Dopo aver pubblicato per molti decenni quasi esclusivamente fumetti western, negli anni Settanta e Ottanta la Bonelli cominciò lentamente a esplorare altri generi, personaggi e ambientazioni. A questo generale “svecchiamento” delle testate bonelliane si accompagnò anche una maggiore apertura alla cultura pop, tra cinema, televisione, musica rock e molto altro ancora.
Un ottimo esempio di questa apertura è “Dylan Dog”, probabilmente la serie più popolare in assoluto dellʼeditore italiano, creata nel 1986 dallo sceneggiatore Tiziano Sclavi. Il mensile è da sempre infarcito di citazioni e riferimenti al cinema (horror e non solo), alla musica rock e heavy metal e ai più disparati generi della cultura di massa, dal giallo alla fantascienza. Lo stesso aspetto del protagonista è ispirato a quello dellʼattore britannico Rupert Everett, mentre il suo assistente, Groucho, è palesemente una copia del comico statunitense Groucho Marx. Unʼoperazione simile si può notare nella serie investigativa “Julia”: il viso di Julia Kendall, infatti, non è altro che quello della celebre attrice Audrey Hepburn.

Le serie a fumetti bonelliane sono sempre state caratterizzate dalla mancanza di una continuity paragonabile a quella del fumetto americano: a parte qualche eccezione, ogni numero di “Tex” o “Dylan Dog” contiene una storia autoconclusiva, in genere priva di riferimenti agli episodi precedenti. In questo modo lʼordine di lettura dei singoli numeri è in larga misura intercambiabile, anche se non sono rare le storie in cui ad esempio Dylan Dog incontra un nemico già affrontato molti numeri prima. In alcune serie più recenti, invece, gli autori hanno fin dallʼinizio scelto di raccontare unʼunica, grande storia, che nelle saghe più popolari può andare avanti per decine di albi. Tra gli esempi possiamo citare “Dampyr”, fumetto a metà tra horror e azione nato nel 2000, o alcune serie limitate come “Volto Nascosto” e “Shanghai Devil” (ambientate a cavallo tra XIX e XX secolo, agli albori del colonialismo italiano, tra Italia e Africa e successivamente Asia) o “Mercurio Loi”, le cui vicende si svolgono a Roma nella prima metà dellʼOttocento. Un caso particolare è quello di “Orfani”, saga post-apocalittica creata dallo sceneggiatore Roberto Recchioni e suddivisa in “stagioni” non diversamente dalle serie televisive contemporanee. Ogni stagione di “Orfani” si concentra su personaggi almeno in parte diversi, al tempo stesso portando avanti unʼunica, complessa vicenda.
Proprio “Mercurio Loi” e “Orfani” si distinguono tra le altre serie Bonelli per il fatto di essere fin dallʼinizio interamente a colori, mentre la tradizione della casa editrice è quella del fumetto in bianco e nero. Il colore compare talvolta nei volumi che ristampano storie classiche, ma anche negli albi celebrativi, come il numero 400 di “Dylan Dog”, uscito nel gennaio 2020. Una scelta non convenzionale è invece quella degli autori della serie “Morgan Lost”, ambientata in una realtà alternativa in cui la seconda guerra mondiale non è mai scoppiata. Al bianco e al nero si accompagnano qui sfumature di grigio e il colore rosso, creando un impatto grafi co originale e accattivante.
Oltre alle ristampe di storie vecchie e amate dai lettori, la Bonelli pubblica anche volumi speciali dʼautore dedicati ai suoi personaggi più noti. La più celebre di queste opere è forse “La valle del terrore”, nota anche come il “Texone”: questʼavventura di Tex Willer, che conta più di 200 pagine, è disegnata da uno dei più grandi maestri del fumetto italiano, Magnus (alias Roberto Raviola), che la concluse nel 1996 pochi giorni prima della morte. La presenza di numerosi sceneggiatori e disegnatori che lavorano a ogni personaggio è la norma nel caso delle serie Bonelli: dato che ogni mese viene pubblicato un albo di più di 90 pagine, sarebbe impossibile per scrittori e artisti mantenere un simile ritmo di lavoro. Anche qui, ovviamente, esistono alcune eccezioni: ad esempio tutti i numeri di “Volto Nascosto” e “Shanghai Devil” sono scritti da Gianfranco Manfredi.
Anche se i fumetti della casa editrice italiana sono noti principalmente in patria, non mancano le traduzioni in altre lingue. In Polonia sono apparse, negli ultimi ventʼanni, parecchie avventure di Dylan Dog, mentre vari eroi bonelliani godono di una certa popolarità, ad esempio, in Turchia. Infi ne, verso la fine del 2019 la Sergio Bonelli Editore ha annunciato una collaborazione con lʼamericana DC Comics: tra i crossover in cantiere si possono menzionare titoli come “Dylan Dog/Batman” o “Zagor/Flash”.
foto: Sławomir Skocki, Tomasz Skocki
















