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Italia: moglie, fanciulla, guerriera

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La parola Italia, nell’odierno immaginario collettivo, richiama alla mente quel crogiolo di culture che nei millenni hanno costituito la storia di questa straordinaria penisola, la cui peculiarità maggiore è proprio la sua ricca e complessa identità. L’ideale risorgimentale dell’unità italiana è stato un fenomenale motore per realizzare quella forma di Stato, che era all’epoca assolutamente inderogabile, necessaria per potersi confrontare in una Europa delle nazioni.

Ma la visione associata al Risorgimento di una nazione Italia che in modo lineare ha acquistato consapevolezza di sé fino ad arrivare alla costruzione di un proprio Stato è stata da tempo superata. Il libro “L’Italia immaginata”, a cura di Giovanni Belardelli, nel riconoscere il complesso rapporto tra pluralità di culture italiche e unità di rappresentazione del Paese, affronta in modo sistematico l’iconografia che ha caratterizzato l’Italia nei secoli. A questa interessante pubblicazione l’Istituto Italiano di Cultura di Cracovia, per volontà del suo direttore Ugo Rufino, ha dedicato nello scorso dicembre due incontri – uno all’Istituto stesso ed uno all’Università Pedagogica di Cracovia – alla presenza dei professori Alessandro Campi, dell’Università di Perugia, coautore del libro, del professore Stefan Bielanski, dell’Università Pedagogica di Cracovia e del sottoscritto.

La pubblicazione curata da Giovanni Belardelli ha il merito di affondare la ricerca sull’iconografia fino alle città greche, anzi risalendo addirittura alle più antiche civiltà orientali, per chiarire come sia intrinsecamente connesso alla nostra cultura il raffigurare le comunità territoriali con figure femminili.

“In certi casi, come quello della stessa Italia o come la Britannia che in un bassorilievo del III sec d.C., viene sottomessa dall’imperatore Claudio, questo genere di allegorie precede di molti secoli la comparsa di qualunque idea di nazione in senso moderno, e poi quasi scompare per un lungo periodo. Ricompare all’inizio dell’età moderna, quando si formano le grandi monarchie nazionali europee e con il Rinascimento si tornano a studiare sculture e monete antiche che di quelle allegorie femminili forniscono numerosi esempi…”, spiega nell’introduzione a “L’Italia immaginata” lo stesso Belardelli.

Un altro passaggio interessante della pubblicazione è quello che ricorda le complementari identità di Roma e Italia – nome che definiva le province della penisola ai tempi della Roma antica – che convivono fino all’assorbimento reciproco, prima di Roma sull’Italia e quindi, dallo svilupparsi dell’idea di nazione, dell’Italia su Roma.

Sullo sviluppo dell’allegoria femminile dell’Italia ne parliamo con il professore Alessandro Campi:

“Chi si ricorda, ai giorni nostri e soprattutto tra i più giovani, del fatto che l’Italia – stando alla sua iconografia ufficiale – è una bella e prospera signora e dunque, non foss’altro che per buona educazione, andrebbe sempre trattata col massimo del rispetto e del garbo? Una donna elegante e piena di fascino, rimasta eternamente giovane e piacente da quando per la prima volta Cesare Ripa (1560-1645), nella sua Iconologia (1603), ebbe l’idea di stilizzarla sontuosamente vestita, per indicare una terra ricca d’arte e natura, e con addosso i contrassegni della prosperità, della regalità e della fortuna. C’era già, in quest’immagine che Ripa ricavava dall’antichità classica, tutto ciò che l’Italia da allora in avanti ha sempre rappresentato a livello di immaginario popolare, anche per chi ad essa ha guardato e continua a guardare da oltre i suoi confini geografici e politici. Le torri e le muraglie come ornamento sulla testa indicavano «Città, Terre, Castelli e Ville»: quel pluralismo di territori, borghi e comunità locali, oggi più prosaicamente le sue 20 Regioni, le sue 107 Province e i suoi 7904 Comuni (secondo il dato aggiornato al 20 febbraio 2021), che nemmeno una volta raggiunta l’unità nazionale si è riusciti – nel giudizio di molti – a ricomporre all’interno di un tessuto istituzionale organico e funzionale”.

Nei secoli le raffigurazioni dell’Italia-donna hanno assunto diverse fattezze secondo le mutevoli contingenze e necessità storiche. L’iconografia può dunque ben fotografare lo stato d’animo di una nazione?

“L’Italia è stata di volta in volta una madre amorevole e protettiva, una sorta di Madonna laica impegnata a difendere tutti i suoi figli e ad assicurare loro giustizia e benessere; una vedova o madre piangente, quando dopo le guerre c’era da simboleggiare il dolore di un’intera comunità per i suoi morti (o come appare, affl itta e dolente per la scomparsa del somma poeta, nel celebre cenotafio dedicato a Vittorio Alfieri realizzato da Antonio Canova); un’amazzone combattente quando bisognava chiamare gli italiani alle armi; una bambina irriverente per indicare una nazione da poco nata che lotta per vedersi riconosciuto il proprio posto all’interno di un consesso mondiale popolato da vecchi marpioni; una ragazza piena di vita, radiosa e con lo sguardo rivolto al futuro tutte le volte che l’Italia si è dovuta rimboccare le maniche o ha cambiato politicamente pelle; una sorella che, all’epoca delle lotte irredentiste, bramava per ricongiungersi con le terre ancora sotto il giogo straniero (Trento, Trieste, Gorizia, sorelle minori di Italia) o che, all’epoca di quelle risorgimentali, avanzava pugnace contro l’invasore austriaco avendo al fianco Marianne-Francia, sua sorella maggiore e simbolo per eccellenza della libertà rivoluzionaria”.Un’Italia che è stata anche raffigurata come sposa del Re ai tempi dei Savoia, o rappresentata con fattezze via via sempre più marziali ai tempi del fascismo fino ad arrivare ad un volto, ben poco femminile, che alludeva chiaramente a quello del Duce. Merito della pubblicazione curata da Giovanni Belardelli è l’aver ordinato, riassunto e interpretato, soprattutto con riferimento al periodo post-unitario, le molteplici immagini rappresentazioni che sono state date dell’Italia nei secoli.

