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Sorelle Melosik: la musica nel destino, l’italiano per passione

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fot. Malinowski Fotografia

“Non potevamo che diventare cantanti!”

Inizia così l’intervista con Dagmara e Martyna Melosik, brave, splendide, simpatiche gemelle cantanti, autrici di musica e testi, già vincitrici del Premio del Pubblico al Festival di Opole 2018. Un DNA musicale ereditato dai genitori.

“Nostro padre e nostro fratello per formazione sono entrambi pianisti e direttori d’orchestra. Nostro fratello per vent’anni ha lavorato con Małgorzata Ostrowska, rock star polacca degli anni ’80. La sorella maggiore suona la viola e a noi, fin da piccole, è stato riservato il ruolo di cantanti”.

Loro suonavano e vi chiedevano di cantare?

“In realtà ci chiedevano di star zitte perché noi cantavamo senza sosta!”

E vostra madre?

“È chimica per formazione, ma ha orecchio pure lei. Il bell’aneddoto familiare è che lei qualche volta da ragazza si mise al Rynek di Poznan a suonare la chitarra. Nostro padre la vide. Riuscì a scoprire il suo nome e la via in cui abitava e la cercò bussando ad ogni porta di quella via! La trovò e la sposò!”

Ma che storia meravigliosa! Insomma eravate destinate a diventare cantanti!

“Sì anche se in realtà i nostri genitori ci avevano messo in guardia sulle difficoltà di fare una carriera in questo mondo, motivo per cui non abbiamo scelto il Conservatorio ma la Facoltà di Italianistica di Poznan e dopo il successo di Martyna al contest “Fabryka Gwiazd” ci siamo trasferite a Varsavia e abbiamo continuato lì gli studi”, spiega Dagmara.

Martyna ha vinto da sola?

“Sì, questo era il format di “Fabryka Gwiazd”, il talent show di Polsat non ammetteva duetti. Però subito dopo la mia vittoria siamo ritornate a esibirci insieme. Quel successo ha segnato la nostra vita non solo per il trasferimento a Varsavia ma anche perché abbiamo cominciato a scrivere le nostre canzoni”, racconta Martyna.

fot. archivio di famiglia

Siete due gemelle diverse? Ovvero con gusti e tonalità differenti?

“Dagmara fin da piccola giocava a far la cantante d’opera, lei prende le note più alte, io quelle più basse, lei amava Edyta Gorniak io Michal Jackson. Però, ascoltando qualche vecchia registrazione, anche noi a volte confondiamo le nostre voci. Per quanto riguarda l’aspetto fisico abbiamo trovato la soluzione: mi sono tagliata i capelli così non c’è rischio che ci confondano”, scherza Martyna.

Nessun problema neanche con i fidanzati?

“Per fortuna no! Anzi una volta è capitato che ci siamo innamorate dello stesso ragazzo polacco ed è stato un disastro!”, ricorda Dagmara!

E L’Italia?

“La scelta di italianistica è stata abbastanza casuale, volevamo studiare qualcosa che se un giorno avessimo dovuto mollare gli studi, per seguire la carriera musicale, almeno ci avrebbe lasciato qualche nozione utile, insomma non potevamo far medicina… Poi però ci siamo innamorate dell’Italia, senza contare che conoscere l’italiano per due cantanti dovrebbe quasi essere obbligatorio!”

fot. Jacek Poremba

Cosa c’è di italiano nella vostra vita?

“Possiamo dire che l’Erasmus, fatto insieme, a Bologna, ci ha insegnato tanto. Io ho imparato a prendere la vita con meno stress, a godere delle pause, ho capito che la vita è anche o soprattutto quello che succede tra un impegno e l’altro, ovvero il fermarsi a chiacchierare davanti ad un caffè o ad un buon piatto. E poi dopo quella esperienza abbiamo preso la bella abitudine di tornare in Italia almeno una volta l’anno anche per andare a trovare i nostri tanti amici che abbiamo tra Roma, Bologna e Firenze, e poi diciamo la verità l’Italia non annoia mai”, spiega Martyna.

“Per me è stata anche una scuola culinaria nel senso che ho capito quanto gli italiani diano importanza al cibo. All’epoca convivevamo con altri studenti e la spesa la facevamo a settimane alternate, quando è toccato a me ho comprato quello che serviva senza dare importanza alle marche e alla qualità. Il coinquilino romano, giovanissimo forse aveva 18 anni, mi ha fatto una lavata di capo spiegandomi che “noi siamo quel che mangiamo” e che dobbiamo aver rispetto per il nostro corpo e quindi mangiare solo cibi fatti con prodotti di qualità. Da quel momento la mia cultura culinaria ha svoltato!”, aggiunge Dagmara.

Torniamo alla musica…

“E anche nella musica abbiamo più feeling con gli italiani! Da adolescenti suonavamo il clarinetto (Dagmara) e il sassofono (Martyna) in una banda musicale di Tarnowo Podgórne, un comune polacco gemellato con una città tedesca e con l’italiana Rosate. Bè, ovviamente quando facevamo tutti insieme gli eventi musicali noi andavamo più d’accordo con gli italiani. Comunque dopo il successo di Martyna in Fabryka Gwiazd abbiamo iniziato una collaborazione con Paweł “Józek” Jóźwicki della casa discografica Jazzboy, che ha lanciato tra gli altri anche Ania Dąbrowska. È cominciata così la nostra amicizia con Ania con cui tuttora collaboriamo come sue coriste e paroliere. Dopo il Premio del Pubblico a Opole, con il nostro brano Batumi, abbiamo deciso di dedicarci seriamente a scrivere musica e testi originali. Il nostro primo album “Znam na pamięć dalszy ciąg” (Conosco il seguito a memoria) è uscito nel 2022.”

