Pinocchio, un candido bugiardo in un’epoca di verità illusorie

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Nel 2026 ricorre il bicentenario della nascita di Carlo Lorenzini, meglio noto come Carlo Collodi. La fama mondiale del suo libro “Le avventure di Pinocchio”, uscito a puntate sul “Giornale per i bambini”  a partire dal 1881 e pubblicato per la prima volta in volume nel 1883, è stata ed è ancora tale da generare innumerevoli riletture, trasposizioni e rimaneggiamenti del testo originale, quasi sempre adattate per riflettere meglio la sensibilità, gli interessi e i problemi caratteristici di ogni epoca. Una tradizione che continua ancora oggi, con rivisitazioni nuove e sempre più multimediali della storia del burattino.

In Italia, a cavallo tra Otto e Novecento, si diffuse presto la moda delle “pinocchiate”, ovvero continuazioni o versioni alternative a opera di altri autori, a partire da “Il figlio di Pinocchio” (1893) di Oreste Boni. Fra gli “apocrifi” più curiosi usciti nei primi decenni del XX secolo possiamo menzionare “Pinocchio in Africa” (pubblicato nel 1911, anno dell’invasione italiana della Libia), “Pinocchio in automobile” o “Pinocchio corsaro”; ma anche pubblicazioni puramente propagandistiche come, durante la Grande Guerra, “Pinocchietto contro l’Austria”, o ancora, negli anni Venti e Trenta, le grottesche e quantomeno discutibili avventure di “Pinocchio fascista”. Non mancavano ovviamente pubblicazioni più serie, tra le quali è ancora oggi fondamentale la lettura critica che del libro di Collodi dà un grande scrittore, Giorgio Manganelli, nel volume “Pinocchio: un libro parallelo”, edito nel 1977. Fatto interessante è che nel corso degli anni gli intellettuali hanno proposto le più svariate interpretazioni dell’opera, trovando nella figura di Pinocchio riferimenti a Cristo, a Dante, o ancora a varie tradizioni esoteriche, dall’antichità (“L’asino d’oro” di Apuleio) fino alla moderna massoneria.

A livello internazionale il personaggio di Pinocchio fa pensare innanzitutto al celeberrimo film d’animazione del 1940 prodotto da Walt Disney, ma gli adattamenti cinematografici (e televisivi) del libro sono numerosissimi. In Italia la primissima trasposizione filmica del capolavoro di Collodi risale al 1911, a opera del regista Giulio Antamoro; celebre e apprezzato è lo sceneggiato televisivo in 6 episodi diretto da Luigi Comencini nel 1972, mentre meno riuscito è il film del 2002 diretto da Roberto Benigni, all’epoca reduce dal successo mondiale di “La vita è bella”. Nel corso dei decenni non sono mancati neppure gli adattamenti musicali: basti qui ricordare il famoso disco “Burattino senza fili” (1977) del cantautore napoletano Edoardo Bennato, che usa personaggi e situazioni del libro di Collodi come metafore dei problemi del mondo contemporaneo, o l’album “Pinocchio” (2002) dei Pooh, legato all’omonimo musical portato sulle scene l’anno successivo. Innumerevoli sono anche i fumetti ispirati più o meno liberamente alla storia del burattino, spaziando da versioni destinate ai lettori più piccoli a quelle decisamente più adatte a un pubblico adulto. Nel romanzo di Collodi, del resto, non mancano atmosfere e situazioni oscure, talvolta al limite dell’horror: nel 2024 (2026 in Italia) il libro è stato pubblicato in un’edizione deluxe illustrata dal disegnatore americano Mike Mignola, noto per il suo stile oscuro e suggestivo, il quale già in passato aveva rivisitato la storia di Pinocchio in un episodio della sua serie a fumetti “Hellboy”.

