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Orsigna, conversazioni nel silenzio 

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“Orsigna (…) resta il mio amore e il mio rifugio. Dovunque sono stato nel mondo, qualunque cosa succedesse, tranne l’incontro con la signora dal mantello nero, avrei potuto rifugiarmi all’Orsigna…”
Tiziano Terzani

Nascosto tra le braccia dell’Appennino pistoiese, circondato dal verde rigoglioso dei boschi, un paesino di meno di 100 abitanti, infatti, è un’oasi di pace; una piccola cassetta armonica, la cui musica porta calma e tranquillità. 

All’altezza di 800 metri spuntano una dozzina di case e una piccola piazza con una cappella. Oltre a noi, quasi nessuno. Lì, la presenza dell’uomo è in secondo piano e le poche persone incontrate per strada ci regalano un sorriso, allegria e auguri di una buona giornata. Grande invece è la natura che circonda il paese. La foresta ci fa entrare fra le sue braccia come una madre benevola, che aspetta il ritorno dei suoi figli da un viaggio lontano. Ci mostra dei sentieri calpestati che conducono, come se fossero un denso labirinto, sempre più in alto verso le cime coperte dalla nebbia, come da una morbida coperta. Il vento porta con sé il profumo delle foglie di conifere e di resina e fa venire in mente le raccolte autunnali di castagne. Il fruscio dei faggi e delle betulle annuncia l’arrivo di una tempesta e un attimo dopo ogni rumore si calma completamente, anche il canto degli uccelli, e Orsigna momentaneamente diventa silenzio.

Comprendo pienamente l’amore che Tiziano Trrzani provò per questo posto. Questo scrittore e giornalista italiano (“In Asia”, “Un indovino mi disse”, “Buonanotte, signor Lenin!”, “Un altro giro di giostra”) era legato in modo particolare all’Orsigna, dove ogni anno, per anni, ritornava insieme alla famiglia. Il paese e i suoi boschi diventarono per l’autore un tranquillo rifugio ed alla fine anche il luogo in cui morì. 

Tiziano Terzani
1938-2004
Viaggiatore

Tutto qui. Così dice la scritta sulla pietra posata ai piedi dell’albero, davanti alla casa della famiglia Terzani. Tiziano non si autodefiniva un giornalista ma un viaggiatore; costantemente alla ricerca, curioso di ciò che era nascosto sotto le apparenze; sempre al centro degli eventi, sempre presente dove avvenivano degli importanti cambiamenti.

Mi vengono in mente le parole dello scrittore che disse rivolgendosi alla figlia Saskia: “E ricordati, io ci sarò. Ci sarò su nell’aria. Allora ogni tanto, se mi vorrai parlare, mettiti da una parte, chiudi gli occhi e cercami. Ci si parla. Ma non nel linguaggio delle parole. Nel silenzio”. Respiro profondamente e approfittando del privilegio di trovarmi in questo luogo magico, decido anch’io di scambiare con lui due parole, e le foglie dell’albero ricominciano a sventolare, come se il loro fruscio fosse la risposta. 

“Se tu (…) cominci a percepire questo bosco come una cosa che vive, con una sua storia, tutto diventa più bello.”
T. Terzani, La fine è il mio inizio

Un percorso in montagna spesso seguito dallo scrittore nel corso della sua vita, oggi è chiamato con il suo nome. “Il sentiero di Tiziano Terzani” quando lo attraversiamo è vuoto e silenzioso. Solo da qualche parte in lontananza il cucù ci fa ricordare della sua presenza. Quasi nessuna traccia della pioggia torrenziale che abbiamo osservato poco prima sorseggiando il tè in un salotto accogliente. Solo sotto i nostri piedi sguazza un suono umido, e l’erba alta tocca i nostri polpacci, lasciando dei segni bagnati. Il verde del bosco invece sembra essere ancora più intenso. Anche il cielo si è avvicinato a noi, per darci il benvenuto. Le nuvole si sono abbassate, coprendo completamente le cime delle montagne e rendendole ancora più maestose. E quando poche ore dopo la nebbia sparisce, si svela la vetta più alta che, sullo sfondo di un cielo nuvoloso ma allo stesso tempo molto chiaro, appare in tutta la sua gloria come un essere modesto ma allo stesso tempo consapevole del suo valore. 

Equilibrio

Troviamo delle numerose torrette di sassi messi l’uno sull’altro in montagna, in una radura davanti all’Albero con gli occhi, da dove si vedono i tetti rossi delle case sottostanti di Orsigna. Lì, nel posto dove lo scrittore riposava e rifletteva, emergono oggi le pietre in equilibrio, simbolo dell’armonia, posate dai viandanti, arrivati qui prima di noi. Probabilmente saranno le stesse persone che hanno appeso all’albero una varietà di sciarpe, ricordi, biglietti di messaggi ed i cosiddetti lung-ta, ovvero bandiere di preghiera tibetane, spesso presenti nell’Himalaya. 

“Orsigna sono le mie Himalaya”, disse Terzani, e in questa frase le montagne dell’Asia assumono un significato completamente nuovo, diventando sinonimo di un rifugio, dove torniamo per riprendere il fiato o le distanze. Dal numero di lettere ed oggetti lasciati sotto l’albero, si può arrivare alla conclusione che questo posto è diventato un rifugio anche per molte altre persone arrivate qui dopo di lui.

L’albero con gli occhi a cui si dirigono gli amanti delle passeggiate in montagna e dei fedeli lettori di Terzani non è l’unico nelle montagne di Orsigna su cui Tiziano incollò gli occhi di ceramica portati dall’India. Un occhio simile bellissimo, lucido, come se commosso osservasse il mondo, è attaccato al tronco dell’albero, ai cui piedi poggia la pietra commemorativa. In questo modo, l’autore voleva mostrare a suo nipote che ogni cosa, inclusa la natura apparentemente immobile, è un essere vivente.

