Quel treno chiamato Chopin

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Quest'articolo è disponibile in: Italiano Polacco

Paolo Gesumunno e Gennaro “Rino” Canfora sono due veterani delle relazioni italo-polacche, con alle spalle oltre 35 anni di lavoro, affetti, vita nella terra di Chopin. E proprio il treno chiamato come il grande compositore romantico li portò, allora studenti di polonistica, nel freddo e nevoso febbraio 1981 a Varsavia, un viaggio che avrebbe cambiato la loro vita mentre parallelamente stava per cambiare quella di milioni di polacchi.

P.G./G.C.: Quando finalmente scendemmo alla fermata di Warszawa Gdańska, in una stazione innevata ma con il sole splendente, ci sembrava d’essere in una scena del film Il dottor Zivago. I controlli erano piuttosto blandi soprattutto sugli stranieri, a differenza di quanto avveniva in Repubblica Ceca. Per arrivare a Varsavia prendevamo il treno per Vienna. La capitale austriaca negli anni Ottanta del secolo scorso era ancora immersa nell’autentica atmosfera mitteleuropea, si sentivano parlare diverse lingue, i gendarmi erano armati fino al collo, la gente si industriava a mandare lettere e oggetti da una parte all’altra della cortina di ferro. Ogni volta che si veniva in Polonia sceglievamo di arrivare a Vienna al mattino per avere tutta la giornata per chiedere al locale consolato il visto di transito per la Cecoslovacchia. La sera si ripartiva in vagoni più scadenti e una volta entrati in Cecoslovacchia il treno si fermava alcune ore, staccavano l’elettricità e restavamo al freddo e al buio. La Polizia di frontiera, con una pila, passava a controllare minuziosamente tutti i vagoni. Poi finalmente salivano i passeggeri locali e si ripartiva alla volta della Polonia.

Il vostro arrivo in Polonia è coinciso con l’inizio di un periodo cruciale della storia di questo paese.

P.G.: La mia impostazione politica mi faceva vedere in modo ideale il comunismo, la bandiera russa era quella dei nostri sogni rivoluzionari. Ma poi vivendo qui ho capito come la Polonia fosse sotto una dittatura opprimente, completamente assoggettata all’Urss. Forse il primo atto in cui il governo socialista di Varsavia prese le distanze da Mosca fu in occasione del caso Chernobyl, aprile 1986. Il governo polacco disse subito la verità sull’incidente, prese le distanze dalla propaganda di Mosca che cercava di coprire l’accaduto. Venne nominato un comitato di salute pubblica guidato da un tecnico e non da un politico e si decise di far bere a milioni di polacchi lo iodio per evitare che venisse assorbito quello radioattivo presente nell’atmosfera. Lo bevve anche mio figlio di cinque mesi. Due anni prima c’era stato l’assassinio di Popieluszko…

G.C.: La Varsavia dove arrivammo era una città in cui gli scioperi erano sempre più frequenti, anche quelli dei mezzi pubblici, tant’è che imparammo presto ad andare a piedi dallo studentato di ulica Zamenhofa fino all’università. Ricordo il primo film che vidi al Kino Kultura, “Robotnicy 80’” una pellicola di protesta di cui venni a sapere attraverso il passaparola. Dopo quella prima borsa di studio entrambi tornammo in Italia e ne ottenemmo un’altra. Nel frattempo era però calata sul paese la Legge Marziale e dovemmo posticipare il nostro ritorno all’estate del 1982.

P.G.: Quando tornai nell’agosto 1982 il clima era surreale perché lo stato di guerra c’era ma in parte sospeso, il corso cui partecipai era ecumenico aperto a ragazzi provenienti da tutti i paesi soprattutto dell’est, ma c’era anche qualche studente dei paesi non comunisti tra cui molti italiani, soprattutto da Roma e Firenze dove c’era lo zoccolo duro della polonistica. Si vedevano molte pattuglie di militari in giro, c’era fermento, clima studentesco d’opposizione, manifestazioni, ma non ho mai vissuto momenti di grande tensione e scontri. Insomma non c’era un clima da caccia alle streghe, credo che la situazione in Cecoslovacchia e Germania dell’Est fosse peggiore, anche in particolare riguardo la delazione politica dei vicini di casa.

