Karolina Porcari: creatività mediterranea, disciplina nordica

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fot. Piotr Stokłosa

Quest'articolo è disponibile in: Italiano Polacco

Immaginate il calore dei salentini unito al rigore professionale polacco, aggiungete una spruzzata di creatività mediterranea e l’ispirazione all’essenzialità nordica ma calata nel senso della moda milanese, shakerate tutto e quello che ne esce è Karolina Dafne Porcari, eclettica attrice di teatro e cinema ma anche regista e, in caso di bisogno, produttrice.

fot. Gosia Popinigis

La sua è una interessante storia che si sviluppa lungo 2300 km, sulla direttrice Lecce-Milano-Cracovia-Varsavia, tra amori familiari italo-polacchi, studi di filosofia e di recitazione e soprattutto tanto lavoro.

Com’è che un’allieva del Liceo Classico Palmieri di Lecce decide un giorno di diventare attrice?

“A 16 anni la compagnia Koreja, che fa teatro d’innovazione, propone agli allievi del nostro liceo un provino. Mi son detta perché no. Sono salita sul palco senza alcuna esperienza o preparazione ed ho capito subito che quella era la mia vita. Da parte familiare l’unica eredità artistica veniva da mia madre che aveva frequentato la Scuola Nazionale di Danza di Varsavia.”

L’emozione che hai provato salendo sul palcoscenico e che ti ha fatto capire che era quello il lavoro che volevi fare, era la sensazione di chi sa che entrando in un ruolo si esce da sé stessi?

“Senza dubbio sì. Il teatro è terapeutico per chi lo fa, paradossalmente molti attori sono timidi e salire sul palco li aiuta a liberarsi dei propri imbarazzi, metti una maschera che ti affranca dal tuo costume quotidiano e ti offre una enorme libertà di espressione e di coscienza. Affronti senza filtri il pubblico ma non sei più tu. E poi c’è la straordinaria razione di adrenalina che provi ogni volta che sali sul palco e ogni volta che finisce lo spettacolo e ascolti i giudizi. Un up and down continuo e dissociante. In altri campi artistici c’è comunque uno strumento su cui lavori o un’opera che realizzi e l’attenzione cade su quella, in teatro no l’attenzione è costante al 100% su di te.”

Dopo l’esperienza con i Koreja cos’è successo?

“Infatuata dal salire sulla scena ho iniziato a frequentare laboratori di teatro e all’esame di maturità classica ho portato greco orale preparando, tra i vari testi, la Medea di Euripide che tuttora sogno prima o poi di interpretare. Nel momento di iscrivermi all’università però la paura ha sopraffatto la passione, la razionalità ha prevalso sul desiderio e così, seguendo gli auspici familiari, scelsi Lettere e Filosofia alla Cattolica di Milano. L’impatto con la città è stato duro, sono passata dal calore umano salentino al gelo dei milanesi, da una Lecce a misura d’uomo, piccola e piena di affetti ad una Milano frenetica, competitiva ed in cui l’apparire è fondamentale, dopotutto è la capitale della moda. Ma bisogna ammettere che Milano è forse l’unica vera metropoli cosmopolita italiana con una offerta culturale straordinaria che mi ha dato l’opportunità di assistere a centinaia di spettacoli e rassegne teatrali. Avevo l’abbonamento al Teatro Piccolo che praticamente diventò casa mia, lì ho conosciuto le diverse scuole teatrali europee ed ho capito che ero affascinata soprattutto dagli spettacoli delle compagnie dell’est e del nord Europa, tra questi mi piacque molto “Yvonne la principessa di Burgund” del poeta polacco Witold Gombrowicz messa in scena da una ensemble svedese. La svolta avvenne dopo 2 anni e mezzo di università dove, nonostante frequentassi indirizzi teorici di storia del teatro, teatrologia e drammaturgia, mi mancava il contatto col pubblico. Avevo 21 anni. Ebbi il coraggio di guardarmi allo specchio e chiedermi se veramente volevo abbandonare definitivamente il mio sogno di diventare attrice. Questa volta prevalse il coraggio e decisi di provare l’esame per entrare alla Scuola Drammatica di Cracovia. Fu un altro shock ambientale.”

Il tuo essere italo-polacca perfettamente bilingue non ti ha aiutata?

