
Io e la Polonia, una bellissima storia lunga un quarto di secolo. Penderecki, Lutosławski, Górecki… un trio di nomi che 28 anni fa conoscevo solo per averli studiati sulle Enciclopedie e sui libri di Storia della Musica o perché mi imbattevo nella loro musica nei teatri o nelle sale da concerto. Nel novembre 1995 partii per Katowice per il primo viaggio in Polonia della mia vita. Avevo 28 anni ed ero stato selezionato per partecipare alle fasi finali della quinta edizione del Concorso Internazionale di Direzione d’Orchestra “G.Fitelberg” che si svolgeva presso l’Accademia Musicale “K.Szymanowski” di Katowice – la prima prova – e presso la sede della Filarmonica Slesiana dalla seconda prova alla finale. Il viaggio fu lungo e tortuoso, via Francoforte. L’aeroporto di Katowice ai tempi era piccolo e poco ospitale. La città era buia, fredda, innevata e decisamente poco amichevole: noi concorsisti eravamo alloggiati in periferia. La prima sera raggiungemmo il centro dopo un lungo tragitto a piedi perché non avevamo zloty per pagare bus o taxi. Ricorderò sempre quella prima rocambolesca serata polacca.
Quella quinta edizione del Concorso G. Fitelberg non mi portò nulla di concreto ma mi permise di approcciare per la prima volta le partiture – ad esempio – di Górecki e di Lutosławski previste per la prova finale, sebbene fossi stato eliminato al secondo turno. Partii dunque da Katowice non troppo soddisfatto ma con la voglia di scoprire la Polonia anche perché passai per Cracovia e ne rimasi intimamente affascinato. Era dicembre, c’erano la neve e i mercatini natalizi. Tornai in Polonia nel 1999 alla sesta edizione del Concorso G. Fitelberg. Stavolta noi concorsisti eravamo alloggiati nel centralissimo Hotel “Katowice”. Arrivai molto preparato e determinato: dopo aver dato un rapido sguardo ai nomi degli altri candidati e aver toccato con mano quale fosse l’energia iniziale positiva, dissi a me stesso, non senza una buona dose di presunzione, «se non compio “scemenze”, stavolta vinco io!» Il concorso fu lungo e difficile e alla fine, in quella sera di metà dicembre 1999, nella splendida sala “Karol Stryja” della Filarmonica Slesiana, vinsi il Primo Premio Assoluto e la Medaglia d’Oro. Di quel concorso ricordo una sensazione positiva fin dalle prime prove, una connessione che non avevo mai sperimentato prima con i musicisti di un’orchestra; cercavo di non imporre la mia visione del brano, la mia mentalità e formazione italiana, ma di trovare un’unione tra il loro sguardo creativo verso la musica e le mie idee. Quest’intuizione funzionava e l’esecuzione della prova finale procedeva fluida. La interruppe bruscamente il presidente della giuria, Jan Krenz, l’allora decano dei Direttori d’orchestra della Polonia; d’improvviso si sporse dal balcone dal quale osservava le prove, mi fermò e mi disse di chiudere la partitura e di dirigere a memoria. Pensai di rifiutarmi, ma sarebbe stato come dichiararmi sconfitto. Solo che chiudere la partitura per un direttore d’orchestra non è una decisione banale, è come chiedere a un acrobata del circo di togliere la rete di sicurezza. La posta in gioco era alta, non era un concerto qualsiasi, bensì di una competizione tra le più importanti in Europa, quella che avrebbe potuto rivoluzionare la mia carriera e per cui mi stavo preparando da quattro anni. Capii cosa fare guardando i musicisti dell’orchestra della Filarmonica Salesiana di Katowice, i loro occhi dicevano: “non ti preoccupare, siamo con te”. Con fiducia chiusi la partitura e iniziai subito il 4° movimento della Sinfonia Fantastica di Berlioz a memoria. Mi lanciavo nel vuoto, ma sorridendo. Quella sera la TVP trasmise in diretta il concerto dei finalisti