E infatti la foresta e il ruscello della montagna vivono e ci circondano dai loro suoni, e gli spazi di montagna riecheggiano del canto degli uccelli e della melodia del bosco. Orsigna è un’Italia diversa dal solito. Mentre nelle antiche città italiane, le vecchie mura raccontano storie e ci guidano attraverso angoli misteriosi e vicoli affollati dove nell’aria si sente l’aroma del caffè, ad Orsigna regnano i profumi del bosco ed è la natura stessa a farci da guida. Qui il passare del tempo è scandito non dagli orologi ma dal canto del cuculo che, timidamente, ogni tanto, ricorda la sua presenza. 

foto: Magda Karolina Romanow-Filim

Le conversazioni su Orsigna che si è rivelata, infatti, non solamente un luogo ma anche uno stato d’animo. Sulla foto l’autrice con Folco Terzani, fi glio di Tiziano

Da ciao a pizza

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La lingua italiana viene associata in tutto il mondo allʼallegria, al cibo, al mare e alla spensieratezza. Appare come una lingua facile da imparare, fatta di parole semplici e poco impegnative, che non richiedono al parlante particolare sforzo o esperienza. In realtà, però, si tratta di una lingua molto più complessa di quanto non sembri. Il lessico italiano, infatti, attinge a numerosissime fonti, legate alla ricca e stratificata storia linguistica della penisola. E molte parole d’uso comune hanno unʼorigine più antica e sorprendente di quanto ci si potrebbe aspettare.

Tomasz Skocki, l’autore dell’articolo

Pensiamo a una parola semplicissima e universalmente nota, forse la prima parola italiana che tutti nel mondo imparano: ciao. Si tratta di un termine di origine veneziana, diffusosi poi, a partire dallʼOttocento, nel resto dʼItalia e successivamente, nel Novecento, nel mondo, dalla Germania al Sudamerica. Lʼorigine di questa parola può apparire sorprendente: essa deriva infatti dal veneziano sʼciao, ovvero “schiavo”. In origine si trattava infatti di un saluto estremamente formale e reverenziale (“sono vostro servo” o “al vostro servizio”). È curioso come la stessa cosa sia accaduta con il termine latino servus, usato come saluto informale in Polonia o in Germania. Altrettanto interessante è lʼorigine della stessa parola schiavo, che proviene dal latino medievale sclavus o slavus. Nellʼalto medioevo, infatti, il termine usato per definire i prigionieri di guerra di origine slava finì per designare gli “schiavi” per antonomasia. Come si vede, già lʼetimologia di una parola “semplicissima” come ciao ha alle spalle una storia a dir poco lunga e complessa.

Lo stesso si potrebbe dire del termine ragazzo, di origine araba (anche se alcuni ipotizzano che provenga invece dal greco), probabilmente entrato in italiano attraverso il siciliano. Del resto le parole dallʼetimologia araba sono tuttʼaltro che rare in italiano e in altre lingue europee: basti pensare a molti termini legati al mondo militare, marinaresco o commerciale, quali ammiraglio, arsenale (arzanà in veneziano) o magazzino, per non parlare della matematica (algebra, algoritmo e altro ancora).

Provenienza araba avrebbe, secondo alcuni studiosi, anche la parola mafia, anche se altri cercano la sua origine addirittura nel nome dellʼapostolo Matteo. Il ghetto, parola diffusa in tutte le lingue del mondo, è di origine veneziana. La pizza, ovviamente, è napoletana, ma il suo nome deriva molto probabilmente dal latino pinsa (“schiacciata”), anche se alcuni ricollegano tanto la pizza quanto la piadina romagnola alla pita comune nei Balcani e nei Paesi islamici. Nellʼambito culinario, ovviamente, non sono rare parole dialettali diffusesi poi in tutto il territorio nazionale: si pensi anche solo ai grissini piemontesi, al panettone milanese oppure allʼarancino o arancina siciliana.

Già questi pochi esempi fanno capire che, se è vero che lʼitaliano che conosciamo oggi ha le sue radici nel volgare fiorentino del Trecento, il suo lessico ha comunque unʼorigine più composita e le singole parole provengono dalle più diverse regioni dʼItalia. Non di rado a farne le spese sono stati gli stessi termini toscani, sostituiti da quelli provenienti da altri dialetti: un buon esempio è la parola giocattolo, tratta dal dialetto veneto, che nel Novecento è andata a sostituire il termine toscano balocco, oggi sentito come decisamente arcaico. Unʼaltra parola legata allʼinfanzia è il diminutivo di padre: nella maggior parte dʼItalia prevale il termine papà, di origine francese, mentre in Toscana è tuttora comunemente usata la parola babbo. Unʼeccezione di non poco conto è Babbo Natale, così chiamato in tutta Italia.

Altre parole comunemente usate in Toscana, ma sentite ormai come desuete in altre regioni, sono per esempio uscio per porta o ancora termini colloquiali e offensivi come bischero o grullo. Un caso interessante è quello delle parole in -aio e –aro: da un lato abbiamo la parola marinaio, dallʼaltro la pizza alla marinara, così come il salvadanaio in cui teniamo il denaro o danaro. Le parole in -aio, dal latino -arius, sono tipicamente toscane. Spesso sono nomi di professione: altri esempi, oltre a marinaio, sono fornaio, notaio o ancora libraio.

Nel resto della penisola, tanto al Sud quanto al Nord, è invece comune il suffisso -aro o -ero. Spesso però, come i già citati denaro o marinaro/a, lʼitaliano standard ha accolto, caso per caso, la forma napoletana, romana ecc. A Roma, del resto, sono estremamente diffuse le parole in -aro, da notaro a gelataro, fino a molti termini colloquiali e volgari del dialetto romanesco. Spesso i termini in -aro definiscono particolari gruppi o subculture giovanili: del resto un appassionato di musica heavy metal si chiama, in italiano, metallaro, mentre chi pratica la street art è un graffitaro

Lʼorigine così composita e stratificata del lessico italiano dimostra, se mai ce ne fosse bisogno, la grande ricchezza e bellezza di una lingua davvero senza eguali.

