Questa notizia è tratta dal servizio POLONIA OGGI, una rassegna stampa quotidiana delle maggiori notizie dell’attualità polacca tradotte in italiano. Per provare gratuitamente il servizio per una settimana scrivere a: redazione@gazzettaitalia.pl
Una crescente ribellione nell’indossare maschere
Ristorante Diverso, la genialità italiana che conquista i palati
Ci dovrà pur essere una ragione se da secoli la cucina italiana è la più amata e la più copiata al mondo. I motivi in realtà sono più d’uno: qualità dei prodotti, tecnica, tradizione culinaria, antiche rivalità regionali e, soprattutto, grande passione; tanti ingredienti che possiamo sintetizzare nel “metodo italiano”.
Perfetto rappresentante di questo approccio italiano alla cucina è Giacomo Carreca, il cuoco palermitano che guida la cucina del Ristorante Diverso. Qualsiasi piatto vi venga servito al Diverso è il risultato di un lavoro basato su conoscenza e qualità dei prodotti, non c’è nulla di casuale, nulla di assemblato superficialmente.
“Dietro ad ogni successo, anche nel mondo della ristorazione, c’è sempre un lavoro fatto con passione, ed è per questo che quando preparo un piatto ne controllo l’intero processo, perché la cucina è amore e voglio essere fiero di quello che porto in tavola”, racconta Carreca che ad esempio ha scelto il suo impasto per la pizza dopo una lunga selezione, oltre due mesi, tra otto lieviti madre utilizzando la farina Petra che consente alte prestazioni e poi c’è la lunga fermentazione che rende la pizza assolutamente digeribile. Il risultato è una pizza…diversa, tanto buona quanto leggera! Tra cui la gustosissima pizza con la nduja, molto gradita dai polacchi. “Anche la pasta è fatta con particolare attenzione all’impasto e alle farine, noi utilizziamo solo il tuorlo d’uovo, per arrivare ad una qualità di gusto che fa la differenza.”
Ma Diverso non è la solita trattoria pasta e pizza, è piuttosto un ristorante con un menù variegato che a fianco di piatti tradizionali italiani propone sfiziose scelte di cucina europea spesso arricchite di note speziate orientali, il tutto seguendo la filosofia culinaria italiana: qualità e passione.
“Un’offerta culinaria che è frutto del mio percorso lavorativo. Mi piace sperimentare e scoprire nuovi abbinamenti di gusto. Non sono uno che si accontenta facilmente. Sono cresciuto contestando i piatti della tradizione siciliana preparati da mamma e nonna e facendo ammattire i miei docenti di cucina all’ Istituto Alberghiero di Palermo che non apprezzavano la mia costante tensione all’ innovazione. Amo i sapori e le tecniche tradizionali ma allo stesso tempo sono curioso e mi piace scoprire e creare nuovi piatti,” spiega Carreca che ha alle spalle importanti esperienze lavorative da Palermo a Pisa, dalla Costa Smeralda in Sardegna a Londra, in ristoranti stellati che servivano cucina continentale, prima di arrivare in Polonia per… amore.“
In Inghilterra ho conosciuto la mia compagna polacca che col tempo mi ha convinto a portare il mio modo di cucinare a Varsavia. Qui ho fatto un paio di esperienze tra cui quella interessante al ristorante Senses al fianco dello chef stellato Andrea Camastra, maestro di cucina molecolare. Ed ora ho il piacere di dirigere la cucina del Diverso dove propongo un menù internazionale, che varia di giorno in giorno, che comprende carne e pesce, oltre ad alcuni classici primi piatti italiani e alla pizza, e c’è anche l’anatra, piatto tipico in Polonia, che faccio al forno caramellata col Porto e accompagnata da due purea una al dragoncello e una al cavolfiore e cocco.”
Come giudichi la clientela polacca?
“Mi ha fatto molto piacere vedere l’ottimo gradimento suscitato dai miei piatti e mi ha sorpreso la grande richiesta di pesce e anche di risotti, un piatto intrinsecamente italiano che in pochi fuori dall’ Italia capiscono e apprezzano veramente. Poi naturalmente c’è qualcuno che si stupisce per la carbonara senza panna, com’ è nella vera ricetta italiana, ma per il resto va detto che il polacco medio viaggia tanto ed ormai è un cliente preparato e la conferma viene dal fatto che Varsavia e tante altre città polacche hanno un livello di ristorazione al livello delle città italiane.”
Una gustosa proposta culinaria quella del ristorante Diverso, in grado di soddisfare ogni palato, che si basa oltre che sulla bravura dello chef – che dirige un laborioso staff attivo fin dalle prime ore del mattino per stupire la clientela – sull’ uso di soli prodotti di massima qualità, tra cui olio, formaggi e salumi italiani, verdure di stagione, carne polacca. Il tutto servito nell’ informale eleganza di questo accogliente ristorante che si affaccia sulla tranquilla e centrale ulica Gornoslaska. Un locale che trasuda amore per l’Italia, quello stesso amore che lega i proprietari Jacek e Maja al Bel Paese, dove hanno vissuto, si sono fidanzati e dove tornano per le vacanze.
