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Ambasciatore Amati: gli elicotteri Leonardo sono le Ferrari del settore

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Questa notizia è tratta dal servizio POLONIA OGGI, una rassegna stampa quotidiana delle maggiori notizie dell’attualità polacca tradotte in italiano. Per provare gratuitamente il servizio per una settimana scrivere a: redazione@gazzettaitalia.pl

L’Ambasciatore d’Italia in Polonia, Aldo Amati, in un’intervista rilasciata qualche giorno fa alla radio polacca RMF FM ha definito gli elicotteri AW139M, prodotti degli ingeneri italiani, impiegati dell’azienda “Leonardo”, che opera nel territorio polacco, “le Ferrari tra gli elicotteri.” L’Ambasciatore ha rivelato che similmente ad altri eserciti europei che hanno già effettuato l’acquisto, anche quello polacco ha l’intenzione di acquistare questi elicotteri e le trattative al riguardo sono già in corso. Oltre all’aspetto economico, sottolinea Amati, i rapporti tra l’Italia e la Polonia hanno anche un carattere politico: di recentemente si è tenuto un incontro al Forum di Karpacz e lunedì scorso c’è stato l’incontro polacco-italiano tra i Ministri della Difesa nazionale nell’ambito del Warsaw Security Forum. Inoltre, Amati aggiunge che i politici che hanno contribuito maggiormente ad istaurare i rapporti tra Italia e Polonia sono soprattutto Grzegorz Piechowiak e l’ex ministro Jarosław Gowin. L’Ambasciatore afferma che riguardo la crisi migratoria al confine con la Bielorussia, c’è massimo sostegno verso la Polonia, sostenendo che la situazione sia insidiosa in quanto coordinata dai paesi extra-EU.  Allo stesso tempo Amati afferma che l’immigrazione è un fenomeno con il quale devono fare i conti  tutti i paesi membri dell’UE, tra cui anche la Polonia. Secondo Amati al momento la libertà dei media in Polonia non è minacciata ma il fatto che la legge “Lex TVN” sia stata esaminata dal parlamento polacco è un fatto allarmante. L’ambasciatore non crede assolutamente ad una ipotesi di “polexit” in quanto la maggioranza dei polacchi si dichiara favorevole alla presenza della Polonia nell’ EU, essendo consapevoli che fondi europei hanno contribuito in maniera importante allo sviluppo del loro paese. In più, secondo Amati, l’Unione Europea  continuerà a supportare economicamente la Polonia, permettendo al Paese non soltanto di realizzare dei Piani Nazionali di Ripresa e Resilienza ma anche di mettere in atto una trasformazione energetica. Per quanto riguarda l’obbligo di Green Pass così esteso e deciso imposto dal Governo Draghi, Armati si dice fiducioso, sperando che la situazione ni Polonia non costringerà il governo polacco a introdurre le nuove restrizioni, contemporaneamente afferma che l’introduzione del Green Pass in Italia era l’unico modo per evitare che l’economia si fermasse di nuovo.

 https://www.rmf24.pl/fakty/swiat/news-wloskie-smiglowce-dla-polskiej-armii-rozmowy-trwaja,nId,5502833#crp_state=1

Occhiali della cultura, ovvero il polacco e l’italiano tipico a confronto

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Spesso molti di noi cercano i modi per poter comprendere al meglio gli stranieri. Non si tratta soltanto di conoscere una lingua straniera, ma di comprendere le differenze culturali per poter comunicare meglio, lavorare in modo più effi cace e costruire una relazione più forte, in questo caso tra i polacchi e gli italiani.

Si tende spesso a generalizzare, descrivendo appunto gli italiani o in polacchi “in generale”. È molto diffi cile però descrivere un polacco ed un italiano tipico. Perché? Perché la persona tipica non esiste. E se invece provassimo a guardare alla cultura di un Paese da un punto di vista più obiettivo e scientifico?

Iniziamo con il modello dello psicologo olandese Geert Hofstede. Negli anni 70 del XX secolo i risultati della comparazione tra culture nazionali ed organizzative su un campione di oltre 100.000 persone analizzate provenienti da oltre 50 stati diversi sono risultati così scandalosi che è stato molto diffi cile per l‘autore trovare un editore che li pubblicasse. Da quel momento le analisi sono state ripetute in molti altri stati nel corso degli anni e sono a tutt’oggi valide. Vale la pena verificare se la descrizione delle culture polacca ed italiana danno adito ancora oggi a dispute.

Il modello di Hofstede non è scevro da limitazioni e rappresenta un modello molto semplificato; tuttavia è importante conoscerlo vista la risonanza riscossa su scala globale. Hofstede intende la cultura come una programmazione collettiva della mente che distingue i membri di un gruppo o di una categoria di persone dagli altri e distingue sei dimensioni di cultura nazionale: distanza dal potere, avversione per l’incertezza, individualismo/ collettivismo, mascolinità/femminilità, orientamento a lungo termine, edonismo. I valori che descrive Hofstede sono tramandati di generazione in generazione. Bisogna leggere i risultati nel contesto di una posizione di comparazione tra stati e non tra singoli individui.

Guardando la tabella di seguito si nota subito che secondo Hofstede sia gli italiani che i polacchi condividono gli stessi valori. Hanno un approccio quasi identico all’edonismo, inoltre sono caratterizzati dagli stessi valori dominanti ad eccezione dell’orientamento a lungo termine.

Confronto tra polacchi e italiani secondo il modello Hofstede delle dimensioni culturali.

