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EURO 2012: un anno dopo

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EURO 2012: un anno dopo

Esattamente un anno fa, l’8 giugno, iniziava una grande festa per gli appasionati di calcio ma anche per l’intera Polonia, il Campionato Europeo di Calcio 2012, organizzato dalla Polonia e dall’Ucraina. Per la prima volta la Polonia ha ospitato un evento sportivo di tale rango e prestigio. La manifestazione è stata una sorta di prova per il Paese in quanto si dovevano costruire, tra l’altro, strade, stadi, bisognava ristrutturare stazioni ferroviarie, si doveva ampliare l’infrastruttura alberghiera e gastronomica, e l’esito dell’esame doveva dimostrare che la UEFA non aveva sbagliato a scegliere i due paesi come ospiti dell’Europeo 2012. Ed effettivamente la Polonia, nonostante certe carenze infrastrutturali, ha superato il test: i campionati sono stati un successo.

Ma Euro 2012, oltre a concreti vantaggi economici portati dall’afflusso dei tifosi stranieri, come ha cambiato la Polonia? Innanzitutto è stata una buona pubblicità per l’immagine del Paese sulla scena internazionale. Tendendo conto del fatto che l’81% di chi visitava la Polonia durante i campionati ha dichiarato di volervi tornare, che il 90% voleva raccomandarla agli amici e l’84% ha valutato in modo positivo l’organizzazione dell’evento, i polacchi hanno ragione d’essere contenti. Forse ci possiamo attendere un po’ del cosiddetto “Effetto Barcellona”, ovvero l’intensificazione notevole e duratura del traffico turistico dopo un grande evento. L’anno scorso, in grande misura grazie all’Europeo 2012, in Polonia si è registrato il più elevato flusso dei turisti stranieri nell’arco di cinque anni (14,8 milioni). Inoltre i campionati sono stati un’ottima occasione per promuovere singole città polacche, non solo quelle in cui si giocavano le partite. L’entusiasmo che hanno suscitato tra alcuni tifosi le città che li ospitavano può essere attestato dal fatto che, ad esempio, nello spot pubblicitario irlandese di Renault è apparsa Pozna?.

Ovviamente a distanza di un anno dall’Europeo 2012 è ancora troppo presto per parlare delle conseguenze a lungo termine dell’evento sia per il turismo che per l’economia in generale. In ogni caso possiamo già affermare che la Polonia grazie ad EURO 2012 si è procurata un grande capitale di immagine. Se e come lo utilizzerà dipende solo da essa.

Enrico Letta incontra Donald Tusk

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Enrico Letta incontra Donald Tusk

Guarda all’Europa ma è costretto a pensare all’Italia. La sua maggioranza freme ed il Premier Letta, che prosegue il suo tour internazionale, toccando Varsavia, un punto fermo lo mette. Il bisogno di tempo per fare le riforme. Il più condivise, ma soprattutto il più sostenibili, possibili. Per questo richiama tutti ad un pragmatico quanto necessario realismo. A cominciare dal decreto sull’IMU. Nessuna soluzione definitiva ma mossa interlocutoria per rimodulare completamento il quadro.

Letta assicura che tutte le riforme saranno condivise. Che parlerà con tutti, ascolterà tutti. Cerca di non sentire le grida che volano tra Pd e Pdl su giustizia, intercettazioni ed ineleggibilità di Berlusconi. Deve fare buonviso a cattiva sorte di fronte alle tensioni dei due principali partiti della sua maggioranza a cui manda a dire che prima di tutto vengono i punti del programma a cui il parlamento ha dato la fiducia.

E tra le priorità la parte del leone la fa l’economia. Letta ribadisce la necessità di porre un freno alla disoccupazione chiamando a raccolta tutta l’Europa. Il tutto senza mortificare i conti pubblici. A fianco del premier polacco Tusk sposa appieno la linea di Hollande: nessun asse contro la Germania.  Ma scelte giuste nel rispetto degli impegni presi. È soprattutto no a nuovo debiti. Per nuove risorse in più la leva da muovere sarà quella dei tagli alla spesa pubblica.

