini crescevano tutti insieme nei quartieri aperti e adesso invece è cambiato tutto perché le persone con i soldi si chiudono nei condomini protetti e i loro bambini frequentano le scuole private. Non esiste uno spazio comune dove la gente delle diverse classi sociali possa incontrarsi. Nella società si crea quindi un gruppo isolato di persone. In Polonia questa situazione è destinata a peggiorare perché il capitalismo e il materialismo sono fenomeni ancora nuovi e giovani. La nuova borghesia vuole sentirsi di appartenere più all’ovest che all’est dell’Europa il che è ovviamente il risultato di un complesso di inferiorità. E qui si nota un’altra contraddizione dei Polacchi. Da una parte stiamo seguendo un inafferrabile ideale dell’ovest e ci vergogniamo del nostro passato, dall’altra siamo profondamente fieri della storia. Ci manca uno sguardo distaccato da un’altra prospettiva, nel film Żenia rappresenta proprio quello sguardo esterno sulla nostra realtà.

I vostri film sono tutti fatti con una particolare attenzione all’aspetto visivo?

Alla Scuola del Cinema di Łódź, abbiamo visto i film dei maestri del cinema polacco che sono molto attenti e sensibili al tema della fotografia. Prima di scrivere una sceneggiatura osserviamo a fondo la realtà perché i primi progetti che abbiamo realizzato erano documentari. Uno dei nostri maestri, Wojciech Jerzy Has, diceva che “se vuoi fare i film, devi prima vederli” e noi stiamo proprio cercando di raccontare con le immagini.

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