Moderazione invece di edonismo
Geert Hofstede descrive la società italiana (30) e polacca (29) come non tentate dall’abbandono ai piaceri in quanto tali, essendo più che altro restrittivi e disciplinati. Le limitazioni grazie alle norme sociali, il cinismo ed il pessimismo al posto della gioia di vivere e l’abbandono alle tentazioni descrivono bene i polacchi, ma è davvero così per gli italiani? In effetti la grande influenza della Chiesa Cattolica sulla cultura italiana e l’alta etica del lavoro (prima il dovere poi il piacere) possono almeno in parte spiegare la limitazione edonistica degli abitanti del Bel Paese.

Verso il futuro o verso il passato?
Secondo Hofstede una grossa differenza tra italiani (61) e polacchi (38) riguarda l’atteggiamento verso il tempo. Nelle culture con orientamento a lungo termine come quella italiana viene applicato un atteggiamento pragmatico verso il passato ed una grande concentrazione verso il futuro. Gli italiani sono convinti che il meglio debba ancora venire, e la loro forza sta nella concentrazione al raggiungimento dell’obiettivo anche se ciò risulterà possibile a distanza di molto tempo. I polacchi invece appartengono ad una cultura con orientamento a breve termine, che è più normata nel modo di pensare con molto rispetto per le tradizioni ed una grande attenzione al passato, al contempo temendo i possibili cambiamenti. I polacchi sono più impazienti: vogliono risultati immediati, e sono più avversi generalmente al risparmio di denaro.

La burocrazia come modo per evitare le incertezze
Il modello di Hofstede indica che sia i polacchi (93) che gli italiani (75) hanno paura del futuro; per evitare le situazioni incerte pertanto sentono il bisogno emotivo di possedere regole e norme, anche quando non sono rispettate, e da qui deriva una burocrazia molto strutturata in entrambe le nazioni. I polacchi cercano in modo estremo di evitare le incertezze ed hanno una basa tolleranza verso l’alieno, ovvero vero i comportamenti o le idee atipiche.

La rivalità è giusta (domina la mascolinità e non la femminilità)
Secondo Hofstede la divisione tipica tra il ruolo di maschio e quello di femmina è normale sia in Italia (70) che in Polonia (64): le femminucce possono piangere, i maschietti no; i maschi possono litigare e picchiarsi tra loro, ma le femminucce non dovrebbero mai arrivare alle mani. Ai bambini viene insegnato che la rivalità è buona, e la vittoria è un importante elemento della vita, gli adulti mostrano i loro successi tramite status simbol come macchine o ville di lusso.

Più “io” che “noi“ (individualismo vs collettivismo)
Statisticamente gli italiani (76) soprattutto nelle regioni settentrionali sono molto più individualisti dei polacchi (60) secondo il modello di Hofstede. Più i legami con i membri distanti della famiglia o della comunità locale sono deboli, più bisogna attendersi che in caso di situazioni problematiche si possa contare solo su sé stessi. Al contempo questo tipo di persone esprimono più liberamente le proprie opinioni ed osservazioni, prendono con più facilità decisioni.

Rispetto per la gerarchia
Secondo Hofstede sia gli italiani (50) che i polacchi (68) appartengono al gruppo di Nazioni con una grande distanza dall’autorità. Per Hofstede tuttavia i polacchi accettano maggiormente degli italiani il rapporto gerarchico ed insegnano ai bambini la sottomissione all’autorità costituita. I dipendenti polacchi si attendono spesso istruzioni dettagliate dai propri superiori invece di mostrare una libera iniziativa, e pertanto solitamente le persone al posto di comando sono più autoritari nella gestione del personale.

Simili anche se diversi
Dal modello culturale presentato da Hofstede otteniamo un ritratto degli italiani e dei polacchi sorprendentemente simile riguardo i valori fondamentali per la società civile; già questo di per sé non è abbastanza controverso?

La fonte di questo articolo è il libro di Geert Hofstede, Gert Jan Hofstede, Michael Minkov,. “Culture ed organizzazioni“, Polskie Wydawnictwo Ekonomiczne, 2011.

Vertice italo-polacco a Varsavia tra i ministri della difesa Guerini e Błaszczak

“Questo incontro dimostra una volontà di lavoro comune che ha radici storiche molto profonde e che però sa guardare con grande impegno e solidarietà al futuro. Voglio ricordare Montecassino dove sono sepolti tanti soldati polacchi che hanno perso la vita nella Seconda Guerra Mondiale combattendo per la libertà della Polonia e dell’Italia”, così si è espresso il Ministro della Difesa italiano Lorenzo Guerini incontrando ieri sera la stampa locale al termine dell’incontro svoltosi a Varsavia con l’omologo polacco Mariusz Błaszczak. Al centro del colloquio la cooperazione bilaterale e industriale nel settore della Difesa, l’analisi degli scenari di sicurezza e le relazioni Nato e UE. Il Ministro ha espresso il grande apprezzamento per la professionalità, la capacità e la dedizione delle Forze Armate polacche e la grande soddisfazione per il livello di interazione operativa che si è sviluppata tra i nostri due Paesi nel campo della difesa che si esprime nelle molte attività di natura operativa; solo per citare le più rappresentative: la missione NATO in Kosovo (KFOR), l’enhanced Forward Presence in Lettonia per la deterrenza e la difesa del fianco est, UNIFIL in Libano e l’operazione EUNAVFORMED IRINI che risponde alla sentita esigenza di un Mediterraneo stabile e prospero.
Parlando della revisione del concetto strategico della NATO e della riflessione che si sta sviluppando in seno all’Unione Europea con lo strumento dello “Stategic Compass” il Ministro ha rimarcato che nell’incontro sono emerse le reciproche attenzioni dei due Paesi: la Polonia con una maggiore attenzione nel fianco est dell’alleanza e l’Italia nel fianco sud. Proprio per questo è stata condivisa la necessità che “la NATO abbia uno sguardo a 360° per meglio presidiare i propri interessi di sicurezza. C’è la necessità di un approccio omnicomprensivo che guardi tutte le direzioni dell’Alleanza Atlantica. Inoltre – ha proseguito Guerini – penso che Polonia e Italia insieme, pur partendo da esperienze diverse, possano portare un grande contributo alla riflessione che è in corso in seno alla NATO e all’Unione Europea”. Nell’ambito della cooperazione industriale il Ministro Guerini ha evidenziato gli importanti successi che sono stati raggiunti in passato e si è auspicato che questa possa proseguire e rafforzarsi con sempre più ambiziosi obiettivi e risultati e divenire, insieme, protagonisti e un riferimento in Europa. “L’Italia e l’eccellenza dell’industria italiana – ha dichiarato il Ministro – sono pronte a cooperare con la Polonia per soddisfare ogni esigenza di rinnovamento delle vostre Forze Armate, attraverso forme di accordo Gov-to-Gov e di cooperazione industriale per assicurare soluzioni economicamente competitive e tecnologicamente avanzate in tutti i settori: aeronautico e spaziale, marittimo e terrestre” ha concluso. Oggi nella Capitale polacca il Ministro Guerini, aprirà il panel di discussione “NATO Southern Flank and its impact on Euro-Atlantic security” nell’ambito del “Warsaw Security Forum 2021.

