Jurek Kralkowski: il bello del giornalismo è vivere al fianco dei protagonisti dei nostri tempi

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Quest'articolo è disponibile in: Italiano Polacco

Musicista e informatico, con passione e destino segnati dalla fotografia. Jurek Kralkowski è un eclettico polacco ormai profondamente italianizzato dopo decenni di vita a Roma.

“Mi sento bi-patriota. Sono in Italia da quasi 27 anni, ho sposato una italiana, ho due figli che stanno crescendo in questo Paese e nei miei ritmi di vita sono romanizzato. Verso la Polonia provo una grande nostalgia, spesso rifletto sull’idea di prendere la famiglia e tornare in un Paese che oggi tra l’altro ha una situazione socio-economica ben diversa da quando l’ho lasciato. Della Polonia, almeno per come l’ho vista fino a non molto tempo fa, ho sempre apprezzato il valore che si dà alla cultura che è a portata di tutti, sia nella possibilità d’assistere a degli spettacoli sia nello studiare le varie arti. Questo a differenza dell’Italia dove purtroppo sembra che la cultura sia diventata meno accessibile al grande pubblico popolare. Ma mollare Roma sarebbe uno strappo troppo radicale soprattutto per la mia famiglia, preferisco cercare una via per tenere insieme entrambi i mondi. E poi in Polonia ci sono molto straordinari fotografi, come la mia compagna di scuola delle elementari Beata Wielgosz, e mettersi in competizione sarebbe molto difficile anche se stimolante!”

Come sei arrivato a Roma?

Mia madre lavorava all’Accademia delle Scienze a Varsavia, le hanno proposto il trasferimento alla sede romana dell’istituto e siamo partiti. Io avevo 18 anni e studiavo tromba al Conservatorio Chopin in Bednarska. Farmi riconoscere l’equipollenza degli studi al Conservatorio Santa Cecilia di Roma è stata una battaglia, ma alla fine grazie anche all’aiuto del critico musicale Dino Cafaro ci sono riuscito. È stata una questione di karma. Tanti anni prima a Varsavia fuori dell’Accademia Chopin vedo uno straniero che litiga con un tassista che lo voleva fregare. Lo aiuto con le quattro parole d’italiano che sapevo. Lui mi dice di chiamarlo se mai avrò bisogno di qualcosa a Roma e mi lascia il suo biglietto da visita: Dino Cafaro.”

Dalla tromba all’obiettivo passando per il mouse?

Nella mia vita ho fatto tante cose diverse, ma la fotografia ogni volta torna protagonista. Da ragazzo mi regalarono una Smiena, macchinetta compatta a pellicola. Iniziai a fotografare e poi imparai a sviluppare e stampare. A 16 anni con una macchina un po’ più tecnica e una vecchia lampada al quarzo realizzai il mio primo servizio all’Accademia di Danza di Varsavia. Intanto studiavo tromba e suonavo in piccoli complessi. Arrivato a Roma finiti gli studi al Conservatorio ho suonato in tante orchestre, gruppi, con anche apparizioni televisive, sia in Mediaset nell’orchestra de La Corrida, che in RAI.

E l’informatica?

L’informatica ce l’avevo nel DNA. Mio nonno collaborava con Robotron nell’allora Germania dell’Est, gruppo che era precursore mondiale di informatica e che fondò le basi dei microprocessori dell’IBM. Mia madre invece si occupava d’informazione scientifica all’Accademia delle Scienze Polacca, era una specie di motore di ricerca umano, raccoglieva per gli scienziati le varie informazioni necessarie in giro per il mondo, e per finire mio padre era un tecnico del computer. Insomma avevo le basi tecniche e all’epoca l’informatica era agli inizi, nessuno ne sapeva nulla e quindi c’era grande lavoro per chi se ne intendeva. Così finito il conservatorio, alternando la musica con l’informatica, ho fatto prima il tecnico del suono in un locale romano, e poi ho aperto una società di pronto soccorso informatico e tra una conoscenza e l’altra sono arrivato ad essere il responsabile informatico per 15 anni di un dipartimento dell’università La Sapienza.

Torniamo alla tua passione, come sei diventato fotografo professionista?