“Si tratta di un campionario di immagini simboliche dell’Italia che arrivano fino all’oggi quando, attraverso l’inventiva dei vignettisti dei grandi giornali (Matteo Bertelli, Mauro Biani, Emilio Giannelli, Vauro), le raffigurazioni si fanno spesso dolenti, come l’Italia distesa a terra ferita dopo l’ennesima uccisione per mafia di un servitore dello Stato; l’Italia impietrita dal dolore, come la Pietà michelangiolesca, dopo il terremoto che nell’aprile del 2009 ha devastato l’Aquila; l’Italia che si sorregge con le stampelle dopo i danni ad essa causati dalla crisi economica; l’Italia esanime a terra mentre il Capo dello Stato (all’epoca Carlo Azeglio Ciampi) cerca di rianimarla con un massaggio cardiaco; l’Italia dallo sguardo impaurito che indossa una mascherina a protezione del volto (ultima trasmutazione iconografica legata ovviamente alla pandemia scoppiata nel febbraio 2020)”.

L’Italia turrita, ovvero con in testa la corona di torri e mura delle città, ha però anche un altro simbolo sempre ben presente: una stella radiosa sul capo che rappresenta la buona sorte di un territorio baciato da un clima mite e salubre.

“Un simbolo che per estensione è diventato lo «stellone»protettivo e provvidenziale, forse sin troppo autoconsolatorio, di una nazione che secondo la percezione comune della gente riesce sempre a cavarsela, capace con le sue sole forze di superare ogni avversità”.

L’utile netto del settore bancario nel 2022 è aumentato del 111%

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Questa notizia è tratta dal servizio POLONIA OGGI, una rassegna stampa quotidiana delle maggiori notizie dell’attualità polacca tradotte in italiano. Per provare gratuitamente il servizio per una settimana scrivere a: redazione@gazzettaitalia.pl

L’utile netto del settore bancario nel periodo gennaio-aprile 2022 ammontava a 9,19 miliardi di złoty, il che significa un aumento anno su anno del 111%. Informa la Banca nazionale polacca. Solo nel mese di aprile 2022 l’utile netto è stato pari a 2,98 miliardi di złoty, ovvero è aumentato del 70%.Il reddito operativo netto totale nei primi quattro mesi del 2022 è stato pari a 31,08 miliardi di złoty, il che significa un aumento del 36% su base annua. Gli interessi attivi sono aumentati dell’83% e gli interessi passivi del 331%.I proventi da interessi nel solo mese di aprile ammontavano a 8,36 miliardi di złoty, mentre a marzo erano al livello di 7,69 miliardi di złoty. Gli interessi passivi in questo periodo sono aumentati a 2,11 miliardi da 1,7 miliardi di złoty.I costi amministrativi nel periodo da gennaio ad aprile 2022 sono stati pari a 14,33 miliardi di złoty, il 18% in più rispetto a un anno fa. Le perdite di valore ammontano a 2,08 miliardi di złoty, in diminuzione del 9%.

https://forsal.pl/biznes/bankowosc/artykuly/8430840,zysk-netto-bankow-wzrosl-o-111-proc.html