(Ministero della Difesa italiano)

LOT potrebbe aver bisogno di nuovo supporto pubblico

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“L’aiuto pubblico fornito a Compagnie aeree polacche LOT (PLL LOT) non sarà sufficiente; ci aspettiamo che ne arrivi un altro”, ha affermato il presidente della società, Rafał Milczarski. Il 30 dicembre 2020, la società ha concluso un contratto di prestito con il Fondo di sviluppo polacco nell’ambito del programma di sostegno del governo di PLL LOT per una quota di 1 mld 800 milioni di zloty, che è stato concesso. Finora la società ha ricevuto 2 tranche di prestito. Si scopre, tuttavia, che tale aiuto potrebbe non essere sufficiente. Milczarski è del parere che l’importo dell’aiuto pubblico da parte dei contribuenti polacchi dovrebbe essere ridotto al minimo e che la società ha fatto di tutto per accettare questo aiuto il meno possibile. Il presidente della compagnia ha detto che sarà necessaria la prossima tranche di aiuti, ma informerà sui dettagli. Se però il numero di trasporti aerei aumenterà, il prossimo aiuto non sarà necessario. Milczarski ha anche espresso la speranza che la Commissione Europea, che alla fine deve accettare di concedere aiuti pubblici alle compagnie aeree, sia consapevole di quanto sia difficile la situazione e che acconsenta al sussidio. Nella relazione del consiglio di amministrazione sulle sue operazioni, la società ha annunciato che LOT ha registrato una perdita netta di 1,41 miliardi di zloty nel 2020, rispetto a un utile nel 2019 di 68,9 milioni di zloty. L’anno scorso, Compagnie aeree polacche LOT hanno trasportato 3,1 milioni di passeggeri. Nel 2020, la perdita sulle vendite (perdita sulle operazioni principali) è stata di 533,1 milioni di zloty rispetto all’utile di 113,9 milioni di zloty nel 2019.

https://www.pap.pl/

L’autunno, finalmente!

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L’autunno porta con sé anche il piacere e il desiderio di concedersi una coccola calda, a base di alcuni dei più saporiti prodotti stagionali. Funghi, zucca, tartufi e castagne danno vita a straordinari risotti, zuppe e vellutate, celebrando una delle stagioni più ricche di prodotti e sapori.

Per gustare al meglio tutto questo è opportuno abbinare a ogni piatto il vino che meglio si affianchi a questi gusti. Proviamo quindi una serie di accostamenti. Come si può pensare a dei piatti autunnali senza immaginare subito una zucca? Estremamente versatile, questo ortaggio può dar vita a straordinarie zuppe, gnocchi, risotti, arricchiti anche da un pizzico di noce moscata, che ne esalterà la delicatezza dando ancor più valore agli effetti benefici di entrambi gli ingredienti, poiché la zucca è ricca di sostanze antiossidanti e di beta-carotene mentre la noce moscata è fonte di sali minerali e di vitamine. Ecco quindi che possiamo accostare vini quali Franciacorta Brut DOCG o Lambrusco di Sorbara Frizzante Secco DOC. Per i risotti invece possiamo scegliere un Verdicchio dei Castelli di Jesi Classico Riserva. Altro ingrediente principe dell’autunno sono i funghi, sia come contorno sia in saporiti primi piatti, come le lasagne e il risotto ai funghi porcini. Per provarli in una veste più delicata e leggera si possono gustare nella versione trifolata, con prezzemolo finemente tritato soprattutto se aggiunto a fine cottura. Con il risotto quindi sarà ottimo un Rosso di Montalcino DOC, mentre con le lasagne o con un primo piatti a base di pasta ripiena di carne sarà eccellente gustare un Bolgheri Rosso DOC con cinque o sei anni di invecchiamento, oppure un rosso giovane e corposo, con un bouquet dagli aromi di frutta rossa fresca e di spezie dolci come il Dolcetto d’Alba, il Colli Berici Cabernet o il Cannonau di Sardegna. Per i funghi trifolati il vino bianco Lugana sarà adattissimo, per la sua delicata acidità e il suo elegante ventaglio i profumi.

