Tennis, Italia e Polonia continuano a sorprendere (oltre Sinner e Swiątek)

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Il Roland Garros 2026 è appena andato in archivio, con la finale del singolare maschile conquistato ieri da Alexander Zverev in oltre quattro ore al quinto set contro il solidissimo italiano Flavio Cobolli, autore di una prestazione di rilievo e ormai entrato nella top 10 del ranking ATP. L’altro ieri invece, sabato 6 giugno, il titolo femminile è stato appannaggio di Mirra Andreeva, vittoriosa sulla sorprendente polacca  Maja Chwalińska, quest’ultima capace di dar vita alla pagina sportiva più incredibile di questa edizione del torneo francese.  Un italiano e una polacca in finale dunque, ma non gli attesi Jannik Sinner e non Iga Swiątek, eliminati rispettivamente al secondo e quarto turno dei propri tabelloni. Il primo puntava coi massimi favori del pronostico, vista l’assenza di Alcaraz, al suo primo Open di Francia, unico mancante nella personale bacheca dei Grandi Slam, mentre la seconda ha fatto della terra rossa il suo terreno di caccia preferito, conquistando le edizioni 2020, 2022, 2023 e 2024 (quest’ultima contro l’italiana Jasmine Paolini). Due assenze da un lato insolite, dal momento che parliamo di due fenomeni assoluti (l’uscita dell’italiano pesantemente dettata da una condizione fisica non ottimale ad un singolo game dalla vittoria), ma dall’altro capaci di fornire un grande assist per permettere di allargare la visuale, e comprendere meglio la bontà di un movimento anche collettivo.  

Prima di affinare meglio questo concetto, ripercorriamo brevissimamente il percorso dei nostri due straordinari finalisti. Partiamo con Maja Chwalińska, giunta a Parigi con l’ambizione di entrare nel tabellone principale superando le tre gare di qualificazione. Beh, non solo la polacca si è garantita l’accesso auspicato, ma di partite è arrivata a vincerne complessivamente il triplo, cedendo il passo solo in finale per due set a zero contro la numero 8 al mondo Andreeva. La classe 2001, come da lei stesso dichiarato, non disponeva di sponsor e grosse risorse per coprire i costi logistici: l’inattesa impresa firmata in questo Roland Garros, oltre ad averle sportivamente cambiato la carriera, ha anche avuto un forte e giusto impatto sul piano economico. Tanti i colpi di scena nel tabellone femminile, mai grandi come questo ovviamente, ma anche le uscite di Sabalenka e Kostyuk, vuoi per modalità o dinamiche, hanno un po’ sorpreso. 

Flavio Cobolli non era invece certo altrettanto quasi sconosciuto ai più, dal momento che aveva già dato più volte prova di essere uno degli italiani più interessanti nel nuovo panorama tennistico. Basti tornare anche a soli due mesi fa, con la vittoria del classe 2002 in quel di Monaco proprio contro Zverev.  Il tedesco era reduce da altre cinque sconfitte consecutive di marca italiana, firmate da Luciano Darderi (non molto tempo fa a Roma) e in ben quattro circostanze da Sinner (Indian Wells, Miami, Montecarlo, Madrid), ed oltre ad aver spezzato la “maledizione tricolore”, ha finalmente messo le mani su un titolo grande Slam che ancora mancava nella bacheca del numero 3 al mondo. Un trofeo consegnatogli da un altro grande italiano, Adriano Panatta, iridato a Parigi esattamente mezzo secolo fa. Con l’uscita prematura di Sinner, indubbiamente Sascha era l’indiziato numero uno per la coppa: con più fatica del previsto, certo, ma ora anche con un bel peso in meno per il futuro. Il tabellone del singolare maschile del Roland Garros 2026 vedeva dunque ai quarti di finale ben tre italiani su otto tennisti, con i due Matteo, Berrettini e Arnaldi, a far compagnia a Cobolli. Il derby italiano tra omonimi lo ha conquistato Arnaldi, con Berrettini costretto al ritiro nel corso della gara, mentre la semifinale tra Arnaldi e Cobolli (che aveva sconfitto in rimonta il numero 4 al mondo Auger-Aliassime)  non ha avuto luogo per il forfait del primo. Assente dal torneo un altro atleta che sta ben figurando e avrebbe potuto dire la sua, ossia Lorenzo Musetti. Se dunque Italia e Polonia non possono sorridere fino in fondo per quel passettino mancante per il massimo obiettivo nei singolari maschile e femminile, l’Italia può festeggiare però la conquista del titolo nel doppio misto, per merito della coppia Sara Errani e Andrea Vavassori. 

Chiudo ora tutto il discorso riprendendo proprio il pocanzi nominato Berrettini. Quando arrivò a giocarsi la finale di Wimbledon nel 2021, superando in semifinale il polacco Hubert Hurkacz, ricordo nitidamente il racconto di doverosa eccezionalità attorno all’evento. Nessuno prima di lui aveva infatti raggiunto l’ultimo atto del Grande Slam Britannico, e bisognava scavare fino al 1959 e 1960 con la doppia vittoria di Nicola Pietrangeli al Roland Garros per ritrovare un italiano in finale in un Open. Ora con Jannik Sinner tutto sembra più normale, scontato,  ma non lo è affatto. Piccolo doveroso inciso, quasi come in Formula 1 ora con un Kimi Antonelli fresco reduce nel pomeriggio di ieri dal quinto gran premio vinto di fila, e tutto appare così, assodato, ma pure qui sono dovuti passare 20 anni per risentir suonare l’inno di Mameli sul podio per un pilota. E che dire, tornando a pallina e racchetta, di Iga Swiątek, capace di scrivere pagine di storia senza eguali, già altrettanto nella leggenda del tennis e dello sport polacco e mondiale. Non serve dire altro. 

Poco meno di un anno fa celebravo in questo articolo la loro doppia vittoria a Wimbledon con anche un passaggio su cui vorrei nuovamente soffermarmi, perché forse se ne parla troppo poco, e vi invito a leggerlo: l’impatto sulle nuove generazioni, e non solo. Perché quando uno sport va così bene e regala campioni di tale fattura, è una naturale conseguenza la crescita del movimento, in tutto e per tutto. E che si tratti di una storia magari anche potenzialmente estemporanea (non credo, vediamo) come quella della splendida Maja, o di un complesso già più strutturato come quello dei numerosi nuovi giovani tennisti tricolori, tutto è linfa per crescere e far crescere. Ci sono dei numeri concreti, dalle scuole tennis fino ai successivi palcoscenici, e parlano. 

Testo: Alberto Mangili
Foto: Roland-Garros