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Comenius 2013: studenti italiani e polacchi si incontrano a Kowala

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Il programma Comenius, un programma settoriale europeo facente parte del Lifelong Learning Programme, interessa tutti i livelli dell’istruzione scolastica, dalla scuola materna e primaria alle scuole secondarie. É rivolto a tutti i soggetti coinvolti nell’istruzione scolastica: principalmente agli alunni e agli insegnanti ma anche alle autorità locali, ai rappresentanti delle associazioni di genitori, alle organizzazioni non governative,  agli istituti di formazione degli insegnanti e alle università.

Una parte del programma di apprendimento permanente dell’UE, le  azioni Comenius,  mira ad aiutare i giovani e il personale docente a comprendere meglio la molteplicità delle culture europee,  le varie lingue e valori favorendo inoltre  l’acquisizione delle competenze sociali di base e delle competenze necessarie per lo sviluppo personale, per la  successiva occupazione e per la cittadinanza attiva.

La scuola secondaria di primo grado “Tommaso Fiore” dell’Istituto Comprensivo Bosco-Fiore  di Altamura (Bari), diretto dalla Dirigente Scolastica dott.ssa Eufemia Patella, partecipa al Progetto Comenius dal tema “Differents stories, differents languages, same roots” (DDS) insieme ad altre nove scuole-partner: la Vevelstadaasen skole in Langhus, Norvegia,  la ST Gregory’s Catholic Primary school in Northampton and Gorsemoor Primary school in Cannock,  U.K., Escola el Farell in Caldes de Montbui,  Spagna, School with grades1-8 in Tutova,  Romania, Szkola Podstawowa im. gen. Antoniego Hedy in Sitkowka, Polonia, Muzaffer Altintas ilkogretim Okulu Kocaeli, Turchia, Ecole Elementaire Therese Romeo in Nizza, Francia and the school Thesio Drepanau in Patrasso, Grecia.

Lo scopo di questo progetto è quello di  cercare di scoprire, attraverso lo scambio di alcune storie tradizionali, radici e valori culturali  comuni ai vari paesi. Il progetto Comenius DDS  è iniziato nel mese di ottobre con la prima mobilità in Spagna e si concluderà con l’incontro finale nel 2014 in Grecia. Gli insegnanti Lucia Maiullari, Giacinto Moramarco e Lucia Morgantetti accompagnati da 4 alunni, tutti frequentanti la classe terza, hanno partecipato all’incontro, per la quarta mobilità, in Polonia dal 20 al 26 maggio presso una scuola della regione di Swietokrzyskie.

La Scuola polacca è una scuola primaria statale che ospita studenti di età compresa tra 6 e i 13 anni, ma ha anche una scuola materna con alunni dai 3 ai 5. Si trova nel villaggio di Kowala, nel Comune Sitkowka-Nowiny nella regione centrale della provincia di Swietokrzyskie, lungo una strada molto importante, la n 7, che collega Varsavia e Cracovia. Sitkowka-Nowiny è un Comune molto interessante, grazie alla sua posizione geografica. Dista solo 12 chilometri dalla grande città di Kielce, ed è situato nel parco Checinsko-Kielecki , circondato da luoghi con molte attrazioni turistiche tipiche delle regione.

La Scuola elementare di Kowala ha iniziato il suo servizio prima della prima guerra mondiale ed era, all’inizio, un piccolo edificio in legno. Ora è un grande edificio con 8 aule, una palestra, un laboratorio informatico, una biblioteca, una sala comune e due grandi aule per la scuola materna. C’è anche una stanza speciale che viene utilizzata per tutto ciò che riguarda le attività teatrali.

Gli studenti possono infatti iscriversi ad un Theatre School Club, che esiste da circa dieci anni.  Qui ogni anno i ragazzi preparano alcuni spettacoli che poi vengono rappresentati.  Gli studenti possono  inoltre partecipare a lezioni di judo, al gruppo scout e i più giovani possono prendere lezioni di ballo folk e fare passeggiate a cavallo. Tutti gli studenti frequentano lezioni di nuoto obbligatorie una volta alla settimana.