E così al Diverso il gustoso piacere dei piatti sfornati da Giacomo Carreca si somma alla calda accoglienza dei proprietari e alla gentilezza del servizio con il risultato che il cliente si sente subito a proprio agio.
Facebook: www.facebook.com/DiversoRistoranteItaliano/
Gdańsk: assegnato il premio “Il poeta europeo della libertà”
Questa notizia è tratta dal servizio POLONIA OGGI, una rassegna stampa quotidiana delle maggiori notizie dell’attualità polacca tradotte in italiano. Per provare gratuitamente il servizio per una settimana scrivere a: redazione@gazzettaitalia.pl
Maserati MC 12, all’incrocio
Questa volta ci allontaniamo un po’ dalla forma tradizionale di questa rubrica, perché abbiamo a che fare con un’automobile che ha incrociato le strade della Maserati e della Ferrari.
Tutto inizia nel 1993, quando la Fiat acquista la Maserati, dopodiché nel luglio del 1997 la rivende alla sua affi liata Ferrari S.p.a. Questo periodo è senza dubbio considerato uno dei migliori nella complessa storia di Maserati, in quanto sorge un nuovo stabilimento a Modena, appare sul mercato un completamente nuovo modello 3200 GT, mentre dal 2001 tutti i nuovi modelli sono equipaggiati dai motori di Maranello, il che consente notevoli risparmi. Nel 2004 approfi ttando della buona fortuna la società ritorna alle sue radici cioè alle gare del campionato GT organizzato dalla Federazione Internazionale dell’Automobile FIA. L’obiettivo principale è la gara 24 Le Mans. Così nasce la Maserati MC 12 GT1 cioè la “Ferrari Enzo” nella carrozzeria di tipo Targa disegnata da Frank Stephenson e Giugiaro.
Per partecipare al campionato FIA GT, l’azienda ha dovuto creare nel corso di un anno 25 esemplari della versione autorizzata alla circolazione stradale e altri 25 nell’anno seguente. La versione stradale era più lunga di 25 cm e più pesante di 250 kg. L’automobile era enorme, come hanno notato gli esperti, superava un Hummer prendendo in considerazione la sue dimensioni! Perfino a Monaco, dove hanno visto di tutto, è riuscita ad attirare l’attenzione tanto da essere presente nel video ”Windows Shopper” del cantante 50 Cent, in cui appare anche la Mimi One, anch’essa progettata da Stephenson. In omaggio all’iconico modello della Maserati Tipo 63 ”Bridcage” e della grande squadra americana Camoradi, tutte le auto sono uscite dalla fabbrica verniciate di bianco-blu.
Quest’automobile era straordinaria, a prescindere dal fatto che la Ferrari ha fornito il motore iconico indebolito di 27 CV e il suo peso superava di quasi 100 kg l’Enzo. Nel 2008 sulla pista Nürburgring si sono confrontate cinque superautomobili: Maserati MC12, Ferrari Enzo, Koenigsegg CCX, Porsche Carrera GT e Pagani Zonda F Clubsport. La MC 12, pur essendo la più pesante tra le rivali e inoltre dotata di ammortizzatori ordinari, si è rivelata la più veloce e con il tempo di 7:24:29 ha stabilito un nuovo record in pista per gli autoveicoli di serie.
Nelle gare di FIA GT degli anni 2005-2010, l’hanno usata cinque squadre con in prima fila Vitaphone Racing Team, conquistando in totale 22 vittorie e portando a casa ben sei titoli di campione individuale e cinque di squadra. La MC12 ha subito purtroppo anche un brutto fallimento: non è mai stata ammessa dalla FIA alla gara 24 Le Mans. L’incrocio dei percorsi degli ex-rivali Ferrari e Maserati ha fatto sì che, il secondo ha potuto dopo gli anni celebrare nuovamente le vittorie sulle piste di tutto il mondo.
Nel 2006 Maserati replica l’idea di marketing della Ferrari che ha offerto a 29 clienti prescelti una versione estrema del modello Enzo, Ferrari FXX. Vengono creati 12 + 3 [test, prove e scopi pubblicitari] esemplari della Maserati MC12 Corsa, modello destinato solo alle piste da corsa private senza omologazione stradale o da corsa. Non avendo le limitazioni richieste per l’omologazione, è stato possibile ottenere dallo stesso motore ulteriori 125 CV. Il colore della carrozzeria rimandava alle vittorie che l’automobile aveva ottenuto: si tratta di un blu denominato esplicitamente ”Blue Victory”. Il prezzo netto che ammontava a circa 1,5 milioni di dollari non ha spaventato i privilegiati per i quali la compagnia ha organizzato numerosi “Track Days”.
Il modello Hot Wheels si presenta bene, sebbene proviene dalla prima serie Elite e sfortunatamente non dispone di un tetto staccabile e della possibilità di rimuovere il cofano. I puristi probabilmente notano anche le dimensioni inappropriate delle ruote. Beh, modello quasi ideale di Auto Art, tuttavia, bisogna pagare quasi tre volte tanto. Come si vede anche nella collezione SOMA, Maserati ha avuto le difficoltà di bilancio.