Riva degli Schiavoni

Famosissimo punto panoramico sul Bacino di San Marco. È la lunga riva che va dal ponte della Paglia fino al rio della Ca’ di Dio nel cuore del sestiere di Castello. La riva prende il suo nome dalle popolazioni della Dalmazia, che ai tempi della Repubblica di Venezia era chiamata anche Slavonia o Schiavonia. La Dalmazia, insieme a molte città e isole della lunga costa orientale dell’Adriatico furono per secoli parte della Repubblica di Venezia, tant’è che per secoli sulle carte geografiche l’Adriatico era chiamato Golfo di Venezia. La riva costituiva parte integrante dell’allora porto commerciale di Venezia e rivestiva una notevolissima importanza grazie alla sua prossimità con piazza San Marco e con il centro del potere politico veneziano. In questa riva approdarono per nove secoli le navi dei mercanti schiavoni che spesso avevano qui dei banchi in cui vendevano le loro merci.

[Aggiornamento 30.07.2020] Situazione attuale in Polonia rispetto all’epidemia di COVID-19

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Si registrano ancora nuovi casi in Polonia, con un numero complessivo di casi attivi in aumento sensibile rispetto alle scorse settimane a 9.679 (settimana scorsa 8.317), di cui gravi 63, ovvero circa l’ 1% del totale.

Complessivamente, nonostante l’aumento dei casi, i numeri dell’epidemia rimangono sotto controllo e senza pressione eccessiva sulle strutture sanitarie polacche.

La Slesia resta l’area con più contagli, ovvero 15.940 dall’inizio dell’epidemia.

Dal 25 luglio sono state alleggerite alcune restrizioni sul numero massimo di spettatori e per gli eventi. La capienza degli stadi sale al 50% e sono consentiti eventi con presenza possibile di una persona ogni 2,5 mq (in precedenza era 1 persona ogni 4 mq). Viene inoltre revocato il limite per gli eventi, che era fissato a 150 persone.

La distanza di sicurezza viene ridotta a 1,5 metri, restano inalterate le prescrizioni per copertura di naso e bocca.

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Informazioni per i cittadini italiani in rientro dall’estero e cittadini stranieri in Italia tra cui le risposte alle domande:

  • Ci sono Paesi dai quali l’ingresso in Italia è vietato?
  • Sono entrato/a in Italia dall’estero, devo stare 14 giorni in isolamento fiduciario a casa?
  • Quali sono le eccezioni all’obbligo di isolamento fiduciario per chi entra dall’estero?
  • E’ consentito il turismo da e per l’estero?

Per gli spostamenti da e per l’Italia a questo link le informazioni del Ministero degli Esteri: situazione al 24 luglio 2020

La situazione Polonia verrà aggiornata all’indirizzo: www.icpartners.it/polonia-situazione-coronavirus/

Per maggiori informazioni:
E-mail: info@icpartnerspoland.pl
Telefono: +48 22 828 39 49
Facebook: www.facebook.com/ICPPoland
LinkedIn: www.linkedin.com/company/icpartners/

Ferzan Özpetek, un po’ italiano, un po’ turco, innamorato di Kieślowski e Szymborska

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L’articolo è stato pubblicato sul numero 70 della Gazzetta Italia (agosto-settembre 2018)

Ferzan Özpetek, turco d’origine e italiano d’adozione. Dopo alcune esperienze in teatro si avvicina al cinema lavorando come aiuto regista. Debutta nel 1997 con “Il bagno turco” che ottiene un grande successo di critica e di pubblico. Da lì inizia la sua carriera contrassegnata da successi continui. In questo mese d’agosto esce nelle sale polacche il suo dodicesimo film “Napoli velata”.

Ferzan Özpetek, fot. Gerald Bruno

Non tutti sanno che Lei in realtà doveva studiare negli Stati Uniti, poi all’improvviso è sbarcato a Roma…

Stavo andando in America e poi di punto in bianco ho cambiato idea e sono andato a Roma, non so perchè. Mi piaceva molto il cinema italiano ma amavo anche il cinema francese, inglese, americano quindi non è stato un motivo fondamentale. È stata una cosa abbastanza strana. Sono quelle decisioni che non sai come spiegare. Nella vita facciamo tante volte delle scelte d’istinto, senza motivo credo.

Sente una forte appartenenza alle sue radici?

Mi definisco come un regista italiano quello di sicuro perché dal punto di vista professionale sono cresciuto in Italia. Poi per quanto riguarda la nazionalità…forse mi sono un bel po’ allontanato dalla Turchia perché da quarantadue anni abito in Italia. Ma adesso che Lei mi ha fatto questa domanda mi sono reso conto che non sento un’appartenenza a un solo paese. Penso che conti molto essere delle persone prima di tutto. 

E questo si vede anche nei suoi film che si concentrano sulle persone, relazioni ed emozioni. Tante volte nel Suo lavoro con gli attori si vede il richiamo ai grandi Maestri del cinema…

Ci sono tantissimi registi che amo ma il mio preferito rimane Vittorio De Sica per il suo rapporto con gli attori. Ho sempre ammirato proprio la sua virtù di dirigere gli attori per tirarne fuori l’essenza. Questa è la cosa che conta di più per me. Poi ci sono tanti altri straordinari registi come Michael Powell, Stanley Kubrick, Antonio Pietrangeli. Potrei continuare l’elenco all’infinito perché i registi che ammiro sono tanti. 