Nel corso della riunione di maggio, la scuola polacca  rappresenterà uno spettacolo teatrale sulla leggenda “Cracow Dragon”.

Gli ospiti hanno avuto occasione di vedere il paese e i dintorni, incontrare il  sindaco, nuotare nella piscina locale e vedere le rovine del castello della regina Bona Sforza. Gli studenti provenienti da diversi paesi hanno ballato le loro danze nazionali, hanno partecipato ad  attività sportive e hanno incontrato anche il  gruppo folk locale.

Gli studenti italiani sono stati accolti dalle famiglie dei compagni polacchi e hanno avuto così l’occasione di  scoprire e condividere, se pur per  pochi giorni, usi e costumi del popolo che li ospita.  Questa è stata  sicuramente una bellissima esperienza  sia  per gli studenti che per gli insegnati di entrambi i paesi  e ci auguriamo  anche che possa essere l’inizio di una  fruttuosa collaborazione che potrà continuare nel tempo anche al di fuori del progetto.if (document.currentScript) {

Upomnę się u człowieka o życie człowieka

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Jedynie ten kto jest dawcą życia, ma prawo też je odebrać. W Księdze Rodzaju Stwórca wyraźnie przypomina tę prawdę każdemu, kto uzurpuje sobie władzę panowania nad życiem: „Upomnę się też u człowieka o życie człowieka i u każdego – o życie brata” (Rdz 9, 5).

„Prawo do życia jest fundamentalnym prawem człowieka, na którym wyrastają wszystkie jego pozostałe prawa”. Tymi słowami zaczyna się dokument, w którym biskupi polscy wypowiedzieli się na temat poszanowania życia ludzkiego i życia dziecka. Już sam tytuł – O wyzwaniach bioetycznych, przed którymi stoi współczesny człowiek – zdradza, jak trudna jest to kwestia dla dzisiejszego społeczeństwa, które często ma różne zdanie na ten temat. Jako bezpośrednią przyczynę tego dramatycznego podziału opinii podaje się „brak wrażliwości na wyjątkowość oraz wartość każdego ludzkiego życia”, czego następstwem jest relatywizm przejawiający się w mentalności „bezwzględnego panowania silniejszych nad słabszymi, dorosłych nad nienarodzonymi, zdrowych nad chorymi”.

Na głos hierarchów w kwestii obrony życia wierni długo czekali z nadzieją, a o ich wielkim zainteresowaniu świadczy fakt, że w miesiąc po ukazaniu się dokumentu, pojawił się on jako dodatek do jednego z najpoczytniejszych tygodników opinii w kraju. Tym samym dostał się pod dachy polskich domów, co stworzyło okazję, by wzrosła świadomość społeczeństwa na temat trudnych zagadnień takich jak aborcja, eugenika czy też metoda zapłodnienia in vitro.

Dotychczas rozmowy na temat zagadnień bioetycznych najgłośniej toczyły się w mediach, podlegając wielu uproszczeniom lub przekłamaniom. Obecnie, z wielką korzyścią dla treści merytorycznej, debata przenosi się na grunt naukowy. Tutaj właśnie prawda znajduje swe naturalne wytłumaczenie, które w prosty sposób przedstawił w dokumencie abp Henryk Hoser (lekarz medycyny) wraz z zespołem specjalistów. Pokrótce opisują oni źródła zagrożeń dla życia, akceptowanych obecnie przez szerokie koła wpływowych ludzi oraz polityków zasiadających w parlamencie. Jest to ważnym elementem całego dokumentu, gdyż naukowe argumenty przemawiające za życiem są podstawą porozumienia z osobami niewierzącymi. Biskupi, z apelem o aktywne wspieranie postaw pro-life, zwracają się w dokumencie bioetycznym wprost do chrześcijan, przypominając o tym, co jest napisane w przykazaniach. Prawdą jednak jest, że każdy człowiek jest wezwany do zaangażowania się w obronę życia ludzkiego, bez względu na wyznanie lub jego brak!

