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Riviste femminili, specchio della condizione della donna

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Vivo in Italia già da tre anni e questo mi aiuta a cogliere alcune differenze culturali. Non è il classico discorso sugli uomini italiani donnaioli, o su il loro modo di fare e di corteggiare. Un paese mediterraneo come l’Italia è impossibile da paragonare alla Polonia slava, ma si può comunque registrare la grande differenza sul ruolo della donna nella società. E ho deciso di approfondire questo tema nella mia tesi di laurea triennale all’università di Bologna. Ho analizzato e studiato il contesto femminile tramite tre testate giornalistiche italiane: “Lidel” edizione del 15 gennaio 1927, “Grazia” edizione del 2 febbraio 1939, “La domenica della donna” edizione del 26 giugno 1949; e tre polacche: “Bluszcz” edizione del 5 giugno 1926, “Moja przyjaciółka” edizione del 25 giugno 1939 e “Przyjaciółka” edizione del 30 gennaio 1949. Volevo capire a fondo, attraverso una ricerca storica, da dove provengono queste differenze.

Al giorno d’oggi Polonia e Italia sono vicine più che mai, e rappresentano importanti paesi dell’Unione Europa. Invece nel periodo tra gli anni 20-40 del XX secolo l’Italia e la Polonia vivevano due situazioni completamente differenti. Anche la condizione delle donne era diversa, un ottimo esempio è il diritto di voto: le polacche possono votare dal 1918, mentre le italiane dal 1946.

In Italia prevale da sempre la cultura patriarcale, tipica del mediterraneo. In Polonia, invece, il ruolo della donna è opposto: la donna è stata da sempre una figura importante nella società. Anche l’odiato comunismo polacco stimolava le donne all’emancipazione e al lavoro, mentre all’opposto il fascismo spingeva le donne ad essere soprattutto le mamme di futuri fascisti.

Ma da dove vengono queste differenze sul ruolo della donna?

Ho iniziato la mia analisi da due periodici: “Bluszcz”, uno di primi giornali per donne in Polonia e “Lidel”, senza dubbio il suo equivalente italiano. Perché? Oltre al fatto che tutti e due cominciano ad avere una certa importanza giornalistica intorno agli anni Venti del secolo scorso, entrambi trattano le loro lettrici come casalinghe, potente target delle pubblicità, mantenendo al contempo un buon livello letterario. Dopo aver analizzato le riviste, ritengo che nonostante la ricchezza delle nobil donne italiane negli anni Venti (di cui parla “Lidel”), “Bluszcz” offra un contenuto più elevato e di maggior rispetto verso la donna. Sembra quasi che le donne polacche di quegli anni, nonostante le più umili condizioni economiche, non mostrino interesse solo verso la cura del proprio copro, della casa e del marito. Ma ambiscano ad avere una vera istruzione ed essere informate sulla politica, sulla situazione del proprio paese e soprattutto sull’emancipazione femminile. Temi che in “Lidel”, occupano poco spazio poiché la maggior parte delle pagine viene dedicata a gossip mondani, pubblicità, consigli su bellezza e moda.

La stessa tendenza si può notare paragonando “Moja przyjaciółka” e “Grazia” del 1939. “Grazia” si rivolge alle casalinghe o a giovani fanciulle ma senza offrire loro nessun contenuto pratico, non tratta dei problemi delle donne, di psicologia, e neppure consiglia su come mantenere la casa. Offre piuttosto alle proprie lettrici articoli sostanzialmente ingenui ad esempio: Come avere un vero sorriso? “Non il sorriso in serie di Hollywood, non il sorriso a freddo delle commesse che vi invitano ad acquistare ma il vero sorriso che parte dal cuore, caldo e spontaneo: questo deve essere il vostro sorriso”. Invece in “Moja Przyjaciłółka” la maggior parte dei testi tratta delle donne lavoratrici, degli eventi delle organizzazioni femminili, di libri, d’arte, ma anche dei lavori a maglia, dell’educazione dei bambini e delle ricette. “Przyjaciółka” e “La domenica della donna” sono un’altra occasione di paragone tra Polonia e Italia. Entrambi i periodici nascono negli anni 1948-1949 e sono dei popolari settimanali femminili di otto pagine. In entrambe le pubblicazioni non ci sono molti articoli di alto livello, ma le differenze si notano lo stesso. “La domenica della donna” non tratta minimamente il tema dell’emancipazione delle donne e come gli altri giornali italiani precedentemente citati non ha dei testi di valore letterario. In “Przyjaciółka” non mancano invece gli articoli di stampo femminista, culturali e seri, anche se non è una rivista libera, la propaganda comunista è ostentata.

