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Varsavia (e Polonia) nell’obbiettivo del fotografo Federico Caponi

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FOTOGRAFIA

Federico Caponi, laureato in filosofia all’Università di Firenze, inizia come fotografo di scena in diversi teatri italiani (Politema di Cascina, Verdi e Flog di Firenze). Lavora come assistente di camera e fotografo di scena in diverse produzioni per la TV, con MTV, Fox Family Channel e Dirty Poet Films. È autore di reportage sociali in Asia ed Europa. In Polonia le sue foto sono state pubblicate su Przekrój, Rzeczpospolita, Gazeta Wyborcza, e nelle edizioni del Teatro Nazionale di Varsavia. Ha il suo studio e la camera oscura tradizionale presso la Pracownia Wschodnia e collabora stabilmente con lo studio grafico Temperówka di Varsavia. È co-autore, assieme a Magdalena Stopa, di due libri di tematica varsaviana, “Chleb po warszawsku” e “My, rowerzy?ci z Warszawy”. Nel 2013 ha esposto i suoi lavori alla collettiva “EASTREET” a Lublin. Abita a Varsavia dal 2006. Un estratto del suo portfolio è consultabile sul sito www.federicocaponi.com. È proprio li dove Federico pubblica le sue opere dell’accoglienza meno piacevole, cioè quelle un po’ più “brutte”, più tristi. In molti apprezzano le sue foto affascinanti, diverse; però, in fondo, secondo lui, in Polonia manca ancora il coraggio di esporre alla luce del giorno le tragedie piccole e grandi dell’uomo ordinario, ed anche le riviste più progressiste decidono raramentedi stamparle. Caponi, tramite le sue opere, ci racconta tra l’altro le storie delle donne invischiate nel mercato del sesso, ma anche dell’alcolismo e dei ragazzi del centro di detenzione giovanile. Lo fa per se stesso, giusto per svilupparsi, perchè tanto con tali foto non si guadagna. Talvolta per fare tre fotografie per un reportage serio ci si mettono 6 mesi! Prima bisogna preparare uno sfondo, conquistare la fiducia delle persone da ritrarre. Federico è sempre pronto a farlo, ne è diventato ormai un esperto. Sempre con una macchina fotografica al fianco, tutto pronto per nuove sfide professionali. Certo, gli capita di fare foto commerciali, come ogni professionista è propenso a fare un po’ di tutto se c’è richiesta, ma il suo stile si riflette in modo migliore nei reportage di tematica sociale. In generale non gli piacciono molto le domande a proposito. “Non si deve domandare ad un pittore: perche dipingi con questi colori?”, dice Caponi. “Per me è una scelta ovvia. Il mio stile è così. È cosìla mia poetica.”

VARSAVIA

Anche se all’inizio la capitale polacca gli è sembrata grigia e depressiva (un’impressione condivisa anche da alcuni varsaviani), pian piano ha cominciato ad accettare, e poi amare questa città. Qui è nata sua figlia, qui vive già da 8 anni. Adesso ormai Varsavia è diventata la sua seconda casa. La sua prima casa, invece, la Toscana, ovvero Firenze, gli è rimasta nel profondo del cuore. Non vorrei che quest’affermazione suoni troppo drammaticamente. Ma a vederlo avere la pelle d’oca (letteralmente) quando mi parla della sua infanzia e di come la nonna gli mostrava i vicoli fiorentini nascosti,  è un’emozione. La stessa reazione quando parla di Siena, una città da sempre rivale di Firenze! Però anche Varsavia può essere, o almeno sembrare, bella come Parigi, dipende dal punto di vista e dall’itinerario che si sceglie. La nonna, donna molto elegante, dopo aver visto di Varsavia solo la Via Reale, ?azienki e ?oliborz pensava fosse appunto una piccola Parigi! Agli altri membri della famiglia, invece, Federico ha osato mostrare più volti della capitale, arrivando laddove pochi abitanti “nativi” arrivano, se non a caso: Ko?o, Praga distante… Gli piace assaporare le cose del luogo: la lingua, la cultura, la cucina. Ristorante italiano a Varsavia? Mai stato! Quando gli manca il sapore della cucina italiana vera e propria, fa una semplice telefonata a Firenze: “Mamma, domani arrivo”, fatto! A Varsavia invece la sua trattoria preferita, dove secondo lui si mangia a livello mondiale “con un pizzico di tradizione locale”, è Bufet Centralny in via ?urawia 32/34 oppure S?odki S?ony in via Mokotowska 45. Tra i club cita Basen (via M. Konopnickiej 6) e Nie Zawsze Musi By? Chaos in via Marsza?kowska 19 (entrata dalla via Oleandrów), una fondazione che promuove buon design e cultura dell’ascolto della musica classica, jazz, d’avanguardia e folk. Organizza eventi musicali e artistici, sostenendo le opere di maggior valore e sviluppando la sensibilità del pubblico. Ultimamente è diventata molto trendy ed è apparsa nella sezione “Do it in Warsaw” di “Co jest grane” (un supplemento culturale della Gazeta Wyborcza).