Come si può definire il vostro genere di musica?

“Direi che il primo album è abbastanza country con note pop, mentre il secondo in uscita quest’anno sarà soprattutto pop. Ci piace cantare a tre o quattro voci, per cui abbiamo nella nostra banda anche nostro fratello e a volte anche la sorella maggiore”.

Ma voi che musica ascoltate?

“Ti dirò la verità… quella che ascoltavamo a casa da bambine ovvero quella classica, siamo ossessionate da Chopin. Poi naturalmente ascoltiamo anche pop. Per quanto riguarda gli artisti italiani io apprezzo molto Gianmaria Testa e Simone Cristicchi”, puntualizza Dagmara.

Toglietemi una curiosità, la Polonia è un paese dalla straordinaria tradizione musicale, possibile che abbia così poco successo all’Eurovision?

“Perche’ non hanno scelto il nostro brano!” ridono le sorelle. “Forse il problema sta nella selezione della canzone da inviare. Si cerca un po’ troppo un pezzo che possa piacere a tutti ma così facendo si rischia di scegliere qualcosa di poco originale. Secondo noi è una tattica sbagliata. Bisogna sempre lasciare che i cantanti siano se stessi”.

fot. Jacek Poremba

Wiosna, ach to ty – un viaggio musicale nei colori della primavera, tra Italia e Polonia

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Siamo ormai nel pieno della primavera, stagione della rinascita e del passaggio dal freddo invernale al caldo dell’estate. Senza addentrarci in disquisizioni sul cambiamento climatico, l’imprevedibilità metereologica e vecchi adagi quali “non esistono più le mezze stagioni”, è possibile, quasi per gioco, compilare una ipotetica playlist tematica che esplori la relazione tra uomo e primavera, cercando di capire se spostandosi dalla Polonia all’Italia si notino essenziali analogie o piuttosto spunti di riflessione antitetici.

La primavera è, come detto, stagione di rinascita, di profumi, colori, fiori e luce. Tutto questo lo troviamo sicuramente nel brano citato nel titolo, ovvero “Wiosna, ach to ty”, pubblicato nel 1986 dall’indimenticato Marek Grechuta:

Dzisiaj rano niespodzianie
zapukała do mych drzwi:
wcześniej niż oczekiwałem
przyszły te cieplejsze dni
Zdjąłem z niej zmoknięte palto,
posadziłem vis a vis.
Zapachniało zajaśniało
wiosna, ach to ty!

Stamattina all’improvviso
ha bussato alla mia porta:
questi giorni più caldi sono arrivati
prima di quanto mi aspettassi
Le ho tolto il cappotto bagnato,
l’ho fatta sedere di fronte a me.
Profumava, brillava:
primavera, ah sei tu!

È un’immagine gioiosa, quella proposta dal cantautore di Piwnica pod Baranami, che ci rimanda tramite un’allegoria alla sorpresa di chi si trova catapultato fuori dall’inverno quasi senza preavviso.
Di una primavera che inebria i sensi e risveglia dal torpore dell’inverno cantavano invece nel 1976 Skaldowie in “Wszystko kwitnie wkoło”:

Wiosna: cieplejszy wieje wiatr
Wiosna: znów nam ubyło lat
Wiosna: wiosna wkoło, rozkwitły bzy
Śpiewa skowronek nad nami
Drzewa strzeliły pąkami
Wszystko kwitnie wkoło – i ja, i ty

Primavera: soffia un vento più caldo.
Primavera: ci sentiamo di nuovo giovani.
Primavera tutto intorno, sboccia il sambuco,
canta l’allodola sopra di noi,
gli alberi si riempiono di germogli.
Tutto fiorisce intorno – anche io e te

Ancora una volta un pastiche di luoghi comuni quale calore, sole, uccellini, boccioli e soprattutto profumi – qui nello specifico il profumo del sambuco, onnipresente in Polonia in primavera, nei parchi come nelle canzoni; come non ricordare a tal proposito l’incipit della celeberrima “Małgośka” (1974), di Maryla Rodowicz:

To był maj, pachniała Saska Kępa
szalonym, zielonym bzem…

Era maggio. E l’aria di Saska Kępa profumava
del folle, verde sambuco in fiore

Il termine bez in realtà può indicare sia il sambuco (czarny bez) che il lillà bianco (biały bez), come ci ricorda Jerzy Połomski che nel 1973 ci regalava con “Kiedy znów zakwitną białe bzy” questa cartolina primaverile:

Kiedy znów zakwitną białe bzy,
Bzów aleją parki będą szły.
Pojmą to najprościej,
Że jest czas miłości,
Bo zakwitły przecież białe bzy,

Quando di nuovo fioriranno i lillà bianchi,
i parchi saranno attraversati da un viale di lillà.
Lo capiranno nel modo più semplice,
che è il tempo dell’amore,
perché sono fioriti, dopotutto, i lillà bianchi.

