Gigi Proietti: L’amico geniale

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"Più di tutto amo la leggerezza che − come mi diceva Fellini − è una categoria irraggiungibile." Gigi Proietti (1940-2020)

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Il grande “maestro della risata” è scomparso nel giorno del suo ottantesimo compleanno. Ancor prima della chiusura delle sale, il pubblico polacco ha potuto ammirare l’attore romano nel nuovo adattamento cinematografico di “Pinocchio” di Matteo Garrone. Proietti ha interpretato nel film il crudele, ma alla fine misericordioso, Mangiafuoco. È stato l’ultimo ruolo di uno degli artisti più iconici nella grande storia dello spettacolo italiano (cinema, teatro, cabaret, televisione…). Sebbene lui stesso si definisse un abile artigiano nella sua professione, il pubblico vedeva in lui una sorta di “amico geniale”. Un amico con il quale il pubblico ha trascorso con gioia una parte ampia e importante della propria vita. Un personaggio, che ha regalato alla lingua italiana e ai suoi utenti tante battute e barzellette meravigliose. Per molti anche mentore ed educatore che ha unto con le propria attività vere e proprie legioni di comici italiani. Anche se la leggerezza citata nel motto di questo episodio sembra una fantasticheria sfuggente, per Proietti non era uno stato episodico, ma… di permanente felicità.

Devo ammettere che non ero pienamente consapevole di quanto fosse ampio e complesso l’impegno creativo dell’attore italiano¹, immerso in gran parte nel mondo della contestazione e delle avanguardie nell’ambito del cinema e del teatro (vedi l’affascinante amicizia e collaborazione con l’enfant terrible Carmelo Bene o la partecipazione ai primi, non-erotici film del cineasta veneziano Tinto Brass [“L’urlo”, esordio da protagonista!]).

Per anni Gigi Proietti è stato per me uno dei carabinieri più famosi e amati nel panorama televisivo italiano. Ancora negli anni Novanta il Maresciallo Rocca ha intrapreso con audacia indagini complesse e a volte molto pericolose. Al carismatico protagonista non si poteva negare mai una straordinaria intuizione, sensibilità e senso dell’umorismo. Ma non era un “santo irreprensibile”, essendo troppo impulsivo o testardo ha anche commesso degli errori. Le situazioni diffi cili sul lavoro creavano un impatto sul benessere della sfera domestica. Rocca in questi due mondi era alla costante ricerca di equilibrio, giustizia e verità. Il vedovo che si prende cura di tre figli da solo (una novità ai tempi!), conquistò non solo il cuore della bellissima farmacista Margherita (interpretata da un’icona del cinema italiano, Stefania Sandrelli; insieme hanno creato una delle coppie più amate del piccolo schermo), ma anche l’intero pubblico italiano. La serie di avventure del famoso maresciallo e dei suoi cari è stata “un incontro obbligatorio” nelle case italiane per oltre un decennio, godendo di un livello di ascolti davvero elevato fino alla fine.

Tuttavia, non tutto fu sempre così bello… O almeno non subito nell’ambito del cinema.

Dal punto di vista delle attività dell’artista che si sono sviluppate nell’arco di vari decenni, il 1976 sembra essere per vari motivi l’anno della svolta. Da un lato, un anno di grande successo sul palcoscenico teatrale (lo spettacolo “A me gli occhi, please” è diventato per molti anni una sorta di biglietto da visita delle incredibili capacità dell’attore), d’altra parte invece… L’attore romano sognava allora di interpretare il ruolo di Giacomo Casanova nell’ultimo progetto di Federico Fellini. Durante il provino però non piacque al maestro riminese e alla fine fu Donald Sutherland ad interpretare il controverso personaggio dell’avventuriero veneziano. Ma la storia non finisce affatto qui. Nella fase di post-produzione, alla ricerca di una voce che corrispondesse all’intera opera, il regista de “La dolce vita” si rivolse proprio a Proietti con la richiesta di partecipare a questa nobile impresa. Sebbene Gigi fosse profondamente deluso di aver perso la parte, alla fine cedette alla persuasione dell’uomo che era solito chiamare “il più grande mago del cinema”. Anni dopo Fellini spiegò che l’attore romano aveva una faccia troppo “simpatica e plebea”, e lui cercava un viso “vagabondo, stanco, sfocato, che ricordasse l’acquatica Venezia” per il suo film.

