
Prefazione al nuovo romanzo di Sebastiano Giorgi “La banda Stryjkowski”. Cronache di esuli e sognatori a Kazimierz” edito da Austeria.
C’ è una sorta di buffa “maledizione” che colpisce inesorabilmente i maschi italiani che vanno in Polonia: il film Giuseppe a Varsavia (1964) di Stanisław Lenartowicz, con Elżbieta Czyżewska, Antonio Cifariello e Zbigniew Cybulski. Cifariello e Cybulski morirono poi entrambi giovani: Cifariello in un incidente aereo in Africa e Cybulski finendo sotto le ruote del treno che stava tentando di agguantare in corsa. Ma la “maledizione” consiste nel fatto che il protagonista del film, un soldato dell’ARMIR che fuggì a Varsavia per non tornare sul fronte russo, è un pasticcione incredibile e ne combina di tutte per amore di una fanciulla polacca. Inevitabilmente quindi anche Jacopo, il protagonista di questo divertente e malinconico, poetico e bizzarro libro, ricorda il Giuseppe della commedia (tra l’altro, il ruolo di Giuseppe doveva essere interpretato da uno dei più famosi comici polacchi, ma il regista dichiarò che nessuno avrebbe potuto interpretare un italiano meglio di un nuovo arrivato dalla penisola italiana…).
Jacopo è un veneziano fino al midollo e vive nella casa lasciatagli dai nonni materni al confine nord del periferico, ma ancora autentico, isolotto di Sant’Elena. La sua monotona vita nella bellissima Venezia, ormai devastata dal turismo di massa, viene improvvisamente sconvolta da una breve e appassionata avventura con Edyta, una bella turista polacca. Come spesso accade, la passione consumata in pochi giorni ingenera un doloroso malinteso: lui si innamora, lei torna alla sua città (Nowa Huta), alla sua vita e lo dimentica, ignorando ogni suo messaggio.
Lui è un testardo romanticone ma forse, seppur all’inizio confusamente, intuisce anche che quella scossa può finalmente farlo uscire dalle acque paludose e prive di stimoli, della sua vita lagunare e decide di andarla a cercare in Polonia, paese del quale, come molti italiani, ignora quasi tutto.
Si ritrova a Cracovia, nel quartiere di Kazimierz, “che in un secolo si è trasformato da cuore pulsante di una delle più antiche comunità ebraiche d’Europa a nuovo Eldorado turistico desertificato di abitanti ma ingolfato di ristoranti e di negozi di souvenir”. Ma forse anche per questo familiarizza rapidamente: “Da veneziano mi sono ambientato bene in questa isola, in senso figurato, di Kazimierz (Kazimierz era un’isola fino al XIX secolo, separata da Cracovia da un ramo della Vistola). Questa versione di me che sperimenta nuovi luoghi, nuove amicizie, nuovi lavori mi piace. Edyta mi ha obbligato a tirar fuori qualcosa che avevo trascurato. Non so quanto resterò a Cracovia, ma di sicuro nessuno in questo momento sente la mia mancanza a Venezia. Che io torni domani o tra due anni non fa alcuna differenza, gli amici mi accoglieranno allo stesso modo e mi faranno i soliti discorsi”.
Venezia e Cracovia si rimbalzano come due specchi contrapposti: continui sono i riferimenti dell’una all’altra. La bellezza e la paccottiglia sembrano avvicinarle. Ma è il quartiere ebraico di Kazimierz, dove si svolge gran parte della vicenda, che fa trasparire un senso di vuoto che l’inautentico a uso turistico non riesce a occultare e anzi esalta. Oggi, le immagini dell’orrore, ora riproducibili e modificabili, vengono filtrate da retoriche di segno diverso e tendono a generare l’oblio anziché la memoria. L’appello a “non dimenticare” risuona così sempre più stanco. “Il tuo occhio come pietra cieco” recita un verso di Paul Celan del 1959. Anche nel Ghetto di Venezia, il primo della storia con questo nome, si percepisce tristemente l’oblio che la falsa mercanzia dei negozietti non fa che accentuare. Due luoghi un tempo pieni di vita e ora ammantati di morte.
Uno dei meriti del libro consiste nel fatto che questo veneziano pazzerello trasforma la tristezza del quartiere in una girandola di situazioni surreali e divertenti. Il suo “grimaldello” è uno strano albergo, proprio nel centro del quartiere, testimonianza del mondo galiziano perduto. Le camere sono arredate con vecchi mobili, ovunque alle pareti ci sono mappe ottocentesche; i corridoi sono pieni di pile di libri (perché l’albergo è anche una casa editrice e una libreria) e la sala da pranzo sembra un salotto borghese fasciato di centrini e velluti. Una grande poltrona in pelle consunta, quasi un trono, è sovrastata dal ritratto di un grande musicista klezmer che là passava le giornate e amava dire: “Quasi ogni donna che si è seduta su questa poltrona poi è rimasta incinta”. Per Jacopo è come se si fosse aperta una porta magica e fosse precipitato nel paese delle meraviglie. E là dentro, magicamente, riesce anche a introdurre, nel menù tradizionale del ristorante, i venezianissimi bigoli in salsa.