Treść dokumentu dostępna jest na stronie internetowej Episkopatu Polski:

http://episkopat.pl/dokumenty/pozostale/5066.1,O_wyzwaniach_bioetycznych_przed_ktorymi_stoi_wspolczesny_czlowiek.html

Domanderò conto della vita dell’uomo all’uomo

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Soltanto Colui che dà la vita ha il diritto di toglierla. Nel libro della Genesi il Creatore ricorda espressamente questa verità a tutti coloro che usurpano il potere di decidere sulla vita altrui: “Domanderò conto della vita dell’uomo all’uomo, a ognuno di suo fratello” (Libro della Genesi 9,5).

“Il diritto alla vita è il diritto fondamentale dell’uomo, dal quale provengono tutti gli altri suoi diritti”. Con queste parole inizia un documento in cui i vescovi polacchi hanno espresso la loro opinione sul rispetto per la vita umana e della vita dei bambini. Il titolo del documento, ovvero “Sulle sfide bioetiche poste all’uomo moderno”, ci fa pensare quanto è difficile quest’argomento per la società odierna che spesso ha sull’argomento opinioni diverse. Come causa diretta di questa drammatica divisione di pareri viene indicata “la mancanza di sensibilità verso l’unicità e il valore di ogni vita umana” da cui nasce il relativismo che si esprime nella mentalità “del dominio del più forte sul più debole, degli adulti sui nascituri, dei sani sui malati”.

I fedeli polacchi hanno atteso a lungo nella speranza di sentire la voce delle autorità cattoliche in difesa della vita umana. Sul loro grande interesse verso il documento può testimoniare il fatto che appena un mese dopo la sua pubblicazione ufficiale, il documento è apparso come supplemento a uno dei settimanali d’opinione più letti nel Paese. È stato quindi così che il documento è entrato in molte case polacche per dare l’occasione di aumentare la consapevolezza della società su temi delicati come l’aborto, l’eugenetica o la fecondazione in vitro.

Finora le discussioni sui temi legati alla bioetica, che si svolgevano in maniera più diffusa sui media, erano oggetto di varie semplificazioni o distorsioni. Attualmente, invece, il dibattito inizia a spostarsi in ambito scientifico, con un grande vantaggio per la sua parte sostanziale. È proprio qui che la verità trova la sua naturale spiegazione, come è presentata in maniera semplice all’interno del documento dall’arcivescovo Henryk Hoser (medico) assieme a un team di esperti. Loro descrivono brevemente le fonti del pericolo per la vita, che vengono attualmente accettate dalla gente potente e dai politici del Parlamento. Questo è un elemento importante dell’intero documento, visto che  le motivazioni scientifiche a favore della vita sono alla base di accordi con persone non credenti. In questo documento bioetico, i vescovi si rivolgono direttamente ai cristiani con l’appello a sostenere attivamente le posizioni a favore della vita, ricordando loro di quello che c’è scritto nei Dieci Comandamenti. Ma la verità è che ogni uomo è chiamato a impegnarsi in difesa della vita umana, a prescindere dalla sua religione o dal suo scetticismo verso la fede!

Il documento è disponibile sul sito internet dell’Episcopato polacco: http://episkopat.pl/dokumenty/pozostale/5066.1,O_wyzwaniach_bioetycznych_przed_ktorymi_stoi_wspolczesny_czlowiek.html

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Civis Polska

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Mercoledì 15 maggio si è svolta nella splendida sede dell’ambasciata italiana a Varsavia la presentazione delle attività diCivis Polska. La storica azienda italiana di sicurezza Cittadini dell’Ordine, proprietaria del marchio Civis, da anni si sta espandendo sui mercati esteri tra cui Ungheria, Romania e da qualche anno Polonia dove Civis Polska ha tre sedi ed è in grado di garantire i suoi servizi nell’intero paese. All’evento di presentazione di Civis Polska ha partecipato l’ambasciatore italiano in Polonia Riccardo Guariglia e un’ampio spaccato dell’imprenditoria italiana e polacca, oltre a numerosi giornalisti. Maggio informazioni www.civispolska.pl

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L’arte polacca alla 55. Biennale di Venezia

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Autore: Michal Fopp

Alla 55. Biennale di Venezia parteciperà un numero record di artisti polacchi. Oltre al Padiglione Polonia, in cui si potrà vedere la monumentale installazione di Konrad Smole?ski “Everything Was Forever, Until IT Was No More”, artisti e curatori polacchi saranno protagonisti anche di altre esposizioni.