Anni di produzione: 2004-2005
Volume di produzione: MC 12 50 unità (versione stradale)
Motore: V-12 65°
Cilindrata: 5998 cm3
Potenza/giri: 630 KM/7850
Velocità max: 330 km/h
Accelerazione 0-100 km/h (s): 3,8
Il numero dei cambi: 6
Peso: 1335 kg
Lunghezza: 5143 mm
Larghezza: 2096 mm
Altezza: 1205 mm
Interasse: 2800 mm
foto: Piotr Bieniek
traduzione it: Amelia Cabaj
Lo Cascio, l’attore interpreta e non giudica
Luigi Lo Cascio (nato nel 1967) è uno dei migliori attori contemporanei italiani, che negli anni è diventato sinonimo di qualità e intransigenza nel cinema. Vincitore di due “Oscar italiani”, ovvero i premi David di Donatello (per il suo debutto come attore “Cento passi” [2000] e “Il traditore” [2019]) e la Coppa Volpi (per “Luce dei miei occhi”, 2001). Nel 2012 ha esordito come regista del film “La città ideale”, in cui ha anche interpretato il ruolo principale. Il suo primo romanzo “Per ogni ricordo un fiore” è stato pubblicato dalla casa editrice Feltrinelli nel 2018. La sua attività creativa spazia dal cinema al teatro, che di fatto è il suo primo amore ed è stato proprio per il teatro che ha abbandonato i suoi studi in medicina. Il suo ruolo più importante, cioè la parte del coraggioso giornalista che combatte contro la mafia, Peppino Impastato, gli è arrivato in realtà grazie a una fortunata coincidenza. Nel tempo libero legge. Uno dei suoi libri preferiti è l’ultimo romanzo di Witold Gombrowicz, “Cosmo”. È uno dei protagonsti principali di “Lacci”, film diretto da Daniele Luchetti (2020), che il 2 settembre apre la 77^ edizione della Mostra d’ Arte Cinematografica di Venezia.
Lei all’inizio voleva diventare medico?

Io in realtà non avevo mai pensato di fare l’attore. Alla fine del liceo sono diventato più estroverso. Con i miei compagni di scuola facevo delle esibizioni per strada, ad esempio il jukebox vivente. Quando le macchine si fermavano, noi facevamo delle canzoncine con le chitarre e i bonghi. Passavamo con un cappellino, chiedevamo dei soldi. Tutto parte come forma di puro divertimento. All’inizio mi dedicai ai miei studi di medicina, pensavo quella fossa la mia vocazione. Poi nel 1986 con un gruppo di amici con il quale una volta facevo atletica leggera abbiamo deciso di vedere le gare di atletica leggera in tutta Europa. Stiamo stati a Stoccarda, Helsinki. Siccome non avevamo tanti soldi facevamo questi spettacolini di piazza. Una sorta di teatro di strada, pantomime giocose. Proprio in quelle occasioni vedevo e sentivo che mi piaceva avere davanti un pubblico. Ho cominciato a chiedermi se stavo facendo la giusta cosa studiando medicina. Mio padre era chimico e ci teneva molto, anche da parte di mia madre c’erano dei medici in famiglia. E all’università andavo bene.
La svolta è stata lavorare con Federico Tiezzi e il suo gruppo “I Magazzini Criminali”, un movimento artistico molto importante negli anni Ottanta. Tiezzi continua ad essere uno dei migliori in Italia. All’epoca stava preparando la sua versione di “Aspettando Godot” di Samuel Beckett per il Teatro Stabile di Palermo. Si trattava di fare una piccola parte di un ragazzo, che quasi tutti i registi di solito tagliano. Lo ho incontrato e mi ha preso. In questo modo, anche facendo la parte dell’ultima ruota del carro, ho avuto la possibilità di fare una tournee teatrale molto seria. Ero ancora studente di medicina ma il teatro mi ha fatto perdere la testa. Di quel mondo mi piaceva tutto: le prove, il lavoro sul testo, il poter osservare dietro le quinte attori molto bravi, fino alle esibizioni dal vivo in vari teatri d’Italia. Dopo questa esperienza indimenticabile pensai: solo se entro all’Accademia d’Arte Drammatica lascio la facoltà di medicina di Palermo. Sapevo che non potevo gettare tutto subito per un futuro cosi incerto. Ho lasciato decidere un po’ il destino.

Il cinema quindi non era il suo primo amore?
All’inizio mi interessava solo il teatro. Il cinema era assente dalla mia vita. In famiglia non avevamo l’abitudine di andare al cinema, né di guardare i film dei grandi maestri. E in realtà perfino durante l’Accademia, in tre anni di studi a Roma, sono stato al cinema forse 3 o 4 volte. Fabrizio Gifuni, bravissimo attore italiano e mio compagno di stanza all’ epoca – con il quale poi abbiamo fatto insieme “La meglio gioventù” di Marco Tullio Giordana – mi obbligava ad andare al cinema, a guardare i film! Mi invitava a cena e mi diceva: “Adesso tu non esci, se non vedi qualche capolavoro di Kubrick!”. Io ovviamente li guardavo ma con scarsa attenzione. Era la presunzione di un ragazzo innamorato del teatro, che pensava che il cinema fosse un’arte minore. In quei tempi non avevo ancora capito la bellezza e l’importanza del cinema. Confrontavo tutto sul piano testuale. È chiaro che Shakespeare o la tragedia greca, Pirandello o Becket, sono imparagonabili come grandezza, spessore dei testi, rispetto a qualunque sceneggiatura. Dai testi teatrali vengono fuori infinite rappresentazioni. Con il film invece… già se fai un remake, spesso esce male. Come se qualcosa venisse rovinato, conta solo l’originale. Ma quel mio approccio d’allora oggi mi fa sorridere.