Oltre ai protagonisti anche l’ambientazione svolge un ruolo importante nelle Sue opere, diventa essa stessa protagonista al pari degli attori. Lei è un esperto nel far vedere il volto nascosto delle città note… 

Alessandro Borghi

Le persone contano molto ma i posti altrettanto credo. “Le fate ignoranti” le ho ambientate al Gasometro a Roma. Grazie al clamoroso successo del film in Italia, il quartiere ha avuto un boom di vendite degli appartamenti e gli immobiliaristi mi hanno ringraziato. Quando ho fatto il mio primo film “Il bagno turco” tanti amici, non riconoscendo le location, sono venuti da me chiedendo dove avevo girato. Erano invece posti che tutti vedevano ogni giorno. Spesso è una questione d’inquadratura, di ripresa, dell’angolazione che dai al luogo. Ma la cosa che conta più di tutto sono le persone e il loro rapporto con l’ambiente. Quando scrivo la sceneggiatura e poi comincio a fare le prove con gli attori e vado con loro sul posto, le idee iniziali possono cambiare. 

Dopo sedici anni è tornato a Istanbul a girare un film basato sul Suo libro “Rosso Istanbul”, il rapporto con l’ambiente cambia anche quando gira in Turchia? 

La mia formazione è italiana e non si riesce a svincolare da un certo meccanismo che si è imparato. A Istanbul sono stato benissimo, ho lavorato con una troupe meravigliosa e di grande passione. Ambientare e girare nella mia città ha avuto un grande significato per me. L’ho vista con altri occhi. Mi ha emozionato. Volevo girare nella casa dove ho vissuto da bambino, ma non esisteva più, al suo posto c’era un grattacielo. Ho girato comunque sul Bosforo dove trascorrevo le estati. A Roma ultimamente ho avuto molte difficoltà perché comunque è una città che soffre le riprese. I romani non sopportano quando si ferma il traffico, ma il prossimo film lo farò sicuramente a Roma. 

Giovanna Mezzogiorno, “Napoli velata”

Ha già qualche idea?

Ho quasi finito la sceneggiatura di un nuovo film che racconta una persona che non riesce mai a stare ferma. Non perché è agitata ma perché i suoi interessi e la sua creatività la portano a fare sempre cose diverse. Io stesso sono così: il prossimo aprile faccio Madame Butterfly all’opera di San Carlo a Napoli, ho scritto il nuovo film, forse comincio a scrivere il terzo romanzo. La mia vita è condividere le cose che amo e che mi piacciono e per questo faccio cinema, per questo condivido le foto e altro sui social. L’idea del condividere cioè vedere o partecipare insieme, offrire del proprio ad altri, vedere insieme la stessa cosa ma ognuno a modo suo è molto affascinante. Mi piace una frase di Marco Ferreri che dice “i film senza gli altri non esistono, gli altri sono insieme a noi autori dei film”. Grazie alla condivisione istantanea mi sono avvicinato molto ai miei spettatori, li faccio partecipi della mia creazione e se la gente poi mi dice che ha visto diverse volte i miei film, se mi racconta che qualcosa gli è piaciuto in modo particolare questa è una grande soddisfazione per me.

Invece a Napoli ha girato per la prima volta, dopo Lecce e Roma è arrivata l’ora di raccontare Napoli? 

Sei anni fa, mentre curavo la messa in scena di La Traviata al San Carlo, ho vissuto un mese e mezzo a Napoli, ho conosciuto tante persone, sono entrato nelle case, mi sono documentato sulla storia della città, ho visto la vita. Sono stato rapito e da lì è nata l’idea di farci un film. 

Racconto Napoli che ho amato subito quando ci sono arrivato per la prima volta: la Napoli del centro storico, una Napoli antica e borghese, Piazza del Gesù, Piazza dei Martiri, Piazza San Domenico Maggiore e su e giù per Spaccanapoli. Anche gli interni li ho scelti con cura. Ai due principali sono legato anche affettivamente. La casa di Adele (Anna Bonaiuto) è un’antica casa nobiliare piena di opere d’arte usata dal cinema due volte sole: da Rossellini per Viaggio in Italia e da De Sica per L’oro di Napoli. La casa di Adriana (Giovanna Mezzogiorno) è quella di Flora, una mia carissima amica.

La Sua Napoli è misteriosa ma anche piena di simboli…

Giusto, ci sono simboli attorno ai quali fin dalle prime scene gira il film. All’inizio ho pensato di aprirlo con la vista di Napoli. Poi invece parlando con la mia scenografa abbiamo cominciato a riflettere su cosa di preciso voglio raccontare di questa città. Siccome mi piacciono molto le scale mi ha fatto vedere la scala del Palazzo Mannajuolo. Sono rimasto colpito. Era il destino in qualche modo perché tutto il film è basato sull’occhio e sull’utero e questo palazzo sembrava tutte e due. Per un’apertura era perfetto. Un altro simbolo che ritorna è il velo. Mi è capitato di assistere alla “figliata”, un rito arcaico legato alla cultura napoletana dei femminielli, la rappresentazione di un parto maschile. Tra attori e pubblico c’è un telo semitrasparente, perché la verità va più sentita che guardata. E appunto perché “Napoli velata” mi chiedevano sempre? Perché il velo non nasconde ma svela, grazie al velo ci si vede più dettagliatamente tante sfumature del viso. Così come nel Cristo velato il velo rivela, coprendole, le forme del viso. Lo spettacolo mi ha conquistato a tal punto che ho deciso di usarlo in parte per l’apertura del film ma ho cambiato tante cose e l’ho fatto a modo mio. 

Abbiamo parlato di Italia e Turchia, spostiamoci un attimo in Polonia. Nel 2015 è stato ospite del Forum del Cinema Europeo Cinergia a Łódź…

Sono andato a Łódź insieme a Kasia Smutniak che è una mia amica, oltre al fatto che abbiamo fatto un film insieme. Sono stato anche a casa dei nonni di Kasia e quindi ho visto la campagna polacca. La Polonia mi ha fatto molto effetto. Ho notato tante somiglianze con gli altri paesi ma dall’altro canto ci sono anche le cose sottili che fanno la differenza. La luce, un piatto, uno sguardo che ti fa pensare di essere proprio in Polonia.