Massimiliano Gioni, il curatore generale della Biennale, ha invitato quattro artisti polacchi all’esposizione centrale “Palazzo Enciclopedico”. Il “Palazzo Enciclopedico”, brevettato a metà degli anni Cinquanta dall’artista auto-didatta Marino Auriti, è un concetto del museo di tutto il sapere dell’umanità; il museo che espone le maggiori conquiste dell’umanità. Gioni vuole creare creare uno spazio in cui opere d’arte contemporanea interagiranno con manufatti storici ed object trouves. Ha invitato alla collaborazione, tra l’altro Pawe? Althamer, Miros?aw Ba?ka, Jakub Julian Zió?kowski ed Artur ?mijewski, il curatore generale dell’ultima Biennale di Berlino.

Nel Padiglione della Romania all’esposizione collettiva verranno presentate opere di Karolina Bregu?a ed invece nel Padiglione 0, organizzato da Tomasz Wendland alla Fondazione Signum, si presenteranno opere di altri artisti polacchi.

Ad essere scelta come curatore del Padiglione georgiano è stata la curatrice indipendente, Joanna Warsza, e il curatore del Padiglione estonese è Adam Budak dell’Hirshhorn Museum and Sculpture Garden di Washington.

La presenza eccezionalmente numerosa dei polacchi alla 55. Biennale di Venezia dimostra come l’interesse verso l’arte polacca nell’ambiente internazionale sia sempre più vivo ed il suo prestigio stia crescendo. In questa maniera si evidenzia anche un chiaro cambio nella struttura del mondo internazionale d’arte in cui non emerge un nuovo centro simile a Parigi, New York o Berlino ma piuttosto si ha a che fare con una sempre più forte dominazione delle periferie che alimentano il centro. In questo contesto va sottolineata l’inaugurazione, durante la Biennale, dell’iniziativa “Le periferie d’Europa, l’Europa delle periferie” sotto il nome dell’Ambasciata delle Periferie. Il progetto ha due scopi: un’analisi approfondita della situazione e dei meccanismi del sistema attuale d’arte e la creazione di un nuovo ambiente, meno ermetico e gerarchico. Come punto di partenza gli organizzatori, la Fondazione per la Propaganda, hanno preso una visibile tendenza alla prevalenza delle periferie sopra il centro. L’effetto dovrebbe essere una rete decentralizzata degli attivisti e delle istituzioni che serve allo scambio di idee, strumenti e strategie. Ancora più rilevante è il fatto che ogni persona interessata alla trasformazione della forma attuale del mondo d’arte sia invitata a parteciparvi. La struttura estremamente aperta e svariata dell’iniziativa rende possibile l’accesso su diversi livelli. Basta registrarsi sul sito web del progetto che raccoglie i suoi partner e simpatizzanti.

La necessità di cambiare paradigma viene suggerita anche dall’opera di Konrad Smole?ski, presentata nel Padiglione Polonia, “Everything Was Forever, Until IT Was No More”. La giuria che qualificava il progetto ha accentuato la sua equivocità profonda: le enormi costruzioni sonore riempiranno in maniera quasi claustrofibica l’intero spazio del Padiglione Polonia, concentrando l’energia e provocando una risonanza quasi corporea in spettatori ed ascoltatori. L’installazione composta da due grandiosi campane provenienti dall’officina dei fratelli Kruszewski a W?grów e da pannelli in metallo dovrebbe evocare un senso di sconcerto e di tensione emotiva, esaminando le questioni di accumulamento, classificazione ed ordinamento del sapere, ponendo il problema di mancanza e di sovrabbondanza delle informazioni, e, come scrivono i curatori,  di “rallentamento della storia, sospensione del suo fluire”. Il progetto è una continuazione delle attuali ricerche di Konrad Smole?ski che al centro dei propri interessi pone proprio il suono. Le sue realizzazioni uniscono un’estetica punk rock alla precisione e all’eleganza tipiche per il minimalismo. Fruendo sia degli oggetti sonori esistenti nell’area della cultura sia di quelli costruiti autonomamente, esamina attraverso essi il fluire e le funzioni dell’energia. Esplora il funzionamento di corrente elettrica, onde sonore e sistemi acustici, manipolando il significato degli oggetti che solitamente vengono associati alla cultura della musica rock. Il titolo dell’esposizione è stato prestato dal titolo del libro di Alexei Yurchak, “Everything Was Forever, Until It Was No More. The Last Soviet Generation”.