Covid-19, in Polonia 200 mila morti

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Il COVID-19 è molto più grave dell’influenza, il tasso di mortalità è molto alto, ricordano gli esperti. Ora è il momento di prepararsi all’ondata autunnale della pandemia. Gli specialisti ne hanno parlato in una conferenza stampa in cui è stato presentato un rapporto intitolato “Percorso diagnostico e terapeutico di un paziente con COVID-19”. La pubblicazione è stata creata su iniziativa dell’Institute of Patient Rights and Health Education. Come hanno sottolineato, è fondamentale integrare le vaccinazioni e ricostruire il sistema di test, perché nell’Unione Europea è stato registrato un farmaco antivirale orale efficace per il COVID-19. Il nuovo farmaco è una combinazione di due farmaci antivirali: nirmatrelvir e ritonavir. “La somministrazione è raccomandata soprattutto a quelle persone che hanno un rischio di COVID-19 grave” ha affermato il Prof. Jaroszewicz presidente della Società Polacca di Epatologia, Capo del dipartimento clinico di malattie infettive ed epatologia presso l’Università medica della Slesia. Maggiormente a rischio sono le persone di età superiore ai 60 anni, con obesità, diabete, insufficienza respiratoria cronica, insufficienza renale cronica, insufficienza circolatoria cronica, immunodeficienza, immunosoppressione. “Il tasso di mortalità complessivo dei pazienti ricoverati in ospedale con COVID-19 in Polonia dal marzo 2020 è stato del 12,2%”, ha dichiarato il Prof. Jerzy Jaroszewicz. Ha fatto riferimento ai dati del database nazionale SARSTER. Ha aggiunto che questa mortalità aumenta con l’età. Secondo i dati che ha presentato, anche nel caso della variante omicron, la mortalità è ancora alta, soprattutto nei pazienti con altre malattie. “Il COVID-19 è una malattia sistemica. Colpisce molti organi, non solo i polmoni “ha spiegato lo specialista. L’esperto ha ricordato che più di 6 milioni di persone sono morte di COVID-19 nel mondo. Secondo i dati del Ministero della Salute, in Polonia questo numero ammontava a 116 mila. Tuttavia, come ha sottolineato il cardiologo Prof. Krzysztof Filipiak, Rettore dell’Università di Medicina Maria Skłodowska-Curie di Varsavia, infatti, 200.000 persone hanno perso la vita a causa della pandemia in Polonia. Si tratta sia di persone decedute a causa di COVID-19, ma anche quelle decedute a causa del sovraccarico del sistema sanitario. Ha sottolineato che la Polonia è tra i primi cinque paesi che hanno avuto il più alto tasso di mortalità standardizzato a causa della pandemia. Pertanto, secondo il parere degli esperti, è necessario prepararsi per l’ondata autunnale della pandemia. “Ora dovremmo integrare le vaccinazioni” Il Prof. Filipiak ha ricordato che in Polonia l’intero programma di vaccinazione contro SARS-CoV-2 ha coinvolto il 59% della società, e la dose supplementare il 31%. In Polonia, il gruppo dei bambini e degli adolescenti è il meno vaccinato, ha aggiunto il Prof. Filipiak. “Abbiamo anche almeno 2 milioni di rifugiati dall’Ucraina non vaccinati ” ha sottolineato lo specialista.

https://forsal.pl/lifestyle/zdrowie/artykuly/8429506,eksperci-covid-19-jest-grozniejszy-niz-grypa-trzeba-sie-przygotowac-na-jesienna-fale-pandemii.html

La Polonia produce il 40% degli elettrodomestici fatti nell’UE

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APPLiA Polska è un’associazione di datori di lavoro che rappresentano produttori e importatori di elettrodomestici in Polonia. Secondo i dati dell’associazione 35 milioni di elettrodomestici sono stati prodotti in Polonia nel 2021. Nel settore delle attrezzature di grandi dimensioni la produzione è aumentata del 13%. Con questi dati la Polonia rafforza la propria posizione di leader nella produzione di elettrodomestici fornendo circa il 40% dei grandi elettrodomestici fabbricati in tutta l’UE, mentre in termini di valore è una quota del 30%. Il paese è inoltre il secondo esportatore di elettrodomestici al mondo. Oltre il 90% della produzione viene esportato, i maggiori mercati per i prodotti polacchi sono Germania, Francia, Gran Bretagna. Il presidente di “APPLiA Polska” Wojciech Konecki ha sottolineato che notevoli risultati sono stati raggiunti nonostante il drastico aumento dei prezzi delle materie prime e dell’energia, nonchè i problemi di fornitura dei componenti. L’industria investe ogni anno oltre 1 miliardo di złoty in fabbriche e centri di ricerca e assistenza in Polonia. Sempre secondo i dati dell’associazione nel 2021 i consumatori hanno speso 13,6 miliardi di złoty in elettrodomestici, il 15% in più rispetto all’anno scorso. Il valore della produzione venduta ha superato i 26 miliardi di złoty nel 2021. Ci sono circa 35 fabbriche do elettrodomestici situate in Polonia. L’occupazione nel settore è stimata in oltre 100 mila persone. Le principali aziende nel settore degli elettrodomestici sono BSH Sprzęt Gospodarstwa Domowego, Electrolux Poland, Whirlpool, Samsung Electronics Poland Manufacturing e Amica. Queste aziende impiegano il 70% delle persone che lavorano nel settore degli elettrodomestici e sono responsabili del 72% dei ricavi di tutti i produttori e importatori di elettrodomestici e di circa il 75% del valore delle vendite della produzione di elettrodomestici.

https://forsal.pl/biznes/przemysl/artykuly/8427231,40-proc-duzego-agd-produkowanego-w-ue-pochodzi-z-polski.html

Premiato al Festival di Cannes il film di Skolimowski, una produzione polacco-italiana

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Jerzy Skolimowski, Krzysztof Kieślowski, Krzysztof Zanussi

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Sabato durante il gala del 75° festival di Cannes le produzioni “EO” di Jerzy Skolimowski e “Le otto montagne” di Charlotte Vandermeersch, co-produzione italo-belga-francese, hanno ricevuto ex aequo il Premio della Giuria. “Vorrei ringraziare ii miei sei asinelli. “EO” è una coproduzione polacco-italiana. La maggior parte del film è stata girata in Polonia ed ho scelto un certo tipo di asino italiano che ha la croce sulla schiena, di questo tipo di asini in Polonia ne abbiamo solo due”, ha detto Jerzy Skolimowski durante la premiazione. Il protagonista del film è un asinello che si esibisce al circo con un’artista giovane Kasandra. L’animale la ama molto ma un giorno viene portato via dal circo e da quel momento cambia spesso i proprietari.

https://film.interia.pl/raporty/raport-cannes-2022/newsy/news-cannes-2022-polski-film-wyrozniony-wielki-sukces-skolimowski,nId,6055852

Italia da scoprire: Tursi

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Tursi è una splendida cittadina di circa cinquemila abitanti situata a poco meno di un’ora di macchina da Matera e ad un’ora e mezza da Potenza, capoluogo della Basilicata. Collegata in maniera molto comoda con la vicina costa jonica, Tursi dista soli venti chilometri dalle spiagge dorate di Policoro e 40 dalla meta turistica più ambita della Basilicata che è Metaponto.

