Misia Konopka: “In Italia ricarico le batterie”

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Quest'articolo è disponibile in: Italiano Polacco

L’articolo è stato pubblicato sul numero 80 della Gazzetta Italia (maggio 2020)

Da 40 anni ogni anno va in Italia. Ha studiato pittura, design industriale e tessuto all’Accademia di Belle Arti di Varsavia. Dipinge l’architettura di Venezia, i paesaggi italiani e polacchi, alberi e uccelli; disegna interni e scenografie teatrali. La sua passione particolare è creare mandala.

Da anni di tanto in tanto trascorri del tempo in Italia

L’Italia è per me come un’altra patria. Specie Venezia.  Continua ad affascinarmi. Ogni volta che ci sono, per i primi tre giorni sono in giro per la città e mi sento come dietro a un vetro. Devo pizzicarmi perché non riesco a credere in ciò che vedo, anche se da 40 anni ci vado almeno una volta all’anno.

E che cosa vedi?

Vedo una luce diversa. Il sole che tramonta. L’aurora. Di solito non mi capita di alzarmi molto presto la mattina, ma a Venezia mi viene naturale farlo. Guardo la nebbia mattutina e la luce del sole che si rispecchia sull’acqua dei canali. È un fenomeno incredibile, bisogna vederlo da soli. Per un tale miracolo della natura vale la pena alzarsi presto, anche tante volte!

In Italia “ricarichi le batterie”?

Sì, e grazie a questo quando torno in Polonia non ho solo l’energia per lavorare, ma anche ho dentro di me il ricordo di quello che c’è stato in Italia. Questo paese mi ha dato un sacco di cose, mi ha resa molto più aperta. È lì che dipingo, faccio degli schizzi, delle foto. Tornata in Polonia continuo a dipingere ma nel mio studio. Paesaggi di quei posti e dalla Polonia. Qui abito, qui sono cresciuta. Qui vivo. Ovviamente mi dispiace non avere quella luce e il fatto che qui è tutto grigio, ma apprezzo il fascino di quello che c’è in Polonia, per esempio novembre! 

Ma l’armonia che in Italia è onnipresente, e la bellezza, stanno così tanto dentro di me da influire sui miei quadri polacchi. Quindi sia per le mie opere che per la salute mentale devo andare in Italia almeno una volta all’anno, giusto per saziarmi di questa bellezza.

Cos’è c’è di così bello?

Come in nessun altro paese gli architetti italiani sanno unire i monumenti, l’architettura antica con quella moderna. Hanno un senso tale da creare degli oggetti a diverse scale ma sempre integrati nell’ambiente. L’ho capito vedendo per la prima volta la Fontana di Trevi a Roma: una fontana grande in una piazza piccola, all’apparenza una sproporzione, ma non se la percepisce come contrasto ma come composizione fantastica.

Nei tuoi quadri l’architettura è molto importante

Adoro l’architettura della città! A casa sono cresciuta nello studio urbanistico di mia mamma. Stavo seduta sotto il tavolo da disegno, venivano degli architetti, preparavano i progetti per concorsi, parlavano… Mamma non criticava mai le persone, invece faceva commenti sugli edifici: “guarda il ritmo di queste finestre…” o “com’è interessante questo tetto…” 

Perché non sei diventata architetto?

Il mio sogno da bambina era il design industriale all’Accademia di Belle Arti. Già quando davo gli esami d’ammissione all’ASP a Varsavia (Accademia di Belle Arti), i risultati migliori gli avevo proprio in pittura. Grazie a un professore fantastico, Łukasz Korolkiewicz, dopo tre anni sono passata dal design alla pittura, anche se ho perso un anno.

Quanto tempo ci metti per dipingere un quadro?

Da un mese a mezzo anno. Spesso sento dire che un pittore non va al lavoro cosiddetto “normale”, che dorme fino a mezzogiorno, poi fa due macchie sulla tela, ed eccolo, il quadro è già pronto. Io per creare, per entrare in una sessione di pittura, ho bisogno di almeno 6 ore libere. Spengo il cellulare, dimentico di avere fame e di dover portare fuori il cane. È come se entrassi in un mondo diverso, è un’intera sessione, molto sfibrante in termini d’energia.

Le tue tecniche artistiche?