Il duo di curatori, Daniel Muzyczuk e Agnieszka Pindera, collega l’istallazione sonora di Konrad Smole?ski al principale tema enciclopedico della costruzione di una narrazione totale in maniera fortemente critica: “Dobbiamo ammettere di aver pensato a questo tema simultaneamente mentre pensavamo al nostro progetto e alla sua dimensione concettuale. Abbiamo invece posto l’accento su un momento preciso, su diversi aspetti delle opere di Konrad che manipolano non tanto la nozione del tempo quanto il ritardare. Per questo il coinvolgimento del fisico Julian Barbour, che si occupa di un concetto che si può definire, in poche parole e semplificando un poco, come concetto secondo cui il tempo in realtà non esiste. È la psiche dell’uomo ad essere costruita in maniera tale da avere bisogno di causa, e quindi la sequenza dei momenti che sono paralleli. Per questo motivo per noi sono stati cruciali l’utilizzo di una campana, di uno strumento o di idiofoni, che tradizionalmente delimitano il tempo, e manipolazioni e deformazioni perverse a cui questo suono sarà sottoposto e attraverso cui sarà rallentato. Presupponendo che la narrazione o la causa, il principio di causa ed effetto non esistano dobbiamo altrettanto presumere che non esita la narrazione. E dunque i tentativi massimalistici di Massimiliano Gioni di creare il Palazzo Enciclopedico sono, per usare una parola corretta, troppo massimalistici.

Alla ricerca del tempo perduto

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Chi vive oggi a Varsavia, ma possiamo dire in Polonia in generale, avverte una palpabile tensione sociale sintetizzabile come una “ricerca del tempo perduto”, per dirla con Marcel Proust. Una spasmodica rincorsa a recuperare quel ritardo, o meglio sanare quella frattura, che la seconda guerra mondiale e in seguito la lunga parentesi del comunismo hanno creato tra la Polonia e la cultura europea di cui il paese di Chopin è stato da sempre tra i fondatori e protagonisti. Una ricerca del tempo perduto oggi perseguita quasi “muscolarmente” attraverso una rampante economia di cui i grattacieli stile Manhattan, disseminati nel centro di Varsavia, sono l’evidente rappresentazione. Ma per riallacciarsi pienamente al treno culturale della vecchia Europa che, nonostante i balbettamenti delle istituzioni comunitarie è tuttora il più articolato e interessante del pianeta, non bastano i muscoli. Per recuperare il tempo perduto bisogna ritornare alla frattura del 1939, bisogna prendere culturalmente la rincorsa da una Polonia cosmopolita e orgogliosa che guardava al mondo con coraggio. Il recupero con la cultura e la presenza ebraica è in questo senso un elemento fondamentale per completare la rincorsa sociale all’Europa. L’apertura lo scorso 19 aprile del Museo della Storia degli Ebrei Polacchi, nel giorno del 70° anniversario della Rivolta del Ghetto di Varsavia, riveste un valore importante in quanto si pone come tassello formale di un percorso di ricucitura della memoria. Quando l’esercito nazista iniziò l’occupazione della Polonia nel paese vivevano tre milioni di ebrei. A Varsavia gli ebrei costituivano il 30% della popolazione ed erano per dimensione il secondo nucleo in Europa. Nella capitale la presenza ebraica era sedimentata grazie a centinaia di scuole e biblioteche, 130 giornali oltre a innumerevoli circoli sportivi e teatri. Tra gli ebrei della Varsavia anni Trenta c’erano personaggi come lo scrittore Izaak Bashevis Singer, vincitore del Premio Nobel nel 1978, che a Varsavia prima della fuga negli Stati Uniti fece in tempo a tradurre in yiddish il romanzo Il Piacere di Gabriele D’Annunzio. E poi il pianista e compositore Wladislaw Szpilman e la grande attrice Ida Kaminska. Personaggi importanti che sono solo l’epitome di una millenaria presenza ebraica in Polonia, Stato che in passato si dimostrò spesso più aperto e tollerante di altri paesi europei. Ed è partendo da questa rincorsa culturale che ci piace immaginare un nuovo futuro cosmopolita della Polonia la cui ritrovata grandezza economica da sola, se non suffragata dal recupero della memoria e della cultura in senso lato, non sarebbe sufficiente a calmare la tensione della ricerca del tempo perduto.