A questo punto possiamo chiederci quale sia la ragione del successo de “Le avventure di Pinocchio”, fonte apparentemente inesauribile di ispirazione per parecchie generazioni di scrittori, registi, disegnatori e musicisti (senza dimenticare gli studiosi di letteratura!). O, ancora meglio, possiamo domandarci quanto peso possa avere, nel 2026, la storia fiabesca ideata da Carlo Collodi. Nel mondo di oggi, in effetti, le distrazioni e i pericoli a cui andrebbe incontro un burattino (o, per estensione, un bambino o adolescente) disubbidiente e bugiardo come Pinocchio sarebbero molto più numerose. In una realtà sempre più digitale, basata sulla comunicazione istantanea e sui reel dei social media, ma anche sulle fake news e sui tanti possibili pericoli del web, le avventure di Pinocchio sarebbero certamente più complicate e ambigue rispetto al XIX secolo. Come distinguere, in una simile realtà, tra verità e bugia? Come resistere alle infinite tentazioni e distrazioni del Paese dei balocchi digitale, disponibili su ogni smartphone?

Negli anni recenti sono apparse varie trasposizioni di “Pinocchio”, a partire dal bel film di Matteo Garrone del 2019, piuttosto vicino al libro originale, che vede il ritorno di Roberto Benigni, stavolta nel ruolo di Geppetto. Un adattamento certo meno fedele, ma decisamente suggestivo, è quello realizzato nel 2022 dal celebre regista messicano Guillermo Del Toro insieme a Mark Gustafson. In questo caso parliamo di un film d’animazione dalle tinte decisamente oscure, che ambienta la storia del burattino nella realtà del ventennio fascista e attinge ampiamente all’immaginario horror prediletto da Del Toro. Il film inizia con la tragica morte di Carlo, figlio di Geppetto, che anni dopo porterà il falegname a creare il burattino nel tentativo di riportare in vita il bambino. La magia che dà la vita al pezzo di legno, però, proviene qui da forze soprannaturali tenebrose e inquietanti, connesse alla morte e all’aldilà. Come segnalano tanto il già menzionato Manganelli quanto, in anni più recenti, il filosofo Giorgio Agamben (nel suo libro su Pinocchio del 2021), luoghi e personaggi del romanzo di Collodi evocano spesso l’immaginario dell’oltretomba, sospesi come sono tra vita e morte, tra esistenza materiale e sopravvivenza spettrale. Nel film di Del Toro il regno dei morti è messo in primissimo piano, portando la trama in direzioni che divergono non poco dall’opera letteraria originale. Interessante è anche la scelta dell’Italia fascista come sfondo storico per la vicenda, una decisione forse inevitabile in un’epoca di forti tensioni politiche e ideologiche come la nostra: ancora una volta, quindi, la “vecchia” storia di Pinocchio si fa specchio più che attuale dei problemi del presente.

Un altro adattamento molto recente è il videogioco “Lies of P”, pubblicato nel 2023 dallo studio sudcoreano Neowiz e appartenente al genere soulslike, ovvero un gioco di ruolo d’azione caratterizzato da un alto livello di difficoltà, a cui si accompagnano spesso atmosfere oscure e una narrazione criptica e di difficile interpretazione. In questa rivisitazione del romanzo collodiano Pinocchio (mai chiamato direttamente per nome) è un automa creato dal geniale inventore Geppetto, le cui avventure si svolgono nell’immaginaria città di Krat, devastata da una ribellione dei “burattini” contro gli esseri umani. Il gioco mescola elementi industriali ottocenteschi, dalla forte estetica steampunk, con altri tipicamente magici e fiabeschi, anche se non mancano toni prettamente horror. Nel corso della storia il protagonista incontra tutte le figure più iconiche del libro di Collodi, come il Grillo parlante che lo guida fra i tenebrosi vicoli di Krat, i sempre astuti e truffaldini Gatto e Volpe, la Fata dai capelli turchini, lo stesso Geppetto o ancora personaggi secondari come Alidoro o Melampo, tutti ovviamente presentati in maniera più oscura e realistica rispetto all’opera originale. Un aspetto interessante è il ruolo svolto nel gioco dalle bugie: all’inizio dell’avventura apprendiamo che “i burattini non possono mentire”, essendo, per l’appunto, automi, mentre la menzogna è cosa squisitamente umana. Con il progredire della trama Pinocchio, un automa diverso dagli altri, deve più volte scegliere se dire la verità o mentire, ma si tratta quasi sempre di bugie a fin di bene, dettate dall’altruismo; e sono proprio queste bugie che, a lungo andare, permettono al burattino di diventare un ragazzo, rovesciando quindi le premesse educative del romanzo. Inoltre, proprio come nel film di Del Toro, anche in “Lies of P” Geppetto decide di creare il burattino dopo la morte del figlio, anche qui chiamato Carlo. Nel gioco, tuttavia, la figura del padre-demiurgo ha tratti decisamente più negativi rispetto alla storia di Collodi e alla maggior parte dei suoi adattamenti, e sarà proprio la ribellione contro la sua autorità a determinare la conclusione della vicenda.