Dentro e attorno alla Locanda Stryjkowski ruotano i personaggi più singolari, ognuno accompagnato da una storia personale sorprendente. Lo “straniero” Jacopo, come un demiurgo, le catalizza tutte e ce le fa, a modo suo, conoscere.
Quei personaggi finiscono col collegarsi, agli occhi del lettore sempre più incuriosito, grazie a Jacopo che da passivo spettatore diventa mano a mano una sorta di baldanzoso direttore d’orchestra. Nasce così la “banda Stryjkowski”. Si realizza quella sorta di “gruppo in fusione” della quale parlava Jean-Paul Sartre ne La critica della ragion dialettica (1960): persone che incrociano e associano i loro destini. I fili dei personaggi si intrecciano e si incontrano con manifestazioni di bella e simpatica umanità e solidarietà. Le donne sono più sagge e giocano un ruolo fondamentale, com’ è del resto nella tradizione storica e culturale di una nazione dove gli uomini venivano frequentemente ammazzati o deportati. Sono loro che, pure in questa vicenda, e anche nei personaggi più stravaganti, come la facoltosa massaggiatrice ayurvedica Ester, mostrano di aver le idee più chiare e saper alla fine condurre le danze a loro favore.
Ma il personaggio più significativo di questo bizzarro gruppetto è forse l’improbabile rappresentante di gioielli Mateusz: “magro, capelli neri lisci con un ciuffo che, con un tic, sposta infinite volte, baffi anni Settanta, andatura dinoccolata, che viaggia con la sua Volvo Station Vagon 240 DL in una sorta di quadrilatero neo-galiziano tra Vienna, Cracovia, Trieste, Leopoli, Praga e Vicenza”, e sosta lunghi periodi a Cracovia dove ha una buona parte dei suoi clienti e un occasionale conforto amoroso, con una procace e falsoburbera guidatrice di carrozze per turisti e che alla fine riuscirà a legarlo stabilmente a sé.
L’obiettivo di Jacopo rimane costantemente quello di ritrovare Edyta. E così a un certo punto dalla vecchia Cracovia-Kazymierz si arriva a Nowa Huta. E nuovamente le assonanze con Venezia emergono prepotentemente. Non soltanto perché Jacopo si accorge che quella città, costruita nell’epoca staliniana, fu progettata in uno stile che cercava di fondere lo stile Rinascimentale con quello pomposo e retorico dell’architettura socialista di modello sovietico. Di nuovo Cracovia e il suo sobborgo Nowa Huta sono simmetriche a Venezia e Marghera. Se negli anni Cinquanta il regime comunista decise di creare un contraltare industriale a Cracovia, negli anni Venti il fascismo dette vita, a poca distanza dalla intoccabile e decadente Venezia, al Petrolchimico di Porto Marghera. Due poli industriali che inquinarono le città d’arte vicine a loro. La Modernità che si affiancò all’Antichità con esiti abbastanza disastrosi. È quindi quasi ovvio che Jacopo, al di là dell’amore, si trovi tutto sommato a suo agio a Nowa Huta: ci sente la Marghera della sua Venezia. Alla fine del libro è inevitabile chiedersi se tutto quello che viene raccontato sia vero o meno. L’io narrante Jacopo ogni tanto, quando qualcuno gli chiede se racconterà quello che gli è capitato, dice che “sta prendendo appunti”. Ma la Polonia, e questo è una parte del suo grande fascino, non soltanto per gli italiani, è un luogo dove anche le cose più inverosimili possono accadere: come sostiene Alfred Jarry, nel suo famoso testo teatrale patafisco Ubu roi (1896), qualsiasi cosa è possibile in Polonia perché ci troviamo “in Polonia o in nessun luogo”. Quando agli inizi degli anni Ottanta studiavo a Varsavia mi imbattei in un libro sull’Insurrezione di Varsavia del 1944: Rapsodia Żoliborska (1957) di Stanisław Podlewski.
Vi si narrava di un ufficiale di Roma, ferito in Russia e ricoverato a Varsavia, che fuggì come Giuseppe, fu ospitato in una casa nel quartiere nord della città, si innamorò della figlia di coloro che lo accolsero, la mise incinta e, sentendosi ormai polacco, si unì agli insorti e fu ucciso dai tedeschi nei pressi della Stazione Danzica…