Tutto cambia con “I cento passi”.
Per sette anni dall’inizio degli studi teatrali non avevo fatto mai niente con il cinema. Nessun provino o book fotografico. Nessun agente cinematografico. È stata pura fortuna. L’attore che fa mio padre ne “I cento passi”, Luigi Maria Burruano, è mio zio nella vita. O meglio era, perché purtroppo ci ha lasciati un paio di anni fa. Era un grandissimo attore e ne “I cento passi” dà un saggio della sua bravura. Stavano per incominciare le riprese, mancava un mese e mezzo. E lui chiese una sera a cena a Marco Tullio Giordana: “Ma chi farà Peppino Impastato?”. E il regista rispose: “Guarda, non l’ho ancora trovato”. Mio zio in quel momento replicò: “Ho un nipote che fa l’attore…”. Giordana rispose: “Stiamo per fare un film sulla mafia e tu mi vuoi parlare di un tuo famigliare? Vuoi inserire dentro qualcuno del tuo clan”. Il regista prese un po’ in giro mio zio. Ma io poi mi presentai, e lui vide che c’era una somiglianza tra me e Impastato. Io gli confessai subito: “Sono onorato d’essere preso in considerazione per questa parte. Ma metto le mani avanti, io non ho mai visto i classici di Pasolini o Antonioni, Herzog o Welles. So i cognomi dei registi, ma a dire il vero non conosco il loro cinema”. Giordana invece di arrabbiarsi rimase stupito: “veramente non li conosci? devi ancora vederli? Che fortuna! Hai dei continenti da esplorare”. Facendo “I cento passi” ho incominciato ad amare il cinema dal di dentro, facendolo. Da quel punto mi è scattata la sete di conoscere e ho fatto delle grandi immersioni: tutto Herzog, tutto Kubrick, La scuola del cinema russa… Incominciavo a capire cosa mi ero perso fino a quel momento.
Seconde Lei perché Marco Tullio Giordana l’ha scelta per la parte?
Non credo di aver fatto bene il provino, avevo pochissima esperienza. Non avevo mai recitato davanti ad una macchina da presa, venivo dal teatro. Ma Giordana mi disse: “Sai perché ho preso proprio te? Quando parlavamo dei libri di Majakovskij e Pasolini, a certi riferimenti letterari importanti in generale, ma anche per il film, tu li conoscevi tutti”. Gli piaceva che io avessi letto gli stessi libri di Peppino. E qui i libri, che una volta potevano essere un ostacolo al mio approccio al cinema, divennero il mio punto di forza.
Dopo un film così forte come “I cento passi”, non potevo immaginare che potesse interpretare il ruolo di un mafioso…
Il cinema crea nello spettatore una suggestione molto forte, per cui se tu come attore sei stato credibile come un certo tipo di personaggio, sembra impossibile che poi passi dall’altra parte. Se hai interpretato Impastato, come fai a fare la parte del mafioso? Ma nel mondo del teatro ad esempio questo ragionamento cosi lineare non funziona in tal modo. C’erano tempi in cui Salvo Randone e Vittorio Gassman facevano a teatro Otello e Iago. Tutte le sere si scambiavano ruolo. A teatro è tollerabile che tu passi da una parte all’altra. Un giorno sei il male assoluto e l’indomani incarni Romeo e Riccardo Terzo. Nel cinema lo spettatore dimentica più facilmente che tutto questo è un gioco di rappresentazione e fa più fatica ad accettarti in un ruolo diverso da quello precedente.
Incarnando Peppino Impastato sai bene che stai rappresentando un certo modo di stare al mondo, una certa etica. Ed io sono stato sicuramente identificato con questo personaggio, con un certo spessore morale. Anche altri registi, oltre a Marco Tullio Giordana, mi hanno scelto proprio perché mi hanno identificato con questo tipo di umanità, alla quale si attribuisce il coraggio e un senso di giustizia. Basta pensare a “Noi credevamo” di Mario Martone. Ma anche se non fossi stato Contorno, cioè un mafioso che era diventato collaboratore di giustizia, avrei interpretato questo personaggio unito alla mafia con la stessa attenzione e lo stesso – tra virgolette – piacere. Da un punto di vista della pura recitazione, l’attore che è portato a trasformarsi, alla metamorfosi, non può e non deve dare un giudizio morale sul personaggio che sta interpretando. Perché potrebbe complicare la recitazione. Se io pensassi “Sì ma in fondo Contorno è un assassino” mi metterei in contrapposizione con me stesso, con il personaggio che interpreto. Su qualunque personaggio, anche il più detestabile, nel momento in cui viene interpretato dall’attore, c’è una sospensione del giudizio morale. Nel personaggio di Totuccio Contorno era molto attraente per me il fatto che lui parlasse nel dialetto palermitano.