Comunemente sappiamo che i giornali spesso rispecchiano il livello dei propri lettori oltre ad essere un mezzo fondamentale della comunicazione. Nella mia tesi attraverso l’analisi dei periodici ho scoperto che fin dagli anni Venti le donne polacche erano più emancipate e libere rispetto alle donne italiane, anche se nella vita quotidiana di polacche e italiane c’erano molte cose in comune come la cura per la casa e per se stesse e l’interesse per la moda e la cucina. Uguale come al giorno d’oggi anche novanta anni fa le donne volevano essere belle. Volevano piacere agli uomini, cucinavano il cavolfiore e mettevano il rossetto. Ritengo che nel progettare un giornale per le donne si dovrebbe innanzi tutto fare una scala di priorità tematiche. Come dev’essere un giornale per le donne? É soltanto un passatempo o dovrebbe contenere qualche “idea importante”? É solo una rivista ingenua, carta straccia dedicata alle casalinghe o un’importante testimonianza di un quadro sociologico dei tempi nei quali il giornale viene stampato? Provando a rispondere a queste domande sono convinta che i giornali femminili dovrebbero sempre più trattare temi importanti per le donne, e soprattutto rispettare le lettrici, considerandole come persone e non solo come oggetti di bellezza. Con dispiacere noto invece la tendenza delle riviste femminili ad inserire sempre meno contenuti di valore intellettuale. Dalla mia ricerca ho capito che le differenze culturali che mi colpiscono come polacca che vive in Italia provengono anche dalla storia, ovvero le donne italiane si sono emancipate molto più tardi rispetto alle donne polacche. Ancora oggi noto molte differenze sociali come la mancanza in concreto di eguaglianza di diritti tra uomini e donne oltre ad un diffuso maschilismo. Non posso che augurarmi che il futuro riservi a tutte le donne del mondo uno status migliore dell’attuale, magari rispecchiato da riviste femminili di alta qualità. Perché citando Oriana Fallaci:

“La rivoluzione più grande è, in un Paese, quella che cambia le donne e il loro sistema di vita. Non si può fare la rivoluzione senza le donne. Forse le donne sono fisicamente più deboli ma moralmente hanno una forza cento volte più grande.”

Vigilia al cinese o rigorose tradizioni? Il groviglio natalizio tra Polonia e Italia

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Tra le tante affinità che notiamo tra italiani e polacchi, una cosa che invece ci distingue nettamente è il modo di celebrare le due feste cattoliche più importanti: Natale e Pasqua. Di questa seconda, non ne parliamo neanche, perché mentre noi polacchi solennemente decoriamo i cestini riempiti di vari ingredienti da benedire, cuciniamo żurek (tipica zuppa polacca fatta dalla fermentazione della farina) e dipingiamo con vari metodi le uova sode, gli italiani organizzano al massimo una grigliata fuori città.

Il Natale invece lungo la Penisola è, senza ombra di dubbio, celebrato con serietà ma diversamente rispetto alla Polonia. Ai miei amici italiani spiego spesso le tante tradizioni complicate della Vigilia che si ripetono invariabilmente tutti gli anni nelle case di 40 milioni polacchi. D’un fiato cito tutti gli esempi: l’inizio della cena con la prima stella in cielo, i dodici pasti, l’ostia, la paglia sotto la tovaglia, un posto in più apparecchiato per un viandante disperso, il repertorio delle canzoni natalizie conosciute da tutti fin da bambini… Potrei andare avanti ancora a lungo ma i miei amici italiani, sorpresi da tutte queste usanze, stanno già guardandomi con gli occhi spalancati. Non scorderò mai quando ho chiesto ad un’amica di Padova che cosa faceva per la Vigilia e lei mi rispose: “Vado a mangiare al cinese con il mio ragazzo” provocandomi un mezzo attacco cardiaco! Le nostre usanze natalizie polacche sono abbastanza omogenee nel Paese mentre in Italia cambiano come il dialetto (ogni tre chilometri!).