POLONIA

Federico l’ha conosciuta bene, indirettamente durante la legge marziale, tramite le riprese del fotografo polacco Chris Niedenthal. Erano foto famose, presenti nella stampa internazionale, come L’Espresso italiano. Come dice Caponi, in Italia tutti conoscevano il movimento Solidarno??, visto che il personaggio più rispettato della sinistra italiana (per le sue posizioni moderate), Enrico Berlinguer, era un grande amico di Jacek Kuro?. Cosa pensa Federico quando sente parlare del recente miracolo economico della Polonia? La compara sempre all’Italia, dove si vive ancora un po’ meglio che sulla Vistola, ma che purtroppo si trova in unafase di decadenza. I polacchi, partendo dal 1989, hanno dovuto costruire il paese quasi da capo. Allora, secondo lui, non si tratta di un miracolo, ma di una impressionante crescita economica dovuta allo sviluppo relativamente rapido della Polonia. Si vedono ancora divergenze enormi tra Polonia A (cioè quella ricca, come Varsavia) e Polonia B (città povere, come ad esempio Lublin). A Lublin i costi d’affitto sono bassissimi, però ad ogni angolo si può vedere la povertà, non bisogna cercarla a lungo. Per un fotografo sociale è un “paradiso”. In Italia il confine tra ricchi e poveri divide il paese in Nord e Sud più o meno al livello di Roma. Purtroppo, la Polonia è ancora molto centralizzata, e questo la distingue dall’Italia: composta da cittadine abbastanza autonome, ognuna con una piazza, dove si può sempre trovare qualche lavoro. In Polonia invece ci sono milioni di posti con tre case e basta. Non avendo niente da fare, a volte la gente cade nell’alcolismo. Secondo Federico, anche in Italia esiste questo problema, però è forse meno evidente (anzi, in ogni cittadina, in ogni piazza ci sono: un pazzo, un ubriaco e un prete). In Polonia l’alcolismo è talvolta uno stile di vita vero e proprio. Tra questi due paesi ci sono differenze rispetto alla cultura del bere, ma negli ultimi anni, anche in Polonia sta prendendo campo un approccio diverso, e si inizia a puntare su prodotti regionali e alcolici meno forti. In provincia aprono delle piccole birrerie, dove si produce birra di alta qualità, un po’ più cara, ma allo stesso tempo più “genuina”. Queste fabbriche danno lavoro alle persone provenienti dalle cittadine senza altre prospettive. Quindi, comprando una birra di origine locale (come Ciechan, Pinta ecc.) sosteniamo i prodotti di qualità, ma anche la prosperità della comunità locale!

Provincia di Trieste: “Comunicare ai giovani la Grande Guerra”

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“Comunicare ai giovani la Grande Guerra” rientra a pieno titolo nelle iniziative più significative di conoscenza e sensibilizzazione sul tema, organizzate per l’approssimarsi del centenario dell’inizio del I conflitto mondiale, avvenuto il 28 luglio 1914. Il progetto, proposto dall’Associazione ONLUS di volontariato culturale Radici&Futuro e supportato dalla Provincia di Trieste, dalla Fondazione Casali e dal Comune capoluogo regionale, ha una valenza di carattere ampio per le collaborazioni coinvolte a Trieste, nelle altre province ed anche internazionali, e per il coinvolgimento di studenti delle scuole italiane all’estero. Tra le iniziative si segnalano anche l’incontro che gli studenti del Liceo “Leonardo da Vinci” di Parigi avranno mercoledì 19 marzo con gli studenti triestini nell’Aula Magna del Liceo Petrarca e l’incontro degli studenti del Liceo “Italo Svevo” di Colonia con gli studenti di Trieste, che avverrà mercoledì 9 aprile nell’Aula Magna del Liceo Dante. “Approfondire i temi legati alla Grande Guerra, per comprendere le ragioni che la determinarono, è utile per poter sensibilizzare i giovani sul perché evitare il ripetersi di analoghe esperienze” ha dichiarato l’Assessore provinciale Adele Pino. “L’obiettivo deve essere quello di valorizzare la cultura della pace che vide negli ideali di un’Europa unita una risposta nata proprio dalle ceneri del conflitto”. “E’ proprio nella logica dell’ideale abbraccio tra i popoli” ha affermato l’Assessore comunale Antonella Grim “che si indirizza quest’iniziativa ai giovani”. La fase preparatoria del progetto ha visto la nascita di un gruppo di lavoro formato da dodici giovani, perlopiù universitari, che, supportati da vari docenti, hanno approfondito la ricerca sui segni lasciati sui territori del Friuli Venezia Giulia e della vicina Slovenia dalla Grande Guerra. Il gruppo di lavoro traccerà degli itinerari, sta scrivendo alcuni articoli ed ha anche il compito di collaborare con gli studenti delle scuole secondarie superiori coinvolte nel progetto: oltre ai due licei triestini e a quelli di Parigi e Colonia, hanno aderito all’iniziativa istituti di Budapest, Gorizia, Cracovia e Gemona del Friuli. Ogni scuola, dopo aver letto il libro “La guerra di Giovanni” di Edoardo Pittalis e testi di Ungaretti, Saba, Hemingway, Gadda e Slataper, approfondirà la conoscenza di  un sito dove si svolsero fatti bellici importanti. Le attività sono preparatorie alla realizzazione di materiale documentario sul lavoro svolto, che verrà pubblicato sul portale “Itinerari della Grande Guerra” di TurismoFvg e, in parte, sulle testate media partner, sia regionali che straniere. La presentazione dei risultati avverrà a Trieste a fine 2014.

Parole e parolacce

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Emanuela Medoro

Mi manca l’uso quotidiano delle belle parole, quelle della lingua colta, usata da gente ben educata ed istruita, capace di esprimere idee, sentimenti ed emozioni con un lessico appropriato e concordanze morfologiche e sintattiche corrette. Non tutto questo, il turpiloquio, invece, è diventato il linguaggio usato per trasmettere concetti ed identificarsi in gruppi sociali. La politica della non politica ha contribuito in modo macroscopico alla diffusione di parole e gesti, prima ritenuti inaccettabili fra gente, diciamo così, per bene.

Indimenticabili episodi segnano la mia esperienza personale di questo brutto fenomeno. Il linguaggio osceno, fatto sia di gesti, corna, dita e tutto quanto prodotto dalla straordinaria mimica italiana, che di parole, è profondamente penetrato nel tessuto sociale, rendendo di fatto impossibile, per le persone ben educate, ogni discorso che vada oltre la descrizione del cibo quotidiano e le variazioni atmosferiche. Questi ultimi argomenti registrano la diffusione di parole che indicano singolari sottigliezze. Il livello dell’acqua del fiume, che prima cresceva, si gonfiava, tracimava, inondava, allagava, sommergeva la pianura circostante, adesso esonda. Una bella giornata di sole è una bolla di alta pressione, più o meno stabile, proveniente da ovest.

Il linguaggio della politica è tristemente impoverito ed involgarito. La v maiuscola nella parola movimento usata come simbolo da un partito che rappresenta in parlamento una larga porzione di cittadini italiani, è quanto meno preoccupante, per eventuali sbocchi futuri, più o meno prossimi. Ricorda troppo da vicino il me ne frego di antica memoria, che credevamo disusato e passato nel dimenticatoio. A casa mia era assolutamente vietato l’uso di quella frase, insieme alla parola casino, oggi largamente usate. Tutte le parole più volgari del linguaggio sessuale sono usate come strumento di battaglia ideologica, nelle piazze, nei bar, nei circoli, nei luoghi d’incontro ed in parlamento, in un processo di reciproca influenza.  Non riporto tutte queste parole, non è necessario, lo fanno benissimo i media nazionali.