Ma è anche giusto sottolineare che ne “Il traditore” non interpreto il ruolo del classico membro di Cosa nostra, ma colui che attacca le strutture mafiose collaborando con il sistema giudiziario. Ad ogni modo, ci sono alcune connessioni tra il film di Marco Tullio Giordana e Marco Bellocchio, in entrambi i film, ad esempio, spunta la figura di Gaetano Badalamenti.

Il dialetto è un aspetto molto importante del film di Bellocchio. Una delle sequenze più importanti de “Il traditore” è legata all’interrogatorio di Contorno nell’aula bunker. Gli avvocati in sala non sono in grado di capire quello che sta dicendo.
Nel film parlo in un dialetto molto particolare, che parlano solo i palermitani. Già i catanesi o gli altri siciliani non lo sanno parlare bene. Non è un dialetto che si possa studiare, o lo sai fare o no. Bellocchio mi ha visto sempre in film e spettacoli teatrali in cui parlavo italiano. Così mi ha fatto un provino; ci teneva molto all’autenticità della lingua e voleva controllare se io avessi la conoscenza di questa forma di lingua che ti porta immediatamente verso il popolo, verso un certo modo di vivere, di considerare le cose. Dopo il provino si è reso conto che parlavo questo dialetto con naturalezza e mi ha anche affidato i testi, certe volte io stesso li traducevo in un palermitano stretto. Una volta che mi ha scelto è poi stato molto aperto perché mi ha lasciato fare. Cosi c’era anche spazio per un po’ di improvvisazione, perché un dialetto è fatto anche di intercalari, frasi ripetitive, modi di dire molto particolari, giri di parole. Ad esempio la scena della vendita della macchina in America era molto improvvisata, molto palermitana nel senso dell’umorismo e mi fa piacere che fa ridere il pubblico in tutto il mondo.
I film sulla mafia sono senza dubbio una delle specialità della cinematografia italiana. Basta pensare alla serie dei gialli politici basati sui libri di Leonardo Sciascia e realizzati poi da grandi registi come Elio Petri o Francesco Rosi. O ai film di e con Michele Placido negli anni 90. Cosa c’è in questo tema che attira costantemente l’attenzione dei cineasti?
I racconti sulla mafia sono sempre dei racconti sulla storia d’Italia. Specialmente da quando si è capito che non è un problema di una regione, è un tema in cui si gioca il destino di una nazione. I rapporti della mafia siciliana sono sia locali che mondiali, si intrecciano con la storia politica ed economica del mondo (Stati Uniti, America Latina, etc.). E come dimostra non solo il cinema italiano, ma anche quello statunitense, quelle sulla mafia sono sempre storie estreme, dove i personaggi sono veramente shakespeariani (gli stessi temi: onore, tradimento, delitto…). Ci sono delitti che raggiungono una violenza efferata ma, allo stesso tempo, vengono preservati dei valori ritenuti “sacri”. Tutto ciò fa assumere a queste storie qualcosa che a che fare con il mito, con la grande tradizione del racconto epico. Diventano interessanti sia dal punto di vista storico che da quello espressivo.
Con Bellocchio aveva già collaborato nel film “Buongiorno, notte” (2003). Il regista è cambiato in questo periodo?
Mi ha molto colpito rivederlo dopo tutti questi anni, perché mi è sembrato come un ragazzo ringiovanito. La curiosità per un mondo che lui non conosceva, cosa che ha dichiarato apertamente – Bellocchio non conosceva la Sicilia, la lingua, le storie sulla mafia. Questo desiderio di scoperta faceva sì che lui fosse molto vivace, sul set stava sempre in piedi per esempio. Ho questo ricordo di lui in continuo movimento, che si sposta dalla macchina da presa fino gli attori. Una febbre artistica. In “Buongiorno, notte” lo ricordo più seduto, calmo, concentrato sulla sceneggiatura. Scriveva, pensava. Invece ora l’ho ritrovato più dinamico, come preso da una danza. Si è lasciato trasportare da questo strano entusiasmo che avvolge questa incredibile storia.
Se potesse scegliere di lavorare con un regista del passato, chi sceglierebbe?
È difficile citarne soltanto uno. Elio Petri è un regista con il quale mi sarebbe piaciuto fare dei film. Ovviamente anche Pier Paolo Pasolini. E del cinema americano invece sarebbe stato un sogno poter lavorare con Stanley Kubrick e fare un film come “Eyes Wide Shut”, nella parte fatta da Tom Cruise.

Mosca, Gleiwitz, Danzica. Ovvero, come ebbe inizio la Seconda Guerra Mondiale
Ceramica, fascino senza tempo
L’articolo è stato pubblicato sul numero 73 della Gazzetta Italia (febbraio-marzo 2019)
Dagli antichi Etruschi a Boleslawiec, passando per le innumerevoli tradizioni locali italiane, la ceramica ha percorso i secoli e l’evoluzione alimentare, di cui è stata strumento, mantenendo una straordinaria attualità estetica e funzionale.
