Libiamo, libiamo…

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Quest'articolo è disponibile in: Italiano Polacco

L’estate scorsa ho trascorso qualche giorno a Pesaro durante i giorni del ROF (Rossini Opera Festival). La grande manifestazione, giunta ormai alla 42^ edizione, ha mantenuto come sempre le promesse in fatto di qualità delle opere proposte, scelte registiche, allestimenti ed eventi collaterali.

Visitando la casa di Gioachino Rossini e il Museo Nazionale Rossini, non ho potuto non lasciarmi trascinare dalle atmosfere degli ultimi decenni del XVIII secolo e dai primi decenni del XIX, seguendo la vicenda umana e artistica del grande compositore pesarese attraverso i cimeli, la quotidianità, i documenti e gli aneddoti che ne hanno contrassegnato la vita e l’arte durante quel periodo storico tanto importante per l’Europa intera, e che ho approfondito leggendo in quei giorni una bella biografia a cura di Gaia Servadio.

Scorrendo più in generale le vicende legate all’opera lirica, mi ha incuriosito il legame che il vino, simbolo di gioia, ebbrezza, convivialità e seduzione, ha con questa forma d’arte e quante volte venga utilizzato e menzionato dai vari compositori nelle diverse epoche proprio per la sua forza simbolica ed evocatrice, che riesce a risuonare in molti sentimenti umani accompagnando le vicende di personaggi ormai classici e immortali sia maschili che femminili.

Con il “Barbiere di Siviglia” andata in scena il 20 febbraio 1820, Gioachino Rossini celebra anche la tradizione enogastronomica italiana, con frequenti riferimenti a cibi e vini che accompagnano e arricchiscono l’andamento e le dinamiche di quest’opera buffa famosissima. Come del resto erano celeberrime la passione di Rossini per le specialità dei vari paesi che visitò durante la sua vita, e le sue qualità di attento gourmet.

Prima di lui W.A. Mozart nel “Don Giovanni” del 1787 cita espressamente (rendendolo in tal modo eterno) il vino Marzemino, in un momento dell’opera in cui occorre qualcosa con cui festeggiare e che sia maliziosamente connesso con l’amore e la conquista. Inoltre, al termine, Don Giovanni sfida il Commendatore e la Morte stessa con un bicchiere di vino in mano, quasi che quel calice e il suo contenuto lo rendesse immortale.

Il 1833, oltre a vedere i primi moti mazziniani in Savoia e Piemonte nei mesi di maggio e giugno, è l’anno che vede la prima rappresentazione al Teatro alla Scala di Milano, il 26 dicembre, della “Lucrezia Borgia” del bergamasco Gaetano Donizetti. In quest’opera il vino compare come veicolo atto a portare mischiato un veleno; a portare la morte dunque non la gioia… Ma non andrà così e Gennaro non berrà il veleno ma un antidoto che Lucrezia gli porgerà prima di farlo fuggire, avendo scoperto il tranello teso dal marito per assassinare il rivale.

Nel 1853 “La traviata” di Giuseppe Verdi porta in scena e nel mondo, nel frangente del celeberrimo “libiamo nei lieti calici” la gioia per la vita, il vino e l’amore, invitando chiunque all’inebriante valzer dell’esistenza che, ahimè, volteggerà verso il dramma.

Nel 1890 Pietro Mascagni in “Cavalleria Rusticana” fa cantare “Viva il vino spumeggiante, nel bicchiere scintillante”. Un brindisi corale che inneggia all’amore ma che ben presto si carica di tensione, presagendo la catastrofe finale che si sta preparando. Oltre a queste sono altre le opere e i capolavori che recano riferimenti a calici, brindisi e libagioni (“Otello” e “Falstaff” di Verdi, “L’elisir d’amore” di Donizetti, “Il ratto del serraglio” di Mozart, “Faust” di Gounod per dirne alcune) meravigliosi capolavori creati dall’ingegno umano e dal talento, dalla fatica e dalla passione. Ma, un momento… Non sono forse queste le stesse dinamiche che muovono e conducono coloro che creano il vino? Opere d’arte che possiamo gustare ogni giorno e ovunque e che, prese nella giusta misura e situazione, rendono onore alla vita e danno un gusto nuovo al desiderio e alla ricerca della pace.

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