e le premiazioni. A partire dai primi anni Duemila sono stato regolarmente invitato dalle maggiori Filarmoniche Polacche e anche da importanti teatri d’opera come quelli di Poznań, Łódź, Danzica e Białystok. Sono stato Direttore Artistico e Direttore Principale a Katowice, Danzica, Koszalin e Rzeszów: la vittoria al concorso mi ha dato una grande visibilità. Provo un certo piacere e onore a dirigere in Polonia. Forse in virtù della minore familiarità verso alcuni brani rispetto agli italiani, ma soprattutto grazie alla loro ottima formazione, i musicisti polacchi con cui ho lavorato finora sono riusciti ad approcciare Verdi, Puccini, Mascagni con un’attenzione alle mie direttive e al dettaglio che mai avevo visto fino a quel momento. Dirigendo le Overture di Verdi, i Vespri Siciliani, il Nabucco, sentivo che le mie idee mi tornavano indietro moltiplicate all’ennesima potenza. Poi mi resi conto di essere ancor più apprezzato quando davo una veste nuova ai classici compositori Polacchi: la stessa dedizione che vedevo nei Polacchi verso il repertorio italiano, io l’avevo verso questo Paese che mi ha accolto. Il mio primissimo approccio con la musica polacca fu l’esecuzione del Concerto Grosso di Bolesław Szabelski, nella prova finale del Concorso G. Fitelberg nel 1999, sicuramente una delle ragioni per cui vinsi il Primo Premio. Decisi così di studiare il polacco, di approfondire compositori molto famosi in Polonia ma sconosciuti in Italia, tanto da arrivare a convincere alcune case discografiche polacche a pubblicare i loro brani per il mercato italiano come nel caso di Orawa di W. Kilar o del Piero de’ Medici di I. Poniatowski. Ma torniamo ora al punto di partenza di questo mio scritto e cioè ai tre grandi compositori Lutosławski, Górecki e Penderecki a cui aggiungerei Kilar. Nei lunghi anni della mia permanenza a Katowice, prima come direttore ospite e poi quale direttore artistico dell’Orchestra da Camera Slesiana, ebbi modo di conoscere di persona tre di questi quattro “giganti” della musica mondiale: Górecki, Penderecki e Kilar, uniti nel 2023, dal 90° anniversario della nascita di Górecki e di Penderecki e dal 10° anniversario della morte di Kilar che aveva un anno più di loro. Con tutti e tre si instaurò un rapporto di ammirazione e rispetto da parte mia a cui corrisposero, da parte di Penderecki e di Kilar, inaspettate manifestazioni di stima nei miei confronti. Con Górecki ricordo in particolare un aneddoto, dopo una mia esecuzione del Beatus Vir: sapendolo presente in sala (la Filarmonica Slesiana) cercai di eseguire il brano, seguendo pressoché alla lettera i suoi tempi di metronomo estremamente lenti. Il povero tenore solista fece un po’ di fatica a seguirmi confessandomi che lui lo aveva sempre cantato in generale più veloce ma io, dei due, decisi di far contento il compositore, eseguendolo a una lentezza estenuante, lasciando quasi senza fiato il malcapitato tenore. Alla fine del concerto, mi fu riportato dalla moglie di Górecki, la signora Jadwiga, questo giudizio da parte dell’illustre marito: «Sì, bravo Caldi: ha diretto in modo puntuale e preciso però…era un po’ veloce…». E poi di Górecki ricordo l’emozione nel dirigere quel monumento struggente che è la Terza Sinfonia (detta “del canto doloroso”) con i complessi della Scuola Musicale di Rybnik, nella mia amata Alta Slesia. A Milano anni fa accompagnai il concerto per pianoforte e archi di Górecki (in tournée con l’Orchestra da Camera Slesiana) e come bis Orawa di Kilar. Una settimana dopo mi recai al negozio milanese Buscemi dischi e il titolare mi disse che il giorno successivo al mio concerto, andarono in molti a chiedergli un CD che comprendesse quel brano, di cui