E nel 1980 Andrzej Rosiewicz in “Lubię wiosnę“ cantava:

Lubię wiosnę, kiedy kwiatem kwitną bzy:
wtedy bardziej lubię ciebie, a mnie ty.
Gdy jaśminy pachną, wiosny pierwszy znak
serca łatwo znajdą jeden wspólny takt

Amo la primavera, quando fiorisce il lillà: (o il sambuco? ndt)
allora mi piaci ancor di più, ed io a te.
Quando profuma il gelsomino, primo segno della primavera
i cuori facilmente vibrano all’unisono

Il tema dei profumi dei giardini in fiore nei mesi primaverili non è ovviamente presente solo nelle canzoni polacche. Pensiamo a “Era de Maggio”, famosa canzone napoletana del 1885, dove abbiamo:

Era de maggio, e te cadeono ‘nzino
a schiocche a schiocche li ccerase rosse…
Fresca era ll’aria e tutto lu ciardino
addurava de rose a ciente passe.

Era maggio, e ti cadevano in grembo
le ciliege rosse, a ciocche.
L’aria era fresca, e tutto il giardino
profumava di rose a cento passi di distanza.

Il connubio tra la rigogliosa natura primaverile e lo sbocciare dell’amore pare quasi scontato, ad ogni latitudine. Spostandosi dalla Campania alla Toscana, ecco cosa cantava nel 1941 Alberto Rabagliati nella celeberrima “Mattinata fiorentina”:

È primavera, svegliatevi bambine:
alle Cascine messere Aprile fa il rubacuor!
E a tarda sera, madonne fiorentine,
quanti ricordi vi desteranno i prati in fior…

Cercando atmosfere gioiose e spensierate, più di recente (1997) abbiamo Marina Rei, in una famosa cover del brano “You to Me Are Everything” dal titolo italiano “Primavera”:

Respiriamo l’aria e viviamo aspettando primavera
Siamo come fiori prima di vedere il sole a primavera
Ci sentiamo prigioniere della nostra età
Ma con il cuore in catene di felicità
Sì, respiriamo nuovi amori aspettando che sia primavera

Ancora una volta abbiamo fiori, amori, felicità… Ma non si pensi ora che la primavera debba necessariamente evocare solo quadri bucolici ed amorosi! Anzi, per assurdo pare che una gran parte degli autori abbia utilizzato le tematiche primaverili affiancandole, per contrasto, a visioni cupe o narrazioni tristi. Chi non ricorda ad esempio l’iconico brano del 1972 “I giardini di marzo” di Lucio Battisti (su testo di Mogol)? Le strofe, in tonalità minore, sono un susseguirsi di quadri cupi e malinconici:

Il carretto passava e quell’uomo gridava “gelati”.
Al ventuno del mese i nostri soldi erano già finiti.
Io pensavo a mia madre e rivedevo i suoi vestiti
Il piu’ bello era nero coi fiori non ancora appassiti

E anche laddove il ritornello, passando ad una più serena tonalità maggiore, ci presenta scorci di paesaggi primaverili che sembrano suggerire una rinascita, il testo termina con la più triste delle autoanalisi:

Fiumi azzurri e colline e praterie
Dove corrono dolcissime le mie malinconie
L’universo trova spazio dentro me
Ma il coraggio di vivere quello ancora non c’è

Potrebbe sembrare un caso, ma andando oltre vedremo come il tema dello spleen primaverile sia piuttosto presente nella discografia italiana. Guardiamo ad esempio “Il primo giorno di primavera” dei Dik Dik, successo del 1969 (il cui stile risente sicuramente dell’influenza di “A whiter Shade of Pale”); il testo, ancora una volta scritto da Mogol, recita:

È quasi giorno, ormai, e non ho tra le braccia che il ricordo di te
Ma è tardi, devo correre: non c’è tempo per piangere
[…] Mentre nasce una primula sto morendo per te
È il primo giorno di primavera
Ma per me è solo il giorno che ho perso te.

In questo caso è chiaro che la primavera si trova al centro di una narrazione per opposti, esemplificata dalla primula che nasce, in contrasto all’autore che muore (d’amore)… Ed è così che realizziamo che questa stagione, che per millenni è stata una benedizione per i contadini, per gli autori contemporanei di canzoni diventa spesso odiosa, come ad esempio in “Maledetta primavera”, portata al secondo posto del festival di Sanremo del 1981 da Loretta Goggi.

Se per innamorarmi ancora
Tornerai, maledetta primavera
Che imbroglio, se per innamorarmi basta un’ora?
Che fretta c’era? Maledetta primavera!
Che fretta c’era, se fa male solo a me?

