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Ieri a Varsavia si è tenuto un incontro tra il nuovo cancelliere tedesco Olaf Scholz e il primo ministro polacco Mateusz Morawiecki. Il capo del governo polacco ha dichiarato di aver gradito il fatto che la Polonia sia uno dei primi paesi visitati da Scholz in qualità di cancelliere in quanto è un segnale della volontà di una collaborazione più stretta e di un maggior coinvolgimento a favore della Polonia da parte della Germania. Come annunciato dallo stesso Morawiecki, durante una successiva conferenza stampa, tra i temi trattati c’era quello della situazione sulla frontiera polacco-bielorussa. Sottolineando che il confine occidentale deve essere protetto ed ermetico in quanto è una frontiera non solo della Polonia ma anche dell’UE, il premier polacco ha affermato di aver discusso con Scholz tutti i possibili scenari dello sviluppo della crisi migratoria, incluse le potenziali sanzioni per la Bielorussia che saranno trattate più dettagliatamente durante la prossima riunione del Consiglio europeo. Inoltre, come aggiunto da Morawiecki, uno degli argomenti trattati con il nuovo cancelliere tedesco era quello relativo alla situazione in Ucraina e il possibile deterioramento della situazione non solo in Ucraina ma anche in Polonia, Slovacchia e i paesi europei dell’est a causa dell’apertura del nuovo gasdotto Nord Stream 2. Secondo quanto affermato da lui stesso, Morawiecki ha spiegato a Scholz che se l’Ucraina dovesse cedere al ricatto da parte della Russia, quello inevitabilmente porterà ad una destabilizzazione sia sulla frontiera orientale della NATO sia quella dell’UE. In aggiunta, come evidenziato dal premier polacco, una parte significativa dell’incontro è stata dedicata ai temi europei, compreso quello dell’energia dell’UE, in quanto la Polonia e la Germania sono tra gli attori più attivi all’interno dell’Unione europea. Nel suo intervento in seguito all’incontro con Morawiecki, riferendosi alla situazione al confine russo-ucraino e alle informazioni sulla presenza dell’esercito russo in questa zona, Scholz ha ribadito che l’Unione Europea vigilerà contro le minacce legate alla sua integrità territoriale, valendosi anche degli strumenti diplomatici quali il Formato Normandia (un gruppo composto da Francia, Germania, Ucraina e Russia e fondato per risolvere diplomaticamente la guerra del Donbass e la questione dell’annessione della Crimea alla Russia).
L’antenato del panettone arriva dritto dal Rinascimento. Per la precisione dal ferrarese Cristoforo Messisbugo che nel 1564 nel suo Libro Novo mette nero su bianco la ricetta dei «Pani de latte e zuccaro».
Si devono usare farina, burro, zucchero, uova, latte e acqua di rose; il pane «lo lascerai ben levare», lo cuocerai con grande ordine, «questo pane è più bello a farlo tondo» oppure anche «più grande o più picciolo, come tu vorrai». Ritroviamo le componenti di base del panettone e, soprattutto, la prescrizione che dev’essere molto lievitato («lo lascerai ben levare»), alla quale si aggiunge l’indicazione della forma: tonda. Come si vede, si tratta sì di un panettoncino un po’ smilzo e bassino, senza uvette e canditi, ma gli elementi per proseguire ci sono tutti.
Dovranno passare alcuni secoli prima che il panettone assuma la forma e la sostanza con il quale lo conosciamo noi oggi. Naturalmente sono solo simpatiche leggende tutte le storielle sullo sguattero del duca Sforza di nome Toni che salva il cuoco di corte preparando un dolce con gli avanzi al posto di quello che si era bruciato. Divertenti, ma non c’è niente di vero. La realtà è molto più banale: panettone significa pane grande e rientra nella categoria dei pani dolci natalizi. Siamo in un’epoca, il tardo medioevo, nella quale lo zucchero è un bene preziosissimo e quindi per sottolineare le feste si dolcifica il normale pane che viene infornato (più o meno) ogni giorno. In tutta Italia si confezionano pani festivi – non necessariamente natalizi – con vari nomi: panün valtellinese, pandolce genovese, panspeziale bolognese, panforte senese, panpepato umbro-toscano, pangiallo laziale. L’impasto è dolcificato con lo zucchero e impreziosito con le mandorle (a Bologna), con i pinoli (Genova), e anche con mostarda, uvetta o fichi secchi. Sarà soltanto il pane natalizio di Milano a uscire dai confini locali e a diventare il dolce principe del Natale italiano.