Tursi è famosa per essere la città di Albino Pierro, poeta dialettale contemporaneo più volte vicino ad aggiudicarsi il Premio Nobel per la letteratura grazie alle sue opere tradotte in molte lingue. In suo nome è stato aperto un Parco Letterario che ogni anno ospita interessanti iniziative che mantengono vivo il ricordo di una delle figure più importanti e carismatiche di questa città di origine araba. Proprio per le sue radici, Tursi con il suo rione Rabatana, è candidata a Patrimonio dell’Unesco, unitamente alle Rabatane di Tricarico e Pietrapertosa. Chi arriva a Tursi può notare che il suo territorio è diviso in diversi rioni, ciascuno ben delimitato e con precise peculiarità. Il più antico e famoso di questi è la Rabatana, sorto intorno al Castello tra il V e il VI secolo, letteralmente circondata da profondi e inaccessibili burroni, quelli che costituiscono il fantastico mondo delle “Jaramme” citate proprio da Pierro. Qui si possono ripercorrere le stradine dei ruderi del nucleo originario con le modeste abitazioni che spesso comprendevano solo un vano al pianterreno.

Per arrivare alla Rabatana si percorre un’ampia e ripida strada che si estende sui burroni per oltre 200 metri, una sorta di gradinata chiamata in dialetto la “pietrizze”, sorta al posto di un pericoloso viottolo. A spiccare nei pressi della petrizze che porta alla Rabatana è il Picciarello, costituito da un lembo di terra che dalla collina del Castello si protende verso mezzogiorno, circondato da precipizi.

Dello stesso rione fa parte anche la Chiesa Collegiata di Santa Maria Maggiore eretta tra il X e l’XI secolo che si presenta con la facciata quattrocentesca e gli interni in stile barocco. L’interno è a tre navate con soffitto a cassettoni e un transetto interamente decorato con affreschi, dipinti ed arredi. La Sacrestia è arredata con massicci armadi lignei e dalla cappella si accede al presepe in pietra costruito nel 1550 ed attribuito ad Antonello Persio che ha lasciato tracce significative della sua arte scultorea a Matera e dintorni. In fondo alla navatella di sinistra si trova la cappella del trittico trecentesco che raffigura la Vergine dell’Icona in trono con il Bambino e scene della vita di Gesù e della stessa Vergine, quadro che si fa risalire alla scuola di Giotto ed ha un pregevole valore artistico.

In piazza Plebiscito, nel rione San Filippo, si affaccia l’omonima Chiesa del protettore della città, che si presenta con un’elegante facciata barocca e tre navate ciascuna decorata con pregevoli opere d’arte. Altrettanto famoso è il Palazzo del Barone Brancalasso, che spicca tra le strette viuzze in pietra, attorno al quale aleggiano diverse leggende secondo le quali il proprietario vendette l’anima al diavolo. Si dice che l’intero edificio venne realizzato in una sola notte da un gruppo di diavoli che, bloccati per sempre sulla terra dalle luci dell’alba, rimasero in questa dimora sotto forma di statue che, effettivamente, arricchiscono il palazzo, ma rappresentano la giustizia, la pace e la carità.

Nella centralissima Piazza Maria SS di Anglona, troviamo poi la Cattedrale dell’Annunziata, distrutta da due incendi nel 1988 e riaperta al culto nell’immediatezza del Giubileo del 2000.

Ultimo gioiello della città è senza dubbio la Basilica Minore di Anglona situata a cavallo tra Tursi e Policoro.

La chiesa che risale al XI-XII secolo, è a croce latina e dispone di tre navate, la centrale larga e molto alta, e le due navate esterne, strette e basse. In origine il santuario era ricco di pregevoli affreschi che raffiguravano episodi del vecchio e nuovo Testamento, sulle colonne sono tuttora presenti figure di Santi. Sulla parete destra della navata centrale sono ben visibili ancora scene del vecchio testamento.

Un’antica leggenda narra di un giovane pastorello che, mentre pascolava il suo gregge sulla sommità della collina ”Variante”, a metà strada tra Tursi ed Anglona, vide avvicinarsi una ”bellissima Signora”, che gli chiese di recarsi in paese, per invitare gli abitanti del luogo ad andarla a prendere. La gente prima incredula, poi sempre più curiosa si diresse sulla sommità della collina dove ritrovò la statua della Madonna e la riporta nel suo santuario. Nel luogo del ritrovamento fu costruito un capitello votivo in mattoni e, a ricordo dell’avvenimento, vi fu posta una croce in legno. Da allora tutti gli anni, la prima domenica dopo la Pasqua, la Madonna viene portata a spalle per un percorso di oltre 10 km, dal santuario alla cattedrale di Tursi.