“Krew Boga”, di Bartosz Konopka

“Non mi ero resa conto che pur essendo bilingue il mio polacco era italianizzato. Ho dovuto fare un anno di preparazione linguistica esercitando i muscoli facciali a pronunciare le consonanti polacche! Questo perché volevo arrivare ad una dizione da polacca madrelingua e non da straniera polacchizzata. Poi anche dopo aver superato l’esame il clima universitario era duro, c’era una competizione feroce e le lezioni di improvvisazione erano un calvario. Immaginate lo sforzo intellettuale per combinare spontaneità espressiva col complesso d’inferiorità che avevo nel parlare polacco. Mi ci volle del tempo anche per entrare nelle modalità comunicative e affettive polacche che inizialmente sono evidentemente più fredde di quelle italiane anche se poi col tempo ho scoperto un profondo lato solidale e perfino empatico nei polacchi.”

Quali sono le linee guida dell’insegnamento teatrale in Polonia?

“A livello teorico si studia la storia del teatro dalla Grecia alla Commedia dell’Arte arrivando ai nostri tempi con in più un focus sul teatro polacco. A livello pratico direi che ogni professore ha il suo approccio ma in generale posso dire che prevale una linea post-grotowskiana e la tradizione del metodo Stanislawskij. Dico subito che reputo il teatro polacco, anche quello attuale, tra i migliori al mondo basta pensare a registi come Krzystof Warlikowski e Krystian Lupa. Quello che mi piace di questo tipo di teatro è come si affronta l’animo umano, come si cerchi di toccarne la profondità emozionale. È un approccio che ha del metafisico, con una linea registica essenziale e focalizzata al massimo sul tentativo di capire cos’è l’essere umano e la relazione tra le emozioni e il corpo. In Italia tradizionalmente si fa un teatro più di parola, il regista attraverso l’attore punta a dare una tesi affermativa, ti racconta una tesi, in Polonia invece si valorizza il dubbio, la messa in discussione, la domanda rispetto alla risposta.”

È un’impressione stereotipata o è vero che artisticamente i polacchi tendono a prepararsi senza tralasciare alcun dettaglio mentre l’attore italiano lascia sempre uno spazio all’improvvisazione?

“Zła matka”, fot. Sara Porcari

“C’è del vero soprattutto in teatro dove gli italiani sono portati più ad improvvisare. È un fatto ancestrale, i popoli del nord per secoli si sono preparati ad affrontare i rigori del clima, c’era poco da lasciare all’improvvisazione. Ma nel cinema i registi italiani sono precisissimi e non sempre c’è spazio per l’improvvisazione. Il mio essere italo-polacca mi ha aiutata a sommare improvvisazione salentina e creatività mediterranea con la disciplina del nord, ad esempio nel mio primo cortometraggio che ho diretto “Peccatrice” ero preparatissima nell’aspetto artistico ma dal punto di vista produttivo ho fatto forza sulla fantasia e l’improvvisazione italiana per riuscire a portare a termine il progetto.”

Qual è stato il tuo primo ruolo?

“Zła matka”, fot. Sara Porcari

“Ironia della sorte il mio primo lavoro è stato a Milano. Ho esordito nella parte di Olga nel film “Come l’ombra” di Marina Spada. Un piccolo film d’autore che ha avuto una grande fortuna. Presentato nelle Giornate degli Autori della Mostra del Cinema di Venezia del 2006, ha partecipato a numerosi festival internazionali vincendo il premio per la regia al Mar del Plata Film Festival e uscendo poi nelle sale italiane nel 2007. Io facevo la parte di una ucraina e ho dovuto allenarmi a parlare l’italiano da straniera, esperienza servitami poi per un cameo in “Tutti i santi giorni” di Paolo Virzì.”

E il primo lavoro polacco?

“Al Teatr Dramatycny di Varsavia, ovvero al Palazzo della Cultura, pochi mesi dopo essermi laureata, nella piece “Tempo d’amare, tempo di morire” di Fritz Kater del giovanissimo regista Tomasz Gawron. Poi subito dopo ho iniziato a collaborare con il Teatr Ludowy di Cracovia. In Polonia faccio anche tanta tv e talvolta spot pubblicitari che, nella vita spesso imprevedibile di un attore, sono comunque una fonte di reddito stabile. È attualmente in onda su Canal+ la serie comico-poliziesca “Mały Zgon” diretta da Juliusz Machulski, regista del film cult “Sexmisja”. Interpreto il ruolo di Carla, un’italo-polacca scappata dalla famiglia meridionale legata alla ‘ndrangheta e ritrovatasi moglie di un mafioso polacco legato al cartello lituano!”