La primavera qui è chiaramente maledetta in quanto risveglia i sensi ed invita ad indugiare nelle tossiche dinamiche di un amore non corrisposto, evocando quindi dolore e malinconia. Le pene amorose sono del resto presenti anche in “Questa primavera” (1993) di Pino Daniele:

Pecchè sta primmavera
a te me fa’ penzà?
Chissà addò staje stasera,
si m’aje scurdato ggià…

Perchè questa primavera
mi fa pensare a te?
Chissà dove sei stasera,
Se mi hai già dimenticato…

Di esempi in linea con quelli appena presentati se ne potrebbero trovare ancora molti altri, ma si rischierebbe di dedurre erroneamente che questo approccio più malinconico e pessimista sia una prerogativa italiana. In realtà anche in Polonia (seppur molto più raramente) troviamo brani – quali ad esempio “Po niebieskim niebie” di Małgorzata Ostrowska (2012) – che seguono questo filone stilistico e narrativo:

Wiosna ma smak tęsknoty
i blado-żółtych liści;
miejskiego kurzu zapach,
piwa w podziemnym przejściu.
Wiosna ma zapach żalu
i spalin na ulicach,
i spóźnia się jak tramwaj
i ciągle każe czekać…

La primavera ha il sapore della nostalgia
e delle foglie giallo-pallide;
L’odore della polvere cittadina,
della birra nei sottopassaggi.
La primavera ha il profumo del rimpianto
e dei gas di scarico per le strade.
È in ritardo come un tram
e ti costringe sempre ad aspettare…

Sembra in effetti difficile ricondurre questo testo alla primavera (tanto più che le foglie giallo-pallide parrebbero suggerire piuttosto un’ambientazione autunnale), ma ancora una volta il testo gioca sul contrasto tra le esperienze personali dell’ascoltatore e quelle dell’autore, in uno scontro di visioni ed aspettative destabilizzante, e forse pertanto accattivante.

Anche Ørganek si unisce al coro di chi legge la primavera in chiaroscuro. Nella sua “Wiosna” del 2016 infatti ci racconta che:

Wiosną wydaje się
że koniec jest blisko;
chce się uciekać,
lecz nie wiadomo gdzie.
I znowu noce są krótsze,
i co raz więcej dnia,
a nasze ciała są chudsze,
a w nich jest więcej nas.

In primavera sembra
che la fine sia vicina:
ci vorrebbe scappare,
ma non si sa dove.
E di nuovo le notti sono più corte,
e c’è sempre più giorno,
e i nostri corpi sono più magri,
ma in essi c’è più di noi.

Totalmente opposto e’ l’approccio di Luca Carboni, che con la sua “Primavera” (1984) si muove tra l’intimismo e l’abbandono:

È primavera, e mi prende un bisogno di leggerezza,
e di pesanti passioni, e un sentimento
indefinibile al tramonto.
Dalla finestra guardo il mondo
e mi viene voglia di tuffarmi lì dentro,
e mi vien voglia di non lasciarlo mai

Come vediamo, laddove Ørganek, appesantito dai suoi pensieri, vuole scappare dalla realtà che lo opprime, Carboni desidera immergersi nel mondo che lo circonda per diventare con esso tutt’uno. Vvsioni diverse della vita, reazioni ed emozioni diverse all’arrivo della primavera.

Come abbiamo visto, dunque, quello della primavera e’ un tema ampiamente rappresentato ed utilizzato in ambito musicale in Italia come in Polonia, con uno spettro di dinamiche e tematiche vario, con diverse analogie tra le due realtà. Ma sarebbe ingiusto concludere questa carrellata senza citare quello che è forse il primo importante incontro tra testo, musica e temi primaverili della nostra cultura.

Come tutti sappiamo, intorno al 1730 Antonio Vivaldi compone il ciclo di concerti noto come “Le quattro stagioni”; indubbio è che dei quattro concerti quello più iconico e riconoscibile sia proprio “La primavera” – il cui tema, tra l’altro, è ripreso in Polonia come sigla della trasmissione “Cztery pory roku” su Polskie Radio. Quello che non tutti sanno è che, oltre a costituire un capolavoro di musica barocca descrittiva, ogni concerto era accompagnato da un sonetto, probabilmente scritto dallo stesso Vivaldi, che completava l’ascolto e fungeva in un certo senso da antesignano dei testi delle canzoni odierne. Di seguito il testo relativo alla primavera, con trasposizione in italiano corrente.

Giunt’è la Primavera e festosetti
la salutan gl’augei con lieto canto,
e i fonti allo spirar de’ zeffiretti
con dolce mormorio scorrono intanto.
Vengon’ coprendo l’aer di nero amanto
e lampi, e tuoni ad annuntiarla eletti;
indi tacendo questi, gl’augelletti
di nuovo al lor canoro incanto.
E quindi sul fiorito ameno prato
al caro mormorio di fronde e piante
dorme ‘l caprar col fido can’ à lato.
Di pastoral zampogna al suon festante
danzan Ninfe e Pastor nel tetto amato
di primavera all’apparir brillante.

È arrivata la primavera, e gli uccellini
la salutano gioiosi con il loro canto allegro,
e i ruscelli, mossi dal soffio dei venti di primavera,
scorrono dolcemente con un lieve mormorio.
Arrivano poi nuvole scure a coprire il cielo,
lampi e tuoni la preannunciano;
ma appena questi si placano,
gli uccellini tornano al loro canto melodioso.
E così, nel prato fiorito e sereno,
al dolce sussurro delle foglie e delle piante,
dorme il pastore accanto al suo cane fedele.
Al suono festoso di una zampogna,
ninfe e pastori danzano gioiosamente
all’arrivo splendente della primavera.