Dal punto di vista enogastronomico, Tursi è famosa in tutto il mondo per le arance, con una varietà autoctona denominata Staccia, che può raggiungere fino ad un chilo e mezzo di peso, divenendo di fatto un prodotto di nicchia pregiato. Oltre agli agrumi troviamo anche delle drupacee d’eccellenza come le percoche e le albicocche e una fiorente olivicoltura e viticoltura.

In onore della Vergine di Anglona, grazie alla fashion designer polacca Natasha Pavluchenko, è stato realizzato un progetto di arte, moda, fede e filosofia denominato “Maria di Anglona” ispirato dall’antica pala dell’altare maggiore in gesso e policromo che è stata impressa su abiti ornamentali che, nonostante la pandemia, sono stati fatti conoscere sia in Italia che in Polonia durante il Festival UrBBan Fusion svoltosi a Bielsko Biala nel dicembre 2021.

”Da ormai sei anni”, racconta il sindaco Salvatore Cosma “lavoriamo incessantemente per promuovere e valorizzare la nostra comunità e le sue bellezze. Una comunicazione che ha portato i suoi risultati nel breve periodo visto il boom di investimenti da parte di cittadini stranieri, in particolare svedesi, inglesi e francesi nell’acquistare immobili nel nostro meraviglioso centro storico. Ma è nel medio lungo periodo che vogliamo arrivare a grandi obiettivi grazie non solo al nostro patrimonio artistico, storico e culturale ma anche a quello umano visto il grande calore e ospitalità di cui è capace la gente di Tursi.”

fot: Comune di Tursi/Natalia Pavluchenko

Zanussi, il regista dell’inquietudine morale

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È possibile che Krzysztof Zanussi sia il più italiano tra i registi polacchi. E proprio dell’Italia, delle sue radici, di Federico Fellini che ha avuto occasione di incontrare, della condizione dell’Europa e della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia a cui ha partecipato, parliamo con il maestro del cinema dell’inquietudine morale che nel 2018 ha ricevuto il Premio Gazzetta Italia.

Prima di passare alla nostra conversazione facciamo una sintesi del cinema di Krzysztof Zanussi che tante volte ha avuto modo di connettersi a quello italiano. Il cinema che approda al Lido per la Mostra del Cinema di Venezia, viene ampiamente trattato già da qualche numero della nostra rivista. Tutto è iniziato dalla pellicola “Contratto”, del 1980, proiettata fuori concorso e premiata dalla Giuria del premio cattolico internazionale (Ocic) e da un riconoscimento speciale: la segnalazione Cinema for UNICEF. Il film tratta della cerimonia di matrimonio tra la figlia di un funzionario comunista e il figlio di un cardiochirurgo corrotto, durante la quale la sposa scappa davanti all’altare. Il regista ha ottenuto il premio Ocic anche nell’anno successivo per “Da un paese lontano”, il primo fi lm che conteneva gli archivi della vita di papa Giovanni Paolo II. In seguito Zanussi ha partecipato al Concorso principale della Mostra con i fi lm “Imperativo”, “Persona non grata” e “L’anno del sole quieto”. Quest’ultimo è l’unico fi lm polacco premiato con il Leone d’Oro. Era il 1984, la 41a edizione durante la quale il presidente era Michelangelo Antonioni, mentre Paolo e Vittorio Taviani, Isaac Bashevis Singer, Rafael Alberti e anche Günter Grass facevano parte della giuria. La pellicola narra una storia d’amore che si è rivelata impossibile da soddisfare. Il racconto è ambientato nella realtà del dopoguerra dove si incontrano due giovani: un americano ex-detenuto di un campo di concentramento e una polacca, vedova e proprietaria terriera. Vale la pena menzionare che oltre ad aver ricevuto premi, Zanussi ha girato film in Italia, per esempio “Il sole nero”, del 2007, in cui Valeria Golino, una stella del cinema italiano, interpreta il personaggio di Agata che si è innamorata reciprocamente di Manfredi (Lorenzo Balducci). Tuttavia, la loro felicità è brutalmente interrotta dalla morte dell’uomo. E anche se non tutti concordano con le opinioni e le visioni di Zanussi sui temi attuali, nessuno può negare che il regista abbia introdotto nel cinema polacco ed europeo il dialogo e il pensiero come forma di sentimento come ci danno conferma i vari premi ottenuti. Il pensiero che sfuma nei vapori dell’assurdo della nuova generazione che dimentica di farsi domande essenziali come invece fanno i personaggi di Zanussi.

Non tutti sanno che le sue origini sono italiane.

La mia famiglia si è polonizzata nella terza generazione. Il cognome Zanussi viene dall’Italia, da una famiglia di architetti e costruttori. Capita di trovare ancora persone che vorrebbero domandarmi se ho qualcosa a che fare con l’omonima azienda di frigoriferi e lavatrici. Sì, si tratta di questa famiglia Zanussi. Li ho conosciuti da giovane. La famiglia italiana mi fece un’ottima impressione. Possedevano un aereo privato, palazzi nobiliari di cui mi consegnavano le chiavi. Io invece non potevo far colpo su di loro solo con il fatto che giravo film che venivano proiettati anche in Italia.

Non si può parlare della Biennale di Venezia senza parlare dell’opera di Krzysztof Zanussi. Ha partecipato ripetutamente al Festival, vincendo due volte il Leone d’Oro per i film “Contratto” e “L’anno del sole quieto”.