Un’arte che è anche una sorta di cartina tornasole delle tradizioni di diversi paesi e culture che attraverso i manufatti in ceramica esprimono storie, gusti e fogge tipici delle località in cui vengono realizzati. A testimoniare le antiche tradizioni della ceramica italiana è la mostra itinerante Grand Tour approdata nei mesi scorsi anche all’Istituto Italiano di Cracovia, esposizione ideata da Viola Emaldi e curata insieme a Jean Blanchaert e Anty Pansera. Storica dell’arte, Viola coordina l’ITS Emiliani, Istituto Tecnico Superiore di Faenza un corso unico in Italia in cui si insegna la tecnica e il Design della ceramica strettamente connessa con le possibilità occupazionali.
“La mostra Grand Tour, che dal 2014 gira per le città d’Europa, è la mostra di rappresentanza di AICC, Associazione Italiana Città della Ceramica. Una esposizione che mette in scena la ceramica tipica italiana, realizzata oggi da maestri artigiani, ceramiche da mensa di foggia classica, tipiche della tavola italiana proponendo un viaggio che descrive forme e decori delle diverse tradizioni locali. Il visitatore passa così da un banchetto medioevale alla festa di una corte rinascimentale fino al pranzo della domenica con il servizio di piatti dei nonni” spiega Viola Emaldi.
Ceramica, dal greco “keramos” ovvero argilla, è un’arte indelebilmente legata alla terra e che quindi è fortemente influenzata dalle peculiarità locali?
“Esatto! Ogni terra ha la sua ceramica. Per realizzare manufatti in ceramica ci vogliono terra, dotata di particolari proprietà, acqua e soprattutto la conoscenza per consolidarla attraverso definiti processi di cottura. In Italia abbiamo moltissime declinazioni di ceramica determinate dalla diversa composizione della terra ad esempio in Toscana dove il suolo è pieno di ferro abbiamo la terracotta, in Veneto la terraglia bianca che è perfetta per le ceramiche da stoviglieria.
Alle diversità materiche si sovrappongono poi le differenti culture estetiche determinate spesso dai periodi gloria delle città, così le ceramiche bianche e blu di Faenza esprimono atmosfere neoclassiche e settecentesche, in Toscana rinascimentali, in Sardegna si producono vasi e anfore in maiolica e ceramica smaltata, a Burgio e Sciacca accessori per la cucina, ad Orvieto brocche di stile etrusco e medievale, e poi ci sono le zuppiere lodigiane con decori settecenteschi, i servizi da tavola bassanesi in stile rococò, le coppe antropomorfe di gusto barocco di Caltagirone, i vasi a lustro umbri, i piatti da pompa derutesi. La mostra esalta la ceramica decorativa che propone forme e cromatismi tradizionali, un’arte ancora assolutamente artigianale a differenza del parallelo comparto delle piastrelle, settore di cui in Italia siamo maestri con l’80% di esportazione del prodotto nonostante si debbano importare sia la terra che il gas per i forni. Il successo del comparto piastrelle è determinato dalla bravura dei nostri imprenditori e dei nostri designer che creano prodotti di una tale qualità e bellezza e così diversi tra loro da battere tutti i concorrenti stranieri, basti pensare che in Italia il numero di diversi prodotti disponibili è pari a quello che si fa nel resto del mondo.”
E la ceramica polacca?
“In Polonia ci sono molte cave di gres, caolino e delle materie prime necessarie di produrre kamionka, hanno una terra da cui si tira fuori un prodotto bianco stabile facilmente plasmabile che si può cuocere ad alte temperature. Poi hanno sviluppato un metodo di decorazione che taglia costi e tempi ovvero l’uso di un tampone-stampo imbevuto nei pigmenti per una decorazione ripetuta che è la caratteristica delle famose ceramiche di Boleslawiec. La Polonia attraverso questo approccio industriale è stata capace di studiare i gusti e le richieste dei mercati stranieri in particolare orientali ed americani diventando un grande esportatore di prodotti di ceramica per uso alimentare. Quale direttore dell’ITS cercherò di sviluppare il più possibile le relazioni Erasmus tra Italia e Polonia.”
Per saperne di più:
www.fitstic.it
WWW.madeinbritaly.com
www.buongiornoceramica.it
foto: Raffaele Tassinari
40° anniversario della fondazione del sindacato Solidarność
Questa notizia è tratta dal servizio POLONIA OGGI, una rassegna stampa quotidiana delle maggiori notizie dell’attualità polacca tradotte in italiano. Per provare gratuitamente il servizio per una settimana scrivere a: redazione@gazzettaitalia.pl
Tutte le strade toscane
Viaggiando in Italia, si può godere di un’enorme varietà di paesaggi e di una grande ricchezza di diverse culture locali, fatto che porta un sicuro piacere a chi viaggia nel Bel Paese. Questa volta la strada ci ha portato da Varsavia attraverso Innsbruck, Brennero, dintorni del Lago di Garda, Parma, Bologna, Firenze, fino alla piccola città di Volterra, che si trova nel cuore della provincia di Pisa. L’intero viaggio è durato 17 ore, con la maggior parte dell’itinerario su autostrade e poi da Firenze solo strade locali.
A Volterra si arriva risalendo pittoreschi tornanti e attraversando interessanti borghi. Vale la pena andarci in macchina perché arrivarci con i mezzi pubblici da entrambi gli aeroporti più vicini, Pisa e Firenze, è piuttosto complicato, anche se possibile con un po’ di buona volontà. Tuttavia spostarsi in auto in tutta la Toscana regala infinite opportunità per conoscere al meglio questa regione.