Anche nel XXI secolo, quindi, la storia di Pinocchio può vantare numerose e variegate rivisitazioni e adattamenti. L’opera di Collodi, scrive Agamben, “non è una fiaba, non è un romanzo, non è punto ascrivibile ad alcun genere letterario”; ma, a ben osservare le sue interpretazioni passate e contemporanee, essa appare sospesa anche tra libro per l’infanzia e storia dell’orrore, tra regno dei vivi e regno dei morti, tra messaggio pedagogico e gusto della ribellione (del resto, senza bugie e disubbidienza Pinocchio non avrebbe vissuto nessuna delle sue avventure). Una simile ambivalenza e apertura all’interpretazione rende “Le avventure di Pinocchio” un’opera attuale nel mondo complesso, labirintico e contraddittorio di oggi, in cui sempre più spesso possiamo avere l’impressione che non ci sia un’unica verità. Mi pare calzante, qui, un’altra citazione dal libro di Giorgio Agamben: “La verità non è un assioma fissato una volta per tutte: cresce e diminuisce […] insieme alla vita, al punto di diventare sempre più ingombrante e difficile per chi vi aderisce senza riserve, come il naso di Pinocchio, appunto.” Con questo non voglio certo affermare che la verità non esista, né sia un concetto relativo o puramente soggettivo; anzi, in un mondo dominato dall’informazione, spesso cangiante, virtuale e riscrivibile all’infinito, a cui fanno da contraltare idee e opinioni sempre più rigide, dogmatiche e uniformi (con le ormai proverbiali “bolle” ideologiche e informative), la scelta tra vero e falso, tra bene e male può metterci in difficoltà e lasciarci smarriti, quasi fossimo anche noi dei burattini ingenui e sprovveduti, gettati in un mondo pieno di insidie e di persone pronte a darci cattivi consigli. Per fortuna, grazie alla storia – anzi, alle storie, ormai – di Pinocchio, possiamo orientarci meglio tra le infinite bugie, presunte verità e contraddizioni del contemporaneo, imparando a riconoscere inganni e pericoli e a smascherare i bugiardi, così che alla fine possiamo anche noi diventare, come il personaggio creato quasi 150 anni fa da Carlo Collodi, un po’ più umani e un po’ meno burattini.

Tomasz Skocki è docente di lingua e letteratura italiana presso il Dipartimento di Italianistica dell’Università di Varsavia. Nelle sue ricerche e pubblicazioni si è occupato di letteratura coloniale e postcoloniale italiana, dei romanzi di Umberto Eco, della fantascienza e delle tematiche (post)apocalittiche, distopiche e ucroniche nella narrativa contemporanea. Ha curato, con Alessandro Baldacci e Anna Brysiak, tre volumi dedicati ai motivi apocalittici nella letteratura e cultura del XX e XXI secolo: “Narrazioni della fine” (“Nuova Corrente” 163, 2019), “Il futuro della fine” (Peter Lang, 2020) e “Variazioni sull’apocalisse” (Peter Lang, 2021); ha anche curato raccolte di saggi dedicate all’opera di Stanisław Lem (“IF” 28, 2022) e, insieme a Carlo Pagetti, ai temi della storia alternativa (“ContactZone” 1/2025). Attualmente collabora con il gruppo TRAME (Team di Ricerca su Alterità, Marginalità ed Emergenze) dell’Universitas Mercatorum di Roma, il cui primo progetto, in occasione del bicentenario della nascita di Carlo Collodi, è il convegno “L’altro Pinocchio”, che si svolgerà a ottobre 2026.