Uso i migliori materiali, gli acrilici italiani Maimeri. Dell’Italia porto i pigmenti geniali per i colori a olio. Ho provato tutte le tecniche di pittura: le forme più piccole illustrative, le composizioni in bianco e nero a inchiostro, acquerelli, acrilici, acrilico unito a olio. Per le opere di grande formato uso i colori a olio. Dipingevo su tela, ma adesso preferisco dipingere su cartoni spessi, come tanti pittori prima di me: Boznańska, Stanisławski, Witkacy. Comprare tele già pronte non mi va perché sono plastica che poi si corruga. Credo che se dipingiamo su tela questo diventa in qualche modo un impegno, e per questo per anni  montavo la tela sul telaio da sola e preparavo l’imprimitura di gelatina. Un sacco di lavoro, per lo più col passare del tempo i quadri su tela possono rovinarsi, il colore crepa, mentre gli oli su cartone sono indistruttibili.

Le tue opere sono segmentate

La linea “Venezia”, “Paesaggi toscani” e “Natura morta” sono i motivi italiani. Nei miei quadri appaiono gli agrumi, i ramoscelli d’ulivo, le bottiglie d’oliva e di vino. “Paesaggi polacchi” è invece un tema patrio. E “I mandala” sono molto personali.

Nei tuoi dipinti ci sono tanti uccelli e alberi

Sono i ricordi della mia infanzia, pare che da bambina disegnassi solo alberi. Quando sono nata mia mamma ha piantato 5 piccole betulle nel giardino vicino a nostra casa nel quartiere di Mokotów a Varsavia. Le betulle crescevano con me, e io dalla finestra nella mia camera adoravo osservare questi alberi e gli uccelli che vi si posavano. E oggi c’è in me una compulsione a dipingere gli alberi. Dipingo sia gli alberi da soli che i paesaggi con alberi. Un albero appare anche in un quadro con l’architettura veneziana, di una città dove gli alberi non sono tanti. Ho letto che secondo Jung schizzare alberi è un simbolo della ricerca del senso della vita.  E gli uccelli? Li dipingo perché mi affascinano come creature. Sono straordinari. Adoro guardarli da vicino.

Cucini alla italiana?

Ma certo! L’ho imparato quando frequentavo la scuola primaria. Da un italiano, Paolo, che abitava a casa nostra: era in Polonia per una borsa di studio. Cucinava per noi perché in Italia è un compito da maschi. Paolo faceva un gran casino, ma cucinava da dio. All’epoca nei negozi non c’era quasi niente, e lui di questo “niente” sapeva fare un “qualcosa”. Un qualcosa fantastico, italiano. E io lo guardavo. Nella mia vita non avevo mai preparato qualcosa da una ricetta perché penso che cucinare sia come dipingere. Ho i colori, la tavolozza, la tela e da loro emerge un quadro; lo stesso vale per la cucina, ho qualche ingrediente e posso farne una composizione tale da creare un piatto. Queste due cose sono in qualche modo vicine. Si tratta di creazione.

Cos’altro ti piace in Italia?

L’identificarsi degli italiani con la propria regione. Dicono fieri: “Sono Calabrese“, “Sono Veneziano“. Le celebrità italiane che danno i concerti nelle metropoli di tutto il mondo spesso vivono là da dove vengono, come Andrea Bocelli che abita in una cittadina piccolissima in Toscana. È una cosa fantastica. In Polonia non conosco una celebrità di tale livello che nata in qualche piccolo paese continuerebbe a viverci per tutta la vita.

Ripeti spesso “Amo l’Italia, amo gli italiani”…

È per la loro celebrazione della vita, per il loro atteggiamento amichevole e la loro meravigliosa cucina. Perciò mi pare di avere due patrie, benché sappia che Polonia e Italia sono due poli diversi.

Faccio un esempio: a ora di pranzo stavo in un piccolo locale al Lido di Venezia. Un paio di piccoli tavolini all’ombra degli alberi. Entrano 3 operai da un cantiere vicino, in abbigliamento da lavoro, macchiati di colore. Si siedono, ordinano gamberetti e cozze, bevono un bicchiere di vino bianco e tornano al cantiere. Ecco l’Italia!

Credo che gli italiani capiscano che l’arte è vita come il sole è vita. E queste due cose non si possono separare. Sono una nazione d’artisti, scrivono poesie, dipingono quadri, i pensionati frequentano i corsi di disegno. Adorano l’opera. Con una signora che fa pulizie nell’appartamento di mio zio a Venezia parliamo spesso del programma dell’opera. A Venezia l’idraulico che veniva a casa nostra per aggiustare qualcosa ha visto un mio quadro e subito ha comprato due miei lavori. Il proprietario della bancarella con la verdura mentre mette nel sacchetto del prezzemolo mi parla delle esibizioni interessanti che ci sono da vedere. È questa la cosa che amo. Là mi sento felice.

traduzione it: Marcelina Oniszczuk

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