La Vigilia è un po’ meno importante in Italia perché nella Patria di Dante con molta serietà si organizza il pranzo del 25 dicembre. Nel Lazio non può mancare il capitone e in Calabria la frittura di carciofi e zeppole. Generalmente, al contrario dalla nostra universale carpa e crauti, in Italia possiamo mangiare tortellini, lasagne, pollo arrosto, agnello, tartufi e tante altre cose che cambiano quasi di casa in casa. Secondo un mio amico il motivo per cui si dà più importanza al pranzo natalizio che alla Vigilia, è dovuto al fatto che abitualmente queste feste coinvolgono nella preparazione nonne e zie di non prima giovinezza. Per rispetto per la loro età invece di organizzare una cena che durerà fino a tardi è meglio celebrare insieme il pranzo.

Un’altra differenza è quella di chi porta i regali ai bambini. Mentre in Italia i principali donatori di regali sono Babbo Natale e la Befana, in tutta la Polonia invece il 6 dicembre per tutti bambini arriva Babbo Natale-San Nicolò, che a quelli bravi porta i regali, mentre a quelli cattivi la verga. Le usanze sono diverse anche se parliamo dei regali sotto l’albero di Natale. Anni di regime comunista hanno spinto a convincere i bambini polacchi che i doni natalizi li porta “Nonno Gelo”, inventato in Russia perché il suo equivalente polacco “Il piccolo Gesù” in Unione Sovietica suonava troppo religioso. Ma anche in Italia ci sono aspetti natalizi che uniscono tutti: il presepe, spesso bellissimo e dettagliatissimo, e il panettone, anche se in competizione storica con il pandoro, che possiamo comprare fin da novembre impacchettati negli enormi cartoni che creano piccole piramidi nei negozi. Mentre il Natale (ma intendo anche la Vigilia) in Polonia è più coeso, abbastanza monotono, con variazioni meramente cosmetiche, in Italia troviamo un groviglio di usanze, tradizioni e modi di celebrarlo. È bello essere diversi, ma io sono contenta di poter condividere gli stessi sapori, il profumo dei funghi secchi, il gusto di bevanda alla frutta secca e l’imbarazzo intimidito di scambiare gli auguri con l’ostia con tutti i polacchi. Gli italiani possono invece apprezzare il fatto che le loro tradizioni sono uniche e in un certo modo intime per ogni regione, città e famiglia.

Il Pranzo di Natale nel Bel Paese

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L’Italia è il paese delle culture. Ogni regione, anzi ogni città, è fiera del suo modo di vivere, del suo dialetto che spesso è una vera lingua, della sua cucina, delle sue tradizioni. È questo che rende straordinario e unico il Bel Paese, l’incredibile ricchezza culturale e di stili di vita che vengono vissuti con orgoglio e sfida.

Dall’Italia dei Comuni, dal Rinascimento fino ad oggi le città della penisola, divise tra Ducati, Repubbliche Marinare e Stati, più che sfidarsi con le armi e con gli eserciti crearono una sorta di contesa del benessere e del lusso. La gara da vincere era quella di avere a corte i migliori artisti, i migliori cuochi, i migliori poeti, sarti, scultori. Questa è la fortunata scelta che ha fatto dell’Italia il paese che ha prodotto il maggior numero di opere d’arte al mondo, ma anche quello in cui la cucina è una religione e la sfida, oggi incarnata dal calcio, una guerra. Un mondo variegato che chi si reca in Italia tocca con mano, basta spostarsi di città in città, distanti solo qualche decina di chilometri, e cambiano le ricette l’accento del parlare, usanze e tradizioni. Ma è proprio questa enorme varietà che rende l’Italia unica, un paese unificato dalle sue culture diverse ma assolutamente contigue e correlate tra loro.

E così di conseguenza a chiedere qual è il piatto, il vino, il formaggio che rappresenta l’Italia succede un putiferio, ogni italiano risponderà ricorrendo alla sua tradizione cittadina o regionale. Così è anche per il pranzo di Natale che ogni regione, ogni città, ogni famiglia declina in modo diverso. Qui, grazie alla disponibilità di amici cuochi e appassionati di cucina e tradizioni, abbiamo tentato un’impresa titanica quanto rischiosa, ovvero rendervi un quadro italiano, regione per regione, dei diversi menù natalizi suddivisi in: antipasto, prima portata, seconda e dolce. Una lista sintetica di quattro portate che sappiamo essere arricchita da pietanze e bevande che a Natale sulle tavole italiane, senza limiti di confini regionali, abbondano tra cui frutta secca, dolci fatti in casa, ottimi vini, bianchi, rossi, spumanti e prosecco, pandori,  panettoni e mandorlati.