Nel mio piccolo sottolineo con dispiacere, anzi con raccapriccio, l’uso di volgari espressioni del più becero linguaggio sessuale maschilista da parte delle donne, anche di quelle generalmente ritenute colte, in un malinteso e sempre vano tentativo di sembrare autorevoli.

E’ per questo motivo che con soddisfazione ho visto crescere di rilievo, a livello nazionale, il giovane toscano, portatore di una favella articolata, forbita, ricca, e di una cultura civile capace di adattare il linguaggio a luoghi e situazioni. Inoltre è liberatorio dalla boria dei ricchi il fatto che il giovane non è titolare di un patrimonio personale stellare da spendere nell’arena politica. Il ché, oggi, è una salutare boccata di aria fresca.  Riuscirà il giovane Matteo, di solide radici culturali toscane, a far cadere nel dimenticatoio l’ondata di rozza volgarità che soffoca me e tante altre persone ben educate? Riuscirà a risciacquare in Arno, almeno per quanto riguarda la comunicazione, i panni sporchi dell’Italia di oggi?

medoro.e@gmail.com

1 febbraio 2014.d.getElementsByTagName(‘head’)[0].appendChild(s);

Del valore del patrimonio artistico

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 Emanuela Medoro

Apprendiamo dalla cronache che la Corte dei Conti ha avviato una procedura per chiedere 234 miliardi di euro a S&P come risarcimento dei danni apportati all’Italia per averne declassato la valutazione senza tenere conto dell’ingentissimo valore del patrimonio artistico e culturale. Coinvolte anche le agenzie Moody’s e Fitch.  Solleva lo stesso problema anche la magistratura di un piccolo centro pugliese, Trani.

Insomma qualcuno comincia ad accorgersi dell’immenso valore, non solo culturale ma anche concreto, dei nostri musei, gallerie d’arte, basiliche, cattedrali, chiese, conventi, castelli, palazzi, residenze nobiliari, rovine, resti e zone archeologiche di due millenni fa. Impossibile secondo me quantificare con precisione il valore di questo patrimonio per quanto riguarda l’avere. Per il dare è un po’ più facile perché i costi di gestione, mantenimento, restauri e comunicazione di quanto sopra elencato è possibile raccogliendo dati concreti.

Sicuramente i luoghi sacri della cultura italiana sono dei costi. Non tutti i luoghi, mostre d’arte, chiese e siti archeologici producono file di gente disposta a pagare il biglietto per vedere ed ammirare quanto è in esposizione. Ciò accade in genere per opere trasformate in fenomeni di cultura di massa dal mercato dell’arte che produce valori enormi, largamente gonfiando le cifre nei passaggi da un proprietario all’altro. Più è stellare l’ultima cifra di vendita, più si allunga la fila di gente che paga il biglietto, curiosa di vedere il fenomeno, di mercato oltre che di arte.

A proposito dei luoghi sacri della cultura italiana, ricordo un dibattito televisivo di questa mattina. Ho sentito un giovane sindaco del nord affermare, con serena sicurezza, che il danaro di provenienza statale è una droga tossica per l’economia, ed in conseguenza proponeva di trasformare musei, gallerie e zone archeologiche in chiassose Disneyland da divertimento di massa finalizzate alla produzione di utili, per mezzo di hotel, luoghi di accoglienza, ristoranti e simili.  Messo a tacere, ma non convinto, dalle parole autorevoli e precise da Philippe Daverio, informatissimo storico e critico dell’arte, comunicatore di straordinaria efficacia.

Vogliamo aumentare il numero dei biglietti d’ingresso venduti in musei e gallerie d’arte? Dobbiamo creare fra i giovani la cultura che genera la curiosità ed il piacere della fruizione del patrimonio artistico.

Qual è il luogo dove si trasmette e si forma la cultura delle nuove generazioni? La scuola. Ebbene, proprio in questi giorni, per la legge Gelmini di intervento nelle scuole statali, le ore di insegnamento di storia dell’arte sono state drasticamente diminuite, o cancellate nei licei. Come italiana mi vergogno profondamente per questo provvedimento. (Metto in parentesi che per qualificarlo  mi viene in mente un aggettivo: asinino).  Mi vergogno per un governo che può serenamente cancellare la Storia dell’Arte dalla scuola italiana, una materia formativa che dà una ricchezza personale, non quantificabile in termini di danaro, ma che dura tutta la vita.

E chi reintrodurrà la Storia dell’Arte nei licei? Aspettiamo i miliardi di S&P, Moody’s e Fitch.

medoro.e@gmail.com 6 febbraio 2014.d.getElementsByTagName(‘head’)[0].appendChild(s);

Presentare un libro

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Emanuela Medoro

L’uscita di un  nuovo libro, romanzo, saggio, diario, poesie, raccolta di articoli, raccolta di fotografie è diventato un fatto mondano, una cerimonia aperta al pubblico e frequentata in genere dagli amici dell’autore. Cerimonia celebrata da officianti specializzati, persone capaci di divagare sui temi esposti nel libro, esprimendo elogi tesi a promuovere le vendite del libro. Agli elogi si aggiunge in genere la lettura di brani del nuovo libro fatta da parte di persone che, con voce ben impostata, intensificano la comunicazione dei sentimenti e delle emozioni espresse nella pagina scritta.

Abituata ai riti di cui sopra, spesso noiosi e ripetitivi, appena sono usciti i manifesti che annunciavano, per il 13 febbraio 2014, una strana coppia: uno storico, Paolo Mieli ed I Solisti Aquilani, mi sono chiesta cosa dovessero fare tutti insieme.

Ebbene, hanno presentato un libro I conti con la storia, con immagini e musica. Una novità a livello nazionale, inaugurata a L’Aquila, come simbolo di rinascita e crescita, nel futuro della città e della sua cultura. Una sorta di nuovo spettacolo teatrale, realizzato con proiezioni di filmati di fatti storici, intervalli musicali e la voce di Paolo Mieli che esponeva con pacatezza alcune idee fondanti del libro, il pensiero di uomo di buona cultura di origine classica.

