“I vitelloni” (1953) di Fellini: magia, tenerezza e … fuga

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Quest'articolo è disponibile in: Italiano Polacco

L’articolo è stato pubblicato sul numero 79 della Gazzetta Italia (febbraio-marzo 2020)

Come ha giustamente osservato Alicja Helman, una stimata studiosa di cinema, “Federico Fellini ha trattato ciascuno dei suoi film come un regno di immagini estremamente poderoso, affascinante, e che va oltre a quello che l’esperienza reale ci può offrire”. Nel mondo del regista di “Otto e mezzo” siamo appunto costantemente sbattuti tra realtà e sogno, verità e finzione, tradizione e modernità. Nessuno prima di Fellini era in grado di dipingere in modo così originale (e accurato) l’intera gamma di colori che potesse caratterizzare i dilemmi di un’artista: il suo illimitato bisogno di libertà e di creare mondi straordinari e irreali. Tuttavia ci fu un periodo nel lavoro del regista di “Casanova” in cui rimase molto più vicino agli eroi e alle vicende dell'”esperienza quotidiana”. In questo episodio di “Finché c’è il cinema (…)” esamineremo da vicino i tempi di “Federico” prima ancora di diventare “Fellini”.

I vitelloni (1953) non appartengono di certo alla categoria dei film “dimenticati”, ma raramente vengono citati in prima linea accanto ai classici come “La strada” (1954), “La dolce vita” (1960), “Amarcord” (1973) o il menzionato “Otto e mezzo” (1963). Secondo alcuni interpreti dell’opera del maestro italiano, sarebbero proprio “I vitelloni” (il terzo film da essi realizzato) ad iniziare il “periodo d’autore” nella sua carriera, il vero esordio nella sua filmografia. Fellini ha trattato questa produzione come un trampolino di lancio per la realizzazione di un altro progetto che gli stava molto più a cuore, cioè “La strada”. Lo stesso regista fu sorpreso poi dalla misura del successo che i “Vitelloni” ottennero, un grande successo sia di pubblico che della critica (Leone d’argento alla Mostra del Cinema di Venezia). Ma non solo. Martin Scorsese confessò in un’intervista che il film di Fellini gli servì da preziosa ispirazione per il suo “Mean Streets – Domenica in chiesa, lunedì all’inferno” (1973). Il regista americano fu molto colpito dal modo in cui il cineasta italiano introduce sullo schermo gli eroi della suo racconto. Usando un “narratore sensibile” nascosto al di fuori della cornice dell’inquadratura. L’autore de “Lo sceicco bianco”(1952) caratterizza con dolcezza e ironia l’ambiente da cui provengono i protagonisti e con cui – nel bene e nel male – hanno deciso di legare la propria esistenza. Lo spazio locale, chiuso (sebbene non privo di colore!) di solito completa il carattere dei personaggi, ma talvolta anche contrasta con esso in modo significativo.

La trama del film ruota intorno ad un anno di vita dei protagonisti del celebre titolo, un branco di amici che fuggono dalla maturità e dalla responsabilità, che si uniscono con piacere ai riti comuni, come matrimoni, carnevale o le elezioni di una nuova miss, ma non provano simile entusiasmo quando è necessario cercare un lavoro onesto o fare un confronto doloroso con la realtà. Tra i nullafacenti e gli spiriti liberi troviamo un seduttore seriale (anche marito e padre), uno scrittore-intellettuale locale, un cantante ghiotto, una mammone che recita senza successo il ruolo di un uomo adulto (e fratello maggiore) ed un giovane sensibile, silenzioso osservatore degli eventi. Gli episodi collegati formano un mosaico narrativo piuttosto sciolto. Non c’è nulla di prevedibile, il che viene enfatizzato dall’emozionante finale della storia.

Il film di Fellini è stato realizzato quando il neorealismo stava entrando nella sua fase calante. Le opere neorealistiche si sono concentrate – come diceva il creatore della tendenza, lo straordinario sceneggiatore Cesare Zavattini – “sull’andatura pesante e stanca” dei loro protagonisti, di solito operai, ed hanno seguito da vicino le loro azioni, le piccole gioie, ma soprattutto le preoccupazioni e le sconfitte. Trascorrendo tutte le giornate nel dolce far niente, i personaggi principali dei “Vitelloni” costituivano di certo una novità nel panorama del cinema italiano d’allora, una sorta di nuova testimonianza di alcune emancipazioni che si svolgono, paradossalmente, grazie alla contemplazione della noia. Nella storia del cinema entrò inoltre una delle scene più emblematiche del film, nella quale Alberto Sordi mostra con un gesto offensivo (il famoso gesto dell’ombrello) ciò che pensa degli agricoltori e lavoratori. E sebbene il personaggio sia poi simbolicamente punito per il suo comportamento, è impossibile non avere l’impressione che questo sia un elemento consapevolmente incluso da Fellini e un suo tentativo di dialogare con il pubblico italiano e l’ambiente cinematografico coinvolto nelle questioni sociali dell’epoca.