È un luogo di importanza eccezionale per me, e sono i due premi più significativi che io abbia ricevuto, ma molto prima ho partecipato anche con il film “La morte del padre provinciale”. Era il 1965, ma ero assente al Festival. Solo più tardi mi hanno trasmesso il premio per uno dei miei cortometraggi più importanti che trattava di un giovane storico dell’arte che ha intrapreso un lavoro di restauro in un monastero.

E la famiglia italiana come ha accolto la notizia del suo successo?

Dobbiamo tornare indietro ai tempi della mia infanzia, più precisamente nella biblioteca dei miei genitori. Una volta, mio padre mi ha mostrato uno scaffale con i libri che potevo leggere e ha indicato anche dove si trovavano i libri per gli adulti. Ho preso immediatamente quelli proibiti e mi sono subito trovato Balzac tra le mani. Nei suoi libri è sempre presente il personaggio del cugino povero proveniente dalla provincia. Io sono andato da quegli Zanussi leggendari provenendo dalla realtà comunista, con 5 dollari in tasca. Li ho visti per la prima volta e loro mi hanno accolto con piacere, ma io, dopo questa lettura proibita, sapevo già come mi sarei sentito toccando la maniglia della porta o sedendomi a tavola, come mi sarei sentito perso.

La partecipazione al Festival di Venezia non è stata di aiuto?

Alla proiezione di “Imperativo” era presente mio cugino Guido e in sala c’erano anche Federico Fellini e il Presidente del Consiglio di quei tempi. Ed io ero molto fiero di far sedere mio cugino, della famiglia Zanussi, accanto a persone così importanti e influenti. Era il massimo che potevo fare. Il film ha raccolto ovazioni, tutti si sono alzati, il pubblico, in questo modo, ha fatto capire che non comprendeva la ragione per cui la pellicola non era stata inclusa nel concorso principale, che quell’anno era abbastanza scadente. Dopo la proiezione sono uscito dalla sala galvanizzato per questa dimostrazione di apprezzamento. Sentivo di aver provato a me stesso e ai miei cugini italiani che ero bravo in qualcosa, che avevo ottenuto molto e che con certezza avevo guadagnato molto ai loro occhi. Niente di più falso.

Non ha fatto impressione su di loro?

Mio cugino, che proveniva dalla generazione di mio padre, dopo la proiezione mi ha chiesto solo dove saremmo andati a cenare, che cosa avremmo mangiato e quale vino sarebbe stato più adatto al cibo. Proprio allora ho capito che non l’avrei mai impressionato. La cena era fantastica, la conversazione non aveva fine, ma abbiamo parlato di tutto meno che dell’ottima accoglienza del mio film al Festival di Venezia. Il giorno dopo, in albergo, andando a fare colazione, Guido mi ha salutato, molto sorpreso, con un’esclamazione: “Krzysztof quanto sei famoso, quanto successo hai ottenuto!”. Gli ho risposto che anche lui era presente in quella sala e che aveva visto l’ovazione per me e lui mi ha risposto che ogni volta che entrava nella sua fabbrica tutti gli operai lo salutavano e applaudivano. La standing ovation per lui non era niente di particolare. Invece si è reso conto del successo al mattino dopo, vedendo che il cognome Zanussi era apparso su tutti i giornali, in alcuni persino in prima pagina. Mi ha chiesto se mi rendevo conto di quanto costasse far apparire un articolo su Repubblica, e quale grande pubblicità fosse per il nostro cognome. Ha aggiunto solo che il costo era altissimo. In quel momento ho scorto l’ammirazione nei suoi occhi, e questo fatto è stato molto importante per un ragazzo insicuro, come ero al tempo.

Lei mantiene il contatto con la famiglia oggi?

Adesso ci incontriamo raramente. Il cugino Guido è morto, è rimasta la generazione della mia età. Sono riunioni famigliari molto piacevoli, spesso scherzose, anche un po’ sarcastiche. Loro sono sorpresi del fatto che io lavori ancora e pure tanto, facendo un film dietro l’altro e io gli rispondo chiedendo come si possa vivere come loro, non facendo nulla, non lavorando, esistenza che mi sembra incredibilmente noiosa.

E quali ricordi la legano a Federico Fellini?

Mi ricordo una volta quando con Andrzej Wajda gli abbiamo fatto visita e dopo l’incontro lui ci ha accompagnato alla porta. Gli avevamo raccontato di come il Comitato Centrale interferisse nei nostri film, di come la censura controllasse quello di cui volevamo parlare. E Federico ci rispose, riferendosi ai suoi film, che avrebbe voluto che il Governo italiano dedicasse del tempo a capire quello che lui raccontava nelle sue opere.

FOT. RAFAEL POSCHMANN / 2018.06.12 – Premio Gazzetta Italia 2018

Quale significato ha avuto il cinema italiano nel suo lavoro di regista?

Immenso, ma non mi è mai piaciuto il neorealismo italiano. Spesso guardavo molto attentamente l’immagine dell’Italia del dopoguerra che veniva mostrata in questi film e la prendevo come verità. Oggi, so che era solo una creazione. È stata un’epoca in cui in Italia tante persone sono riuscite a fare carriera. Per quanto riguarda i registi sicuramente ho amato Fellini, le sue opere, in particolare quelle dopo “La Strada”. Per me era un autore che creava film incredibilmente belli. Guardando i suoi lavori a colori ho capito che i miei sogni sono solo in bianco e nero. E poi ci sono i classici: Visconti, Antonioni e Pasolini, ma in realtà solo Teorema.