La lista dei menù natalizi è un gioco che vi invitiamo a prendere assolutamente con le pinze, perché sappiamo già che qualsiasi italiano guardando questa mappa dirà: “No, da noi non si mangia così!”. 

È l’insostenibile bellezza delle diversità d’Italia, buona lettura e buon pranzo di Natale!

A – antipasto/przystawka

P – primo/pierwsze danie

S – secondo/drugie danie

D – dolce/deser

Lombardia

A: nervetti cipolla e prezzemolo/siekana wołowina lub wieprzowina z cebulką i pietruszką
P: risotto alla milanese/risotto z dodatkiem szafranu
S: faraona ripiena/nadziewana perliczka
D: panettone con crema di mascarpone/suche ciasto podobne do babki z serkiem mascarpone

Toscana/Toskania

A: crostini di fegatini/grzanki z wątróbką
P: ribollita o pappa al pomodoro/ gęsta zupa warzywna lub pomidorowa
S: roastbeef e patate arrosto/rostbef z pieczonymi ziemniakami
D: schiacciata alla fiorentina/słodkie ciasto o aromacie pomarańczowo-waniliowym

Veneto/Wenecja Euganejska

A: baccalà mantecato e polentina/suszony i solony dorsz oraz kukurydziana kasza z przyprawami
P: capellini d’angelo Benedetto Cavalieri in brodetto di gò (pesce) e verdurine/cienki makaron typu nitki Benedetto Cavalieri w rosole rybnym podawany z warzywami
S: cappone di mare al forno con purèe di sedano rapa/kapłon z pieca podany z purée z selera i rzepy
D: panettone artigianale con salsa alla vaniglia/babka z bakaliami polana sosem waniliowym

Friuli-Venezia Giulia/Friuli-Wenecja Julijska

A: affettati, sottaceti, formaggi/deska wędlin i serów, marynowane warzywa
P: rotolo di spinaci con pasta dei gnocchi/rolada na bazie makaronu nadziewana szpinakiem z gnocchi (rodzaj włoskich klusek)
S: vitello arrosto (con il sugo si condisce il rotolo di spinaci), patate in tecia, piselli/pieczeń cielęca (sosem doprawia się szpinakowe rotolo), gotowane i podsmażone na smalcu i cebuli ziemniaki, groszek
D: presnitz e putizza/słodka roladka z nadzieniem orzechowym

Puglia/Apulia

A: antipasti vari (non di mare) all’italiana/różnorodne włoskie przystawki (bez owoców morza)
P: tortellini in brodo/tortellini w rosole
S: verdure della Murgia in brodo (tipo cardi), carne in brodo con contorno di sottolio e sottaceti, cotolette con contorno di funghi/warzywa i mięso z rosołu z warzywami w oleju lub piklami, kotlety z grzybkami
D: profiteroles/włoskie ptysie

Abruzzo/Abruzja

A: prosciutto crudo, salame, formaggio grana e provola/deska wędlin i salami, ser grana i provola
P: brodo con cardoni e polpette, lasagne/rosół z kałdunami i pulpecikami, lasagne
S: carne mista e salsicce di vitello/mięsa różnego typu i kiełbaski cielęce
D: tiramisù

Piemonte/Piemont

A: vitello tonnato, acciughe al verde, peperoni con bagna cauda/ wołowina na zimno w kremowym sosie, zielone anchois, papryczki z sosem z czosnku i anchois
P: agnolotti (ripieni di arrosto di vitello o maiale), salame cotto e verza tritati, noce moscata e parmigiano al sugo di arrosto/włoskie pierożki ravioli z wołowiną lub cielęciną, gotowane salami i siekana kapusta z gałką muszkatołową i parmezanem w sosie pieczeniowym
S: arrosto di vitello o brasato al barolo con contorno di patate arrosto/ pieczeń cielęca lub wieprzowina w winie Barolo z opiekanymi ziemniakami
D: panettone