Il panettone come lo conosciamo oggi è figlio dell’industrializzazione: Milano nell’Ottocento si afferma come principale centro manifatturiero della penisola e impone anche il suo dolce natalizio. Già nella seconda metà del secolo i pasticceri milanesi spediscono panettoni per ogni dove. I nomi di Cova, Biffi, Tre Marie, Baj, Marchesi diventano conosciuti ovunque. Ci si comincia a regalare panettoni, dolci costosi perché ricchi di ingredienti di pregio. Sia Gioacchino Rossini, sia Giuseppe Verdi in una lettera ringraziano l’editore musicale Ricordi per l’omaggio di un panettone. A fine Ottocento il dolce diventa addirittura arma di litigio tra il compositore Giacomo Puccini e il direttore d’orchestra Arturo Toscanini; il primo manda un panettone per Natale al secondo, uomo dal carattere notoriamente ruvido. Dopodiché i due bisticciano, e Puccini invia un piccato telegramma a Toscanini: «Panettone mandato per errore», scrive. Al che Toscanini gli risponde per le rime: «Panettone mangiato per errore».
Panettoni che, attenzione, sono bassi. Per trovare i dolci lievitatissimi che usiamo oggi bisogna andare a Verona dove Domenico Melegatti ha l’idea di riempire di burro e di uova il dolce natalizio tradizionale veronese, il nadalin, in modo che si levi ad altezze al tempo sconosciute. Nel 1894 lo brevetta per dirimere le controversie con altri pasticceri che si attribuivano la paternità del dolce. Il nome deriva dalla tradizione rinascimentale di ricoprire i pani con foglia d’oro per ostentare la propria ricchezza, come in occasione del banchetto organizzato a Bologna il 29 gennaio 1487 da Giovanni II Bentivoglio per celebrare il matrimonio del figlio Annibale con Lucrezia d’Este. Melegatti era un uomo piuttosto intraprendente e sfida il panettone aprendo un negozio nel cuore del territorio avversario, a Milano, proprio in quello stesso corso Vittorio Emanuele dove avevano casa le Tre Marie, azienda che produceva panettoni. Avvia la vendita per corrispondenza e spedisce
pandori in tutto il mondo.
Per arrivare ai panettoni alti, alle tre lievitazioni canoniche, bisogna aspettare Angelo Motta, che dopo aver aperto la propria bottega, nel 1919, applica al panettone lo stesso trattamento che Melegatti aveva riservato al pandoro. Osserva lo scrittore Orio Vergani: «Aumenta considerevolmente le dosi di burro, uova, zucchero e canditi, modifica e accresce i tempi di lievitazione e di cottura e, poiché la pasta, così trattata, diventa più molle, per sostenerla ricorre alla geniale semplicissima soluzione della fasciatura di carta a corona: nasce così il panettone Motta».
Ecco un altro parallelo tra panettone e pandoro: entrambi, per lievitare così tanto, richiedono una pasta molto morbida che ha bisogno di un sostegno per rimanere della forma voluta, Melegatti si è inventato lo stampo a forma di stella, Motta la corona di carta. Gli stampi metallici sono più costosi, ma si riutilizzano, la carta, invece, è economica, ma a perdere. Altro parallelismo è la rincorsa tra concorrenti rivali: a Verona tra Melegatti e Bauli, a Milano tra Motta e Alemagna.
Angelo Motta è il classico industriale venuto su dal niente e, al contrario del buonismo sparso a piene mani dalla sua pubblicità, è un iracondo e si ricordano i carrelli di panettoni rovesciati in malo modo, perché non conformi alla qualità da lui pretesa. L’industriale Mobbi, il cattivone che chiama la polizia per far sloggiare i baraccati, in uno dei più celebri film del neorealismo italiano, Miracolo a Milano, di Vittorio De Sica (1951), ricalca proprio la sua figura, tra l’altro identificabile anche dall’assonanza del cognome. E sembra proprio un paradosso che il dolce simbolo della bontà natalizia fosse prodotto da un industriale invece ricordato per gli scoppi d’ira.