Gazzetta Italia 110 (aprile – maggio 2025)

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La Divina Callas dalla copertina ci invita a non farci scappare il nuovo numero di Gazzetta Italia che dalla tormentata vita della Callas, e del film a lei dedicato nei cinema in queste settimane, ci porta poi a spasso per Roma con dei bellissimi flash di viaggio. Imperdibile poi l’approfondimento su Mussolini – il libro di Scurati e la serie di Skyche ci fa entrare nella tragica storia del dittatore italiano sotto un nuovo personale punto di vista. Un numero ricchissimo pieno di musica – con una riflessione su Fedez e sui balli vintage tornati di moda – d’esperienze in Erasmus, di storia, cucina, ricette, motori e letteratura con il parallelo Baudelaire-Wojaczek ascoltabile dalla voce dell’autore grazie al QRcode. Insomma precipitatevi agli Empik o scriveteci (redazione@gazzettaitalia.pl) per prendere la vostra copia e non perdere così l’intervista alla vicedirettrice dell’Istituto Polacco di Roma! 

Ricciarelli alle mandorle

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ricetta preparata da: Paola Panzeri

 

Ingredienti
◼ 200 g di farina di mandorle bianca
◼ 65/70 g di albume d’uovo a temperatura ambiente
◼ 200 g di zucchero a velo
◼ 1 cucchiaino scarso di succo di limone
◼ La buccia grattugiata di 1 arancia
◼ Mezza bacca di vaniglia

◼ 1 cucchiaino di estratto o essenza di mandorla
◼ 2/3 cucchiai di acqua
◼ 300 g di zucchero a velo per la lavorazione e la finitura

Procedimento:
Prima di tutto mescolate in una terrina con una frusta l’albume e gli aromi fino ad ottenere un composto leggermente schiumoso, aggiungete quindi la farina di mandorle e lo zucchero a velo e mescolate con una spatola fino ad ottenere una massa compatta ma morbida. Avvolgerla nella pellicola alimentare e mettete l’impasto a riposare in frigorifero per un minimo di 24 ore fino ad un massimo di 3 giorni e ricordate che più lasciate l’impasto in frigorifero più gli aromi si diffonderanno.

Riprendete l’impasto e mettetelo su un piano di lavoro spolverizzato di zucchero a velo. Formate un filoncino e con un coltello ricavate dei pezzi da 20 gr l’uno. Schiacciateli e date la tipica forma del ricciarello, allungando le punte. Disponeteli su una teglia, inumidite leggermente la superficie con l’acqua e rivestite di zucchero a velo.

Cuocete in forno statico prima a 150° per 5 minuti, poi a 170° per 5-6 minuti in modo che si formino le crepe in superficie, e infine a 160° per altri 5-6 minuti.

Sfornateli e fateli raffreddare bene, spostandoli con cautela in quanto se caldi risulteranno morbidissimi.

I ricciarelli sono un biscotto tipico della Toscana, e sono perfetti anche come regalo di Natale da fare a parenti e amici. Fate una bella confezione, magari in una scatola di latta e… il gioco sarà fatto!

Donne nella ‘Ndrangheta

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Foto: Alina Gamza

 

Nell’ambito della ‘Ndrangheta, l’organizzazione criminale originaria della Calabria, il ruolo delle donne suscita un crescente interesse da parte di studiosi e giornalisti. Nonostante l’immagine tradizionale che spesso le dipinge come figure subordinate o marginali, le donne della ‘Ndrangheta rivestono un ruolo ben più articolato e, talvolta, paradossale, oscillando tra la vittimizzazione e l’attivismo all’interno della struttura criminale.

Uno dei ruoli principali delle donne della ‘Ndrangheta è quello di custodi della cultura e della tradizione familiare. In un sistema patriarcale in cui l’onore della famiglia è al centro di tutto, le donne assumono la responsabilità di educare i figli, inculcando valori di lealtà e odio verso i nemici della cosca. Molti ragazzi vengono cresciuti con l’obbligo morale di vendicare la morte violenta di un parente, spesso un padre ucciso in una faida. A soli 14 anni, questi giovani si trovano a portare sulle spalle il peso di un odio radicato, che li trasforma in strumenti di vendetta. Le figlie, fin da bambine, vengono educate con l’intento di diventare le mogli di membri della ‘Ndrangheta. Per le madri, inculcare questa mentalità rappresenta un modo per garantire la continuità della famiglia e dell’organizzazione, anche a costo di sacrificare l’innocenza dei propri figli.

Vittime del sistema patriarcale

Le donne della ‘Ndrangheta sono spesso vittime di una cultura che le priva di ogni scelta. Spesso costrette a sposare uomini scelti dalla famiglia, molte di loro non hanno la possibilità di amare liberamente. Il controllo patriarcale si estende anche alla loro vita sentimentale dopo la morte o la condanna dei mariti: intraprendere una nuova relazione viene percepito come un tradimento, e ciò molte volte porta alla morte. Un caso emblematico racconta di una madre che, dopo la morte del marito, desidera ricostruire una vita sentimentale. Questo desiderio, percepito come un affronto dai suoi figli, la conduce a una tragica fine: uno dei suoi stessi figli la uccide, alimentando un circolo vizioso di violenza e repressione.