Trentino Alto-Adige/Trydent-Górna Adyga

A: testina di vitello all’agro/cielęcina na słono
P: minestra di lenticchie con speck/zupa z soczewicy z boczkiem
S: rosticciata del signore/ziemniaki gotowane, przysmażone z mięsem cielęcym i cebulką, zapiekane w piecu, z podsmażonym boczkiem
D: Käsekuchen/sernik

Emilia Romagna/Emilia Romania

A: salumi di suino nero/deska wędlin z czarnej wieprzowiny
P: tortelli di carote, tagliatelle con crema di broccoli e di salame/pierożki nadziewane marchewką, makaron tagliatelle z kremem z brokułów i wędlin
S: coppa arrosto con cipolle in agrodolce e patate al forno/pieczona wieprzowina z cebulą w sosie słodko-kwaśnym i ziemniaki z pieca
D: creme brulè all’anice stellato/anyżkowy creme brulè

Campania/Kampania

A: alici marinate/marynowane sardynki
P: spaghetti con le vongole con l’insalata di rinforzo/spaghetti z małżami podawane z sałatką na bazie brokułów, papryki, kukurydzy i kaparów
S: fritto alla napoletana con patate al forno/smażone mięso w panierce z pieczonymi ziemniakami
D: struffoli/typowe słodkości świąteczne z miodem i pastą migdałową

Molise

A: baccalà/dorsz
P: lasagne o maccheroni con ragù/lasagne lub makaron w kształcie małych rurek z sosem mięsno-pomidorowym
S: arrosto di carne di agnello/pieczeń jagnięca
D: scroppelle, ciambelle fritte/ciasteczka miodowe, oponki

Sicilia/Sycylia 

A: noccioline spizzicate/orzeszki w karmelu
P: lasagne con besciamella/lasagne z sosem beszamelowym
S: involtini, falso magro, spigola o orata al cartoccio con insalata mista, verdure cotte, patate al forno/roladki, nadziewana pieczona wołowina, zapiekana ryba strzępielowata lub dorata podana z sałatką warzywną, gotowane warzywa, pieczone ziemniaki
D: macedonia, cannoli siciliani, cassatelle di Sant’Agata catanesi/sałatka owocowa, słodkie rurki z serem ricotta lub słodkość z pistacjami i migdałami, polana lukrem i udekorowana kandyzowaną wisienką

Sardegna/Sardynia

A: salumi, cinghiale, sott’olio/deska wędlin, dziczyzna, marynowane warzywa
P: culungiones, malloreddus/specjalny makaron, ravioli z serem ricotta
S: agnello, porceddu / jagnięcina, pieczone prosię
D: pardole, amaretti, seadas (raviolo di formaggio e miele)/pierożki z miodem i serem na słodko

Calabria/Kalabria

A: stoccafisso alla ghiotta/sztokfisz z rodzynkami, oliwkami i kaparami podawany z ziemniakami
P: lasagne piccanti (capperi, pancetta, pecorino)/pikantne lasagne (z kaparami, boczkiem, serem typu pecorino)
S: costine d’agnello alla calabrese con peperoni gratinati al forno/ baranie żeberka z pieprzem zapiekane w piecu
D: zeppole/smażone słodkości z kremem patissiere

Valle d’Aosta/Dolina Aosty

A: affettati valdostani, mocetta, buden, lardo d’Arnad e prosciutti tipici/ półmisek regionalnych wędlin, m.in. mocetta, buden, boczek d’Arnad
P: zuppa Valpellinentze con cavolo pane e fontina/zupa na bazie kapusty, chleba i sera fontina
S: polenta concia o carbonata/warstwy polenty pieczone w piecu z grubymi plastrami sera fontina, tworzącymi na wierzchu złotą, chrupiącą skorupkę lub delikatne mięso wołowe gotowane w winie z warzywami
D: torta Monte Bianco, gelato misto ricoperto di miele cioccolata calda e panna/tort Monte Bianco, różne smaki lodów polane miodem, ciepłą czekoladą i bitą śmietaną