Tra i tanti gentiluomini del cinema italiano, come Fellini, Pasolini, De Sica o Visconti, spicca lei, una donna con telecamera e occhiali bianchi. Ecco Lina Wertmüller, regista dimenticata, quasi inesistente nella coscienza di massa. Eppure è la prima donna ad essere stata nominata agli Oscar come miglior regista. È la madre del cinema di Roma!
Correva l’anno 1977. Dopo qualche mese Agnieszka Holland debutterà nei lungometraggi. In Europa Agnès Varda, rappresentante della New Wave, festeggia i suoi nuovi trionfi. Mentre Liliana Cavani crea scalpore con il film “Il portiere di notte”. Non sono molte le donne regista. Alla nomination agli Oscar per la miglior regia, invece, c’è un presentimento: in mezzo alla cerchia di uomini, improvvisamente, appare lei, una donna, oggetto di derisione in un mondo maschile, conservatore ed eretico. Compare al fianco di registi premiati come Ingmar Bergman, Alan J. Pakula. Sul palco Jane Fonda, attivista e influente femminista, invita Jeanne Moreau, leggenda della cinematografia francese, a leggere il verdetto. Quella sera, Avildsen trionfa con “Rocky”. Eppure gli occhi del mondo, soprattutto di tutte quelle ragazzine che sognano il cinema dietro la cinepresa, sono puntati su Lina Wertmüller, su una donna con un outfit modesto e con i capelli raccolti indietro. Poi gli anni passano, fino ad arrivare ai primi anni Novanta, quando l’esempio dell’italiana è seguito da Jane Campion, poi Sofia Coppola, Kathryn Bigelow, Greta Gerwig e con la candidata di quest’anno, già vincitrice in altri concorsi, Chloe Zhao.
La Wertmüller, all’anagrafe Arcangela Felice Assunta Wertmüller von Elgg Spanol von Braueich, viene al mondo nella prosperità della vita decadente e folle degli anni Venti. Nasce in una famiglia aristocratica svizzera nel 1928 anno in cui il Parlamento italiano adotta una legge elettorale fascista. La sua storia inizia a Roma presso il Palazzo San Gervasio, proprio nella Roma in cui nel 1900 una signora di nome Angiolina sposa il guardiano del comune Arcangelo Santamaria. Da questo amore è nasce Maria, la madre di Lina, e successivamente dall’unione di Maria e Federico Lucaniano, un nobile avvocato di origine svizzera, viene alla luce una bambina, la quale fin dalla giovane età andrà controcorrente.
Lina Wertmüller
Il carattere difficile di Lina si manifesta fin da ragazzina, quando cambia scuola quindici volte, sempre cacciata per comportamenti inappropriati verso le altre ragazze, ed erano tutte scuole cattoliche. Non le interessavano le regole rigide e i divieti imposti dalle suore, per lei contava solo l’immaginazione, la creazione di personaggi e di situazioni e la provocazione della realtà. Da piccola è stata affascinata dai fumetti, descrivendoli come particolarmente influenti su di lei in gioventù, soprattutto “Flash Gordon” di Alex Raymond. È proprio a causa della lettura di questi fumetti che viene espulsa da una delle scuole. Tali passatempi non si addicono ad una ragazzina. I fumetti di Reymond la conducono al mondo del cinema che lei sogna e di cui parlava anche da adolescente.