Quando Lei parla delle piccole cose, dell’attenzione ai dettagli mi vengono in mente i film di Kieślowski oppure le poesie di Szymborska…

Sono pazzo di Kieślowski! È stato un attento osservatore della vita. I suoi film invitano alla riflessione e anche con il racconto semplice sono profondi e toccanti. Della Szymborska invece sono stato amico. Sono incantato delle sue poesie. Ci siamo incontrati per la prima volta alla Fiera del Libro di Torino e dopo ci siamo rivisti in diverse occasioni. Le ho dedicato “Magnifica presenza” e l’ho citata ne “Il cuore sacro” nel momento in cui dalla borsa della protagonista cade il libro delle poesie. È stata una presenza forte nella mia vita. Tra le mie ispirazioni polacche ci sono anche Pawlikowski e Polański. Regista che la gente contesta ultimamente ma che io apprezzo molto. È un grande artista ma non con tutti se ne può parlare apertamente a causa del clima molto duro oggi e dell’atmosfera di scandalo perenne che lo circonda. Per me lui rimane un regista straordinario. 

foto dal film “Napoli velata”
fotografo: Gianni Fiorito

 

Nella foto Luisa Ranieri, Peppe Barra, Antonio Braucci, Antonio Grosso e Antonio Solito; “Napoli velata”

Il 58% dei polacchi non farà le vacanze

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Questa notizia è tratta dal servizio POLONIA OGGI, una rassegna stampa quotidiana delle maggiori notizie dell’attualità polacca tradotte in italiano. Per provare gratuitamente il servizio per una settimana scrivere a: redazione@gazzettaitalia.pl

Secondo la ricerca dell’Istituto economico polacco tre quarti dei polacchi valutano positivamente la situazione della propria famiglia. Il 54% dichiara che la pandemia non ha avuto un impatto sulla loro situazione finanziaria, ma allo stesso tempo il 58% degli intervistati ritiene che nel corso del prossimo trimestre non sarà in grado di mettere da parte i soldi guadagnati. La ricerca mostra anche che aumentano i costi dei bisogni di base. La metà degli intervistati dichiara l’aumento dei prezzi alimentari, il 44% indica l’aumento delle spese per la manutenzione degli appartamenti. I polacchi spendono meno per la cultura, la ricreazione, i viaggi, i ristoranti, gli alberghi e per i carburanti. Il 58% dei polacchi non ha intenzione di fare le vacanze, il 42% vorrebbe farle ma il 32% di loro organizzerà le vacanze in Polonia e solo il 6% vorrebbe viaggiare all’estero. I polacchi sono divisi sulla valutazione della situazione economica del paese. Un atteggiamento positivo (il 36%) lo hanno gli uomini (il 38%), le persone di età superiore a 60 anni (il 49%), gli intervistati con l’istruzione di base (il 48%) e gli abitanti dei villaggi e delle città piccole (il 39%). Le donne, le persone sotto i 40 anni, gli intervistati con un’istruzione universitaria e gli abitanti delle città più grandi valutano la situazione economica della Polonia come negativa. Il peggioramento della situazione economica la dichiarano più spesso le donne (il 57%), le persone con un’istruzione universitaria (il 39%) e gli abitanti delle città grandi (il 41%).

Tagliatelle al prezzemolo, limone e gamberi

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Quando si dice che il prezzemolo sta dappertutto non è una leggenda ma realtà. Gli antichi lo usavano per curare infezioni, pressione alta e altre problematiche del nostro corpo. Inoltre combatte l’alitosi, è un buon sbiancante per i denti e ha ottime proprietà diuretiche e sudorifere.

Anche in cucina regala buone sensazioni di freschezza e pulizia del palato. Ecco il motivo per cui la cuoca del Ristorante San Marco di Danzica, Larysa Shopina originaria dell’Ucraina ma con una lunga esperienza nelle cucine del Veneto, sotto la guida dell’executive chef Marco Bernardi, ha pensato e preparato questo semplice ma gustoso piatto.

Ingredienti per 4 persone:

  • 300 g tagliatelle 
  • 50 g prezzemolo 
  • 1 limone
  • 1 spicchio d’aglio 
  • 20 gamberi sgusciati 
  • Olio evo
  • 50 g burro 
  • Un po’ di vino bianco
  • Sale e pepe

Procedimento:

Fate bollire le tagliatelle in abbondante acqua salata, nel frattempo in una padella mettete lo spicchio d’aglio a rosolare una volta imbiondito l’aglio toglietelo e aggiungete i gamberi, sfumate con un po’ di vino bianco, aggiungete un po’ di acqua di cottura e spremete il limone.

Cotta la pasta versatela nella padella e aggiungete il prezzemolo e mantecate il tutto con il burro. Un piatto semplice e di grande effetto.

Buon appetito!

Nasce Izera, marchio automobilistico nazionale con sede in Slesia

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Questa notizia è tratta dal servizio POLONIA OGGI, una rassegna stampa quotidiana delle maggiori notizie dell’attualità polacca tradotte in italiano. Per provare gratuitamente il servizio per una settimana scrivere a: redazione@gazzettaitalia.pl

