“Il Mostro” tra le serie più viste su Netflix

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Il Mostro, Francesca Olia /fot. Emanuele Scarpa, Netflix

19 giugno 1982 a Baccaiano di Montespertoli nella provincia di Firenze. Strada laterale buia, ma abbastanza frequentata. Una coppia di ragazzi accosta e si ferma. Fanno sesso. Da lontano qualcuno li sta osservando. Appena finiscono vedono una figura scura avvicinarsi alla macchina. Accendono il motore e cercano di scappare ma non riescono a evitare i colpi di pistola indirizzati prima al ragazzo e poi alla sua compagna. Il Mostro ha colpito ancora. Questa volta a livello globale perché la miniserie “Il Mostro”, creata da Stefano Sollima e Leonardo Fasoli per Netflix e presentata in anteprima alla 82^ Mostra del Cinema di Venezia, è rimasta a lungo in testa alla classifica della piattaforma.

Con l’appellativo Mostro di Firenze i giornali definirono uno o più serial killer non identificati autori di otto duplici omicidi avvenuti tra il 1968 e il 1985 e commessi sempre con la stessa arma. Le vittime delle aggressioni erano coppie appartate nelle campagne nei dintorni di Firenze. Fu il primo caso conosciuto di omicidi seriali ai danni di coppie in Italia. Il caso ebbe una grande risonanza mediatica all’epoca dei delitti e anche dopo, durante i processi contro i presunti responsabili, e fu ampiamente descritto e filmato. Ancora oggi resta uno dei casi irrisolti più agghiaccianti della cronaca nera, continua a ispirare registi e scrittori. Basta citare l’ampio romanzo-inchiesta “Il Mostro di Firenze. Indagine su un serial killer” di Douglas Preston e Mario Spezi pubblicato da Wydawnictwo Czarne (in traduzione di Kaja Gucio) di cui abbiamo scritto nel numero 102 di Gazzetta. Solo che nel libro tutto inizia dal 1974, invece nella serie si inizia dal 1982 per poi tornare indietro e cercare le tracce nel primo omicidio simile. 

La serie di Sollima ritorna alle origini del caso del Mostro di Firenze, a partire dalla prima indagine, ricostruendo una delle inchieste più lunghe e controverse della storia italiana. Un racconto che attraversa documenti, ipotesi e piste ancora oggi oggetto di dibattito, ripercorrendo nel particolare la cosiddetta “pista sarda”. “La storia, per arrivare con chiarezza (…) deve cominciare dall’inizio. Perché raccontare con onestà, con rispetto, con rigore deve ancora avere un senso. Forse non per risolvere, non per capire, ma per ricordare. Un modo per restare accanto a chi è rimasto lì, per sempre nella notte, e dire: non siete stati dimenticati”, ha dichiarato il regista.

Guardare tutte e quattro le puntate di fila in una sala buia su un grande schermo con a fianco altri giornalisti e cinefili accreditati al Festival di Venezia, oltre a essere una vera e propria maratona, fa sicuramente più effetto. All’inizio tutti si sono chiesti che cos’altro si può aggiungere a questa storia già ben nota a tutti. Invece Sollima e Fasoli hanno creato una storia raccontata da diversi punti di vista che parte dal matrimonio di Stefano Mele (strepitoso Marco Bullitta) e Barbara Locci (ottima interpretazione di Francesca Olia) e pian piano aggiunge qualche dettaglio in più: l’incontro dei coniugi con Stefano Vinci (Valentino Mannias) e con suo fratello Francesco (Giacomo Fadda) per poi alla fine creare un quadro complesso generale che non spiega fino in fondo ma delinea bene una parte delle indagini lasciando allo stesso tempo lo spettatore con la voglia di guardare ancora e aprendo lo spazio per una continuazione. 

L’ottimo lavoro di scrittura, regia e interpretazione, insieme alle spettacolari immagini di Paolo Carnera ha fatto sì che, quasi subito dopo il debutto lo scorso 22 ottobre, la serie si sia guadagnata un posto nella top 10 di ben 85 paesi e ancora oggi è tra le più viste su Netflix.