Ti ho vista recitare in Zla Matka, spettacolo in cui sei autrice, regista e attrice protagonista insieme a Malgorzata Bogdanska. La tua vena artistica è attratta dalla regia?

“In realtà io volevo solo recitare. Poi quando è nato mio figlio Teo, che oggi ha sette anni, mi sono sentita sempre più ferrata sul tema dell’essere madre e ho sentito il bisogno di raccontare la maternità oggi. Ovvero il dover rispondere contemporaneamente e perfettamente a tutte le aspettative sociali e quindi essere: una brava madre, una brava moglie, una brava casalinga, mantenere un look sexy e portare a casa uno stipendio. Ma se in teatro lo rappresento nella vita non ce l’ho fatta perché ho fatto prevalere l’essere madre e il continuare a lavorare e così sono tornata single.”

Marito italiano?

fot. Sara Porcari

“No polacco ma cambia poco, in un passaggio di Zla Matka racconto che ho avuto un compagno italiano, uno polacco e uno tedesco, a parte il passaporto non c’è nessuna differenza hanno tutti il patriarcato nel sangue e poi in fondo ce l’ho anch’io perché il primo amore è mio padre! Detto questo non nascondo che per la nostra generazione, uomini inclusi, tenere insieme famiglia, lavoro e amicizie in un mondo che rapidamente cambia valori e ritmi sociali non è affatto facile. Gli uomini sposati ad esempio se non rimangono fighi, se non escono con gli amici a divertirsi vengono considerati degli sfigati pantofolai. In questa atmosfera culturale il mio impegno principale ora è crescere mio figlio come uomo sicuro di sé ma sensibile, empatico e aperto.”

Come valuti la produzione cinematografica contemporanea in Italia?

“Siamo in una bella fase. Ci sono tanti bravi registi più o meno famosi che mi piacciono: Sorrentino, Guadagnino, Saverio Costanzo, Paolo Genovese, Alice Rohwacher. Avverto un’ondata di freschezza artistica sia nel cinema che nel teatro.”

E in Polonia?

“Quando sono arrivata in Polonia una ventina d’anni fa non c’era molto di interessante, oltre alla grande eredità di registi leggendari come Wajda e Kieslowski. Ma da qualche anno il cinema polacco è diventato una fucina di ottimi registi i cui film vincono oscar e premi nei vari festival, penso a Pawlikowski, Szumowska, Komasa e alle giovani Jagoda Szelc, Kalina Alabrudzinska e poi Agnieszka Smoczyńska. Nell’arte si va molto a cicli ed ora dopo un periodo piuttosto grigio la Polonia sta godendo di una sfornata di grandi professionisti.”

E tu a quali progetti ti stai dedicando?

“Voglio dirigere il mio primo lungometraggio, ma prima realizzerò un altro corto. E poi mi auguro di avere la possibilità di recitare di più in produzioni italiane.”

Come si vive a cavallo tra due paesi che si rincorrono e attraggono nonostante una storia molto diversa?

fot. Sara Porcari

“È stimolante e arricchente vivere contemporaneamente due culture e soprattutto aiuta a vederne le differenze. Per esempio se in Polonia, diversamente dall’Italia, c’è una audience sempre numerosa e attenta nei teatri e nei cinema un qualche merito va anche al regime della PRL in cui la cultura e l’arte, seppur piegati al giogo della censura, avevano un posto importante come valore sociale, anche i registi ad esempio riuscivano ad essere finanziati e a produrre in modo più facile rispetto ad oggi epoca in cui il mercato ti stritola e per riuscire a realizzare un primo film devi attendere 6 o 7 anni, uno spreco di tempo assurdo.”

Ultimamente in Polonia c’è una copiosa produzione di film storici ma perché nessuno si dedica ad un tema importante come la rilettura critica dei 40 anni della PRL?

“Sono contenta e dico anche che era ora che la Polonia realizzasse dei film d’epoca, anche un po’ pomposi e monumentali, l’importante però è che la sostanza del messaggio non si riduca al dipingere i polacchi solo come valorosi o vittime, senza sfumature in mezzo, e il resto del mondo come i cattivi. Per esempio il film Legion ha scene di guerra eccezionali, una vera cinematic experience, ma dalla storia ne esce un messaggio limitato. In questo senso preferisco il lavoro più autocritico di Smarzowski.”