Izera è il nome del marchio polacco di auto elettriche che saranno prodotte in Slesia. ElectroMobility Poland annuncia che la prima auto elettrica polacca uscirà dalla linea di produzione nel 2023. L’auto sarà destinata al mercato di massa polacco. La presentazione del nuovo marchio ha avuto luogo vicino a Varsavia: sono stati presentati anche due prototipi, un Suv bianco e una berlina rossa. Secondo il presidente di ElectroMobility Poland, Piotr Zaremba, il nome scelto “Izera” è stato ispirato dai Monti Jizera, che si trovano sul confine polacco-ceco, e dal fiume Jizera, che in seguito sfocia nell’Elba. Il nome commerciale si riferisce quindi alla cooperazione transfrontaliera con partner internazionali. Il logo del marchio è un esagono, un nido d’ape con un diamante inciso. La parte centrale del logotipo ricorda una rosa dei venti. “Crediamo che i polacchi ameranno Izera” ha sottolineato il presidente della compagnia. Il direttore dello sviluppo tecnico del prodotto, Lukasz Maliczenko, ha spiegato che la prima Izera uscirà dalla linea di produzione nel terzo trimestre del 2023. A cavallo tra il secondo e il terzo trimestre del 2021 saranno invece realizzati stabilimento e linea di produzione. La fabbrica sarà costruita nel sud della Polonia, in Slesia. Il direttore dell’ufficio progetti ElectroMobility Polonia, Malgorzata Krolak, ha sottolineato che la costruzione di un’auto elettrica polacca è una grande opportunità per l’economia ed ha aggiunto che l’industria automobilistica è il secondo settore industriale in Polonia e genera l’8 per cento del Pil nazionale. “La Polonia è anche il più grande paese in Europa che non ha un proprio marchio automobilistico” ha puntualizzato Krolak. Secondo quanto annunciato la fabbrica Izera inizialmente creerà circa 3,5 mila posti di lavoro.

In estate facciamo il pieno di vitamina D!

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Rispondo alla domanda di una lettrice, che mi chiede chiarimenti sull’integrazione della vitamina D: «Sento spesso parlare di vitamina D: è davvero così importante per il nostro organismo? E come è possibile rimediare a un’eventuale carenza?»

Diciamo subito che la vitamina D per il nostro organismo non è solo importante, è fondamentale, e il controllo dei valori ematici viene spesso sottovalutato per superficialità, quindi è un bene che se ne parli così tanto.

Essenziale per il metabolismo del calcio e per la regolazione del sistema immunitario,  consente di prevenire e fermare la progressione di numerose malattie, da quelle infettive a quelle degenerative e autoimmuni. Nonostante la sua importantissima attività nell’organismo, la vitamina D risulta carente in una percentuale altissima di persone: in Italia si stima che almeno l’80% della popolazione abbia valori inferiori alla norma (dati forniti dalla Società italiana dell’osteoporosi, del metabolismo minerale e delle malattie dello scheletro – Siomms).

Bassi livelli nel sangue producono medie e gravi conseguenze fra le quali: difetti congeniti (causati dalla carenza nella madre), rachitismo, sovrappeso, osteoporosi, malattie autoimmuni (fibromialgia, Parkinson, Alzheimer, Sclerosi Multipla, Morbo di Crohn, Artrite Reumatoide), Sindrome da stanchezza cronica, maggior rischio di malattie infettive. Solo per citarne alcune!

La carenza di vitamina D è talmente frequente da essere considerata un’epidemia silenziosa. La causa principale va ricercata nella ridotta esposizione al sole, dovuta a sua volta alla vita moderna condotta sempre più al chiuso, e all’inquinamento da gas serra che riduce l’assorbimento cutaneo delle radiazioni solari. 

La fonte principale di questa preziosa vitamina infatti è l’esposizione solare, grazie alla quale si attiva il processo di sintesi endogena (cioè interna all’organismo stesso). Per assicurarsi una produzione di vitamina adeguata, dovremmo esporci al sole ogni giorno per almeno 15-20 minuti, senza uso di creme solari. In questo breve lasso di tempo, si produce una quantità pari a 10.000 – 20.000 Unità Internazionali. Inutile stare sotto al sole per ore: l’organismo non è in grado di produrne di più, la sintesi va in saturazione. Meglio quindi esporsi poco, ma per più giorni possibili. 

Tuttavia anche chi conduce molte attività all’aperto può sviluppare carenze. Come rimediare? Alcuni alimenti sono ricchi di vitamina D, come per esempio i pesci grassi (tonno, sgombro), fegato, formaggi grassi (burro), tuorlo d’uovo. Tutti cibi di cui però è consigliabile ridurre il consumo al minimo. Se proprio si vuole aumentare l’apporto nella dieta, meglio puntare sulle poche fonti vegetali, soprattutto funghi (shitake e porcini).

L’alimentazione dunque risulta essere insufficiente per il raggiungimento di livelli adeguati di vitamina D nel sangue, per questo motivo l’utilizzo di integratori è fortemente consigliato. Perché se è vero che la natura pensa a tutto, è altrettanto vero che la vita che oggi conduciamo è molto distante da ciò che la natura avrebbe previsto per noi.

Come spiega il dottor Paolo Giordo, autore di “Vitamina D, regina del sistema immunitario” (Terra Nuova Edizioni), «un giusto apporto garantirebbe la prevenzione di molte malattie, anche gravi. Inoltre va preso atto del fatto che, in caso di malattie conclamate, la vitamina D ad alte dosi ha effetti terapeutici evidenti e assai significativi».

La dose giornaliera raccomandata, nota come Rda, è stata individuata sulla base di livelli stabiliti nel 1997 per consentire la prevenzione del rachitismo e altre malattie scheletriche, e prevede 400-600 UI giornaliere (Unità Internazionali). I ricercatori dell’università della California a San Diego e della Creighton University del Nebraska hanno però contestato questi valori, affermando che la Rda è sottostimata di almeno dieci unità di grandezza. Anche un’istituzione molto conservatrice e prudentissima come l’Institute of medicine americano parla di 10.000 UI al giorno come limite sicuro di assunzione per la vitamina D, dose che rappresenta la quantità che il nostro corpo produce in media per un’esposizione solare completa di venti minuti.

Dosi maggiori devono essere monitorate da un medico esperto, per evitare qualunque effetto collaterale, e normalmente vengono somministrate solo in presenza di patologie autoimmuni legate alla carenza di tale vitamina. Il protocollo più noto in materia, è quello ideato dal neurologo brasiliano Cicero Galli Coimbra, ora diffuso e applicato nel mondo da vari medici appositamente formati.