Compie i primi passi nel mondo dello spettacolo all’età di 17 anni, quando si iscrive all’Accademia d’Arte Drammatica “Pietro Sharoff”, per debuttare poco dopo come regista di marionette sotto la direzione di Maria Signorelli (la maestra italiana dei burattini). È anche il periodo in cui Lina sostituisce i fumetti con i drammaturghi russi di Vladimir Nemirovich-Danchenko e Konstantin Stanislavskij, i quali la attirano nel mondo delle arti dello spettacolo. Dopo essersi diplomata all’Accademia Nazionale di Arte Drammatica Silvio D’Amico nel 1951, la Wertmüller fa una tournée pluriennale tra i teatri europei, dirigendo una serie di spettacoli di marionette d’avanguardia. Si occupa letteralmente di tutto lei: dirige, gestisce l’intera produzione, disegna e realizza la scenografia, e dopo l’orario di lavoro si occupa di giornalismo e di scrivere le sceneggiature per la radio e la televisione. Si sente come se fosse protagonista di un fumetto, e questa esperienza lavorativa è tutto il suo mondo.
Con un tale bagaglio teatrale, nei primi anni Sessanta Lina fa la sua comparsa in televisione, dove con successo diventa la prima donna a creare delle serie tv. Mentre lavora su una di esse, incontra Flora Carabella, una vecchia compagna di scuola, che le presenta suo marito, Marcello Mastroianni. Mastroianni aveva appena fatto successo con “La dolce vita” di Fellini ed era una delle più grandi stelle del cinema europeo. Non appena la star viene a sapere dei sogni cinematografici di Lina, la presenta al suo mentore Federico Fellini. E così inizia il sogno che continua ancora oggi. La Wertmüller più volte ha parlato dell’importanza dell’incontro con Fellini e di come, non appena l’ha conosciuta, le abbia subito proposto di diventare la sua assistente nell’imminente produzione di “81⁄2”. Fellini fu affascinato dalla sua forza, era una donna che voleva essere indipendente, soprattutto dagli uomini, cosa rara nell’Italia del dopoguerra. Inoltre l’anima di Lina era profondamente innamorata del teatro, dei burattini, elemento di spettacolo molto affine a quel mondo del circo che amava Fellini.
Descrivendo la loro collaborazione, la Wertmüller disse: “Non si può parlare di Fellini. Descriverlo è come descrivere l’alba o il tramonto. Fellini era un uomo straordinario, una forza della natura, era un uomo dall’incredibile intelligenza e simpatia. Incontrare un tale genio è come scoprire un panorama meraviglioso e sconosciuto. Mi ha aperto la mente quando disse qualcosa che non dimenticherò mai: “Se non sei un buon narratore, nemmeno tutte le tecniche del mondo ti salveranno”. Bisogna saper raccontare il cinema. E dopo questo contatto la giovane Lina raggiunge ciò che sognava quando frequentava le scuole cattoliche, conservatrici e noiose. “Fellini era più che un uomo e un amico. Era come aprire una finestra e scoprire davanti a sé un paesaggio magnifico mai visto prima. Il nostro rapporto era molto più grande, più profondo e più significativo di qualsiasi altra cosa io possa descrivere”, ha confessato la Wertmüller in un’altra intervista.
Ha debuttato nel cinema con il film “I basilischi”. Era l’anno 1963. Fellini presenta “81⁄2”, mentre Luchino Visconti mostra al mondo l’epico “Gattopardo”, e Alfred Hitchcock l’eccezionale “Gli uccelli”, mentre Jean-Luc Godard scala la vetta della new wave francese con il film “Il disprezzo”. Un uomo che è una potenza dell’industria cinematografica. Comunque nonostante questi nomi importanti, il cinema d’autore della Wertmüller riceve subito il riconoscimento della critica e dei giudici al Locarno Film Festival, dove la regista viene premiata con la Vela D’Oro. L’anno seguente gira la serie “Il giornalino di Gian Burrasca” con Rita Pavone, e allo stesso tempo incontra lo stimato scenografo Enrico Job, con il quale si sposa e con il quale decide di adottare la figlia Maria Zulima. Una carriera che continua con successo, gira altri film, tra cui “Mimì metallurgico ferito nell’onore” e “Film d’amore e d’anarchia”, proiettati a Cannes. Successivamente esce “Pasqualino Settebellezze”, che racconta la storia di un uomo con sette sorelle poco attraenti che uccide il seduttore di una di loro. È proprio grazie a questo film che Lina riceve quattro nomination agli Oscar, tra cui quella che la fa diventare la prima donna nella storia a ricevere la nomination per la regia.