Autunno per molti è il tempo delle castagne, cotte lentamente sul fuoco e gustate in compagnia così come sono. Ma le castagne sono anche un ottimo ingrediente per preparare zuppe, vellutate, primi e secondi piatti. A seconda della portata da abbinare alle castagne possiamo avvalerci di questi vini: con primi, le zuppe e le vellutate potremo abbinare del Barbera del Monferrato Frizzante DOC, mentre con i secondi piatti un Vigneti delle Dolomiti Rosso IGT. Per quanto riguarda i Tartufi uno degli abbinamenti più riusciti e noti è sicuramente uova e tartufo, sia in primi con pasta fresca, sia nell’uovo all’occhio di bue con scaglie di tartufo macinato, ricetta gourmet pur nella sua essenzialità. I sapori si esaltano a vicenda, per preparare piatti semplici dove i veri protagonisti sono gli ingredienti stessi. Questo prezioso tubero, tanto amato e dalle note preziose e aromatiche, si sposa infatti alla perfezione con il gusto dell’uovo, per dar vita a una vera e propria armonia dei sensi. Anche le scelte da abbinare al tartufo sono varie: Etna Bianco DOC con qualche anno alle spalle o un Venezia Giulia Ribolla Gialla IGT anche con dieci anni di vita.

Ecco quindi che possiamo attendere con gioia l’arrivo dell’autunno e preparaci a dimenticare con soddisfazione la malinconia delle giornate che si accorciano, sfruttando il gusto delle cose buone che allungano le nostre serate in compagnia.

La forchetta da icona di mollezza a simbolo d’educazione

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La cronaca del matrimonio, avvenuto nel 955 tra la nobildonna greca Maria Argiropulina e il figlio del doge, al tempo Pietro III Candiano, cita per la prima volta in Europa occidentale la forchetta. La raffinata principessa si porta il cibo alla bocca con questo strano oggetto che agli occhi stralunati dei commensali del tempo doveva apparire extraterrestre. L’originale aggeggio ha un manico e due rebbi, è fatta di prezioso argento e si chiama “piròn”, che poi sarebbe il participio presente del verbo greco “peirao”, ovvero infilzare. Significherebbe “infilzante”, insomma, e il fatto che oggi in veneziano forchetta si dica “piròn” e in greco πιρούνι (pirùni) la dice lunga sulla storia di questa posata.

Nel medioevo naturalmente si mangiava con le mani. In tavola c’era qualche coltellaccio che serviva per scannare gli animali arrostiti e prendersene un pezzo. Solo i personaggi più importanti avevano un bicchiere proprio, che poteva essere un calice di metallo prezioso, gli altri bevevano da bicchieri comuni, uso proseguito per secoli. La leccornia più ambita per questi grossi, grassi crapuloni medievali era un bestione ormai scomparso, l’uro, ovvero il bue primigenio. Era grande e pure cattivo, aveva due corna lunghe così che se t’infilzavano non lasciavano scampo. Notkero, biografo di Carlo Magno, riferisce delle enormi corna di uro prese come trofeo dall’imperatore e portate in trionfo a sua moglie Ildegarda. L’ultimo uro è stato ucciso nel 1627 nella foresta di Jaktorów, chi ne volesse ammirare il cranio, con tanto di cornoni, potrebbe farlo a Stoccolma, nell’Armeria reale, dove gli svedesi lo hanno portato quando, a metà Seicento, hanno invaso la Polonia. Preda regale per cacciatori d’alto rango, insomma.

Nel passaggio tra alto e basso medioevo, la società si modifica profondamente. Il nobile da guerriero e cacciatore diventa politico e diplomatico, cambiano i modi di comportarsi e cambia anche la dieta. Non sono più apprezzate le grosse prede della caccia, ora sulle tavole arrivano soprattutto volatili. È una questione di rango: chi sta in alto mangia cose che volano alto; chi sta in basso nella scala sociale deve accontentarsi di maiali, che grufolano nel fango, o di rape, che crescono sottoterra. Sulle tavole di principi e re via via scompaiono gli orsi e gli uri e cominciano ad affluire uccelli di ogni sorta, compresi volatili che noi neanche ci sogneremmo di mangiare. A parte i pavoni, poi sostituiti dai tacchini, finivano arrosti cormorani, cicogne, cigni, gru, aironi, rondini.

Sulla tavola non sono previsti piatti, le pietanze vengono appoggiate su una grossa fetta di pane che alla fine risulterà intrisa di sughi e aromi e quindi servirà per preparare minestre. L’usanza di alternare maschi e femmine a tavola c’era anche allora, e i commensali usavano lo stesso tagliere, bevevano dallo stesso bicchiere, si servivano dalla stessa scodella del vicino o della vicina. Alla fine del Trecento gli uomini vestono abiti attillatissimi che modellano la forma del sesso senza lasciar nulla all’immaginazione, le donne portano vesti con scollature profonde che mostrano ampie porzioni di seno. Il vino abbondante e la promiscuità del servirsi di cibi e bevande favoriscono approcci e toccamenti: che un pranzo finisca in orgia non è affatto inusuale. Una cronaca ci racconta che si vedono gli invitati, ubriachi e nudi, passare da una stanza all’altra «per onorare i letti delle signore». Magari la forchetta serve anche a ristabilire le distanze.

Teodora Anna Ducas, probabilmente figlia dell’imperatore bizantino Costantino X e sorella del successore Michele VII, sposa Domenico Selvo, eletto doge nel 1071. Rispetto ai tempi di Maria Argiropulina, però si è registrato un fatto fondamentale: nel 1054 la chiesa di Costantinopoli si è staccata da quella di Roma. Quindi quella stravaganza di mangiare con la forchetta che un secolo prima poteva essere accolta con un sorriso di compatimento, ora invece è bollata con una smorfia di disprezzo, come tutto quello che nel mondo cattolico arriva dalla scismatica Bisanzio. «Costei amava vivere una vita molle e delicata, e si compiaceva di cose belle e piacevoli. Durante i pasti faceva attenzione a non toccare mai il cibo con le mani. Gli eunuchi addetti al suo servizio, avevano il compito di ridurre i suoi cibi in tante parti minute che poi lei stessa, con certe forchettine d’oro portava alla bocca e assaggiava» scrive un cronista del tempo. Teodora Ducas muore di una malattia degenerativa che le corrode il corpo «rendendola schifosa e ributtante» e in questo il clero veneziano vede la giusta punizione divina per la sua mollezza, simboleggiata dal non volersi portare il cibo alla bocca con le mani, fare il bagno nella rugiada (o nel latte) e profumarsi abbondantemente con essenze esotiche.