Molte persone, specialmente quelle affette da patologie autoimmuni, presentano una resistenza genetica all’utilizzo della vitamina D: in questi casi si deve forzare questa resistenza aumentando le dosi. Il protocollo terapeutico, ideato e utilizzato dal professor Coimbra, consiste nell’uso di dosi elevate di vitamina D per riportare in equilibrio il sistema immunitario e bloccare l’evoluzione delle patologie autoimmuni, come la sclerosi multipla, l’artrite reumatoide, la spondilite anchilosante, la malattia di Sjogren, il lupus eritematoso sistemico, la rettocolite ulcerosa, il morbo di Crohn, la psoriasi, la vitiligine e molte altre patologie che rispondono al meccanismo dell’autoimmunità, cioè dell’autoaggressione da parte di cellule del nostro sistema immunitario nei confronti di altre cellule scambiate per “nemiche”. 

Domande o curiosità inerenti l’alimentazione? Scrivete a info@tizianacremesini.it e cercherò di rispondere attraverso questa rubrica!

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Szumowska nella selezione ufficiale della 77^ Mostra del Cinema di Venezia

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Questa notizia è tratta dal servizio POLONIA OGGI, una rassegna stampa quotidiana delle maggiori notizie dell’attualità polacca tradotte in italiano. Per provare gratuitamente il servizio per una settimana scrivere a: redazione@gazzettaitalia.pl

Un nuovo film di Małgorzata Szumowska e Michał Englert “Never gonna snow again” nella selezione ufficiale della 77^ Mostra del Cinema di Venezia che è stata ufficialmente presentata oggi dal suo direttore Alberto Barbera. Una coproduzione polacco-tedesca con Maja Ostaszewska, Agata Kulesza, Alec Utgoff, Weronika Rosati e Andrzej Chyra competerà con altri 17 film per il Leone d’Oro. La presenza polacca alla prossima Mostra non finisce qui. Una co produzione italo-polacca “Non odiare” di Mauro Mancini è stata selezionata nel concorso ufficiale della Settimana della Critica, sezione collaterale della Mostra del Cinema. Un accento polacco anche tra gli eventi speciali della sezione Giornate degli Autori. Tra i cortometraggi dell’evento Miu Miu Women’s tales che quest’anno, come negli anni passati, ha invitato registe di ogni continente, con sensibilità e stili diversi tra loro, a celebrare la femminilità nel XXI secolo, potremo vedere il corto “Nightwalk”, sempre della Szumowska che sarà presentato accanto a quelli di Zoe Cassavetes, Lucrecia Martel, Giada Colagrande, Massy Tadjedin, Ava DuVernay, Hiam Abbass, So Yong Kim, Miranda July, Alice Rohrwacher, Agnès Varda, Naomi Kawase, Crystal Moselle, Chloë Sevigny, Celia Rowlson-Hall, Dakota Fanning, Haifaa Al-Mansour, Hailey Gates, Lynne Ramsay e Mati Diop. Inoltre “I dannati di Varsavia” (Kanal) di Andrzej Wajda, dedicato all’insurrezione di Varsavia sarà presentato a Venezia il 15 agosto in una rassegna di capolavori restaurati che anticipa la Mostra del Cinema.

Quel treno chiamato Chopin

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Paolo Gesumunno e Gennaro “Rino” Canfora sono due veterani delle relazioni italo-polacche, con alle spalle oltre 35 anni di lavoro, affetti, vita nella terra di Chopin. E proprio il treno chiamato come il grande compositore romantico li portò, allora studenti di polonistica, nel freddo e nevoso febbraio 1981 a Varsavia, un viaggio che avrebbe cambiato la loro vita mentre parallelamente stava per cambiare quella di milioni di polacchi.

P.G./G.C.: Quando finalmente scendemmo alla fermata di Warszawa Gdańska, in una stazione innevata ma con il sole splendente, ci sembrava d’essere in una scena del film Il dottor Zivago. I controlli erano piuttosto blandi soprattutto sugli stranieri, a differenza di quanto avveniva in Repubblica Ceca. Per arrivare a Varsavia prendevamo il treno per Vienna. La capitale austriaca negli anni Ottanta del secolo scorso era ancora immersa nell’autentica atmosfera mitteleuropea, si sentivano parlare diverse lingue, i gendarmi erano armati fino al collo, la gente si industriava a mandare lettere e oggetti da una parte all’altra della cortina di ferro. Ogni volta che si veniva in Polonia sceglievamo di arrivare a Vienna al mattino per avere tutta la giornata per chiedere al locale consolato il visto di transito per la Cecoslovacchia. La sera si ripartiva in vagoni più scadenti e una volta entrati in Cecoslovacchia il treno si fermava alcune ore, staccavano l’elettricità e restavamo al freddo e al buio. La Polizia di frontiera, con una pila, passava a controllare minuziosamente tutti i vagoni. Poi finalmente salivano i passeggeri locali e si ripartiva alla volta della Polonia.

Il vostro arrivo in Polonia è coinciso con l’inizio di un periodo cruciale della storia di questo paese.

P.G.: La mia impostazione politica mi faceva vedere in modo ideale il comunismo, la bandiera russa era quella dei nostri sogni rivoluzionari. Ma poi vivendo qui ho capito come la Polonia fosse sotto una dittatura opprimente, completamente assoggettata all’Urss. Forse il primo atto in cui il governo socialista di Varsavia prese le distanze da Mosca fu in occasione del caso Chernobyl, aprile 1986. Il governo polacco disse subito la verità sull’incidente, prese le distanze dalla propaganda di Mosca che cercava di coprire l’accaduto. Venne nominato un comitato di salute pubblica guidato da un tecnico e non da un politico e si decise di far bere a milioni di polacchi lo iodio per evitare che venisse assorbito quello radioattivo presente nell’atmosfera. Lo bevve anche mio figlio di cinque mesi. Due anni prima c’era stato l’assassinio di Popieluszko…

G.C.: La Varsavia dove arrivammo era una città in cui gli scioperi erano sempre più frequenti, anche quelli dei mezzi pubblici, tant’è che imparammo presto ad andare a piedi dallo studentato di ulica Zamenhofa fino all’università. Ricordo il primo film che vidi al Kino Kultura, “Robotnicy 80’” una pellicola di protesta di cui venni a sapere attraverso il passaparola. Dopo quella prima borsa di studio entrambi tornammo in Italia e ne ottenemmo un’altra. Nel frattempo era però calata sul paese la Legge Marziale e dovemmo posticipare il nostro ritorno all’estate del 1982.