Questo “elemento plebeo” ha trovato il suo avvenimento nel film più iconico con Proietti protagonista, ovvero “Febbre da cavallo” (1976, regia di Steno). Nelle zone periferiche della capitale italiana, una banda di amici “vitelloni” si dedica alla loro più grande passione: le scommesse agli ippodromi. Tra di loro troviamo Bruno Fioretti, detto “Mandrake” (soprannome in onore del famoso mago-illusionista, eroe dei fumetti di Lee Falk del 1934), aspirante attore (mantenuto) dal sorriso seducente e modi di essere molto particolari. Ossessionati dal forte desiderio di “mettersi sempre in gioco”, gli uomini saranno pronti a far qualsiasi cosa per non fermare questo stato di strana follia. Tuttavia, nel 1976 il film di Steno – proprio come lo stesso Proietti durante il già menzionato provino per “Casanova” – non fu notato né dal pubblico né dalla critica. “Non c’erano né lodi né critiche. Certamente non tutti risero all’epoca”, raccontò Proietti in un’intervista. Ma la febbre decise di tornare. La rivoluzione è avvenuta all’inizio degli anni Novanta a causa di numerose repliche del film nelle televisioni private. I romani trovarono alla fine l’essenza della loro città nel film e nel personaggio di Mandrake, il loro surreale bardo. Le svariate battute dell’autoproclamato mago capace di fare l’impossibile sono ampiamente conosciute fino ad oggi, e la scena dell’originale difesa di Mandrake nell’aula del tribunale rimane una delle più amate e citate nella storia del cinema italiano. Il film di Steno ebbe anche un sequel (“Febbre da cavallo – La mandrakata”, regia di Carlo Vanzina, 2002).

In questo modo, dunque, le parole di Fellini si sono rivelate a loro modo profetiche. Con il tempo, nel volto e nella voce di Proietti² si è riscontrato il grande desiderio, o addirittura la necessità, di identificazione spirituale del pubblico. Come ha confessato una volta il Mandrake nostrano: “Da quando ho capito che sapevo far ridere la gente, ho messo da parte il registro drammatico. Secondo me, non c’è soddisfazione più grande delle risate e della soddisfazione del pubblico che si diffonde nella sala. Del pubblico che con me contribuisce al successo di ogni spettacolo… Il successo della mia vita”.

¹ La descrizione della ricca attività teatrale di Proietti merita sicuramente un approfondimento a parte. Il primo signifi cativo successo nel mondo dello spettacolo appare proprio sul fronte teatrale, quando nel 1970 l’attore sostituì lo stesso Domenico Modugno nel musical ”Alleluia, brava gente”. Vale la pena aggiungere soltanto, che Gigi è considerato all’unanimità come legittimo erede della tradizione comica e del varietà di Ettore Petrolini (1884-1936).

²La voce è una delle ”armi” più importanti nel serbatoio artistica di Proietti. Non mi riferisco solamente al canto o al doppiaggio (l’attore era responsabile, tra gli altri, della voce del Genio blu nella versione italiana di ”Aladdin” della Disney), anche se vale la pena notare che la pratica del doppiaggio ha portato all’italiano molte soddisfazioni professionali, come l’inaspettato incontro e la collaborazione internazionale con il grande Robert Altman. Durante la sua visita nella penisola appenninica e in occasione della post-produzione sonora di ”Tre donne” (3 donne, 1977), il maestro americano accettò di visitare uno studio di doppiaggio italiano dove incontrò Proietti, che a sua volta fu nel mezzo del lavoro proprio sul film di Altman. Deliziato dalla sua spontaneità, il regista di “Mash” gli offrì un ruolo ”in carne e ossa” nel suo nuovo progetto italo-americano ”Un matrimonio” (A Wedding, 1978). L’attore apparve allora accanto al suo idolo, poi anche amico Vittorio Gassman. La notevole capacità di improvvisare, imitare vari personaggi e dialetti è sempre stata presente nel suo lavoro, sia per il cinema che per la televisione italiana. Nessuno, come Proietti, è riuscito a realizzare personificazioni così riuscite come quella in cui interpreta il ruolo dello stesso Eduardo de Filippo! 

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FINCHÈ C’È CINEMA, C’È SPERANZA è una serie di saggi dedicati alla cinematografia italiana – le sue tendenze, opere e autori principali, ma anche meno conosciuti – scritta da Diana Dąbrowska, esperta di cinema, organizzatrice di numerosi eventi e festival, animatrice socioculturale, per molti anni docente di Italianistica all’Università di Łódź. Vincitrice del Premio Letterario Leopold Staff (2018) per la promozione della cultura italiana con particolare attenzione al cinema. Nel 2019, è stata nominata per il premio del Polish Film Institute (Istituto Polacco d’Arte Cinematografica) nella categoria “critica cinematografica”, vincitrice del terzo posto nel prestigioso concorso per il premio Krzysztof Mętrak per giovani critici cinematografici.

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