Se il neorealismo era una creazione, dov’era allora la verità?

Considero il romanzo “Il Gattopardo” di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, sulla cui base Visconti ha realizzato il suo film più importante, come uno dei libri più significativi nella storia dell’umanità. È un grande tesoro dell’arte italiana, del patrimonio e dell’identità. E nello stesso tempo è il racconto del declino dei valori, dell’autorità e della moralità.

E adesso che cosa minaccia l’Europa?

Nel momento in cui tutti parlavano dei pericoli di una guerra atomica o batteriologica, io ho sentito dire che per noi, come civiltà occidentale, il pericolo maggiore è il fatto che stiamo perdendo la voglia di vivere. Questo riguarda tutta la natura. Se qualcosa vuole vivere vive, ma quando smette di voler vivere muore. E io adesso vedo nell’Europa i segni preoccupanti della morte. Questo processo era cominciato nel passato, tutto è crollato cento anni fa, dopo lo scoppio della Prima Guerra Mondiale. Non ci sono più le tracce dell’Europa dell’Ottocento. Se capissimo veramente quali sono i drammi che incombono sulla nostra società allora cominceremo a preoccuparci di risolvere innanzitutto i problemi dei migranti che prima o poi ci spingeranno fuori dalla nostra oasi di lusso e sicurezza perché non siamo pronti per andargli incontro e condividere con loro quello che dovremmo. Se oggi investissimo nel portare acqua nel deserto del Sahara, il problema ecologico e anche quello dei milioni di africani che vogliono venire in Europa, a volte cominciando dall’Italia, in un certo senso sarebbe risolto. Ma dov’è il politico che prende questa iniziativa? C’è bisogno di una persona come Ghandi, un uomo puro, senza interessi nascosti.

E il cosiddetto “politically correct” non è una trappola, ovvero un mezzo per toglierci la nostra libertà?

Ma certo che lo è! La correttezza politica presume che non si possa raffrontare nulla, che tutto sia imparagonabile ad altro. Oggi “diversità” è uno slogan molto popolare, ma questo offusca la domanda: che cosa è meglio? Oggi ci sono tre elementi che dominano la vita, tra l’altro molto visibili nell’identità italiana: sport, arte e scienza. Non è possibile mettere il segno uguale tra questi ambiti, dividerli in migliori e peggiori. Adesso l’uguaglianza viene confusa con il motto della Rivoluzione francese. La carenza dell’autorità è una delle ragioni di questa caduta. L’illuminismo è fi nito con la prima guerra mondiale e ora purtroppo viviamo in una sorta di isteria globale senza capire che dobbiamo innanzitutto riportare la società a correre su dei binari diversi e poi renderci conto che il paradiso in terra non può esistere.

Ma per le persone che oggi arrivano in Europa, come quelle naufragate nel 2012 al largo di Lampedusa o quelle che sono accampate al confi ne polacco-bielorusso, l’Europa resta un paradiso.

Queste persone vogliono potersi riscaldare, mangiare e sentirsi libere, ovvero senza l’ansia che qualcuno gli possa sparare. Sono gli stessi sogni che la gente aveva nell’Ottocento quando lottava contro la fame e le altre diffi coltà. E noi tutto questo l’abbiamo ottenuto. Ma oggi abbiamo bisogno di un altro sogno, necessario per andare avanti, invece di tornare indietro. Per un lungo periodo abbiamo cercato di vivere e realizzare il sogno americano e abbiamo dimenticato che anche qui in Europa siamo in grado di sviluppare desideri, sogni e obiettivi. E adesso qualcuno viene per quello che è nostro e quello che gli manca e noi non abbiamo il diritto di mettere la mitragliatrici sulle coste di Lampedusa e proibire a qualcuno di riscaldarsi e nutrirsi. Abbiamo dimenticato i sogni e l’immaginazione.

traduzione it: Milena Lachendro

VIII edizione della Borsa Vini a Varsavia

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Il prossimo 7 giugno, presso l’hotel InterContinental Warszawa, si terrà l’8° edizione di “Borsa Vini Italiani” in Polonia, organizzata da ITA – Italian Trade Agency, Ufficio di Varsavia.

L’edizione di quest’anno vedrà la partecipazione di 32 aziende e cantine provenienti dall’Italia, che presenteranno oltre 150 etichette di vini selezionati nonché grappe, liquori e distillati di 12 regioni italiane.

Il programma inizierà alle ore 12:00 con la masterclass “Un viaggio tra i vigneti attraverso l’Italia e le sue isole”, degustazione guidata condotta dalla sommelier italiana Claudia Marinelli e dall’esperto di vini polacco Maciej Nowicki, e proseguirà dalle 13:00 alle 18:30 con la sessione di degustazione libera Walk Around ed incontri B2B con le aziende vitivinicole italiane.