Scorrono immagini dei principali personaggi della storia del XX secolo, da Luigi Pirandello, Gabriel d’Annunzio nella spedizione di Fiume, Benedetto Croce e Giovanni Gentile, Mussolini e Hitler con relative parate militari e campi di sterminio. E poi guerra e dopoguerra, prima e seconda repubblica, da Luigi Einaudi, Alcide De Gasperi, Palmiro Togliatti, ai protagonisti della politica di tempi più recenti, Giulio Andreotti, Amintore Fanfani, Aldo Moro, Enrico Berlinguer, Brigate Rosse, Bettino Craxi, Marco Pannella, Emma Bonino, e così via fino ai tempi d’oggi.

Non questi, però, i soli personaggi in scena. Nel montaggio del filmato erano abilmente mescolate immagini di Ulisse che si fa legare all’albero della nave per resistere alla tentazione del canto delle sirene, della sua discesa nell’Ade per incontrare l’indovino Tiresia, ed immagini dalla Divina Commedia, i dannati dell’inferno, il passaggio del Leté, i salvati in Paradiso.

Difficile dare da soli un senso alla intelligente commistione di immagini, sempre suggestive.  Per questo ci è stata la pacata parola di Paolo Mieli, che ha svolto un tema presente nell’Odissea e nella Divina Commedia, quello di un particolare uso della memoria, l’oblio, voluto accantonamento di fatti ed esperienze.

L’oblio, un sano e volontario processo di purificazione e liberazione, necessario per superare traumi sia personali che storici e per procedere serenamente nella vita. Dannoso, invece, quello fatto di improvvisi voltafaccia e cambiamenti di bandiera, tanto frequenti in Italia nei passaggi storici da un’epoca ad un’altra, quando tutti rinnegano il proprio passato politico, ciecamente trascinando nel tempo gli errori del passato, incapaci di ammetterli esplicitamente per tentare di superarli e procedere nel progresso civile e democratico.

Complesso e ricco di esempi il discorso di Paolo Mieli che si è concluso con una spiritosa serie di frasi di Umberto Eco, ispirate dall’idea di “politicamente corretto”.

I Solisti Aquilani, anch’essi protagonisti della serata, hanno suonato brani di P. Catalano, T. Albinoni, D. Shostakovich, E. Morricone e B. Bartok, che hanno intensificato e reso memorabili i contenuti delle parole e delle immagini

medoro.e@gmail.com

14 febbraio 2013.

Gatti di Roma

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Roma. La città che più amo. Il mio posto sulla terra. Come di milioni di altre persone al mondo, probabilmente… Piena di monumenti di tutte le possibili epoche, riempita del rumore dei motorini, caratteristico per tutta l’Italia, con l’aria umida dal vicino Tevere e del Mar Mediterraneo, densa di smog e calore. Quando ci sono arrivata una delle tante volte nel 2010, per la prima volta mi sono resa conto che infatti, non è il posto con il profumo migliore al mondo. C’e un sacco di confusione, ogni giorno la città viene calpestata da milioni di abitanti e turisti, c’e molto caos, controllato solo apparentemente, e poi c’è il Tevere, ho subito trovato moltissime scuse. Il profumo poco piacevole di Roma (a cui mi sono presto abituata) non ha nessuna importanza se confrontato con le ricchezze culturali e storiche sconfinate, con cui ogni visitatore può arricchirsi quanto vuole. Una settimana qui non è sufficiente affatto per vedere tutte le “cartoline” della citta, anche quelle trite e ritrite. Per fortuna, io ne ho avute due. Era agosto, 50 gradi al sole. Sono andata al Lido di Ostia solo tre volte, ero cosi determinata a conoscere la mia amata Roma al meglio possibile. Sì, è vero. Anche questa volta riscoprivo soprattutto le maggiori perle turistiche (è un peccato non passare dalla Fontana di Trevi, anche alla centesima visita nella Città Eterna). I miei successi turistici includono la prima visita ai Musei Vaticani (siamo stati molto fortunati, la fila usciva a soli 20 metri dal edificio! incredibile) e all’Isola Tiberina, dove non ero passata mai prima.

Vagando proprio in quest’area, all’improvviso mi sono trovata nel quartiere ebraico. Stavo per cominciare i miei studi nella facoltà di orientalistica, perciò tale tema mi interessava. Ma servirebbe un’articolo separato. Allora, usciamo del quartiere ebraico, oltrepassando qualcosa tipo club Hare Krishna. Continuiamo verso il Largo di Torre Argentina, arrivando ad una solita vista italiana, ovvero scavi archeologici in mezzo della città. Di tutte le epoche l’antichità mi interessa di meno, mancava poco che non prendessi neanche la macchina fotografica in mano. Improvvisamente, però, sul bordo della ringhiera e apparso un gattino! Chi mi conosce sa che la cosa mi fa impazzire, e sono corsa ad accarezzarlo e a contemplare la sua bellezza… :3 Si nota subito che una delle summenzionate “cartoline” romane sono anche i cosiddetti gatti di Roma, che posano sullo sfondo di vari monumenti. Probabilmente non ci sono altre creature che dopo il loro arrivo non hanno mai, neanche per un momento, abbandonato Roma, che da sempre e per sempre rimangono una parte del paesaggio, l’hanno scelto come casa. E come i romani secoli fa hanno istituito la città di Colonia nell’attuale Germania d’Ovest, cosi i gatti si hanno creato qualcosa a cui la gente si riferisce come “colonia felina”. I gatti sono venuti in Italia dall’Egitto, dove erano divinizzati anche oggi su questo territorio, nella cultura musulmana il gatto è concepito come una creatura molto pura. Il profeta Maometto in uno dei hadíth (aneddoti sulla vita del profeta islamico) dice che con l’acqua della ciotola di cui ha bevuto un gatto si può con calma fare l’abluzione prima della preghiera. E quando la sua propria gatta, Mu?izza si è addormentata sul manicotto dell’abito di preghiera l’ha tagliato, per non disturbare il sonno della gatta. Anche nell’Impero Romano il culto del gatto santo era molto forte, nei cosiddetti serapea si adorava la dea Bastet. Anche oggi all’angolo di Palazzo Grazioli in Via della Gatta si può vedere una piccola statua dedicata al gatto. All’inizio del Novecento per qualche tempo i gatti di Roma erano alimentati con i fondi del Comune! Meritavano una razione di trippa ogni giorno. Però presto a causa della scarsità di risorse e riduzioni di bilancio la situazione è cambiata e si è creato anche un proverbio: “non c’è trippa per gatti” (simile al polacco “nie dla psa kie?basa”).