La diversità del paesaggio toscano è il suo enorme vantaggio. I massicci montuosi dell’Appennino toscano dominano nella parte settentrionale della regione, da Carrara, città nota per i famosi giacimenti di marmo, ad Arezzo. La Toscana meridionale è contrassegnata da un paesaggio delicatamente ondulato, ricco di estese aree agricole, con una predominanza di vigneti e ulivi. Alcune fattorie sono state adattate riconvertite in alberghi. I visitatori che soggiornano lì possono godere di un paesaggio eccezionalmente armonioso perché queste colture, se condotte su larga scala, occupano spazi davvero enormi, unificando il paesaggio. A volte i filari di viti o ulivi si perdono all’orizzonte. A volte in lontananza si possono vedere le torri delle chiese o piccoli borghi immersi nel verde. Negli agriturismi, solitamente si può acquistare vino o olio locali. Il prezzo non è necessariamente basso, ma la qualità di questi prodotti ne giustifica l’investimento. La Toscana offre uno dei migliori oli d’oliva al mondo che profuma di erba fresca e vini pregiati. Siamo stati sedotti dal vino bianco Vernaccia di San Gimignano e dal rosso Morellino di Scansano, così come dal famoso Chianti e dal delizioso Vermentino.
Vale la pena andare in Toscana non solo per gli splendidi paesaggi, il buon del vino o l’aroma del suo olio, ma anche per l’alabastro. Pochi sanno che l’alabastro si trova anche in Polonia nel voivodato Precarpazi. Neppure noi lo sapevamo. La bellezza dell’alabastro l’abbiamo incontrata nella città di Volterra. L’alabastro è un eccellente materiale scultoreo. Scaffali di negozi e gallerie locali sono pieni di numerose figurine, ciotole, scatole, saliere, mulini e mortai. Attrae con la sua struttura e un qualcosa che fa pensare alla “morbidezza della pietra”. Una piacevole sorpresa è il suo prezzo, che incoraggia l’acquisto. Inizialmente, eravamo scettici sulla possibilità di acquistare più articoli, che alle vetrine dei negozi sembravano tipici souvenir. Si è scoperto, tuttavia, che hanno una grande usabilità: sono realizzati accuratamente, resistenti e funzionali. E aggiungiamoci che sono prodotti in laboratori manualmente, anche se con l’uso delle tecnologie moderne. Come nota personale possiamo dire che dopo averli scartati a casa sono diventati oggetti unici di uso quotidiano dalla nostra Toscana.
Volterra è una città di particolare importanza per la cultura di questa regione. Era uno dei centri più importanti dell’antica Etruria e le sue costruzioni più antiche risalgono al VI secolo a. C. Fino ad oggi sono visitabili i resti delle mura e di tanti edifici etruschi. La città è situata su una collina circondata da mura medievali. Ai loro piedi si trovano le rovine del teatro romano, dove si svolgono ogni giorno concerti, spettacoli teatrali e spettacoli operistici. Nel 2015 sono stati scoperti i resti di un anfiteatro, un’antica arena simile al Colosseo romano. La nostra attenzione è stata attirata sul fatto che Volterra mantiene una normale quotidianità di vita sociale. La presenza dei turisti non è troppo impattante e le attività economiche della città non sono state rovinate dal turismo.
Ci sono molti luoghi in questa parte d’Italia che devono essere visitati. Seguendo le raccomandazioni di guide e portali turistici, siamo andati a San Gimignano. È un borgo straordinario, dove non sono stati conservati solo i contorni medievali degli edifici, ma anche le sue forme con alte torri sui tetti, come simbolo del prestigio degli abitanti. Alcuni dicono che San Gimignano era una “Manhattan medievale”, ma siamo dell’opinione che Manhattan sia San Gimignano moderno. È importante venire qui anche per la collezione di dipinti rinascimentali raccolti nel Palazzo Comunale e le preziose collezioni ospitate dalla Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea e dal Museo Archeologico. Si può anche prendere in considerazione di visitare il Museo della tortura, ma trovare un parcheggio nella zona è già abbastanza tortura…
Ciò che merita particolare attenzione è la fortezza medievale di Monteriggioni, dove gli edifici non hanno ancora attraversato le mura difensive. L’insediamento è circondato da fortificazioni in pietra con quattordici torri sottili visibili da lontano.
Siamo rimasti colpiti dal sentiero del Chianti con vigneti e insediamenti tra i campi, sui pendii ripidi. Ammirazione suscita il modo in cui la popolazione locale si è adatta a questa zona difficile per la coltivazione, mantenendo i suoi valori naturali.
Siamo poi rimasti incantati dalla microscopica città di Murlo. Mantenuta con cura, con vasi pieni di fiori, ma durante il giorno completamente deserta. Forse si ravviva nel momento in cui gli italiani di solito si incontrano per l’aperitivo serale, celebrando una cena conviviale?