Le aziende italiane partecipanti alla Borsa Vini 2022 sono le seguenti: A Quercia vini e cantina, Agricole Gussalli Beretta, Alessandro di Camporeale, Bartali, Bosio Family Estates – Passato Organic Wines, Cantina Bosco – De Padova Experience, Cantina Villa Colle, Cascina Vèngore, Colacino Wines Srl Soc. Agr., Distilleria Jannamico Michele & Figli, Donvitantonio Vini, Fattoria il Muro, FederTrade Scarl – Federazione Consorzi Export, Grillo Iole, I Feudi di Romans, Il Drago e la Fornace Group, ll Palazzo, Inverso Vini, IVAL, Livio Bruni – Ambre, Mossi 1558, Podere Colle Castagno, Poderi Moretti, Savian Biowinemaker, Scuderia Italia, Tenuta Canto alla Moraia, Tenuta di Trinoro & Passopisciaro, Tenuta Patruno Perniola, Tenuta San Jacopo, Villa De Varda, Villa Trasqua, Wine Generations – Italian Family Legacy.

L’Italia è da molti anni il principale Paese fornitore di vini della Polonia. Nel 2021 le importazioni polacche di vini dall’Italia sono state pari a un valore di 96,2 milioni di euro, in aumento del 16,4% rispetto al 2020, rappresentando una quota di mercato del 26,9%. A livello globale il valore delle importazioni di vino della Polonia è stato pari a 357,8 milioni di euro con un incremento del 10,6% rispetto al 2020.

L’ingresso alla Borsa Vini Italiani è riservato solo agli operatori del settore, su invito. Per maggiori informazioni contattare: varsavia@ice.it, tel. 22 6280243.

I caffè artigianali conquistano il mercato polacco?

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Questa notizia è tratta dal servizio POLONIA OGGI, una rassegna stampa quotidiana delle maggiori notizie dell’attualità polacca tradotte in italiano. Per provare gratuitamente il servizio per una settimana scrivere a: redazione@gazzettaitalia.pl

Michał Wnuk, il proprietario della torrefazione Light Roast di Chełm, in un’intervista ha valutato, tra gli altri, il mercato delle torrefazioni e l’approccio dei consumatori ai caffè artigianali.  Secondo Michał il caffè artigianale è un prodotto che si sta sviluppando intensamente. Stanno emergendo nuove torrefazioni. I clienti sono sempre più consapevoli di ciò che stanno acquistando e scelgono prodotti di qualità migliore, non quelli provenienti da grandi marchi ma dalle manifatture. Nella regione di Lublino ci sono diverse torrefazioni, circa 10. “Siamo pionieri nel nostro mercato locale a Chełm. Siamo solo all’inizio. Stiamo aprendo la strada, perché questo è un mercato ancora sconosciuto. I clienti non sono ancora stati introdotti a questo mondo. Non c’è ancora una “cultura del bere caffè”, per questo noi vogliamo introdurla e mostrare ai clienti quali sono i prodotti, quale scelta hanno e che esiste un’alternativa ai tipici caffè disponibili in negozio. Per convincere i consumatori a scegliere il nostro prodotto bisogna, prima di tutto, fargli assaggiare il caffè. Noi cerchiamo di essere presenti in diversi luoghi, dove conduciamo degustazioni. Penso che questo sia l’unico modo per convincere il cliente, perché solo quando lo si prova, si sente che il gusto del caffè artigianale è completamente diverso da quello disponibile in negozio.” spiega Wnuk. È difficile arrivare al bar con i prodotti offerti dalle piccole torrefazioni perchè ci sono tanti contratti di esclusiva. Bisogna trovare il momento in cui termina il contratto e poi cercare di portare il proprio prodotto al bar, quindi è sicuramente difficile al momento. Alla domanda sulle problematiche riguardanti la disponibilità di materie prime e i prezzi del caffè Wnuk risponde: “I prezzi del caffè sono in aumento, così come quelli della maggior parte dei prodotti, bisogna accettarlo. Non c’è alcun problema con la disponibilità, perché in realtà i cereali sono disponibili praticamente tutto il tempo. Nel caso in cui un tipo di cereale non c’è se ne prende un altro. Abbiamo un tale sistema per cui vendiamo i caffè che abbiamo a disposizione. Se uno di loro non è disponibile, lo ritiriamo dall’offerta e la prossima volta che appare alla consegna successiva, lo mettiamo nuovamente in vendita.”

https://www.portalspozywczy.pl/napoje/wiadomosci/czy-kawy-rzemieslnicze-podbijaja-polski-rynek,210801.html

La Polonia si candida ad ospitare gli Europei di Calcio Femminile

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La Polonia può diventare il paese ospitante del Campionato Europeo Femminile di Calcio nel 2025. Gli altri paesi che si candidano sono la Francia, la Svizzera, l’Ucraina, la Svezia, la Norvegia, la Danimarca e la Finlandia. “Siamo sicuri che durante i campionati in Polonia gli stadi saranno pieni e milioni di persone saranno davanti alla TV fatto che influenzerà positivamente l’immagine del calcio femminile nella Polonia e nell’Europa. L’organizzazione di tale evento sarà una priorità e una grande nobilitazione per noi“, è scritto sul sito della federazione. Inoltre l’organizzazione  di questo evento influenzerà l’aumento del numero delle donne coinvolte nel calcio e questo attirerà gli sponsor, permettendo di sfruttare la grande crescita del calcio femminile in Polonia.

https://polskieradio24.pl/5/4147/artykul/2964719,wielki-turniej-w-polsce-pzpn-potwierdzil-zgloszenie-kandydatury