Forse ci vorrebbe un Pasolini oggi in Polonia?

“I’ll find you”, di Martha Coolidge

“Assolutamente sì. Pier Paolo Pasolini è stato un intellettuale radicale, onesto, aperto, libero dai pregiudizi ma allo stesso tempo esegeta dei valori tradizionali. Un artista che con la sua opera ha marchiato col fuoco tanti problemi della cultura e della società italiana e lo ha fatto in modo tale che poi, dopo di lui, difficilmente si potevano coprire con l’ipocrisia i fatti storici e quei difetti che riguardano una parte della società italiana. È stato salutare, ha aiutato il paese a psicanalizzarsi almeno dal punto di vista artistico e intellettuale e di conseguenza ad evolvere la propria identità nazionale. Ecco oggi un’operazione del genere sarebbe necessaria in Polonia per aiutare l’identità polacca a crescere oltre l’aspetto patriottico, oltre alla dicotomica visione del polacco eroe o vittima. C’è bisogno di intellettuali profondi e liberi che aiutino a compiere il passaggio fondamentale da una identità di insicurezze che ha bisogno di aggrapparsi al nazionalismo ad una identità più serena fondata su radici culturali aperte e profonde, quali in effetti la Polonia ha. Basta riscoprirle con un po’ di coraggio e autocritica.” 

A proposito di coraggio tu sei italo-polacca perché tuo padre con coerenza e, appunto, coraggio ha voluto provare in concreto cosa volesse dire vivere in un paese comunista?

“Ojciec”, di Artur Urbański

“Esattamente. A Varsavia gli ideali di sinistra di mio padre sbatterono sulla realtà del comunismo polacco facendogli capire che ci sono teorie giuste ma a volte inapplicabili senza contare che da parte di mia madre c’era tutta la sofferenza per aver perso, requisita dalla Stato, e poi ricomprato la casa dove tuttora viviamo. Mio padre scelse di salire da Lecce per fare il professore a Varsavia e si innamorò di una studentessa, ovvero mia madre, in un periodo storico in cui tutto era più complicato anche perché lui era separato ma non divorziato. La cosa buffa è che mia madre per poter andare a vivere a Lecce dovette sposare… il fratello di mio padre! Un escamotage formale, servito solo per scendere in Italia, che ha funzionato anche se poi lei bella, alta e bionda proveniente dalla Polonia ci ha messo un po’ a farsi accettare da una famiglia tradizionalista salentina.”

E nella tua personalità come convivono le culture dei due paesi?

“Dicono che tutte le persone bilingui non lo siano mai veramente al 50%. Ci sono aspetti della vita in cui funziona meglio una cultura e una lingua ed è così anche nel mio caso. Nel lavoro mi sento più polacca, se penso al teatro la lingua polacca prevale. Negli affetti e nella vita domestica sono più salentina”.

E in cucina sei una fusion? 

Karolina Porcari

“Ai fornelli mi sento più italiana, anche perché si usa meno carne e io sono vegetariana da tanti anni, ma pure nelle ricette polacche si trovano tante verdure interessanti come i tuberi e mi diletto in creme di vegetali con ispirazioni asiatiche. Il mio punto forte restano i primi italiani, anzi salentini perché chiunque conosca l’Italia sa che a proposito di identità ci si sente prima appartenenti alla propria città, poi alla propria regione e alla fine all’Italia e questo rende assolutamente diversi italiani e polacchi. Un aspetto che se interpretato nel modo giusto rafforza la conoscenza di sé, della comunità in cui si vive, la propria autostima e questo arricchisce l’Italia di un bagaglio di tradizioni e conoscenze insuperabile.”

Perchè Dafne?

“Il mio primo nome Karolina è stato scelto da mia madre. Era il nome della sua bisnonna partigiana a cui era molto legata. Il secondo nome Dafne è stato scelto da mio padre perché, quando mi vide per la prima volta, mi trovò molto bella e pensò a Dafne, la fanciulla trasformata in “Alloro” dalla madre Gea per sottrarla alle voglie di Apollo e da Apollo portata alla sacralità delle foglie che cingono la fronte dei migliori. Direi che in famiglia abbiamo tutti una mania per la mitologia greca… mio figlio si chiama Teo!”

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