Ci doveva però anche essere chi guardava a questa posata con occhi meno severi perché la prima rappresentazione di una forchetta è proprio del medesimo XI secolo. In una miniatura che illustra il codice De Universo, di Rabano Mauro, conservato nell’abbazia di Montecassino, si vedono due uomini che mangiano con la forchetta. E maneggiano le posate proprio come etichetta vuole anche ai nostri giorni: uno taglia col coltello nella mano destra e tiene la forchetta con la sinistra, l’altro mangia con la forchetta tenendola nella destra, mentre la mano sinistra rimane inerte sul tavolo.

La diffusione della forchetta va di pari passo con quella della pasta perché è viscida e calda e quindi scomoda da afferrare. Il Liber de coquina, ricettario napoletano di inizio Trecento (è il più antico libro di ricette medievale giunto fino a noi), redatto da un cuoco al servizio di Carlo d’Angiò, scrive di prendere le lasagne con un bastoncino di legno, una specie di punteruolo (punctorio ligneo). Non si tratta proprio di una forchetta, ma il fine dell’utilizzo è lo stesso. E utilizza la forchetta, proprio per non scottarsi le dita con i «maccheroni boglientissimi», uno dei protagonisti di un racconto del Trecentonovelle del fiorentino Franco Sacchetti, scritto attorno al 1393.

La forchetta cerca di farsi strada, ma il suo non è un successo immediato. Del cucchiaio non si può proprio fare a meno (e infatti lo usano tutti, dagli antichi egizi ai moderni cinesi), mentre la forchetta è utile, ma non indispensabile; così come i coltelli: su una tavola ne bastano un paio perché facciano il loro dovere.

La società rinascimentale è meno violenta di quella medievale e pure il coltello si ingentilisce, comincia ad avere la punta arrotondata, anche perché serve sempre meno a infilzare i cibi e portarli alla bocca, sostituito dalla forchetta. Quest’ultima, passa dai due rebbi del Quattrocento ai tre del Cinquecento; il quarto, utile per poter meglio avvolgere la pasta lunga, arriverà durante il regno Ferdinando IV di Borbone (poi Ferdinando I delle Due Sicilie), che siede sul trono napoletano nella seconda metà del Settecento e a inizio Ottocento.

L’uso di questa posata rimane circoscritto all’area di consumo della pasta almeno fino alla seconda metà del Cinquecento: negli inventari del castello di Challand, in Val d’Aosta, del 1522 figurano cucchiai e coltelli d’oro, ma nessuna forchetta. Il viaggiatore inglese Thomas Coryat la scopre in Italia sul finire del Cinquecento. «In tutti quei posti e città per i quali passai osservai un’usanza che non c’è in alcun altro paese da me visitato nei miei viaggi, né credo sia praticata da alcun’altra nazione della cristianità, ma solo dall’Italia. Gl’italiani, e anche molti stranieri residenti in Italia, durante i pasti usano sempre una forchetta nel tagliare la carne. Infatti, mentre col coltello in una mano tagliano la carne che ritirano dal piatto di portata, nello stesso tempo vi puntano la forchetta, che tengono nell’altra; e se qualcuno, chiunque egli sia che siede a tavola in compagnia di altri, sconsideratamente tocca con le dita il pezzo di carne da cui tutti mangiano, dà offesa alla compagnia perché trasgredisce le norme della buona educazione, e per il suo errore sarà guardato severamente, se non ripreso con le parole. Questo modo di mangiare mi dicono che è generale in tutte le regioni italiane; le forchette sono fatte di ferro o d’acciaio, alcune d’argento, ma queste sono usate soltanto dai signori. La ragione di questa ricercatezza sta nel fatto che gl’italiani non possono tollerare che le loro vivande siano toccate con le mani, visto che non tutti hanno le dita ugualmente pulite».

Al di là delle Alpi la diffusione di questa posata è piuttosto lenta. Enrico III di Francia, figlio di Caterina de’ Medici, cerca di imporla a corte a suon di ordini e regolamenti, ma ne ricava soprattutto risolini ironici da parte di chi si ritiene interprete dell’autentico spirito francese e guarda con sussiego ai raffinati italianofili incapaci di toccare il cibo con le mani. In Francia si afferma nel corso del Seicento, ma nell’Inghilterra del 1725 solo il dieci per cento delle famiglie possiede forchette e coltelli da tavola. In Germania le prime forchette spuntano sulle mense più raffinate a fine Seicento, un secolo più tardi la forchetta si è affermata nei ceti medio-alti di tutta Europa, ma ci vorrà un ulteriore secolo perché diventi d’uso comune, ovvero poco meno di mille anni dopo la sua prima comparsa, alle nozze della principessa bizantina con il figlio del doge di Venezia.

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Alessandro Marzo Magno

Pillole culinarie è una rubrica di approfondimento sulla storia della cucina curata dal giornalista e scrittore Alessandro Marzo Magno. Dopo essere stato per quasi un decennio il responsabile degli esteri di un settimanale nazionale, si è dedicato alla scrittura di libri di divulgazione storica. Ne ha pubblicati diciassette, uno di questi “Il genio del gusto. Come il mangiare italiano ha conquistato il mondo” ripercorre la storia delle più importanti specialità gastronomiche italiane.