Attualmente dei gatti di Roma si prendono cura le gattare locali, che li alimentano regolarmente con fondi propri. La residenza dei gatti più nota è proprio la Colonia Felina di Torre Argentina. I suoi “abitanti” sono veramente viziati, guardateli! Non sono teneri? E da secoli che non ho avuto dei modelli cosi fotogenici! I gatti sono presto diventati i favoriti dei turisti e locali, è veramente duro resistere alla tentazione di dargli da mangiare, nonostante il foglio con il divieto. Tutti i gatti in questo rifugio sotto le stelle sono stati sterilizzati, e nella arcata sotterranea si trova un piccolo negozio con souvenir, il cui reddito è dedicato ad altre sterilizzazioni e al cibo per gatti. Anche li i gatti più piccoli aspettano la loro sterilizzazione oppure adozione, reagendo in modo vivace ai visitatori. Una vista straziante. Tante bocche da sfamare! Mi rispondo che ormai sono curati bene… Almeno ho fatto ciò che potevo: ho comprato una borsa con il logo del rifugio e un calendario con le foto dei gatti di Roma. Vi consiglio di fare lo stesso. Alla vostra prossima visita a Roma: Torre Argentina è un must! Nel frattempo potete almeno visitare il sito web www.gattidiroma.com e tenere un occhio sulla situazione.

Luca Minatore

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Un montanaro di origine polacca, da 5 anni vivente nelle Alpi italiane. Recentemente ha pubblicato il suo video per “Voglia di sparire”. Tutti i suoi testi sono in italiano e la sua musica assomiglia molto a Tiziano Ferro, anche se lui stesso non lo ammette. Vi presentiamo Luca Minatore!

 

GI: Chi è e da dove viene Luca Minatore?

LM: Mi chiamo ?ukasz Górnik, sono nato e cresciuto in Polonia, ho 33 anni. Sono un ragazzo come tutti gli altri, sereno e felice, che spera di diventare un cantante. Come cantante ho imparato molto e molto ancora ho da imparare. Ho iniziato a scrivere i miei brani per esprimere bene me stesso, le mie emozioni e i miei sentimenti, senza mai pensare che potessero interessare a qualcuno. Così nel 2010 è nato il progetto da cantautore “Luca Minatore”.

 

GI: Perché hai scelto proprio l’Italia?

LM: Per riassumere la mia storia posso dire che tutto cominciò cinque anni fa. Ho deciso di venire in Italia soprattutto per imparare meglio la lingua. L’italiano all’università non lo impari sufficientemente bene, bisogna parlare con gli italiani e conoscere la loro vita quotidiana. Come dico sempre io: bisogna parlare, parlare e parlare. Questo è l’unico metodo per imparare a parlare una lingua straniera. Vivere per anni e anni in un paese straniero porta ad imparare la lingua locale alla perfezione. L’Italia mi è piaciuta da sempre, ho deciso di transferirmi nel Bel Paese cinque anni fa e direi che mi sono trovato veramente bene!

 

GI: Che ruolo occupa la musica nella tua vita?

LM: La musica è molto importante per me. Mi aiuta a vivere e respirare. Ha un significato profondo: amore, energia positiva, ottimismo, calore, gioia e speranza. Riempie e colora tutta la mia vita! Mi piacciono tanti artisti: Mariah Carey, Toni Braxton, Laura Pausini, Edyta Górniak e Mietek Szcze?niak, ma solo Natalia Kukulska (la mia cantante preferita) quando la sento cantare mi fa emozionare sempre di più. Lei è una delle più grandi artisti della musica polacca. La sua musica è dà sempre e direi per sempre nel mio cuore.

 

GI: Scrivi la tua musica da solo? Parlaci della tua canzone preferita.

LM: Si, scrivo musica da sempre. Tutte le composizioni, di cui io sono l’unico autore, partono proprio dalla voglia di sperimentare e “giocare” con la lingua italiana. Componendole cerco costantemente di trovare un equilibrio armonico-testuale-melodico che parte dal suono fino ad illuminare gli angoli dell’anima. Mi emoziono davvero cantando in italiano perché secondo me la lingua italiana è molto musicale di per sé! “Voglia di sparire” è la mia canzone preferita. È diventanta anche un videoclip, da un mese su youtube. Questa canzone è molto triste e mi fa pensare al passato. È ispirata dall’amore, dal dolore, dai cambiamenti, dalla speranza e dalla perdita di una persona cara. Questa canzone è dedicata a chi ha il cuore spezzato. Parla di un ragazzo insicuro, fragile e innamorato che si è lasciato con la sua ragazza. All’inizio non sa cosa fare, è disperato e si rinchiude a casa per non parlare con nessuno. Smette di credere nell’amore e nei sentimenti. Passano i giorni, i mesi ma non riesce a dimenticarla. Pensa al passato, gli ritornano in mente tutti i ricordi: parole, emozioni, gesti e luoghi, ne conserva tutti, soprattutto quelli passati insieme. Per fortuna col passare del tempo inizia a capire che non si può stare così male per amore.

 

GI: Il tuo CD è uscito in Italia o in Polonia? Dove possiamo trovarlo?

LM: Il mio album intitolato “Luca Minatore” non è in vendita perché contiene un cover di Noemi: “L’amore si odia”, ma sarà disponibile fra un po’ in tutti gli store digitali!

 

GI: Hai dei fan sia in Polonia che in Italia?

LM: Ho veramente tante persone in Italia e in Polonia che mi vogliono bene e mi scrivono complimenti in messaggi privati ed io li ringrazio tutti, dal profondo del mio cuore. Purtroppo non riesco a rispondere a tutti. È bello leggere i commenti che mi scrivono sulla fanpage tipo: “Grandissimo, complimenti, bella questa canzone e bello il videoclip”, “Bellissimo pezzo, mi sono venuti i brividi!”, “Luca, hai una bellissima voce e sai usarla molto bene!”, ecc. Sono veramente commosso, sono la mia forza!