L’interesse per la nomination agli Oscar era così grande in quell’ambiente, che molto presto venne proposto a Lina un lavoro nella fabbrica dei sogni e un contratto da firmare con la Warner Bros. per realizzare quattro film a Hollywood. Persino nella rivista Variety comparse un annuncio di due pagine con il titolo “Welcome Lina”. Purtroppo però questa storia d’amore con Hollywood finì rapidamente, poiché già il primo film che girò, “A night full of rain”, con Giancarlo Giannini e Candice Bergen, fu una delusione. La casa di produzione cinematografica Warner annullò il contratto, e la Wertmüller tornò in Europa e, come ammise nelle interviste successive, non ha rammarichi riguardo l’esperienza nella fabbrica dei sogni, evidentemente non era la sua strada.
Con il suo ritorno nel vecchio continente, l’italiana ha cominciato ad affinare ancora di più le sue doti di regista, ha girato film meno scontati con titoli strani, registrati nel Guinness dei primati: “Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto”, “Scherzo del destino in agguato dietro l’angolo come un brigante da strada” o “Notte d’estate con profilo greco, occhi a mandorla e odore di basilico”. Nei suoi film si può notare l’influenza di Fellini. Li univa una comune empatia nel modo di vedere la classe operaia italiana, mostrando la realtà della vita di persone politicamente trascurate ed economicamente calpestate, tendente all’assurdità. La Wertmüller, così come Fellini, mostra continuamente la sua adorazione per l’Italia e per i suoi svariati luoghi di infinita bellezza.
Le eroine dei suoi film sono sempre delle donne forti: femministe, anarchiche, comuniste. La vita di Lina è stata segnata dalla politica e non ha mai nascosto di essersi iscritta, dopo la guerra, al Partito Socialista e di aver sostenuto che le donne nel mondo del cinema dovrebbero avere pari diritti. Ogni volta che poteva, prendeva le distanze dalle posizioni estremiste del femminismo, e ripeteva: “Non puoi fare il tuo lavoro, solo perché sei una donna o un uomo. Lo fai perché hai talento. Conta solo questo per me. Dovrebbe essere l’unico parametro valido per stabilire a chi assegnare la direzione del film. Come tutte le altre donne del cinema, anche io ho avuto problemi ad essere accettata in questo ambiente maschile, ma non mi importava. Sono andata per la mia strada”.
Negli ultimi decenni la regista cede il posto ai nuovi astri italiani del cinema. Il suo allontanamento è caduto ingiustamente nel dimenticatoio. Ha salutato i suoi colleghi De Sica, Fellini, Visconti. Ora è di nuovo sola a bordo, a bordo di una nave che naviga. Durante questo periodo ha girato qualche film, di cui due insieme a Sophia Loren “Sabato, domenica e lunedì” e “Francesca e Nunziata”. Ed è stata la Loren, un’icona del cinema italiano, una delle ultime leggende in vita dell’età d’oro del cinema, ad assegnare nel 2020 a Lina Wertmüller l’ambito Oscar alla carriera. Il sogno del cinema continua ancora, ma per me c’è sempre e solo una madre. Il suo nome è Lina e il suo motto per la vita è: “La curiosità è la mia salvezza”.