Siamo riusciti ad attraversare molte città, borghi e fattorie scoprendo i piaceri inaspettati. Per molto tempo ricorderemo il gusto dei pomodori ripieni che abbiamo mangiato alla Fattoria di Radi. Siamo stati affascinati dal fresco formaggio pecorino toscano nella piazza principale di Greve in Chianti, e lo spritz pomeridiano era perfetto a Loro Ciuffen, vicino a una scarpata di roccia con una cascata. E sebbene sia deplorevole che in questo viaggio inevitabilmente abbiamo omesso tanti luoghi belli e nascosti, siamo già tentati dalla prospettiva del ritorno e dalla sensazione che ne vedremo molti di più. Dopotutto i piaceri vanno centellinati nel tempo per essere apprezzati più a lungo.
foto: Maciej Czarnecki
Regione che vai, parola che trovi
LʼItalia, come già sappiamo, è un paese linguisticamente assai complesso e differenziato al suo interno. Spesso anche gli oggetti più semplici con cui abbiamo a che fare nella quotidianità hanno nomi diversi a seconda della regione in cui ci troviamo. Ciò può creare incomprensioni e sorprendere i milioni di stranieri che, per un motivo o per lʼaltro, hanno a che fare con la lingua e la cultura del Belpaese.
Si potrebbe ad esempio pensare che un elemento fondamentale del vivere quotidiano degli italiani come il caffè sia chiamato allo stesso modo in tutto il Paese. Basta però andare a Trieste per accorgersi che non è così: in quella città del Nordest ordinando il cappuccino ci vedremo portare un classico caffè macchiato, mentre quello che nel resto dʼItalia viene chiamato cappuccino a Trieste è noto come caffelatte. Del resto anche gli altri nomi utilizzati a Trieste per definire i vari tipi di caffè sono spesso del tutto incomprensibili per chi viene da fuori, italiano o meno.
Un esempio molto più noto è quello del cocomero, così chiamato nellʼItalia centrale; al Nord è più diffusa la parola anguria, mentre al Sud si usa il termine melone (o mellone) dʼacqua, simile allʼinglese watermelon. Un fatto curioso è che in alcune zone del Nord la parola cocomero venga talvolta usata per definire il cetriolo, rievocando anche in questo caso un termine inglese, cucumber. A questo va aggiunto che la stessa parola anguria proviene dal termine greco angurion, che indicava proprio il cetriolo (per inciso, anche la parola polacca ogórek deriva da angurion!).
Come vediamo, a volte nelle varie parti dʼItalia la medesima parola si usa per definire cose diverse, mentre in altri casi termini differenti vengono adoperati per definire lo stesso oggetto o concetto. La parola tovaglia, comunemente usata in tutto il Paese, al Sud spesso indica piuttosto lʼasciugamano, mentre la tovaglia come la si intende nel resto dʼItalia viene chiamata più precisamente tovaglia da tavola. In dialetto napoletano, invece, il termine comunemente utilizzato per indicare la tovaglia è mesale. Un oggetto di uso quotidiano dai molti nomi è lʼappendiabiti, che a seconda della regione in cui ci troviamo verrà chiamato anche appendino, gruccia, stampella (questi ultimi due termini indicano pure il sostegno usato per camminare), omino e così via.
La differenziazione della lingua su base regionale riguarda anche il linguaggio giovanile: inevitabilmente, in un Paese come lʼItalia, così composito da questo punto di vista, molte espressioni colloquiali utilizzate dai giovani differiscono da regione a regione. Come già ricordato nel precedente articolo dedicato ai termini dialettali italiani, in Toscana sono tuttora comunemente usate parole avvertite come desuete in altre regioni; per questo motivo lʼuso della parola bischerata per definire una sciocchezza, una cosa da nulla o ancora unʼazione o affermazione stupida suona normale per un toscano, mentre altrove sarà sentito come arcaico e si preferirà usare termini più “moderni” e volgari.
Nel contesto dello slang giovanile un caso interessante è quello dei numerosi sinonimi di marinare la scuola. In Piemonte è comune lʼespressione tagliare, mentre lʼalunno che lo fa è comunemente chiamato un taglione; in Lombardia si usa invece il verbo bigiare, di origine incerta, ma anche jumpare, derivato chiaramente dallʼinglese. E ancora: a Bologna si dirà fare fughino (da fuga), mentre in molte regioni del Nord è diffuso il termine bruciare; a Firenze si dice fare forca, a Roma fare sega e a Napoli fare filone (da filare o filarsela); in Sardegna si dirà fare vela, mentre in Sicilia si hanno termini difficili da rendere pienamente in altre lingue come buttarsela o caliarsela. Altri sinonimi comuni in varie parti dʼItalia sono per esempio segare o limare. Ma sono solo alcuni dei tantissimi modi per dire la stessa cosa!

Un altro esempio di grande differenziazione lessicale nel linguaggio di tutti i giorni è quello della gomma da masticare: in alcune regioni essa viene chiamata con il nome inglese chewing gum (spesso italianizzato in ciuingam, per es. in Toscana), in altre cingomma, gingomma, scingomma ecc. (nel Centro-Sud Italia e in Sardegna) o ancora ciunga (nel Nordest, ma anche in Sicilia), cicca (in Lombardia) e cicles (in Piemonte, ma anche in Emilia-Romagna).
In tutti questi ambiti, dunque, il lessico italiano si dimostra ancora una volta estremamente vario e complesso, ricco di curiosità e di sorprese per quanti studiano questa lingua.

