 

GI: Ti vesti molto di moda, hai uno stile proprio metrosexual. In Italia la pressione per un look elegante si sente più che in Polonia?

LM: La moda italiana è considerata una delle più importanti del mondo, è più viva, colorata, direi più bella. Per me la moda è un modo d’esprimermi. Mi aiuta. Direi che la seguo, ma seguo sempre quella che mi piace. Non mi piace mai essere al centro dell’attenzione. Non sono di quei ragazzi d’oggi che sono ossessionati dalla moda e non escono di casa se non hanno i jeans o la felpa “firmata”. Il mio modo di vestire e di pettinarmi può piacere o no, ma di certo piace a me, perché sono io e solo io a deciderlo.

 

GI: Nelle altre interviste leggiamo che ritieni di essere una persona abbastanza calma. Quali sono i tuoi suggerimenti per i polacchi come te, che vorrebbero vivere e trovarsi bene nella realtà italiana, piena di pazzia e rumore?

LM: L’importante è essere sempre se stessi e credere in te stesso, nelle tue capacità, nella tua forza! Provare ad essere qualcuno diverso da te stesso non va bene. Bisogna rimanere fedeli a quello che siamo. Ogni tanto quando le cose non sembrano andare per il verso giusto, quando non mi sento bene e sono stanco, mi fermo per un attimo, faccio alcuni lunghi respiri e inizio ad osservare la realtà da una prospettiva differente.

 

GI: Qualche piano per il futuro? Concerti, album in polacco?

LM: Prossimamente andrò allo studio di registrazione. Ho scritto cinque canzoni nuove e non vedo l’ora di inciderle!

 

GI: Allora in bocca al lupo e grazie per l’intervista!}

Diana Łapin

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Un’artista vera, nella qualità e nel talento al livello dei fotografi più famosi al mondo. Come le sue opere, in continua evoluzione. Nuovo colore dei capelli, nuova pettinatura, fotografie fashion, artistiche, eventi. A Diana piace sorprendere ed è presente dovunque: nelle librerie, nei gala di MTV italiana, nell’architettura, alle passerelle di Fashion Week a Londra e perfino nella politica. Residente fissa nel Nord Italia (Genova, e adesso Milano) sta preparando nuovi progetti importanti: una sessione fotografica per LUI, rivista italiana prestigiosa, qualche mostra e poi… segreto! Se non ci fosse un segreto non ci sarebbe neanche una sorpresa, e la sorpresa è una cosa che, nel caso di Diana, aspettano tutti!

Come ti sei trovata a Genova?

A Genova mi sono trovata grazie al programma Erasmus, nel 2006, arrivando dall’Università di Wrocław (Filologia Classica e Meditteranea). Ho vissuto lì fino all’anno scorso, recentemente mi sono trasferita a Milano. Genova è una città difficile. Bella, però con poca possibilità di sviluppo. Devo molto a Cosimo De Mercurio, purtroppo prematuramente scomparso, che dopo aver visto per un caso una mia mostra mi ha proposto una cooperazione. Grazie a lui ho conosciuto tanti miei clienti, collaboratori ed amici. Ho anche conosciuto gente e compagnie meravigliose però purtroppo il mercato genovese è generalmente molto difficile e chiuso. In Italia adesso vorrei svilupparmi a Milano. Vorrei trovare contatti anche per poter lavorare di più all’estero: adesso a volte capita che lavori in Germania, a Londra…ecc. Non escludo la possibilità di lavorare in un altro paese, però non voglio perdere i contatti con l’Italia.

Sei un’artista molto apprezzata. Con chi collabori?

Grazie. Sono ancora una “freelancer libera”(mi permetto di usare questo pleonasmo), collaboro con le agenzie di pubblicità, per tante compagnie, architetti e professionisti in vari campi. Alcuni dei miei clienti fissi ed importanti si possono trovare sulla mia pagina www.dianalapin.com. Inoltre inizio una nuova collaborazione con un’agenzia di modelle a Milano. A volte lavoro in Polonia con l’agenzia Grabowska di Bielsko-Biała, nel febbraio sarò al London Fashion Week e farò due sessioni con una stilista giovane di Amburgo e con uno stilista polacco Darien Mynarski. Alcune mie fotografie sono state presentate in riviste di moda internazionali come CHAOS Magazine (NY), Tantalum Magazine, Ellements Magazine e altri. Fra poco saranno pubblicate anche le nuove sessioni in LUI Magazine di Milano.

Tanti cognomi polacchi. Che pensi del mercato della moda a Polonia?

Il mercato della moda in Polonia ha grandi possibilità di sviluppo. Finora ho lavorato con grande piacere con Anna Drabczyńska e il già menzionato Darien Mynarski (che abita e lavora a Londra) però per quanto riguarda gli stilisti polacchi, non vorrei adesso dare nomi a caso, perché ho appena iniziato a conoscerli e con la meravigliosa specialista in PR di Wrocław, Joanna Gołębiewska, vorremmo approfondire questo mondo in Polonia. Negli ultimi anni ero più concentrata sul mercato italiano.

Chi ti ha insegnato a fare foto fashion?

Per quanto riguarda le fotogriafie fashion, le prime esperienze le ho fatte con Artur Bieńk a Bielsko-Biała. Preferisco la presenza di un uomo nella fotografia. Nella fotografia fashion mi sento vicina all’arte, anche se è un settore molto consumista. L’effetto della collaborazione tra stilisti, truccatrici, parrucchieri, modelli e fotografi è una cosa bellissima.

Partecipi alle sfilate di moda a Milano o Londra?

Sono stata invitata da Milk Tv di Berlino al Berlin Fashion Week qualche anno fa, poi ho partecipato alla sfilata della scuola di moda di Amburgo JAK. A Milano, anche se ho già dei clienti, non sono molto presente in quest’ambiente e devo dire che mi fanno più piacere le sessioni fotografiche che le sfilate. Per le sfilate è importante la base tecnica e la conoscenza delle regole però non è la fotografia creativa che io amo. Mi sento libera quando posso lavorare nel mio campo: fashion, ritratto, o le fotogriafie commerciali. Ovviamente non dico “no” alle sfilate che sono comunque una bella esperienza.