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Il 9 dicembre presso il Pałac pod Błachą a Varsavia si è tenuta la cerimonia di apertura della mostra intitolata “I presepi di Cracovia. La mostra presso il Pałac pod Blachą.” È la più grande mostra sui presepi di Cracovia ospitata da Varsavia, si possono ammirare 50 costruzioni tradizionali, realizzate in maniera raffinata ma con un tocco di fantasia. La gran parte dei presepi esposti ha vinto dei premi nonché ottenuto dei riconoscimenti importanti durante i concorsi. I presepi esposti presso il Pałac pod Blachą provengono dalle collezioni del Museo nazionale di Cracovia, in particolare, dalle collezioni Renata e Edward Markowski e da altre collezioni private. Secondo quanto affermato dal direttore del Castello Reale di Varsavia, prof. Wojciech Fałkowski, l’idea in base alla quale la mostra è stata organizzata è quella di far incontrare la tradizione creata dai cittadini con l’etichetta di corte simboleggiata dal Castello Reale. Secondo Fałkowski, il fenomeno dell’arte e dell’artigianato creati dagli abitanti di Cracovia risiede nel fatto che entrambi inducono alle riflessioni e conquistano con il loro fascino, incantando con la loro bellezza tutti. Come sostenuto dal direttore del Museo nazionale di Cracovia, dott. Michał Niezabitowski, i presepi di Cracovia rappresentano i valori legati alla cultura polacca ma anche ai sogni dei bambini. Secondo Niezabitowski, ammirando i presepi lo spettatore è in grado di tornare nei lontano mondo dei ricordi e dei sogni. Concludendo, Niezabitowski ha augurato a tutti coloro che visiteranno la mostra di fare un bello e intenso viaggio nel tempo, dichiarando che i presepi, a suo parere, svolgono la stessa funzione dei musei, ovvero quella di far avvicinare l’uomo alla cultura la quale lo cambia interiormente. La mostra è aperta ai visitatori dal 10 dicembre 2021 al 2 febbraio 2022.
In Polonia questa settimana si sono registrate ancora nuove infezioni da COVID-19, il numero complessivo dei casi attivi è 461.433 (settimana scorsa 445.617), di cui in gravi condizioni 2.053 (settimana scorsa1.862),ovvero circa lo 0,4% del totale.
Gli ultimi dati mostrano 27.458 nuove infezioni registrate su 111.600 test effettuati, con 562morti da coronavirus nelle ultime 24 ore.
Il numero delle vittime nell’ultima settimana è stato di 2.701 morti (settimana scorsa 2.470) e la situazione nelle strutture sanitarie polacche sta peggiorando, con l’occupazione dei posti letto in crescita negli ultimi giorni, anche se la crescita complessiva rispetto alla scorsa settimana sta rallentando. Si è registrato un amento settimanale dei casi del +0,3%, mentre i morti sono aumentati del +7%.
Sono 23.433 i malati di COVID-19 ospedalizzati (scorsa settimana 21.550), con 2.053 terapie intensive occupate (scorsa settimana 1.862).
Attualmente sono state effettuate 43.524.495vaccinazioni per COVID-19 e 20.608.833 persone hanno completato il ciclo vaccinale.
La copertura sul totale della popolazione è di circa il 54,3%, media UE 66,8% (https://vaccinetracker.ecdc.europa.eu).
Sono state varate nuove restrizioni che saranno in vigore fino al 17 dicembre per contenere il crescere dei numeri della pandemia.
Resta in vigore l’obbligo di indossare la mascherina nei luoghi pubblici al chiuso, inoltre cambiano le regole per gli eventi e la capienza massima consentita nei locali, che subirà limitazioni dal 15 dicembre.
Restano aperti bar e ristoranti ma con capienza massima ridotta al 30% di non vaccinati dal 15 dicembre e sono consentite riunioni fino a 100 persone. Sono aperti hotel, centri commerciali, negozi, saloni di bellezza, parrucchieri, musei e gli impianti sportivi, anche al chiuso, ma con capienza massima ridotta al 30%, limite in cui non sono calcolate le persone vaccinate. Sono chiuse, ad eccezione che la notte di capodanno le discoteche e le sale da ballo. Ogni attività è sottoposta a regime sanitario e sono previste limitazioni sul numero massimo di persone consentite, in linea generale è consentita 1 persona ogni 15 m2, a capacità 50% (capacità 30% a partire dal 15 dicembre) con norme di distanziamento per limitare le occasioni di contagio. La capienza dei mezzi di trasporto pubblica sarà ridotta dal 15 dicembre al 75%.
Per quanto riguarda gli sposamenti, salvo per vaccinati o ingressi con presentazione di test COVDI-19 negativo PCR molecolare o test antigenico effettuato nelle 48 ore precedenti, resta in vigore l’obbligo di quarantena di 10 giorni.
