
“Che beffa, l’esistenza: / c’era sempre qualcosa / da fare con più urgenza / e tempo non ce n’era / mai abbastanza. E adesso /che avrei tempo da buttare, / non c’è più niente da fare.” Un pensiero lucido e beffardo corre lungo i versi dell’Epitaffio 7, uno dei frammenti funebri raccolti nel volume C’ero e non c’ero. Repertorio di epitaffi pronto uso di Roberto M. Polce, pubblicato da Infinito edizioni nel novembre del 2025. Sfogliando le pagine di questa originale opera, che mescola con humour poesia e ironia corrosiva, è facile lasciarsi prendere dall’atmosfera e dal sottile umorismo nero che pervade gli epitaffi, dalla fluida musicalità dei versi. Un gusto sottilmente macabro, che evoca riferimenti cinematografici quali la spettrale figura della Morte con la falce, venuta a prendere la vita del nobile cavaliere di ritorno dalle crociate ne “Il settimo sigillo” di Ingmar Bergman o le atmosfere gotiche di un regista visionario, Tim Burton, con i suoi film, sospesi tra oscurità e fiaba, in cui spesso il tema centrale è la dialettica tra vita e morte.
Quelle che ascoltiamo sono solo voci, soffi impercettibili, lievi sussurri che fendono le nebbie, quasi improvvise folgorazioni. Le voci degli infelici che, forse, non sono riusciti a pareggiare i conti con l’universo e con se stessi quando erano in vita. E ora vagano nelle tenebre, come anime in pena, peregrinando tra ombre minacciose e paesaggi desolati, senza riuscire a trovare un sereno approdo. Forse l’inferno consiste proprio in questo, si chiede l’autore di questa opera elegiaca dai toni sferzanti, un “irrequieto vagabondo della scrittura” come si definisce Roberto M. Polce nelle note biografiche che accompagnano il testo, un inquieto e instancabile esploratore dell’animo umano che ha errato tutta la vita tra versi, racconti e romanzi, articoli e recensioni, guide turistiche e traduzioni di poesia e narrativa.

“Da qualche tempo – confida Polce – vengono a farmi visita i morti. Non so come mai. Forse perché con l’avanzare dell’età mi avvicino sempre di più a quel sottile, impalpabile velo d’ombra che mi separa da loro.” O forse “perché ormai cresce di anno in anno il numero degli amici, parenti, conoscenti scomparsi e con essi quello che è stato il mio mondo si va lentamente, inesorabilmente eclissando verso il lato oscuro, inesplorato dell’esistenza…”. Chi scrive si lascia attraversare da questi messaggi provenienti dall’aldilà come fosse solo un dispositivo di trasmissione, un ambasciatore ignaro del contenuto della sua missiva, una sorta di “modem” capace di convertire i segnali digitali in segnali analogici percepibili dai nostri sensi.
I morti sembrano provare un piacere particolare, a volte quasi infantile, nell’esprimersi in forme ritmate, nenie, filastrocche e ninnenanne. Impossibile non pensare all’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters e ai brani della raccolta Non al denaro non all’amore né al cielo di Fabrizio De Andrè, le suggestive ballate ispirate agli abitanti di una piccola cittadina che ora “dormono sulla collina”, nel cimitero di Spoon River.
Parlando del suo luogo natio, Valmontone, che Charles Dickens descrive nel suo diario di viaggio Pictures of Italy (1846) come “la tonda cittaduzza che sorge cinta di mura sulla montagna…”, Roberto M. Polce traccia un sottile fil rouge per la sua passione letteraria: nel Trecento quel borgo potrebbe aver dato i natali a Bartolomeo di Iacovo, autore, secondo alcuni, della trecentesca Cronica che racconta la Vita di Cola di Rienzo. Errabondo anche nella vita, Polce si è poi trasferito dal paese laziale a Milano, per approdare negli ultimi anni sulle rive del Baltico polacco, a Danzica, dove dal 2018 è docente di Lingua e Letteratura italiana presso l’Università. Un approdo sicuro, un luogo del cuore dove, “salvo colpi di scena”, avrebbe desiderio di stabilire la sua estrema dimora eterna.
Il linguaggio è un aspetto importante di questa raccolta: non sappiamo se sia costato molta fatica e lavoro di riscrittura all’autore, eppure, nel leggere gli epitaffi, le parole sembrano scorrere leggere come le vite dei protagonisti. I messaggi in genere si fanno strada al mattino nella mente ancora assonnata di Polce: singole parole, mezze frasi, a volte interi versi già pronti per essere trascritti. Prima che questi svaporino con la luce del giorno occorre annotarli, fissarli nel taccuino della memoria: sono gli ultimi sussurri, il bagliore fugace di quel momento, alla fine dell’esistenza, quando ognuno vedrebbe riassunta come in una timelapse, l’intera propria vita su questa terra.
Alla raccolta di versi si accompagna la novella “La Morta” di Guy de Maupassant, in cui Polce afferma di essersi imbattuto per caso mentre trascriveva gli epitaffi. Un uomo, distrutto per la morte della sua amata, visitando il cimitero scopre che i defunti si risvegliano per cancellare le menzogne incise sulle lapidi e ristabilire la “terribile verità” della loro vita. Un racconto che sembra confermare lo spirito che attraversa gli epitaffi funebri di Polce che gli sono stati dettati, e continuano tuttora a venirgli suggeriti, dalle anime dei trapassati.
Le straordinarie illustrazioni, che fanno da corredo a questi piccoli ritratti ironici e corrosivi, sono opera degli studenti dell’Accademia di Belle Arti di Danzica, per iniziativa del professor Sławomir Witkowski, figura di rilievo nel panorama della grafica polacca.
Tra le pieghe di queste composizioni si rintraccia inoltre tutta l’esperienza di vita e di lavoro di Roberto M. Polce, il suo percorso umano che lo ha portato oggi a parlare di morte. In maniera mordace e disincantata. O con la dolce malinconia dei versi dell’Epitaffio 1: “È stato molto bello, / ma alla fine ero stanco. / Voi andate pure avanti, / io vi aspetto qui”.
