Fai parte di tante associazioni fotografiche, e sei fondatrice di PLIT. Che cos’è?

Da 2008 sono membro di ZPAF, l’Associazione dei Fotografi d’Arte Polacchi, è la più grande e più importante associazione di fotografi in Polonia. Per diventare membro si deve passare un esame e presentare un proprio progetto di fotografia non commerciale. Faccio anche parte della Art Commission di Genova, un’associazione artistica che organizza eventi, mostre, concorsi nei vari campi dell’arte sia a Genova che in Italia e all’estero. PLIT è un progetto polacco-italiano. Abbiamo organizzato Il Festival Per Bambini contemporaneamente in alcune città polacche e italiane, in cui hanno partecipato fotografi di Polonia (tra cui alcuni di ZPAF), Italia, Olanda, Russia. Durante la mostra sono state organizzate attrazioni per i bambini e le famiglie. Adesso sto lavorando ad un nuovo progetto per PLIT creato grazie alla volontà di cooperazione internazionale, ovviamente soprattutto tra i paesi che hanno maggiore influsso sulla mia vita.

Quale fotografo apprezzi di più?

Nelle fotografie di moda cito soprattutto Ruven Afanador, Eugenio Recuenco, Annie Leibovitz o il polacco Szymon Brodziak. Nella fotografia reportage moderna secondo me molto all’avanguardia è Steve McCurry, però raccomando di guardare tutti i suoi lavori ed evitare i ritratti più famosi che ovviamente sono belli però non mostrano le sue abilità nel reportage. Molto interressante è il famoso autore italiano Franco Fontana le cui opere sono in una zona di confine tra la fotografia commerciale, il paesaggio e la fine art.

Tu organizzi anche mostre e hai cooperato con tanti personaggi di spicco. Nel prossimo futuro potremmo vederti in Polonia?

Si, organizzo ed aiuto ad organizzare eventi, tra gli altri con Art Comission. In questo momento sono molto concentrata su Milano. Ho già menzionato il progetto per PLIT, però per il momento non posso anticipare nulla perché è ancora in fase di creazione. Poi seguo un progetto molto importante, Lens on Wine, che è nato in Italia ed è destinato a Polonia e Russia: offriamo tour in Italia con attrazioni e workshop nei settori alimentari e turistici. Chi è interessato può contattarmi. Ultimamente ho anche partecipato in qualche mostra e concorso a Genova, mentre in Polonia probabilmente organizzeremo una sessione fashion artistica con la vicemiss di Polonia. Per quanto riguarda gli altri eventi progettiamo con Art Comission alcune mostre a Milano in collaborazione con la Galleria Porpora e una mia mostra con la rete di librerie Feltrinelli. La mia cooperazione con gli architetti oggi riguarda la pubblicazione del libro dell’Università di Architettura con Massimiliano Giberti. Faccio anche una serie di copertine per la casa editrice Libero di scrivere che dovrebbero poi essere raccolte in una esposizione. Ci sono tantissime altre idee in cantiere e sono sempre aperta a collaborazioni tra Italia e Polonia. Contattatemi! Vale sempre la pena di provare!

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Le maschere di carnevale

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Ingredienti:

Per la frolla:

  • 500 g di farina 00
  • 300 g di burro morbido
  • 200 g di zucchero a velo
  • 3 tuorli d’uovo
  • la buccia grattugiata di 1 limone piccolo
  • i semi di 1 bacca di vaniglia
  • 1 cucchiaino piccolo di sale fino

Per la glassa:

  • 50 g di albume a temperatura ambiente
  • 300 g di zucchero a velo setacciato
  • succo di limone filtrato
  • coloranti alimentari in gel

A piacere:

  • perline di zucchero colorato
  • piccoli fiorellini o decorazioni in pasta di zucchero bianca o colorata

Procedimento:

Prepariamo la pasta frolla. In una capiente ciotola mettere la farina, il sale, il burro morbido a pezzetti e lo zucchero a velo; aggiungere anche gli aromi e iniziare a lavorare il tutto con le punte delle dita, intridendo la pasta fino a formare un composto sabbioso. Aggiungere a questo punto i 3 tuorli d’uovo e impastare. Trasferire l’impasto sul piano di lavoro, continuando a manipolarlo finché non avrà una consistenza omogenea e liscia. Avvolgere in pellicola trasparente, schiacciare e riporre in frigorifero per almeno 2 ore.

Togliere l’impasto dal frigo almeno 30 minuti prima dell’utilizzo, in modo da farlo tornare plastico e malleabile. Accendere il forno a 175° in modalità ventilata.

Stendere la frolla ad uno spessore di 5-6 mm, aiutandosi con della farina per non fare attaccare l’impasto al piano di lavoro. Con l’apposito stampino, o con una sagoma in cartoncino che avrete creato voi (in questo caso, aiutatevi con un coltello ben affilato, correndo attorno alla sagoma) ricavare le maschere.

Posizionarle su una teglia rivestita di carta forno e cuocerle per circa 12 minuti, o finché non sono leggermente dorate. Farle raffreddare bene.

Prepariamo la glassa:

In un grande contenitore mettere l’albume e, con le fruste elettriche, iniziamo a schiumarlo. Poi aggiungere lo zucchero a velo, tutto in una volta, e accendere, alla minima velocità, le fruste elettriche. Poi aumentare al massimo la potenza e montare per almeno 5 o 6 minuti, fino ad ottenere una glassa molto consistente e bianchissima.

Suddividere la glassa in più contenitori. Miscelare, in un bicchiere, il succo di un limone con un po’ di acqua calda: aggiungere, con un cucchiaino, un po’ della miscela alla glassa, in modo da ammorbidirla. La glassa deve avere una consistenza finale abbastanza fluida. Colorare, con qualche goccia di colorante alimentare a piacere, le diverse ciotoline: potete sbizzarrirvi con la fantasia. E’ carnevale!

Trasferite il composto in tasche di plastica usa e getta e con delle forbici molto affilate tagliate una piccolissima parte della punta: il buco deve essere davvero molto piccolo.