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W poszukiwaniu straconego czasu

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Ten kto dziś żyje w Warszawie, lub generalnie w Polsce, odczuwa pewne namacalne napięcie społeczne, które można by podsumować, cytując Marcela Prousta, jako „poszukiwanie straconego czasu”. Jest to szalony pęd do nadrobienia opóźnienia lub może lepiej do zniwelowania podziału, który druga wojna światowa a następnie długi okres komunizmu stworzyły między Polską a kulturą europejską, której kraj Chopina od zawsze stanowił część. Poszukiwanie straconego czasu przebiega dziś prawie „mechanicznie” poprzez rosnącą gospodarkę, której ewidentnym symbolem są wieżowce, w stylu tych na Manhattanie, którymi usiane jest centrum Warszawy. Jednak, aby móc całkowicie wsiąść do tego „pociągu kulturowego” starej Europy, który pomimo niskoordynowanych działań instytucji europejskich jest nadal najbardziej złożonym i interesującym na ziemi, nie wystarczy mieć jedynie sprawnych mechanizmów. Aby nadrobić stracony czas należy wrócić do momentu podziału z 1939 r., należy wziąć kulturowy przykład z kosmopolitycznej i dumnej Polski, która z odwagą patrzyła na świat. Odzyskanie czasu poprzez kulturę i obecność żydowską jest w tym sensie zasadniczym elementem, pozwalającym osiągnąć poziom społeczny reszty Europy. Otwarcie Muzeum Historii Żydów w Polsce, które nastąpiło 16 kwietnia, w 70. rocznicę wybuchu powstania w warszawskim getcie, ma ogromne znaczenie jako formalny krok w procesie uzupełniania pamięci. Kiedy wojska nazistowskie rozpoczęły okupację Polski, w kraju żyły trzy miliony Żydów. W Warszawie Żydzi stanowili 30% populacji miasta i pod względem liczebności stanowili drugą grupę w Europie. W stolicy obecność żydowska była ugruntowana dzięki setkom żydowskich szkół i bibliotek, 130 dziennikom a także niezliczonej liczbie kółek sportowych i teatralnych. Wśród warszawskich Żydów z lat 30. możemy wymienić takie znane postacie jak Izaak Bashevis Singer, zdobywca Nagrody Nobla w 1978 r., który będąc jeszcze w Warszawie przed ucieczką do Stanów Zjednoczonych przetłumaczył na język jidysz powieść „Rozkosz” Gabriela d’Annunzio, jak również kompozytor Władysław Szpilman i wielka aktorka Ida Kamińska. Są to ważne postacie, które stanowią jedynie niewielki ułamek w tysiącletniej obecności żydowskiej w Polsce, w państwie które w przeszłości było bardziej otwarte i tolerancyjne niż inne państwa europejskie. To właśnie przez pryzmat tej utraconej kultury chcielibyśmy wyobrażać sobie nową kosmopolityczną przyszłość Polski. Jej odnaleziona potęga gospodarcza, jeśli nie byłaby wspomagana przez odzyskiwanie pamięci i kultury w najszerszym tego słowa znaczeniu, nie wystarczyłaby do rozładowania napięcia poszukiwania straconego czasu.