Per gli ingressi in Polonia da paesi al di fuori dell’area Schengen è prevista quarantena automatica obbligatoria di 14 giorni, fino alla presentazione di un test negativo effettuato in Polonia successivamente all’ingresso, ma non prima di 7 giorni dal momento dell’ingresso nel paese. Sono escluse dall’obbligo di quarantena le persone vaccinate per COVID-19 con vaccini approvati dall’EMA, ma è necessario anche per i vaccinati sottoporsi a un test covid prima dell’ingresso in Polonia da paesi al di fuori dell’area Schengen.
Si raccomanda di limitare gli spostamenti e monitorare i dati epidemiologici nel caso di viaggi programmati da e verso la Polonia.
Dal 17 luglio è stato introdotto anche in Polonia il Digital Passenger Locator Form (dPLF) – Karta Lokalizacji Podróżnego.
Per spostamenti all’interno dell’UE, si raccomanda di verificare le restrizioni nei singoli paesi sul portale: https://reopen.europa.eu
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Negli ultimi anni, la percentuale di acquirenti di caffè ha oscillato a poco più del 95% delle famiglie. Dai dati compresi tra ottobre del 2020 e settembre del 2021 presentati dagli esperti del GfK, si evince che le categorie più importanti, sia in termini di valore che in termini di numero di tazzine, erano quelle del caffè macinato e solubile. Tuttavia, nonostante tali buoni risultati, la forza di queste categorie di prodotti sul mercato si sta gradualmente indebolendo e per entrambe si registra un lento ma sistematico deflusso di acquirenti, in media di circa 1 punto percentuale all’anno. Allo stesso tempo, c’è uno sviluppo dinamico della categoria dei chicchi di caffè, e questa tendenza si è rafforzata durante la pandemia, quando i consumatori volevano provare caffè di alta qualità nelle proprie case. Per quanto riguarda la vendita di caffè in capsule, nonostante la base di acquirenti di questo tipo di prodotti sia recentemente aumentata leggermente, ancora una volta si registra un calo del valore degli acquisti di capsule da casa. Secondo gli esperti, la causa di questo fenomeno è principalmente una diminuzione del prezzo medio per chilogrammo del prodotto, che deriva dalla crescente offerta di molti sostituti più economici, cioè di cosiddette capsule compatibili. Il rapporto di ricerca mostra che i consumatori sono sempre più disposti ad acquistare anche macchine da caffè. Attualmente, secondo i dati del GfK, la Polonia è il terzo mercato più grande per macchine da caffè in Europa. Nella prima metà del 2021, il valore di questo segmento è aumentato a 116,4 milioni di euro. La Polonia è dietro solo a Germania e Francia, ma in questo senso la Polonia ha già superato mercati grandi e sviluppati come il Regno Unito, l’Italia e la Spagna. Nella classifica europea delle macchine da caffè automatiche, invece, la Polonia si colloca ancora più in alto, in seconda posizione, appena dietro la Germania.
Gazzetta Italia 90: il 2022 sarà l’anno di Antonio Canova, lo straordinario artista autore della scultura “Amore e psiche”, che campeggia, dipinta da Dorota Pietrzyk, sulla nostra copertina! A scrivere di Canova è la professoressa Kubicz dell’Accademia delle Belle Arti di Cracovia, facoltà di cui proponiamo anche l’iniziativa un manifesto per Dante.
Ma non potevamo non parlare di Sorrentino e del suo ultimo film “La mano di Dio” che è arrivato ora nelle sale polacche. Ed ecco la moda con la geniale stilista Natasha Pavluchenko protagonista dello splendido Festival UrBBanfusion di Bielsko-Biała. Gazzetta ci porterà poi nella Sicilia più remota sulle orme del Commissario Montalbano. Una lunga, interessante intervista ci farà invece conoscere Monika Bułaj, eccezionale fotografa polacca che vive a Trieste.