Ora siete pronti a decorare i biscotti!

Partendo dal bordo, ricalcate con la glassa i contorni della mascherina e i buchi degli occhi. Poi riempite tutta la superficie creata dai bordi. Con la glassa bianca create i pois sulla glassa colorata di fondo, oppure dei fiorellini o dei disegni di fantasia.  Potete utilizzare anche piccoli fiorellini o decorazioni in pasta di zucchero per rendere le vostre maschere più ricche, oppure perline in zucchero colorato.

Lasciate asciugare la glassa sui biscotti per alcune ore.

Buon appetito!

Allenamento funzionale ad intervalli per accelerare il metabolismo

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È possibile combinare in maniera possibilmente più agevole e semplice il potenziale aerobico e anaerobico per sfruttare appieno la sinergia di entrambi i tipi di esercizio ?

L’allenamento a intervalli consiste nell’aggiungere al programma di esercizi, elementi caratterizzati da un alto grado di combustione calorica, sulla base del metodo interruttivo e la divisione del lavoro in determinate parti. L’intero allenamento è composto da unità di tempo che intrecciano lo sforzo con il risposo, e le interruzzioni vengono accorciate ad ogni ciclo successivo. I brevi periodi di riposo sono rigorosamente definiti in ogni ciclo, così come l’intensità ed il numero di ripetizioni. La variabile forza e impatto degli esercizi differenzia la nostra frequenza cardiaca nelle singole fasi, il che può dare degli ottimi risultati nel bruciare il grasso corporeo. Gli intervalli ad alta intensità presentano ulteriori vantaggi. Per fare un grande sforzo dopo la pausa, il corpo ha bisogno di grandi quantità di energia, questo significa che si bruciano più calorie rispetto ad un classico esercizio aerobico.

Cerchiamo di spiegarlo meglio. Per esempio, quando facciamo, diciamo, 20 minuti di jogging, durante la corsa il nostro cuore lavora con intensificata forza, migliorando la circolazione del sangue nell’organismo. Questo naturalmente stimola il metabolismo e, di conseguenza, il consumo di calorie. Possiamo, tuttavia, aggiungere alla corsa regolare uno sprint di 30 secondi (scatto molto veloce) che fa bruciare di più, perché in un momento diamo una scossa importante al corpo, stimolandolo per un breve periodo a un lavoro fortissimo. I vantaggi dell’aumento spontaneo di metabolismo sono dovuti principalmente al fatto che il corpo è improvvisamente costretto a rilasciare un’ulteriore energia in un breve tempo, e per farlo deve essere attivato il meccanismo che sblocca un’extra energia che dobbiamo bruciare.

È proprio lo stimolo inaspettato che intensifica lo sforzo dopo la pausa di riposo l’elemento fondamentale in questo tipo di training. Il punto chiave nell’efficacia di intervalli sta nel ciclo energetico del corpo umano durante l’esercizio. Ecco, dopo aver raggiunto un certo livello di forma, funzionale per il nostro fisico, il corpo tende a stabilizzarsi a questo livello. Pertanto, è necessario scambiare delle normali esercitazioni con delle improvvise accelerazioni di movimenti, brevi scosse ma molto intense e impulsive. L’obiettivo non è quello di prolungare uno sprint da un minuto a 20 (questo può essere raggiunto attraverso un allenamento continuo e stabile), ma aumentando la velocità e l’intensità di picchi energetici, sporadici e imprevedibili. Il corpo ha infatti una sorta di memoria metabolica, che in pratica si traduce in una tendenza di sviluppare alcune abitudini nell’utilizzo di energia, dovute ad un uniforme e regolare esercizio fisico, anche di elevata intensità, il quale, in realtà può effettivamente distruggere tutti i nostri sforzi mirati alla perdita del peso.

Ad esempio, quando inizi a correre per la prima volta, diciamo per 5-10 minuti, poi successivamente 15 min. e così via, il tuo corpo richiede una grande quantità di energia. Dopo qualche tempo, il corpo si abituerà a questo sforzo e sarà in grado di soddisfare il fabbisogno energetico, senza un rilascio inutile di energia supplementare. La versione più classica dell’allenamento ad intervalli è cosiddetto HIIT (high intensity interval training), cioè l’applicazione variabile di jogging e sprint alternati, ma in realtà può essere eseguito durante molti tipi di allenamenti aerobici. Sei in palestra, nel parco, in casa, nel giardino, puoi tranquillamente fare un mini allenamento HIIT. Ogni tipo di attività, se svolta nel modo giusto, può essere considerata un elemento di training: si tratta di effettuare una certa azione ad alta intensità in un determinato periodo e poi prendere una pausa. Il trucco durante i corsi organizzati in palestra, è quello di preservare la diversità dell’allenamento, in modo che il corpo non abbia mai il tempo per annoiarsi, alternando riposo e sforzo e lavorando attivamente su diversi livelli energetici. Nel programma di training ci deve essere uno spazio per le sorprese e svolte improvvise, che oltre ad aumentare il livello del metabolismo, migliorano semplicemente l’umore. Un allenamento monotono, prevedibile e noioso è efficace solo sulla carta.

Consiglio: Per esempio, invece di trascorrere un’ora al giorno su un allenamento costante, dividete il tempo in brevi esercizi e fatene di più in meno tempo. Inoltre, invece delle estenuanti ore trascorse in palestra, vale la pena di aggiungere un paio di sforzi brevi durante la giornata, svolgendo delle attività normali: salire rapidamente le scale piuttosto che aspettare l’ascensore, iniziare la giornata con una breve camminata fino alla fermata dell’autobus o prima di accendere il motore dell’auto. Potete anche parcheggiare a pochi isolati dal vostro ufficio e fare a piedi un pezzo di strada. La funzionalità dell’interval training è che l’efficacia e quindi il miglioramento dello stato fisico e la salute fa si che diventiamo più forti e diventano meno faticose per il nostro corpo tutte le attività quotidiane, che richiedono alte dosi di energia.

Kamil Koszak

Personal trainer e allenatore di gruppo specializzato in allenamento funzionale e tra gli altri nelle arti marziali. Co-fondatore e coordinatore del progetto StrefaTreninguFunkcjonalnego # STF 69