Le donne nella ‘Ndrangheta: custodi, leader e protagoniste silenziose

Ci sono donne che si identificano pienamente con il ruolo assegnato loro dalla ‘Ndrangheta e svolgono funzioni chiave che garantiscono la sopravvivenza e la crescita dell’organizzazione. Spesso gestiscono le finanze familiari, proteggendo i beni dalle confische e investendo le risorse in modo strategico, assicurando così la stabilità del clan. Ricoprono anche il ruolo di “postine”, trasmettendo informazioni tra i detenuti e i membri dell’organizzazione, permettendo la continuazione delle attività criminali nonostante gli arresti. Casi eccezionali, come quello di Maria Serraino o Edyta Kopaczyńska, dimostrano che le donne possono assumere ruoli di leadership, organizzando il traffico di droga, stringendo alleanze e prendendo decisioni strategiche in un mondo dominato dagli uomini.

Le storie di donne ribelli

La lotta per la libertà di Maria Concetta Cacciola

Maria Concetta Cacciola, originaria di Rosarno, un piccolo centro nella Piana di Gioia Tauro, è un esempio tragico di quanto sia difficile spezzare le catene della ‘Ndrangheta. A soli 13 anni, Maria viene costretta a sposare un uomo che non ama, entrando così in un mondo di sofferenze e privazioni. La sua famiglia, legata ai clan della zona, esercita su di lei un controllo oppressivo. Quando decide di collaborare con i magistrati antimafia, inizia un percorso di speranza ma anche di enorme sofferenza. La sua decisione di testimoniare è accompagnata da terribili pressioni psicologiche. La madre, il padre e il fratello la convincono a ritrattare tutto ciò che ha raccontato alle autorità, minacciandola di toglierle i figli e sottoponendola a violenze fisiche e psicologiche. Tutto ciò la porta al limite. Maria, isolata e disperata, si toglie, secondo la famiglia, la vita bevendo acido muriatico il 20 agosto 2011, ma si sospetta che i genitori possano aver versato l’acido, uccidendola.

La ribellione di una madre: Giuseppina Pesce

Giuseppina Pesce, anch’essa proveniente dalla Piana di Gioia Tauro, decide di spezzare il ciclo di violenza per proteggere i suoi figli. Cresciuta in una famiglia di spicco della ‘Ndrangheta, Giuseppina è una delle prime donne a collaborare con la giustizia. La sua testimonianza porta all’arresto di molti membri della sua famiglia e svela i meccanismi interni della cosca. Le pressioni su di lei sono immense: sua madre cerca di convincerla a ritrattare, promettendole protezione e affetto. Tuttavia, Giuseppina rimane ferma nella sua decisione, affrontando la solitudine e il pericolo. La sua storia è una testimonianza di quanto sia difficile, ma possibile, ribellarsi a un sistema così radicato.

Il sacrificio per la giustizia di Lea Garofalo

Lea Garofalo, originaria di Petilia Policastro, un piccolo paese in provincia di Crotone, decide di denunciare le attività criminali della sua famiglia per offrire un futuro migliore alla figlia Denise. Dopo anni di abusi e oppressione dalla parte della propria famiglia, Lea collabora con la giustizia, rivelando informazioni preziose sui clan locali. Nonostante il programma di protezione, Lea viene rapita e uccisa nel 2009 dal suo ex compagno Carlo Cosco e dal fratello Vito. Lea viene brutalmente strangolata da Cosco e subisce numerosi colpi al volto prima che il suo corpo, nascosto in uno scatolone, venga bruciato e distrutto per cancellare ogni traccia. La morte di Lea Garofalo diventa un simbolo della lotta contro la ‘Ndrangheta e della forza delle donne che scelgono di ribellarsi a un destino imposto dalla criminalità organizzata.

Ewelina Pytlarz: la resilienza di una polacca contro l’oppressione della ‘Ndrangheta

Ewelina Pytlarz, una donna di Dąbrowa Tarnowska, è un simbolo di coraggio di fronte alla violenza della ‘Ndrangheta. La donna polacca si ritrova prigioniera subito dopo il matrimonio con Domenico Mancuso, uno sposo inizialmente ideale. Ewelina si rende conto di aver sposato un uomo appartenente a una famiglia calabrese legata alla criminalità organizzata quando si oppone alle azioni del marito. Sottoposta a maltrattamenti fisici e psicologici, Ewelina si trova isolata e indigente, ma la sua determinazione la porta a chiedere aiuto ad Angela Napoli, una attivista contro la ‘Ndrangheta. Nonostante le minacce, racconta ai giudici le aggressioni subite e testimonia con grande coraggio contro la famiglia Mancuso durante il processo. Oggi vive sotto protezione, lontano da un passato di oppressione, portando la sua storia come esempio di resistenza e speranza.

Un Mondo di Contraddizioni

Le donne della ‘Ndrangheta vivono in un mondo di contraddizioni: sono al tempo stesso vittime e protagoniste, custodi della tradizione e della speranza del cambiamento. Esplorare le loro storie significa immergersi in un universo complesso, dove le dinamiche di genere si intrecciano con quelle del potere e del crimine. Questa duplice realtà, intessuta di dolore e coraggio, evidenzia come il ruolo delle donne nella ‘Ndrangheta non possa essere ridotto a un’unica narrativa. Esse rappresentano una chiave di lettura fondamentale per comprendere non solo il funzionamento dell’organizzazione, ma anche le sfide più ampie legate alla giustizia sociale e al cambiamento culturale nel contesto italiano.