Domani l’inaugurazione del Concorso Internazionale di pianoforte Chopin

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Fot. Konrad Pustułka

Questa notizia è tratta dal servizio POLONIA OGGI, una rassegna stampa quotidiana delle maggiori notizie dell’attualità polacca tradotte in italiano. Per provare gratuitamente il servizio per una settimana scrivere a: redazione@gazzettaitalia.pl

Piotr Gliński, vicepremier, ministro della cultura, del patrimonio nazionale e dello sport presenta la XVIII edizione del Concorso Internazionale di pianoforte Fryderyk Chopin – che si aprirà domani al Castello Reale di Varsavia – ricordando che si tratta di un evento di rilevanza mondiale oltrechè essere una manifestazione molto importante per la Polonia. Nonostante la pandemia l’organizzazione del concorso si è svolta rapidamente. Tutto è pronto, il bilancio del concorso ammonta a 20 milioni di zł, i cui 12 milioni di zł è la dotazione del Ministero della Cultura, del Patrimonio Culturale e dello Sport. Questo evento è riconosciuto in tutto il mondo e per questo ci saranno tantissimi musicisti che si sfideranno per i premi. L’elemento più importante di questo concorso è la presentazione e la divulgazione della cultura musicale di Chopin. Al concorso si è iscritto un numero record di pianisti, oltre 500 provenienti da tutto il mondo. Da questo gruppo di candidati sono stati scelti più di 160 concorrenti da 33 paesi. A causa della pandemia la data del concorso è stata posticipata dal 2020 al 2021. Le selezioni si sono svolte nel luglio 2021 e sono stati selezionati 87 pianisti, tra cui 16 polacchi. I concorrenti sono tra l’altro: Kevin Kenner, Yulianna Avdeeva, Dang Thai Son. Il concorso è uno dei maggiori eventi di musica nel mondo. L’evento da anni promuove la cultura polacca e la musica di Chopin, scopre nuovi talenti del pianoforte e consente ai giovani musicisti una vetrina nella loro carriera professionale.

https://www.gov.pl/web/kulturaisport/xviii-miedzynarodowy-konkurs-pianistyczny-im-fryderyka-chopina–swiatowe-swieto-muzyki

[Aggiornamento 30.09.2021] Situazione attuale in Polonia rispetto all’epidemia di COVID-19

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In Polonia questa settimana si sono registrate ancora nuove infezioni da COVID-19, il numero complessivo dei casi attivi è 168.937 (settimana scorsa 165.289), di cui in gravi condizioni 172 (settimana scorsa 133), ovvero circa lo 0,1% del totale.

Gli ultimi dati sono 1.028 nuove infezioni registrate su 39.400 test effettuati, con 27 morti da coronavirus nelle ultime 24 ore.

Il numero delle vittime nell’ultima settimana è stato di 113 morti (settimana scorsa 83) e la situazione nelle strutture sanitarie polacche sta peggiorando pur rimanendo sotto controllo.

Sono 1.614 i malati di COVID-19 ospedalizzati, con 172 terapie intensive occupate. Prosegue la campagna vaccinale in Polonia, attualmente sono state effettuate 37.212.955 vaccinazioni per COVID-19, di cui 19.404.212 completamente vaccinate, ovvero il 51,34% del totale della popolazione.

Sono in vigore fino a fine ottobre restrizioni tra cui l’obbligo di indossare la mascherina nei luoghi pubblici al chiuso.

Sono aperti bar e ristoranti e sono consentite riunioni fino a 150 persone. Sono aperti hotel, centri commerciali, negozi, saloni di bellezza, parrucchieri, musei e gli impianti sportivi, anche al chiuso.

Ogni attività è sottoposta a regime sanitario e sono previste limitazioni sul numero massimo di persone consentite, in linea generale 1 persona ogni 10 m2, con norme di distanziamento per limitare le occasioni di contagio.

Per quanto riguarda gli sposamenti, salvo per vaccinati o ingressi con presentazione di test COVDI-19 negativo PCR molecolare o test antigenico effettuato nelle 48 ore precedenti, resta in vigore l’obbligo di quarantena di 10 giorni.

Per gli ingressi in Polonia da paesi al di fuori dell’area Schengen è prevista quarantena automatica obbligatoria, fino alla presentazione di un test negativo effettuato in Polonia successivamente all’ingresso, ma non prima di 7 giorni dal momento dell’ingresso nel paese. Sono escluse dall’obbligo di quarantena le persone vaccinate per COVID-19 con vaccini approvati dall’EMA.

Si raccomanda di limitare gli spostamenti e monitorare i dati epidemiologici nel caso di viaggi programmati da e verso la Polonia.

Dal 17 luglio è stato introdotto anche in Polonia il Digital Passenger Locator Form (dPLF) – Karta Lokalizacji Podróżnego.

Per spostamenti all’interno dell’UE, si raccomanda di verificare le restrizioni nei singoli paesi sul portale: https://reopen.europa.eu

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Informazioni per i cittadini italiani in rientro dall’estero e cittadini stranieri in Italia tra cui le risposte alle domande:

  • Ci sono Paesi dai quali l’ingresso in Italia è vietato?
  • Sono entrato/a in Italia dall’estero, devo stare 14 giorni in isolamento fiduciario a casa?
  • Quali sono le eccezioni all’obbligo di isolamento fiduciario per chi entra dall’estero?
  • E’ consentito il turismo da e per l’estero?

