Genova per noi

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Quest'articolo è disponibile in: Italiano Polacco

Possiamo pianificare un viaggio a Genova immaginando di entrare in contatto con un’atmosfera simile a quella delle cittadine della Costa Azzurra. Ma un certo disappunto attende i viaggiatori, quando in loco si rivela che si tratta di una città antica, uno dei maggiori porti d’Europa, nel passato e tuttora, un porto pieno di topi, strade oscure, vicoli sospetti, che è meglio non frequentare durante la notte, o anche il giorno. Genova nel suo carattere ricorda più Napoli che la geograficamente vicina Nizza. Naturalmente c’è un lato bello e nobile della città, e sono le due diverse facce che ci permettono di averne le impressioni migliori.

La costa sul mar Ligure è un mondo affascinante da esplorare e scoprire. Il capoluogo della provincia è ovviamente Genova che, come una madre iperprotettiva, concentra lungo il mare tutti i suoi bambini, da La Spezia a San Remo alla banchina di Ventimiglia. Quando entriamo a Genova da nord ci aspetta una traversata fra le montagne, e quando ci arriviamo con il treno dal lato di Pavia, appena prima di Genova si tendono colline, valli, ponti sopra precipizi, simili a quelli dei dintorni di Hogwart. E non a caso alla fine dell’anno scorso, come attrazione per i piccoli, sui binari è stato messo il Genova Hogwarts Express, un treno d’epoca, in cui ci si può sentire come un amico di Harry Potter. Ma non abbassiamo questa meta al livello di un modellino turistico, perché la città ha cento cose in più da offrire.

La Repubblica di Genova, come dobbiamo chiamarla storicamente, nella sua epoca d’oro rivaleggiava con la potente Venezia, ma per quanto quest’ultima sia rimasta un gioiello turistico, Genova invece non tiene a questo titolo, anche se non mancano le attrazioni. Fu la Repubblica di Genova dal X secolo praticamente fino alla fine del XVIII secolo, quando Napoleone seppellì definitivamente la sua longeva indipendenza. Anche se Genova nominò i propri Dogi a somiglianza di Venezia, il destino della città restò nelle mani private della nobiltà e della ricca borghesia (si può dire in mani mercantili). Interessi egoistici prevalsero sulla struttura sociale della città. Non so se fino ad oggi vicino ad uno dei palazzi si trova una vetrina con dentro un manifesto informativo su “L’araldica dei genovesi”, che mostra una decina tra più di tremila blasoni delle famiglie aristocratiche genovesi. Vale la pena aggiungere che, fino al XIII secolo, Genova fu la città più popolata d’Europa occidentale, la potenza marinara ed urbana della repubblica crebbe (come, tra l’altro, testimoniò nel corso dei secoli uno dei più alti e vecchi fari che fino ad oggi sovrasta la città) e diventò un pericolo per Pisa e Venezia. Il commercio fiorì e gli esperti marinai offrirono i loro servizi alle corti europee, tra questi c’era Cristoforo Colombo. La casa di Cristoforo Colombo si trova in Piazza Dante, vicino a Piazza de Ferrari, nel quartiere San Vincenzo, quasi all’incrocio di tre quartieri centrali, vicino alla Mole (dove si trova la cattedrale ed il labirinto di stretti vicoli) e San Carignano. La presunta casa di Colombo, oggi museo della vita del grande genovese, dopo tanti rifacimenti e ricostruzioni è una prova coraggiosa per la nostra immaginazione.

Venezia ha il Canaletto e il Tiepolo nell’arte della pittura, la scuola genovese invece si illumina nella luce e nei personaggi dinamici di Alessandro Magnasco, un pittore del tardo barocco, che anche se lavorò soprattutto in Lombardia, nacque e poi morì in solitudine a Genova. Girando per la città pensiamo inevitabilmente ai pittori che non immaginiamo in un contesto come quello genovese, prima o poi siamo destinati ad entrare in contatto con Van Dyck e Rubens. Il primo partì dall’Inghilterra nel 1621 e rimase in Italia fi no al 1627 ma passò la maggior parte del tempo a Genova, dove studiò intensamente la pittura italiana. Lasciò il proprio segno soprattutto come ritrattista della nobiltà genovese. Rubens invece, fu interessato nell’architettura dei palazzi, i suoi panorami li pubblicò nel 1622 in un album magnifi co “Palazzi di Genova”, le edizioni attuali di quella pubblicazione si possono comprare nel negozio di souvenir nella famosa via Garibaldi, dove si trovano anche i palazzi ritratti. In precedenza, circa dal 1550 questa via fu chiamata Strada Nuova ed era un effetto della pianifi cata attività urbanistica, di cui si occupò Galeazzo Alessi, formatosi a Roma e molto influenzato da Michelangelo. A Genova bisogna anche fare una passeggiata lungo “Le Strade Nuove ed il complesso dei Palazzi dei Rolli”, un percorso iscritto nella lista UNESCO, dove si trovano decine di palazzi famosi. Sono senz’altro da vedere: il Palazzo Reale, il Palazzo Bianco, il Palazzo Rosso, il Palazzo Doria-Tursi (Doria è, accanto a Spinola, una delle famiglie locali più famosi). In quest’ultimo si può vedere la sala di Niccolò Paganini, dove in una delle vetrine si trova il violino del brillante “diavolo” della musica.

“[…] Genova tutta colore.
Bandiera. Rimorchiatore.
Genova viva e diletta,
salino, orto, spalletta […]”

scrisse Giorgio Caproni nella sua lunghissima “Litania”. Franco Marcoaldi, cui ringrazio per la promozione di quest’opera, disse che fu un brano forte, ritmico, quasi musicale ed a percussione. Caproni, uno dei più importanti poeti italiani ci passò gli anni della sua giovinezza, e poi scrisse un inno bellissimo per la città, che ogni volta richiama nei suoi lavori come una bussola autobiografica.

Per quanto riguarda Genova ho sentimenti contrastanti: Van Dyck; un biscotto al cioccolato in una pasticceria il cui arredamento e i dipendenti sembrano arrivare dai tempi di un viaggio di Iwaszkiewicz; la focaccia fatta da Michela, da cui alloggiavamo; un allarme bomba in via Garibaldi, dove incontro una polacca che vive qui da tanto tempo e lavora come carabiniere, e con cui faccio una chiacchierata; le piccole piazze tra i palazzi come quello in Piazza San Matteo; i vicoli stretti che non si dovrebbe frequentare; i dintorni del porto; le prostitute; i mercatini con giornali vecchissimi; il pesto in un locale sospettoso, dove la gente sembra sentirsi più a proprio agio che a Roma; il ristorante nel centro dove nessuno parla l’inglese e dove prendono da qualche parte la mia carta di credito; la vista splendida del Corso Solferino ed un sacco di altre cose. Scrivo tutto questo e mi rendo conto che posso continuare a tirare fuori le memorie come Caproni nella “Litania” che ha mai fine. Infine di sera nelle vicinanze di Piazza Corvetto (dove si trova la pasticceria menzionata prima), risuona nelle orecchie “Genova per noi” di Paolo Conte. Allora va bene, si può concludere così il viaggio, anche se non sono d’accordo on il verso “Genova, dicevo, è un’idea come un’altra”.

traduzione it: Joanna Boruc
foto: Guido Parodi

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