Il nostro approccio alla musica potrebbe cambiare grazie ad un flauto magico? Lo scoprirete leggendo dell’invenzione italiana del re.corder. Come sempre tanto spazio alla letteratura con l’intervento del professore Luigi Marinelli su Tadeusz Rożewicz, l’articolo sul neo vincitore del Premio Leopold Staff, Adam Szczuciński, e l’approfondimento sulla traduzione in polacco di “Lessico Famigliare” di Natalia Ginzburg. Segnaliamo poi l’ampio resoconto fotografico sul Torneo di Calcetto Italiani in Polonia, oltre a tutte le nostre consuete rubriche di lingua, cucina, salute. Insomma tantissimi motivi per cercare la vostra copia di Gazzetta Italia negli Empik! (per info contattateci al numero 505.269.400)
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Lunedì sorso, la società Polskie Sieci Energetyczne (Reti energetiche polacche) è stata costretta a rivolgersi a 4 paesi: Svezia, Germania, Lituania e Ucraina, per chiedere supporto in termini di energia viste le difficoltà nel bilanciare il sistema nazionale. Il deficit di riserva di potenza è ammontato ai 1000 MW, il che significa che la carenza a livello energetico era sostanziale. Il giorno successivo la situazione era ugualmente critica però, grazie alle importazioni di energia, le riserve di energia necessarie sono state mantenute. Come sostenuto dalla professoressa Krystyna Bobińska dell’Istituto Sobieski, il sistema energetico polacco richiede investimenti rapidi in quanto non è più efficace. Come chiarito da Dawid Piekarz, vicepresidente dell’Istituto Staszic e docente presso L’Accademia delle Finanze e Biznes Vistula, non si trattava di una carenza strutturale di energia, ovvero di un blackout, in quanto non è stata una mancanza di elettricità ma una mancanza di riserva. Come spiegato da Piekarz, secondo le normative, gran parte delle risorse energetiche devono essere disponibili nel caso in cui nella fabbrica di uno dei grandi produttori nazionali avvenga un guasto o un attacco hacker. Perciò, come evidenziato da Piekarz, il paese avrebbe dovuto disporre di una riserva ma la Polonia non era in grado di generarla da sola. Come sottolineato dagli esperti non dovrà affrontare il problema di un vero blackout. Inoltre, come affermato dagli esperti, prima che si verifichi l’interruzione delle consegne di energia effettiva, verranno attivati ulteriori meccanismi di sicurezza, tra i quali l’introduzione del cosiddetto “stato di emergenza sul mercato dell’energia”, la messa in servizio di centrali elettriche di riserva o l’impostazione di limiti relativi al consumo di energia da parte dei maggiori destinatari industriali. Sebbene gli esperti sottolineino che la situazione dall’inizio di dicembre potrebbe non essere stata pericolosa, è un segnale importante per accelerare gli investimenti e la trasformazione del settore energetico polacco. Come affermato da Bobińska, vista la sua rinuncia progressiva all’utilizzo del carbone, la Polonia dovrebbe investire in altri sistemi di produzione di energia, inclusa l’energia nucleare, altrimenti sarà dipendente da altri paesi.
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Janusz Cieszyński, segretario di Stato per la digitalizzazione presso la Cancelleria del Primo Ministro, lunedì al vertice digitale ONU – IGF 2021 a Katowice ha parlato della ripresa economica dopo la pandemia. Cieszyński ha stimato che occorrono circa 100 miliardi di euro per fornire Internet a 3 miliardi delle persone nel mondo che non lo hanno. “Penso che sia perfettamente fattibile, e queste sono le misure che consentirebbero di realizzarlo su base di mercato. 100 miliardi di euro quando si guarda indietro alle finanze legate alla lotta alla pandemia, si può vedere che è qualcosa che è realizzabile per l’economia globale” ha concluso il segretario di Stato. Durante il pannello IGF dedicato alla ripresa dell’economia mondiale dopo la crisi, Janusz Cieszyński ha sottolineato che essa avviene anche grazie alla tecnologia che cambia l’aspetto del mondo, particolarmente visibile negli ultimi mesi. Il segretario ha anche spiegato perché è importante che i cambiamenti digitali facciano parte del programma delle Nazioni Unite. “Perché la tecnologia digitale e Internet sono qualcosa che colpisce l’economia su una scala e in un modo senza precedenti rispetto ad altre infrastrutture o altri servizi dell’economia” ha affermato Cieszyński.