
Come ogni anno il mese di maggio, nell’ottica sportiva tricolore e non solo, va a legarsi indissolubilmente con la Corsa Rosa. La gara ciclistica che per tre settimane attraversa in lungo e in largo lo Stivale, alle volte con partenza da territorio estero (i più recenti esempi Bulgaria quest’anno e Albania lo scorso) e sconfinamenti in itinere (l’intera tappa numero 16 di oggi avrà luogo nell’italofono Canton Ticino svizzero) rappresenta al solito una straordinaria occasione di mettersi in mostra di fronte al mondo intero. L’edizione corrente numero 109 è ormai nel suo vivo, con le prime due settimane ormai alle spalle e l’imminente inizio della terza, ultima e decisiva parentesi, costellata dalle tappe montane maggiormente attese del nord Italia.
Prima di tuffarci per l’appunto nel presente e raccontarvi qualcosa di quel che ho potuto vedere da vicino anche quest’anno, vorrei fare un passo indietro in maniera tale da poter cementare con un dato concreto il titolo del pezzo. Ad ottobre 2025, in quel di Trento ho preso parte a varie conferenze ed eventi in occasione del Festival dello Sport, kermesse principe in materia nel panorama Italiano e della quale vi raccontai qualcosa in un articolo a suo tempo. Il primo incontro cui avevo partecipato era titolato “Giro d’Italia, tra impatti economici e benessere sociale”; un rendiconto, in buona sostanza, di studi concreti riflettenti il tangibile impatto sociale e apporto alla promozione internazionale del nostro Paese, con riferimenti dedicati all’allora ultima edizione. Il numero emerso che più fa drizzare le antenne è il valore generato nei territori che ospitano il Giro, stimato in oltre 2 miliardi di euro. Luoghi, artigianato, cultura, turismo e quant’altro: essere parte di una delle corse più importanti del panorama Mondiale ha chiaramente un ritorno, tanto in termini di “semplice” visibilità quanto, laddove si è ben investito, di concreta revenue.
Riprendiamo il filo del presente e andiamo più precisamente alla tappa numero 15 di domenica 24 maggio, la Voghera-Milano che ho avuto modo di seguire sia alla partenza sia all’arrivo, sotto a un sole cocente ben più feroce delle attese. Dopo due settimane caratterizzate dai tre segmenti bulgari e varie tappe risalendo man mano dal sud al centro Italia, il sabato aveva offerto la prima grande frazione regina Aosta-Pila, con il super favorito alla vittoria finale Jonas Vingegaard arrivato a vestire finalmente la Maglia Rosa sulle montagne. Pur non essendo per un discorso squisitamente ciclistico altrettanto emozionante, tanto da non meritare in tutta franchezza la collocazione domenicale, la tappa piana in terra lombarda ha inaspettatamente portato in dote delle sorprese inattese. Non mi riferisco ovviamente al pubblico, la cui risposta calorosa non si fa mai attendere, come in ogni giornata della Corsa. Dalla piazza di partenza a Voghera e per tutto il percorso sino ai blocchi d’arrivo nella città meneghina, la gente nelle strade ha dimostrato per l’ennesima volta di essere l’anima di questo sport, senza eguale alcuno in altre discipline.
Sul piano tecnico dunque la frazione di 157 chilometri si presentava a tutti gli effetti come una giornata per le ruote veloci, l’ultima prima della “passerella” finale a Roma il prossimo 31 maggio, dove verrà incoronato il vincitore finale. Eppure, come accennavo, la giornata ha regalato un esito che non si vede spesso in questa tipologia di tappe, con l’iniziativa della fuga premiata e un gruppone non in grado di ricucire sui quattro. Tra questi figuravano ben 3 italiani, ma a vincere lo sprint milanese è stato il norvegese Fredrik Dversnes Lavik, cui ho anche avuto modo di stringere la mano al termine di un momento storico per lui e la sua patria. La gara era stata neutralizzata (si giocava solo per la vittoria di tappa, congelando i tempi in classifica) a 16 chilometri dall’arrivo, per un finale di percorso ritenuto potenzialmente pericoloso, su richiesta dei big di classifica. Seconda frazione più veloce di sempre nella storia del Giro, con una incredibile media di di 51,063 km/h.
Tornando in conclusione al discorso generale affrontato in questo pezzo, il Giro d’Italia rappresenta veramente, come esplicato sopra, un palcoscenico mondiale per mostrare l’infinita ricchezza del nostro Paese, e per aprire le porte a moltissime opportunità. Siamo qua ogni volta a ricordarlo in ogni salsa, ma a ragion veduta, poiché alla fine vi sono infatti innumerevoli testimonianze ed esempi pratici che suggellano l’impareggiabile vastità e il frastagliato ventaglio di ricchezze d’ogni sorta che possediamo. Nelle ultime due settimane mi sono ritrovato per impegni calcistici dapprima nella sempre meravigliosa e amata Toscana (non lontano peraltro da Siena, dove quasi esattamente 40 anni fa, il 23 maggio 1986, Lech Piasecki firmò la prima storica vittoria polacca al Giro d’Italia) e poi in Sicilia, un mondo veramente diverso, ma come mille altri nello stesso contenitore chiamato Italia.
Testo e Foto: Alberto Mangili




