Per approfondire il tema, si consiglia di leggere in lingua italiana: “Onora la madre. Storie di ’Ndrangheta al femminile” scritto dalla giornalista Angela Iantosca, “Fimmine ribelli. Come le donne salveranno il paese dalla ’Ndrangheta” dell’autore italiano Lirio Abbate, “Le ’ndranghetiste dell’est. Profili internazionali della mafia calabrese” di Arcangelo Badolati, “Vittime e ribelli – donne di ’ndrangheta da Lea Garofalo a Giuseppina Pesce” di Umberto Ursetta, e il libro di Dina Lauricella “Il codice del disonore. Donne che hanno fatto tremare la ’Ndrangheta”. In versione polacca, è disponibile anche “The Good Mother. The true story of the woman who took on the world’s most powerful mafia”, ovvero “Dobre matki. Prawdziwa historia kobiet, które przeciwstawiły się najpotężniejszej mafii świata” di Alex Perry, che è stato adattato in una serie disponibile sulla piattaforma Disney+. I libri in lingua italiana, inclusi i titoli sopra menzionati, sono per lo più disponibili presso l’Istituto di Cultura Italiana di Cracovia.

Spaghettoni al polpo

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ricetta preparata da: Fabio Pantano

 

Ingredienti per 4 persone
◼ 500 g spaghettoni
◼ 20 cl di olio extra vergine di oliva
◼ 2 spicchi d’aglio
◼ un cucchiaino di concentrato di pomodoro
◼ 300 g di polpo
◼ brodo di polpo 20cl
◼ vino bianco 20 cl
◼ taralli
◼ sale, peperoncino, prezzemolo

* Nel caso si voglia fare la pasta in casa usare 1 uovo ogni 100 g di farina.

Preparazione del polpo:
Riempire una pentola con acqua, foglie di alloro, pepe e due tappi di sughero. Immergere per tre volte il polpo per fare arricciare i tentacoli, quindi cuocere per circa 20 minuti. Dopo di che metterlo in acqua e ghiaccio per bloccare la cottura. Intanto il brodo di cottura del polpo lo lasciamo ridurre per ottenere un brodo concentrato.

Preparazione salsa:
Mettiamo in una padella 20 cl di olio extra vergine di oliva, 2 spicchi d’aglio, 2 rametti di prezzemolo. Poi tagliamo a pezzettini i tentacoli di polpo 300 g circa. Facciamo rosolare. Sfumiamo con un po’ di vino bianco 20 cl. Aggiungiamo 20 g di concentrato di pomodoro, sale, pepe e peperoncino. Fate bollire abbondante acqua e poi cuocete la pasta. A fine cottura la pasta va scolata al dente e va versata nella padella con il polpo e poi saltata per 5 minuti aggiungendo il prezzemolo. Alla fine aggiungere dei taralli sbriciolati.

Chef Fabio Pantano

Fabio Pantano è uno chef calabrese, con diploma tecnico della ristorazione presso l’Istituto Alberghiero di Tropea, che possiamo considerare maestro della cucina italiana mediterranea, specializzato nelle ricette di pesce fresco.

Originario di Capo Vaticano, una piccola località turistica del comune di Ricadi (VV), inizia la sua attività nella cucina del rinomato Hotel Ristorante Calabrisella del papà Agostino, dove sfrecciando fra le pentole, è cresciuto apprendendo i segreti della vera cucina italiana. Proprio lavorando al finaco del padre ha scoperto la sua profonda passione per la cucina. Un’infanzia che ha il profumo di piatti cucinati con amore e affetto. Durante gli studi all’Istituto Alberghiero di Tropea, nelle stagioni estive lavorava al fianco della sua famiglia, poi col passare degli anni ha deciso di allargare i suoi orizzonti per fare nuove esperienze lavorative a Roma e Berlino.
Poi, l’incontro che gli cambia la vita, ovvero l’arrivo a Capo Vaticano della sua compagnia polacca con cui oggi hanno due splendidi bambini. Hanno deciso di vivere in Polonia, dove dal 2020 risiedono stabilmente. Fabio Pantano ha così importato in Polonia i suoi saperi culinari diventando un promotore della vera cucina italiana sia collaborando con l’apprezzato ristorante “Da Gero” (Żelazna 87, Varsavia) sia facendo consulenze per altri ristoranti. Attualmente ricopre anche il ruolo di Segretario della Federazione Italiana Cuochi (FIC sezione POLONIA) dove insieme agli altri cuochi italiani iscritti divulgano e difendono l’autentica cucina italiana.

Casanova, 300 anni di mito

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Un seduttore, certo, ma anche un mago, un matematico, un baro, un medico praticone, un gastronomo, una spia, un massone, ma soprattutto un letterato: era tutto questo Giacomo Casanova, nato 300 anni fa, il 2 aprile 1725, che noi conosciamo soprattutto per essere stato un “casanova”. L’etichetta del donnaiolo impenitente gli è stata appiccicata addosso nel XIX per vendere le sua autobiografia, dopo che era diventato un perfetto sconosciuto. Un’operazione di marketing, e ben riuscita, visto che oggi è uno dei tre veneziani più conosciuti nel mondo, assieme a Marco Polo e ad Antonio Vivaldi.