“I vitelloni” possono essere considerati come il primo e importante esempio di autobiografia nell’opera di Fellini. Il regista ha creato sullo schermo un mondo bellissimo, sebbene assonnato e sbrindellato, che ricorda quello della sua infanzia. Sebbene le riprese siano state realizzate principalmente nel Lazio (tra Viterbo, Ostia e Roma), non abbiamo dubbi che il cineasta italiano si sia ispirato alla sua città natale, cioè Rimini. Il regista tornerà volentieri nella sua “piccola patria” in futuro, basta pensare al film premio Oscar “Amarcord”.

L’idea del “ritorno alle proprie radici” presentata nei “Vitelloni” non si manifesta soltanto nella rappresentazione della provincia, ma si unisce anche al tema della fuga. È impossibile non associare la diserzione finale di Moraldo con la biografia del regista stesso, che, puntando tutto su una carta sola, lasciò l’Emilia-Romagna per arrivare nella capitale d’Italia alla ricerca del proprio percorso creativo. Maria Kornatowska nella sua famosa monografia su Fellini afferma che “La provincia sviluppa l’immaginazione, anche se reprime la volontà di agire. L’immaginazione si realizza nei sogni, nelle fughe impossibili. (…) La provincia non favorisce la maturità. Il tempo qui è intrappolato nella ripetizione delle stagioni, situazioni e gesti. Le persone invecchiano senza superare la soglia di maturità “.

Nel 1954, sulle pagine della rivista “Cinema”, Fellini pubblicò persino la sceneggiatura di un progetto alla fine non realizzato, “Moraldo va in città”. Tra gli specialisti della filmografia del regista, viene riconosciuto il fatto che Fellini volesse continuare le vicende del suo “vitellone in fuga” sul grande schermo, e il suo successivo destino è stato attribuito al personaggio del giornalista Marcello, protagonista de “La dolce vita”. È importante sottolineare che Moraldo tornerà anche in altri due progetti italiani fortemente autobiografici: “Roma” (1972) e “Intervista” (1987).

Sebbene il giovane abbia lasciato la sua casa di famiglia per una vita migliore, scopriamo che solo apparentemente è riuscito a cambiare il proprio stato d’animo. Certo, nell’elegante costume di Marcello, Moraldo ruota attorno allo spettacolare mondo della società moderna e ai piaceri del boom economico, ma sente ancora un forte vuoto, una sorta di malessere esistenziale, che diventerà una delle caratteristiche dell’opera di Fellini. L’eroe di Fellini è un eroe – letteralmente e figurativamente – che cerca. In cerca di un senso non solo nel proprio ambiente, ma soprattutto nelle proprie scelte di vita. Come ha scritto André Bazin: “L’eroe di Fellini non è un” personaggio “, è un modo di essere, che il regista definisce in modo completo attraverso il comportamento del personaggio. (…) Questo cinema anti-psicologico, tuttavia, raggiunge spazi ancor più lontani e profondi di quanto la psicologia – raggiunga l’anima.

“Era di una bellezza sovrumana. La prima volta che la vidi in una fotografia a piena pagina su una rivista americana “Dio mio”, pensai, “non fatemela incontrare mai!”. Quel senso di meraviglia, di stupore rapito, di incredulità che si prova davanti alle creature eccezionali come la giraffa, l’elefante, il baobab lo riprovai anni dopo, quando nel giardino dell’Hotel de la Ville la vidi avanzare verso di me.” Federico Fellini

 

 

Il film “I vitelloni” è arrivato in tempi in cui Fellini non era ancora diventato una “leggenda”. Rispetto ai suoi lavori successivi, può sembrare (erroneamente) un “film minore”. Le (dis)avventure dei “Peter Pan di Rimini” hanno resistito alla prova del tempo, dai “Vitelloni” emerge tutt’ora l’autenticità emotiva. Fellini ha creato un racconto universale sul disadattamento, la necessità e il desiderio di cambiamento che non tutti sono in grado di affrontare. Non ha dimenticato, tuttavia, del divertimento e dell’amicizia, nonché il piacere che può derivare da una narrazione ben condotta: possiamo trovare la magia anche in episodi banali come quello della danza spontanea in mezzo alla strada o della partita di calcio sulla spiaggia in inverno. Fellini rimane pieno di amarezza anche quando tocca i toni della commedia, non dimenticando mai l’empatia. E forse è proprio “l’empatia” che determina davvero la grandezza della dimensione esistenziale del suo cinema.

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Diana Dąbrowska

FINCHÈ C’È CINEMA, C’È SPERANZA è una serie di saggi dedicati alla cinematografia italiana – le sue tendenze, opere e autori principali, ma anche meno conosciuti – scritta da Diana Dąbrowska, esperta di cinema, organizzatrice di numerosi eventi e festival, animatrice socioculturale, per molti anni docente di Italianistica all’Università di Łódź. Vincitrice del Premio Letterario Leopold Staff (2018) per la promozione della cultura italiana con particolare attenzione al cinema. Nel 2019, è stata nominata per il premio del Polish Film Institute (Istituto Polacco d’Arte Cinematografica) nella categoria “critica cinematografica”, vincitrice del terzo posto nel prestigioso concorso per il premio Krzysztof Mętrak per giovani critici cinematografici.

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