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Nei prossimi anni investimenti per 524 miliardi di zloty per la modernizzazione dell’esercito

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Questa notizia è tratta dal servizio POLONIA OGGI, una rassegna stampa quotidiana delle maggiori notizie dell’attualità polacca tradotte in italiano. Per provare gratuitamente il servizio per una settimana scrivere a: redazione@gazzettaitalia.pl

La Polonia è uno dei pochi paesi della NATO che realizza l’obiettivo di investimento nella difesa al livello del 2% del PIL. La legge del 15 settembre 2017 sulla modernizzazione e finanziamento delle Forze Armata della Polonia prevede il progressivo aumento delle spese per la difesa con l’effetto finale almeno del 2,5% del PIL nel 2030. Nei prossimi anni lo stato spenderà per la modernizzazione dell’esercito la quota di 524 miliardi di zł. Questi soldi saranno spesi per il nuovo armamento ed equipaggiamento dei soldati. Il piano della Modernizzazione Tecnica è previsto per gli anni 2021-2035. Il prolungamento del periodo della pianificazione da 10 a 15 anni consente la possibilità di creare la base legislativa per concludere gli accordi pluriennali. Durante gli ultimi anni, per la modernizzazione sono stati investiti molti soldi. La Polonia ha comprato tra l’altro il sistema Patriot, i lanciatori HIMARS, gli elicotteri e tantissimi altri dispositivi. Il 31 gennaio 2020 a Dęblin sono stati acquistati 32 aerei polivalenti della quinta generazione F-35 per l’aeronautica militare. La Polonia cercherà di avere la possibilità di partecipare al programma “loyal wingman”, che riguarda l’elaborazione e lo sviluppo dell’aereo senza pilota nella tecnologia „stealth”, cioè nella tecnologia che consente all’aereo di non essere tracciabile dai radar. Altri programmi importanti che riguardano l’aeronautica sono “Vistula” e “Narew”. Il Piano della Modernizzazione Tecnica prevede tra l’altro l’acquisizione degli elicotteri.

https://polskieradio24.pl/42/273/Artykul/2816275,Na-modernizacje-wojska-Polska-przeznaczy-524-miliardy-zlotych-Trwa-konferencja-Defence24Day

La storia di Lucrezia e la moralità delle donne del Rinascimento

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”Quali sono le virtù di una donna? Non passeggiare per le strade, non entrare nei negozi, non immischiarsi negli affari, non passare il tempo seduta alla finestra, dare da mangiare ai bambini, recitare il rosario, rammendare la biancheria intima e tenere d’occhio le chiavi”.

Questo testo è un estratto dal libro ”La vita quotidiana a Firenze” che descrive non solo il modo di procedere, ma anche l’aspetto di una donna secondo la visione degli uomini dell’epoca tardo medievale e del primo Rinascimento. Essendo il sesso debole, completamente dipendente dagli uomini, alle donne doveva essere indicato un modello degno di essere imitato, un’eroina della storia antica, un personaggio leggendario o una figura biblica. Doveva essere un modello non solo di moralità, ma anche di coraggio. E queste immagini e scene di vita adornavano oggetti di uso quotidiano: mobili, cassoni, decorazioni a pannelli sui letti matrimoniali, cofanetti, stoviglie e tessuti.

Al matrimonio, per il quale tutte le signorine erano preparate in un certo modo, erano legati alcune tradizioni, costumi e oggetti che le accompagnavano: strettamente connessi alla vita futura di una donna sposata. Tra questi c’erano speciali set di vasi in maiolica per ostetriche, decorati con scene delle ”Metamorfosi” di Ovidio, nonché rappresentazioni bibliche o allegoriche. Spesso su di essi venivano dipinte nascite armoniose, il che avrebbe dovuto calmare la futura ostetrica. Oltre alle maioliche decorate, le signorine ricevevano figure del Bambino Gesù con vari abiti e, dal futuro marito, scatole per gioielli ed accessori per il cucito: il cosiddetto forzierino.

L’oggetto più importante era il cassone in cui le donne raccoglievano la loro dote. Faceva parte del mobilio della camera da letto, perché proprio lì tutte le speranze e le ambizioni legate alla creazione di una famiglia dovevano essere soddisfatte. Nei cassoni, a volte aggiunti ai lati del letto, venivano trasportati i beni della sposa nella sua futura casa. Il termine cassone fu utilizzato da Giorgio Vasari nella biografia di uno dei pittori. I cassoni furono prodotti a partire dalla fine del XIII secolo, inizialmente come scatole, col tempo sempre più simili alla forma di un sarcofago. Fino all’inizio del XV secolo erano diffuse decorazioni pittoriche o scene realizzate con la tecnica della pastiglia, ovvero un tessuto incollato sul substrato e poi ricoperto con una miscela di colla e gesso, in cui venivano impressi i motivi, completando i dettagli alla fine e spesso decorando elementi convessi con lastre di metallo, anche d’oro. Alla fine del XV secolo si utilizzavano maggiormente le decorazioni a intarsio. Le scene raffigurate sui cassoni avevano un carattere narrativo con un significato moralizzante. C’erano anche decorazioni ornamentali o simboliche, ma poiché le donne di tutte le età dovevano essere istruite e ammonite costantemente riguardo le virtù coniugali, le storie di eroine antiche e bibliche erano le più popolari. La storia della bella e virtuosa Lucrezia era una di queste. Questa leggendaria eroina era considerata come un modello di purezza, devozione a suo marito e lealtà alla repubblica. Completando la loro dote, le ragazze ricevevano spesso in dono cassoni decorati con scene della vita di Lucrezia o di altre eroine antiche e bibliche. Tra loro c’erano Portia, la moglie di Bruto che si colpì alla gamba con un pugnale per dimostrare il suo coraggio, la biblica Susanna, disonorata dagli anziani, Ester, ed alcune altre. La storia di Lucrezia dal tempo del declino della monarchia romana era popolare per il suo messaggio moralizzante: l’impeccabile castità coniugale. Le donne, come è noto, dovrebbero piuttosto morire che vivere nell’infamia, di cui erano la causa. E salvare l’onore di un marito, che trattava la moglie in modo oggettivo scommettendo con gli amici sulla sua virtù, doveva essere stato più importante missione nella loro vita.