Eppure quand’era in vita le cose stavano diversamente: non solo non era l’avventuriero più famoso del suo tempo – Cagliostro lo sopravanzava, e di molto – ma neppure il Casanova più conosciuto. Il fratello Francesco, pittore di battaglie, un genere all’epoca molto richiesto, era ben più noto, tanto che quando viene presentato a Caterina di Russia, l’imperatrice lo raggela chiedendogli: «Siete il fratello del pittore?» al che Giacomo replica piccato: «Questo imbrattatele».

Il veneziano potrebbe essere definito un influencer del suo tempo che grazie ai post (le opere che scrive) cerca di agguantare il rango sociale che non gli era stato garantito dal sangue e, attraverso la scrittura, intende ottenere l’immortalità. Giacomo era molto probabilmente figlio naturale di un patrizio veneziano all’epoca molto conosciuto e potente, Michele Grimani, e per questo si sentiva parte di una classe sociale che invece lo escludeva; l’essersi fatto chiamare cavaliere di Seingalt costituisce un tentativo di auto-nobilitazione. Casanova era logorroico e grafomane, conosciamo la prima caratteristica grazie alle testimonianze («Parla in eterno», osserva il governatore austriaco di Trieste, Karl von Zinzerdorf) e la seconda attraverso i suoi scritti arrivati fino a noi: le 3682 pagine del manoscritto di Histoire de ma vie, innanzi a tutto, ma anche quelle del suo ricchissimo archivio oggi conservato a Praga, arrivato lì dal castello boemo dove Casanova è morto il 4 giugno 1798.

Giacomo ha fatto di tutto per diventare famoso, per esempio intratteneva i salotti europei di quella che era la “società della conversazione” con il racconto della sua rocambolesca fuga dai piombi di Venezia – le celle nel sottotetto di palazzo Ducale – nella notte tra il 31 ottobre e il 1° novembre 1756. Aveva bisogno di due ore, e se non aveva a disposizione quel tempo minimo, si rifiutava di raccontare. Quando già si trovava a Dux (oggi Duchcov), relegato a fare il bibliotecario del conte di Waldstein, pubblica nel 1788 in francese la Storia dalle prigioni della Repubblica di Venezia, chiamate piombi, opera in seguito entrata a far parte di Storia della mia vita. L’opera ha un discreto successo, così come Il duello, ovvero il racconto della sua singolar tenzone alla pistola, avvenuta nel 1766 a Varsavia con il conte Franciszek Ksawery Branicki, podstoli (viceciambellano) del re di Polonia Stanislao Augusto Poniatowski; la pubblicazione avviene nel 1780, ovvero due anni prima che Casanova lasci per sempre Venezia.

Se questi sono i due lavori a stampa di maggior successo di Casanova, la sua attività pubblicistica è ben più ampia, poiché il conto totale arriva a quarantatré opere, certo, alcune sono semplici opuscoli, ma si tratta di una produzione letteraria di tutto rispetto. È probabile che se si fosse chiesto al veneziano che mestiere facesse, avrebbe risposto: il letterato. Istoria delle turbolenze della Polonia, della quale Giacomo aveva pubblicato due volumi e un terzo è stato ritrovato manoscritto tra le sue carte di Dux, rivela il suo interesse per la storiografia e Icosameron, è pur sempre uno dei primi romanzi di fantascienza della storia della letteratura, anche se è stato un flop totale che lo ha pure rovinato finanziariamente poiché lo aveva stampato a spese proprie.

Qualcuno ha definito la vita di Casanova un «viaggio gastrosessuale nell’Europa del Settecento» poiché il veneziano è in perenne movimento: è stato calcolato che abbia visitato un centinaio di località diverse, da Londra a Costantinopoli, da Madrid a Pietroburgo. Racconta di alberghi, di carrozze e anche di quel che mangia e beve, il cibo e il vino sono presenti lungo tutto il dipanarsi di Storia della mia vita, da quando descrive il suo primo rapporto sessuale, con le sorelle Nanette e Marton, precisando che è andato a casa loro portando con sé due bottiglie di vino di Cipro e una lingua affumicata, fino agli ultimi anni nel castello del conte di Waldstein, rallegrati da fumanti piatti di maccheroni (che poi erano gnocchi di farina). «Ho molto amato anche la buona tavola e insieme tutte le cose che eccitano la curiosità», scrive Giacomo, e la sua vita inizia e finisce all’insegna dei gamberi. «Mia madre mi mise al mondo a Venezia il 2 aprile 1725, domenica di Pasqua. La vigilia ebbe una gran voglia di gamberi. A me piacciono moltissimo», sottolinea. Mentre il 6 maggio 1798, un mese prima della morte, un’amica gli comunica: «Non sono ancora in grado di mandarvi una zuppa di gamberi» e come la madre aveva una voglia di gamberi prima di partorire, così Giacomo rimane con la voglia di gamberi prima di morire.

 

Alessandro Marzo Magno, nato a Venezia nel 1962, laureato in Storia all’università di Venezia, vive e lavora tra Venezia e Milano. Giornalista, ha pubblicato ventidue libri di argomento storico, da qualche tempo con la casa editrice Laterza. Gli ultimi sono “Venezia. Una storia di mare e di terra” (2022), in uscita in polacco, e “Casanova” (2023).