L’anno prima di partire per l’Italia una amica di famiglia ricca ricevette una videocamera professionale. Mi disse “tieni, leggi le istruzioni e impara, così facciamo una troupe televisiva”. Sembrava uno scherzo ma i nostri servizi finirono su Teleexpress di TVP 1, finché un giorno per colpa di un reportage su un tema non gradito perdemmo la collaborazione. Ma nella mia vita il rapporto con la macchina fotografica, o la videocamera, uscito da una finestra rientra dall’altra. A Roma un giorno incontro un mio ex vicino di casa di Varsavia Andrzej Ambrożewicz, bravissimo giornalista inviato per TVP nella capitale italiana, che mi propone di fargli da operatore. Collaboro prima con lui e poi con Jacek Pałasiński con cui sempre di più, per ragioni giornalistiche, mi avvicino a persone importanti. Nella pause tra una ripresa e l’altra scattavo fotografie che provai a proporre ad un giornale polacco. Mi risposero che era meglio se avessi fatto un altro mestiere. Fui punto sull’orgoglio e da allora volli dimostrare a me stesso che ero in grado di diventare un bravo fotografo. Venni a sapere che il notissimo fotografo Roberto Rocco, che lavorava per riviste come Vogue e Vanity Fair, cercava un assistente. Io, che non ero mai entrato in uno studio fotografico, mi proposi e finii per diventare il suo assistente-schiavo con stipendio irrisorio. Ma andava bene così perché anche se non ero pagato abbastanza rubavo il mestiere con gli occhi, un’esperienza formante. Nel 2006 in occasione del servizio fotografico sul matrimonio tra Mara Venier e Nicola Carraro conobbi la bravissima press agent Paola Comin, che era stata l’agente di Alberto Sordi. Un colpo di fortuna mi fece entrare nelle sue grazie, ovvero nei 10 minuti di colloquio che mi aveva accordato in cui cercavo di raccontarle che volevo fotografare personaggi importanti le si ruppe il computer… Si dice impara l’arte e mettila da parte. Ancora oggi, nonostante non sia più il mio lavoro, sono sempre il suo esperto informatico. Lei in cambio mi mise professionalmente sulla strada giusta, dandomi il contatto della storica agenzia Italfoto, che era anche la succursale romana del settimanale Oggi. A distanza di anni Paola è per me ancora un riferimento importante. Italfoto era di Salvatore Gian Siracusa che mi spiegò la differenza tra far foto e raccontare con le foto. In quel periodo imparai anche relazionarmi col mondo del giornalismo e degli uffici stampa. Col tempo arrivai piano piano a far servizi e copertine per tanti magazine, tra cui ricordo uno storico servizio, per la rivista Chi, sul compleanno delle gemelle Kessler (n.d.r. icone dello spettacolo della tv italiana anni Settanta). Una crescita continua che mi ha fatto arrivare ad essere oggi non solo inviato di Newsweek, e dell’agenzia News Pix dello stesso gruppo editoriale Ringier Axel Springer, ma anche della maggiore agenzia fotografica italiana LaPresse.

 Ti senti più paparazzo o ritrattista?

Un fotografo oggi per sopravvivere sul mercato deve saper far tutto: gossip, cronaca, politica, servizi posati. A me piace soprattutto raccontare le persone attraverso le foto. Mi preparo prima, studio la persona in modo che quando siamo sul set fotografico posso parlarle e distrarla dal fatto che le sto puntando addosso un “fucile” ovvero il mio obiettivo che la immortalerà centinaia di volte. Il bello del giornalismo, sia per chi lavora sulle immagini che per chi scrive testi, non è certo il guadagno ma il venire a contatto con persone interessanti, famose e non facilmente avvicinabili, un lavoro che ti dà la possibilità d’essere al fianco di chi è protagonista dei nostri tempi.

Tra le centinaia di persone che hai fotografato, qualcuno ti è restato maggiormente impresso?

Il fotografo è un mestiere che si può fare solo per passione, quindi chiunque finisca davanti al nostro obiettivo diventa oggetto della nostra passione e ce lo facciamo piacere. Ma non dimentico l’incontro con Luca Ward, che mi ha dato suggerimenti su come fotografare un attore, il buon rapporto che ho con la ministra Lorenzin, che fotografo da quattro anni anche quando era incinta, e con Iginio Straffi l’inventore delle Winx. E poi ho un ottimo ricordo di Francesco Totti, che dopo la Lupa è il secondo simbolo di Roma! Una gran persona. Gli feci un servizio quando arrivò Pallotta (n.d.r. il proprietario americano della squadra di calcio Roma). E poi lo rincontrai una volta a Sabaudia e rimasi sorpreso della sua infinita pazienza e disponibilità nel rispondere gentilmente a qualsiasi tifoso lo fermasse e gli chiedesse l’autografo. È un divo a dimensione umana che si rende conto che quello è il suo ruolo, mentre non capisco chi sceglie d’essere personaggio pubblico e poi quando è a contatto con la gente fa l’infastidito. L’esperienza mi ha mostrato che più grande è un personaggio, più resta vicino alle persone comuni, e me ne hanno dato prova Wynton Marsalis uno dei più grandi trombettisti al mondo che a una mia domanda mi invitò in albergo per rispondermi con calma, Bogusław Linda con cui andavo a cavalcare nonostante io facessi lo stalliere, o un mito come Zubin Metha con cui passai una notte brava a suonare musica klezmer in un locale ebraico di Varsavia.

Sogni nel cassetto?

Bè sì, mi piacerebbe realizzare dei set fotografici a Roma collaborando con i nuovi stilisti polacchi. Vedo che la Polonia sta vivendo una nouvelle vague nella moda e sarebbe bello scegliessero alcuni angoli della città eterna quale sfondo fotografico delle loro creazioni, abbinamento che saprei inquadrare bene. Certo sceglierei una Roma non banale, magari perdendosi per le vie di Trastevere.

In un’epoca dove tutti con un qualsiasi telefonino fanno foto cosa vuol dire essere fotografo?

Essere fotografo significa raccontare storie. Nel giornalismo si ricordano le famose 5 W (who, what, when, where, why) cui bisogna rispondere in un articolo. Ecco, un bravo fotografo deve rispondere ad almeno tre di quelle W in uno scatto senza metterci didascalie sotto. Ed è per quello che bisogna apprezzare dei mostri sacri come Helmut Newton e Cartier-Bresson. Quando tengo corsi di foto la prima cosa che spiego è che oggi purtroppo le macchine fanno tutto da sole, hanno bisogno solo di qualcuno che prema il bottone. Cerchiamo di non diventare l’appendice della macchina fotografica!

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