lui però era sprovvisto. Al che decisi di includerlo nel programma del mio nuovo CD con lo stesso ensemble con cui lo avevo eseguito a Milano. I tre brani in stile antico di Penderecki furono eseguiti da “I Virtuosi del Teatro alla Scala” sotto la mia direzione ad aprile 2019 al Festival di Pasqua L.v.Beethoven di Varsavia e da me personalmente e pubblicamente dedicati a Elżbieta Penderecka, a cui sono stato legato da amicizia personale. Lo stesso gruppo scaligero li eseguì, sempre sotto la mia direzione, nel maggio 2021 al Teatro alla Scala di Milano in un concerto a porte chiuse (a causa dell’emergenza sanitaria), in presenza dell’allora Console Generale Signora Adrianna Siennicka, trasmesso in Polonia in “differita” all’inaugurazione del festival Giornate Musicali di Łańcut. La figura di Penderecki resterà in ogni caso per me legata per sempre al ricordo struggente ed emozionante di una mattina in cui mi recai a Cracovia nella sua villa, per definire insieme alla moglie Elżbieta il mio primo invito al Festival di Pasqua. Elżbieta si presentò in soggiorno circa 5 minuti dopo il mio arrivo e io rimasi lì, nel frattempo, ad ammirare con stupore una partitura sul tavolo, affiancata da gomma, matita nera e matita rossoblù, su cui il Maestro aveva appena finito di lavorare: fu un’emozione davvero profonda. E poi Lutosławski…immenso: il Concerto per Orchestra, eseguito a Zakopane con l’Orkiestra Akademii Beethovenowskiej. Il concerto per Violoncello e Orchestra, un caposaldo imprescindibile del ’900, in cui ho avuto l’onore di accompagnare due giovani promesse come Marcin Zdunik e Bartosz Koziak alla testa della prestigiosa orchestra della Radio di Varsavia e dell’Orchestra Nazionale della Radio Polacca (N.O.S.P.R.). E lo stupendo concerto per pianoforte con l’amica Beata Bilińska come solista, alla testa della Filarmonica Polacca Baltica di Gdańsk. Quello che tengo a sottolineare è il valore intrinseco che la musica polacca ha avuto per me, a partire dai miei primissimi approcci, quasi 25 anni fa, per arrivare alla splendida esperienza con Via Crucis di Paweł Łukaszewski, rappresentata a marzo 2023 in forma scenica, all’Opera e Filarmonica di Podlasie di Białystok, insieme a Cavalleria Rusticana di Pietro Mascagni in una sorta di unicum ideato dal visionario regista Michał Znaniecki. Credo fermamente che la musica polacca di ogni epoca e stile, da secoli, rispecchi esattamente e indissolubilmente l’animo di chi abita e abitato queste terre. La musica polacca parla, prima di suonare: arriva diretta al cuore e alla mente di chi l’ascolta. Tutta la musica polacca che ho diretto, da quella di Gorczycki (XVII sec.) e di Radziwiłł (XVIII sec.), passando per Lipiński, Chopin e Moniuszko (XIX sec.) e arrivando fino ai nostri giorni – attraverso Szymanowski, Lutosławski e Penderecki (XX sec.) – fino a compositori come Paweł Łukaszewski, contiene in sé il fattore comune della comunicazione, senza compromessi, di un messaggio chiaro e preciso, di un codice espressivo e stilistico che va dritto alla “meta” senza mezzi termini né elitarie sofisticherie. La vivacità musicale e culturale di città come Katowice, Cracovia, Danzica, Varsavia – tanto per citare quelle che frequento maggiormente – furono e sono tuttora stimolo e linfa vitale per la mia professione. A coronamento di questa mia attività di “ponte culturale” tra Polonia e Italia, il 12 giugno 2018 mi fu conferito a Varsavia il premio Gazzetta Italia, insieme a Grażyna Torbicka, Krzysztof Zanussi e Jan Ostrowski: fu per me un onore immenso, oltreché l’importante riconoscimento di quella che, da quel lontano dicembre 1999, non ho mai smesso di considerare come una sorta di missione.
















