Torino, la risposta intelligente al turismo pop

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Toscana, Venezia, Sicilia. Spaghetti, chianti e il papa. È l’Italia nella versione pop, ottimizzata per i bisogni del turismo di oggi. Ma… c’è qualcos’altro?

Torino non ovvia

Quattro. L’esatto numero di nomination all’Oscar che ha ottenuto Chiamami col tuo nome, il film di Luca Guadagnino, regista tra l’altro di A Bigger Slash e Io sono l’amore e di un documentario su Bertolucci. Sì, Guadagnino è senza dubbio l’erede della sensualità italiana. E nell’ultimo film racconta la storia, conosciuta da tutti, di scoperte, delizia e adolescenza. Tuttavia, aggiunge un pizzico di qualcosa di sconosciuto e asciutto. Aggiunge un pizzico di nord.

Meno di 200 km a ovest di Crema e di Moscazzano, dove Guadagnino ha girato Chiamami col tuo nome, c’è Torino. Una città che non appare spesso al primo posto tra i posti raccomandati in Italia. Ma non solo gli appassionati della Fiat (che ha la sua sede qua) e del circuito sul tetto del Lingotto, amano Torino. Non solo gli ammiratori di Jean-Jacques Rousseau (cresciuto in uno dei rifugi torinesi e che qui ha incontrato la futura amante, Signora de Warens) o Umberto Eco (studi filosofici). Arrivano qui anche gli architetti, deliziati dalla regolarità urbanistica, i fedeli in cerca di pace spirituale presso la Sindone di Torino nella cattedrale San Giovanni Battista. E poi arriva anche un flâneur ordinario, proprio come me, per immergersi, tra le colline di Superga e il Monte dei Cappuccini, in una città incredibilmente modesta e cruda, ma ricca. Chiunque abbia attraversato Via Roma fino a Piazza San Carlo sa che ricchezza e l’eleganza sono la coppia perfetta.

Due storie

Tale coppia è anche quella tra il Museo Nazionale del Cinema e la GAM (Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea), due musei, due racconti e storie sull’arte degli ultimi due secoli. Sono collegati anche dalla Mole Antonelliana, dove il Museo Civico aveva la sede, dopo anni trasformato in GAM. Oggi, nella Mole Antonelliana si trova il bellissimo Museo Nazionale del Cinema, più alto del mondo. Qui, Luca Guadagnino, ha ritirato lo scorso febbraio il premio Honoris Causa dell’Accademia Albertina di Torino, e qui si svolgono anche alcuni eventi del TFF (Torino Film Festival), che da 25 anni, ogni autunno occupa l’intera città.

Chi ha visitato il Museo Nazionale del Cinema, sicuramente esce con la testa piena di nozioni, di diaframmi nell’iride, del montaggio parallelo, del cinema muto e delle star del cinema classico. Vale la pena guardare attentamente la precisa progettazione della mostra, gli splendidi interni, la buona narrazione che guida lo spettatore attraverso l’intera esposizione. Nell’atrio principale (vicino al tappeto rosso) c’è un piccolo negozio con gadget per ogni appassionato di cinema. Tutto qui dice “resta, spettatore”, incoraggia e tenta. Al contrario della GAM, lontana meno di 2,5 km.

Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea, è un museo strano e contraddittorio. Qui si trova l’arte moderna, ma ciò che è il più nuovo rimane nascosto, a malapena esposto, accessibile solo a un visitatore attento.

Inizio la mia visita al piano superiore, qui c’è l’arte del XIX secolo: intensa, grande pittura e scultura. Quindi c’è Il ritratto dell’attrice Virginia Reiter di Giacomo Grosso, dorato, squisito, sensuale ma avvolto in una forma classica. Inoltre abbiamo anche esemplare Re Vittorio Emanuele di Carlo Bossoli. Andando avanti incontro La Sirena inquietante di Giulio A. Sartorio, La schiava, la scultura di Giacomo Ginotti I, e infine il dirompente manifesto di Leonard Bistolfi della mostra d’arte moderna del 1902. Tutte le opere con descrizioni leggibili (sia in italiano che in inglese).

Museo diverso

Tuttavia, non sono le collezioni o le mostre organizzate che danno le emozioni più forti ma … le pareti, che non sono bianche. Eppure tutte le pareti delle gallerie e dei musei moderni sono di solito bianche. Le pareti sono bianche e i visitatori indossano il nero, come confermato da Ruben Ostlund in The Square. Ma non a Torino. Qui le pareti sono colorate: zenzero, rosa, verde pallido! Nei testi sulla storia del museo, ho letto dei programmi di attivazione delle gallerie pubbliche condotte dagli anni ’60 del secolo scorso. Ho letto anche di Le Corbusier, che ha condiviso a Torino la visione del “museo elettronico”, un museo della conoscenza accessibile allo spettatore ordinario. Grazie ai colori un museo diventa più umano e amichevole? Ai piani più nuovi – dove si entra nel XX secolo – il clima può essere più tranquillo, anche se all’inizio mi saluta Portrait relief of Claude Pascal di Yves Klein. Sulla parete rosa. E davvero non mi è mai sembrato così bello.

È ancora più interessante la parte delle scale. Qui ad attendere i visitatori ci sono una serie di disegni di Nedko Solakov: Eight Ceilings. Il bulgaro Solakov è un artista, pittore, fumettista e autore di installazioni. Viene presentato più spesso nei paesi di lingua tedesca. A GAM, ha lasciato opere non ovvie: disegni piccoli, quasi accidentali, che sono difficili da vedere (sulla parete, alla base delle scale). Immagini che assomigliano a quelle del banco di scuola, appunti visivi che ricordano la presenza, insopportabilmente letterali, che creano, con contesto del luogo, significati completamente nuovi. Solakov, usando una decina di punti, linee e lettere cambia il pensiero tradizionale e serio, di quello che si può e non si può mostrare nella galleria. E allo stesso tempo completa perfettamente, ciò che le pareti rosa della GAM hanno promesso agli spettatori prima, non ovvietà.

Senza pop-tourism

Perché l’intera Torino non è una città ovvia. Non ostenta. Ricca, ma fredda in questa ricchezza, senza ammiccamenti. L’Università di Torino mi fa pensare alla fine dell’estate e all’annuncio dell’autunno, al tempo quando vengono raccolti nuovi quaderni, calendari e taccuini. Qui, ad ogni angolo, ci sono librerie o antiquari. Il negozio con vecchie carte. Registrazioni. Librerie con album. E con i puzzle. O la cosiddetta cartoleria, negozi con tutto, con souvenir e con articoli di carta. Passo successivo le bancarelle con i libri. Durante la passeggiata in Via Po, voglio comprare uno zaino, acuire le matite e prepararmi per l’università.

Il nord asciutto, nella visione di Luca Guadagnino (alla fine premiato con Oscar alla migliore sceneggiatura non originale) è ancora lontano dai rossori da cartolina, ma amichevole. Anche Torino può essere amichevole. Severa, pietrosa e senza ammiccamenti ma con una così diversa galleria d’arte moderna. Non ci sono molte città del genere al mondo. Città in cui è più facile trovare un libro che un food truck. Questa è Torino. Piena di librerie, antiquariato, bancarelle con album e gallerie che abilmente bilanciano tradizione e modernità.

traduzione it: Karolina Kempisty
foto: Anna Petelenz, Beata Malinowska-Petelenz

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