Tutto può essere riassunto con una sua semplice frase: «Curatevi della materia prima e dei processi che subisce. In fin dei conti diventerà parte di voi». Che cosa significa? Innanzitutto, merenda non è sinonimo di merendina: non di quelle confezionate, almeno. Sono già pronte, comode e veloci, ma sono anche inutilmente ricche di calorie e povere di elementi nutritivi: la conseguenza è che la fame anziché diminuire, aumenta inesorabilmente, con il rischio che il corpo diventi iperalimentato e scarsamente nutrito. Ecco cosa dice la dottoressa Da Ros: «L’obesità può associarsi a malnutrizione, risultato del cibo industriale. Si fagocitano quintali di cibo spazzatura colmo di zuccheri, privo di fibre, arricchito di grassi idrogenati e additivi, ma carente dei nutrienti che servono a far funzionare le nostre cellule. Senza contare che i bambini hanno diritto ad essere educati al gusto vero del cibo».
Qualche esempio di merenda? Frutta fresca, panfrutto oppure pane e marmellata, e frutta secca. Oppure yogurt naturale con frutta fresca (anche frullata) e cornflakes non dolcificati, fiocchi di mais o d’avena. La merenda per eccellenza: pane e cioccolato fondente! E perché non le castagne? Cotte in forno a 200° per 30 minuti, potete preparane una piccola scorta da conservare in congelatore. Oppure un frullato, che oggi va di moda chiamare smoothie: scegliete una base liquida (acqua, yogurt, latte vegetale) cui aggiungere frutta fresca, qualche mandorla, gocce di cioccolato fondente, ed eventualmente dolcifi cate con uno o due datteri, e magari delle spezie in polvere (cacao, cannella, zenzero).







Il papato che si trasferisce ad Avignone è un fatto generato dalla violenta lite che aveva opposto il re di Francia Filippo IV (detto Filippo il Bello) e il papa Bonifacio VIII. Il primo papa di Avignone fu Clemente V che ha regnato dal 1305 al 1314. Ricco di famiglia, possedeva a Pessac il castello che ora porta il suo nome (Château Pape Clément). Il suo successore fu Giovanni XXII e a lui si deve la trasformazione del Palazzo vescovile di Avignone in Palazzo pontificio dopo importanti lavori di ristrutturazione. Giovanni XXII aveva una predilezione per i vini di Hermitage, Roquemaure e Valréas. Anche lui ha piantato dei vigneti, il più famoso è quello di Châteauneuf. Alla sua morte Jacques Fournier diventa il nuovo papa con il nome di Benedetto XII che riorganizza ulteriormente la corte pontifi cia e sviluppa il commercio del vino incrementando le entrate della Chiesa. Questo papa era apparentemente austero ma in realtà apprezzava i vini e non solo per il commercio. Amava bere soprattutto i vini del Rodano. Clemente VI, suo successore, fu un uomo eccezionale, riconosciuto per le sue qualità intellettuali, la sua eloquenza, il suo senso della diplomazia e la sua cultura teologica. Pierre Roger (questo il suo nome) fu amante dell’arte e grande mecenate, facendo di Avignone un crogiolo culturale e un centro di scambi europei. Gli succede Innocenzo VI. Questo papa apprezzava molto lo Châteauneuf bianco come il rosso, come testimoniano i resoconti della Reverenda Camera Apostolica. Urbano V (1362-1370) ha dato nuovo impulso alla produzione vinicola pontifi cia, facendo piantare del Moscato. Gli succede Gregorio XI che rimane fedele ai moscati di Beaumes-de-Venise e Carpentras. La sua rapida morte, a seguito di una malattia renale, fu all’origine del Grande Scisma d’Occidente.