Tiziano, Sesto Tarquinio e Lucrezia, Musée des Beaux-Arts de Bordeaux

Il fronte del cassone della collezione di Czartoryski del Museo Nazionale è un pannello ligneo, lungo 109 centimetri e largo 29 centimetri, ricomposto in uno scrigno neorinascimentale fiorentino ottocentesco. È circondato da un intaglio dorato di ornamenti vegetali. L’autore del dipinto a tempera è il Maestro di Ladislao Durazzo, attivo negli anni 1390-1420. La storia di Lucrezia è presentata in forma simultanea, il che significa mostrare episodi successivi della stessa storia su una superficie. A sinistra si trova una scena di banchetto sotto la tenda. Qui ci sono giovani nobili: i guerrieri del re Tarquinio il Superbo che riposano durante l’assedio della città Ardea. Sullo sfondo si vede la città circondata da mura e torri. La parte centrale mostra il giovane, elegante, Sesto Tarquinio che, circondato da cavalieri, si reca da Lucrezia. L’ultimo episodio di questa parte del cassone raffi gura il principe che viene accolto dalla bella Lucrezia nella sua casa. Le scene dello stupro, del suicidio e della caduta di Tarquinio furono probabilmente mostrate su un altro pannello, forse un cassone gemello. Purtroppo questo cassone non è sopravvissuto.

Tito Livio, antico storico romano, nella storia della città descrisse la morte di Lucrezia associandola all’inizio della repubblica. Oggi è diffi cile per noi capire perché la morte fosse meglio del disonore, ma ai tempi di Tarquinio il Superbo la moralità delle donne e l’onore degli uomini erano percepiti così. Secondo vari resoconti, Tarquinio agiva come un tiranno greco: condannava a morte i suoi nemici e ignorava il Senato. Però dimostrò anche di essere uno stratega di guerra dotato e governò per diversi anni sugli Etruschi e sui Latini, trasformando lo stato nella più grande potenza d’Italia. L’umore del popolo dopo numerose spedizioni militari era sempre più irrequieto, perché la violenza del re causava un’insoddisfazione generale. Anche il fi glio di Tarquinio, Sesto, era noto per la sua arroganza e la litigiosità. Un giorno, durante un banchetto lontano da Roma, sorse una disputa tra giovani nobili su quale delle loro mogli era la più virtuosa. Un parente del principe Sesto, Collatino, lodò sua moglie Lucrezia. Gli uomini decisero di scoprire cosa facevano le loro mogli durante l’assenza dei loro coniugi. Si rivelò che tutte banchettavano, tranne Lucrezia, che tesseva la lana circondata dai servi. La vittoria fu assegnata a Collatino. Tuttavia, poiché era anche una bella donna, il giovane Sesto voleva possederla. Quando la donna non ricambiò i suoi sentimenti, la conquistò con la forza. Lucrezia non sopportò il disonore e, per dimostrare la sua fedeltà, si suicidò trafi ggendosi il petto con un pugnale. Il suo corpo senza vita fu portato per le strade della città. Si dice che questo evento corrispose al declino della monarchia e all’inizio della repubblica a Roma. Era il 510 a.C., lo stesso anno in cui ad Atene fu abolita la tirannia.

Perché la donna violentata pensava di aver disonorato il marito e preferiva la morte anche al minimo sospetto sulla sua morale? La virtù e l’onore delle donne e degli uomini erano valori speciali in quell’epoca. Una donna non aveva nessun diritto, prima era succube del padre o di un altro membro maschio della famiglia, per poi diventare proprietà del marito. Le opere d’arte rinascimentali, quando gli ideali dell’antichità vennero alla ribalta in modo particolarmente forte, mostrano l’idea di una repubblica ideale in quel momento. Il popolo italiano in epoca rinascimentale si sentiva erede dell’antica Roma. Una donna nel Rinascimento percepita come sesso debole richiedeva continui ammonimenti sugli ideali che doveva perseguire. I requisiti per le sue virtù erano definiti con precisione e ricordati costantemente. Le donne potevano leggere solo la Bibbia o la letteratura morale sotto forma di libri e opuscoli indirizzati direttamente a loro. Si stima che tra il 1471 e il 1600 siano state scritte oltre mille pubblicazioni su questo argomento. Opere che descrivevano i tratti caratteriali che una donna doveva avere, ovvero soprattutto virtù, pietà, obbedienza al marito e capacità di gestione. In uno dei trattati basati sulla letteratura greca antica, un autore indicava la necessità che il coniuge si comportasse in modo dignitoso, il che significava avere un’espressione piacevole sul viso, evitare risate forti e la gesticolazione, moderazione in compagnia e il più apprezzato era il silenzio dignitoso. In un altro testo, un autore credeva che la partecipazione delle donne alla vita pubblica fosse pericolosa a causa della loro natura instabile, che poteva solo portare al peccato. Anche se lo stesso autore scrisse del fatto che le donne prendevano parte alla vita della città, soprattutto quelle ricche, che erano il suo fi ore all’occhiello durante le cerimonie e le visite ufficiali.

La storia di Lucrezia non era solo un esempio di purezza e moralità delle donne, ma simboleggiava anche gli ideali della repubblica che era perseguita nelle pratiche letterarie e politiche a Firenze nel XIV e XV secolo. Alle donne deboli che avevano bisogno di essere costantemente istruite, venivano date opere di uso quotidiano, per ricordare loro costantemente i loro doveri coniugali e virtù.

Bibliografia:
  • Jean-Marie Lucas Dubreton, Życie codzienne we Florencji. Czasy Medyceuszów, Warszawa 1961
  • Marcin Kaleciński, Virtus et Splendor. Sztuka życia Włochów XIV-XVII w. Wystawa ze zbiorów Fundacji XX. Czartoryskich. Katalog wystawy, Gdańsk 2014
  • Tytus Liwiusz, Dzieje Rzymu od założenia miasta, Wrocław 1955

traduzione it: Julia Wolińska