G.C.: Quando sono tornato per la seconda volta in Polonia, su consiglio dell’allora lettore di polacco presso l’Istituto Universitario Orientale di Napoli, sono andato a Cracovia. La vita quotidiana scorreva tranquilla ma nei negozi non c’era niente, per qualsiasi esigenza che andasse al di là della sopravvivenza dovevi andare ai Pewex dove si comprava solo con valuta straniera e c’era quasi tutto a cifre proibitive per i polacchi. Due anni dopo, sposato e con figlia, ricordo che passavo le serate a lavar pannolini di cotone perché i “pampers” non c’erano. A Cracovia il clima studentesco anti-sistema era molto vivace, ricordo le manifestazioni del 3 maggio, ricorrenza della prima Costituzione dell’Europa moderna del 1791, che ufficialmente il potere non voleva si festeggiasse, e poi gli artisti critici nei confronti del regime che si esibivano nel famoso cabaret di Piwnica Pod Baranami. Insieme a loro nel novembre del 1983 partii da Cracovia alla volta di Arezzo dove erano stati invitati a partecipare ad un festival di cabaret ed ebbi la possibilità di fare loro da interprete.

Nel frattempo le scelte di vita si realizzavano e siete rimasti in Polonia.

P.G.: Sì, e sono ben felice e sono fiero della parte polacca di me , questa è la mia terra, qui vivono la mia famiglia, i miei figli. Difenderei questo paese di fronte ad una qualsiasi minaccia alla libertà e l’autonomia nazionale. Nel 1989 quando cadde il comunismo io lavoravo da qualche anno all’Università e cominciavo la mia carriera di traduttore. Esperienze bellissime! Ho avuto l’opportunità di conoscere e di collaborare con le più prestigiose istituzioni di questo paese. Nel 1989, la sospirata caduta del muro comportò grosse complicazioni economiche e per un momento pensai anche di tornare in Italia ad insegnare polonistica. Ma nel 1990 fui assunto all’Istituto Italiano di Cultura e oggi festeggio 27 anni di lavoro per lo sviluppo dei rapporti tra i nostri due paesi.

G.C.: Io dopo aver insegnato qualche anno a Cracovia, dove ho conosciuto mia moglie, nel 1987 colsi al volo l’opportunità di lavorare all’Istituto di Cultura di Varsavia. In quel momento l’Italia sia a livello culturale, con l’organizzazione di eventi in Polonia, sia a livello politico si dimostrò molto vicina ai polacchi. Il 2 giugno 1989 all’Ambasciata Italiana per la Festa della Repubblica erano presenti Cossiga, Andreotti, Jaruzelski e Walesa. L’Italia fu il primo paese a riconoscere il cambio politico della Polonia che poco tempo dopo avrebbe visto l’entrata di Solidarnosc nel governo. Anch’io mi sento molto polacco e d’altra parte questo paese sia in tempi difficili sia oggi mi ha sempre accolto benissimo e poi qui sono nati e cresciuti i miei figli. Da napoletano posso dire che dell’Italia mi manca solo il sole.

G.C./P.G.: Tra le tante esperienze avventurose vissute in quegli anni le tournée con le maggiori orchestre sinfoniche e teatri dell’opera polacchi. Quali accompagnatori e traduttori, girammo praticamente tutte le città italiane insieme al mitico maestro Silvano Frontalini; passammo tutte le frontiere e vissuto quei momenti insieme a bravissimi artisti polacchi costretti a guadagnarsi il pane girovagando su vecchi autobus Ikarus. Abbiamo condotto corsi di italiano alla radio e alla televisione, Rino ha recitato in Komedia Małżeńska, film culto di quegli anni… Insomma di tutto e di più!

Come nascono gli istituti italiani di cultura in Polonia?  

P.G./G.C.: Nel 1965 fu aperta in ulica Nowowiejska una sala lettura con libri in italiano che nel 1974 si trasformò in Istituto Italiano di Cultura. La sede era uno storico palazzo in ulica Foksal, veramente un bel posto, in cui avevamo anche una sala cinema con due veri proiettori per pellicole da 35mm. Però eravamo in affitto e la manutenzione era scarsa. Il governo italiano cercò di acquistare lo stabile ma, caduto il comunismo, risultò problematico individuarne il vero proprietario, finchè nel 2001 l’ambasciatore Biolato spinse l’Italia a comprare l’attuale sede in Marszalkowska.  Nel frattempo era nato anche l’Istituto Italiano di Cultura di Cracovia.

foto: Agata Pachucy

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