P.G.: Quando tornai nell’agosto 1982 il clima era surreale perché lo stato di guerra c’era ma in parte sospeso, il corso cui partecipai era ecumenico aperto a ragazzi provenienti da tutti i paesi soprattutto dell’est, ma c’era anche qualche studente dei paesi non comunisti tra cui molti italiani, soprattutto da Roma e Firenze dove c’era lo zoccolo duro della polonistica. Si vedevano molte pattuglie di militari in giro, c’era fermento, clima studentesco d’opposizione, manifestazioni, ma non ho mai vissuto momenti di grande tensione e scontri. Insomma non c’era un clima da caccia alle streghe, credo che la situazione in Cecoslovacchia e Germania dell’Est fosse peggiore, anche in particolare riguardo la delazione politica dei vicini di casa.

G.C.: Quando sono tornato per la seconda volta in Polonia, su consiglio dell’allora lettore di polacco presso l’Istituto Universitario Orientale di Napoli, sono andato a Cracovia. La vita quotidiana scorreva tranquilla ma nei negozi non c’era niente, per qualsiasi esigenza che andasse al di là della sopravvivenza dovevi andare ai Pewex dove si comprava solo con valuta straniera e c’era quasi tutto a cifre proibitive per i polacchi. Due anni dopo, sposato e con figlia, ricordo che passavo le serate a lavar pannolini di cotone perché i “pampers” non c’erano. A Cracovia il clima studentesco anti-sistema era molto vivace, ricordo le manifestazioni del 3 maggio, ricorrenza della prima Costituzione dell’Europa moderna del 1791, che ufficialmente il potere non voleva si festeggiasse, e poi gli artisti critici nei confronti del regime che si esibivano nel famoso cabaret di Piwnica Pod Baranami. Insieme a loro nel novembre del 1983 partii da Cracovia alla volta di Arezzo dove erano stati invitati a partecipare ad un festival di cabaret ed ebbi la possibilità di fare loro da interprete.

Nel frattempo le scelte di vita si realizzavano e siete rimasti in Polonia.

P.G.: Sì, e sono ben felice e sono fiero della parte polacca di me , questa è la mia terra, qui vivono la mia famiglia, i miei figli. Difenderei questo paese di fronte ad una qualsiasi minaccia alla libertà e l’autonomia nazionale. Nel 1989 quando cadde il comunismo io lavoravo da qualche anno all’Università e cominciavo la mia carriera di traduttore. Esperienze bellissime! Ho avuto l’opportunità di conoscere e di collaborare con le più prestigiose istituzioni di questo paese. Nel 1989, la sospirata caduta del muro comportò grosse complicazioni economiche e per un momento pensai anche di tornare in Italia ad insegnare polonistica. Ma nel 1990 fui assunto all’Istituto Italiano di Cultura e oggi festeggio 27 anni di lavoro per lo sviluppo dei rapporti tra i nostri due paesi.

G.C.: Io dopo aver insegnato qualche anno a Cracovia, dove ho conosciuto mia moglie, nel 1987 colsi al volo l’opportunità di lavorare all’Istituto di Cultura di Varsavia. In quel momento l’Italia sia a livello culturale, con l’organizzazione di eventi in Polonia, sia a livello politico si dimostrò molto vicina ai polacchi. Il 2 giugno 1989 all’Ambasciata Italiana per la Festa della Repubblica erano presenti Cossiga, Andreotti, Jaruzelski e Walesa. L’Italia fu il primo paese a riconoscere il cambio politico della Polonia che poco tempo dopo avrebbe visto l’entrata di Solidarnosc nel governo. Anch’io mi sento molto polacco e d’altra parte questo paese sia in tempi difficili sia oggi mi ha sempre accolto benissimo e poi qui sono nati e cresciuti i miei figli. Da napoletano posso dire che dell’Italia mi manca solo il sole.

G.C./P.G.: Tra le tante esperienze avventurose vissute in quegli anni le tournée con le maggiori orchestre sinfoniche e teatri dell’opera polacchi. Quali accompagnatori e traduttori, girammo praticamente tutte le città italiane insieme al mitico maestro Silvano Frontalini; passammo tutte le frontiere e vissuto quei momenti insieme a bravissimi artisti polacchi costretti a guadagnarsi il pane girovagando su vecchi autobus Ikarus. Abbiamo condotto corsi di italiano alla radio e alla televisione, Rino ha recitato in Komedia Małżeńska, film culto di quegli anni… Insomma di tutto e di più!

Come nascono gli istituti italiani di cultura in Polonia?  

P.G./G.C.: Nel 1965 fu aperta in ulica Nowowiejska una sala lettura con libri in italiano che nel 1974 si trasformò in Istituto Italiano di Cultura. La sede era uno storico palazzo in ulica Foksal, veramente un bel posto, in cui avevamo anche una sala cinema con due veri proiettori per pellicole da 35mm. Però eravamo in affitto e la manutenzione era scarsa. Il governo italiano cercò di acquistare lo stabile ma, caduto il comunismo, risultò problematico individuarne il vero proprietario, finchè nel 2001 l’ambasciatore Biolato spinse l’Italia a comprare l’attuale sede in Marszalkowska.  Nel frattempo era nato anche l’Istituto Italiano di Cultura di Cracovia.

foto: Agata Pachucy