Liguria

A: crostini con crema di besciamella, gorgonzola e noci/grzanki z sosem beszamelowym z dodatkiem sera gorgonzola i orzechów
P: panzerotti di ricotta e spinaci col sugo di noci/duży pieróg z ricottą, szpinakiem i sosem orzechowym, smażony na głębokim oleju
S: cima genovese/żołądek cielęcy nadziewany jajkami i warzywami
D: pandolce genovese/płaska babka bez dodatku drożdży

Basilicata/Bazylikata

A: puparul crusc/czerwone suszone papryczki, używane też do przyprawienia dorsza
P: lagane e fagioli/makaron domowy typu tagliatelle, bardzo cienki i krótki, niekiedy nadziewany anchois, okruszkami chleba lub papryczkami
S: anguilla e baccalà/węgorz i dorsz
D: frittelline e panzerotti/małe pączki z ciasta do pizzy w formie talarków, podawane z cukrem i miodem, smażone pierożki wypełnione kremem kasztanowym

Umbria

A: tagliere di salumi umbri e crostini con patè di fegato/deska regionalnych wędlin i grzanki z pasztetem z wątróbek
P: pappardelle al ragù bianco di cinghiale/makaron z białym sosem z dziczyzny
S: bollito misto in salsa verde e coniglio farcito all’assisana con misto di verdure al forno/gotowane mięso w zielonym sosie i królik nadziewany z pieczonymi warzywami
D: panpepato e torciglione serpentello di pasta dolce con mandorle / włoski piernik i zawijaniec z migdałami

Marche

A: olive ascolane, tartufi e formaggio di fossa/ nadziewane smażone oliwki, trufle, ser fossa
P: maccheroncini di Campofilone in sugo, cappelletti in brodo di carne/ makaron Campofilone w sosie, rosół z mięsnymi uszkami
S: Vincisgrassi e cappone arrosto/ pieczony makaron z mięsem z dodatkiem grzybów i pieczony kapłon
D: Pizza de Nata’ e il fristingo/ciasto z suszonymi owocami, czekoladą, startą skórką limonki i pomarańczy, figami i cukrem

Il grammelot di Dario Fo

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Nel 1969 con “Mistero buffo” il futuro premio Nobel per la letteratura Dario Fo metteva in scena uno spettacolo recitato in una lingua mescidata che univa, contaminandoli e fondendoli, diversi dialetti lombardo-veneto-friulani con la sua personale memoria della lingua dei giullari medievali. Il testo, pubblicato per la prima volta nello stesso anno a Cremona, con il sottotitolo di “Giullarata popolare in lingua padana del ‘400”, in realtà introduceva nella storia del teatro e della lingua italiana non una ripresa del padano tardo medievale, bensì quello che lo stesso Fo chiamò grammelot, cioè un discorso completamente agrammaticale e asemantico, eppure fortemente comunicativo nella sua realizzazione scenica, reso tale grazie alle doti mimiche e vocali dell’attore, costruito sulla imitazione della cadenza e della sonorità di una lingua o di un dialetto, che va a realizzare un discorso, senza però articolare frasi di senso compiuto.

Un linguaggio scenico, dunque, che non si fonda sull’articolazione in parole, ma riproduce alcune proprietà del sistema fonetico di una determinata lingua o varietà, come l’intonazione, il ritmo, le sonorità, le cadenze, la presenza di particolari foni, e le ricompone in un flusso continuo, che assomiglia a un discorso e invece consiste in una rapida e arbitraria sequenza di suoni: non solo, essendo dotato di una forte componente espressiva mimico-gestuale che l’attore esegue parallelamente alla vocalità, l’attribuzione di senso a un brano di grammelot è perciò resa possibile dall’interazione tra i due livelli che lo compongono, quello sonoro e quello gestuale.

Certamente se prodromi ed esempi di quello che oggi chiameremmo gramelot sono rinvenibili pure in precedenza nel teatro popolare europeo ma anche nel cinema, come nello straordinario monologo di Adenoid Hynkel nel film “Il grande dittatore” di Charlie Chaplin, in Italia la parola però comincia ad essere testimoniata solo dopo il successo di “Mistero buffo”, nonostante lo stesso Fo abbia amato costruire una leggendaria origine storica di questa tecnica recitativa, facendo passare la vulgata che questo artificio fosse utilizzato da giullari, attori itineranti e compagnie di comici della commedia dell’arte già in epoca tardo medievale, quando questi professionisti dello spettacolo sarebbero stati indotti a recitare usando intrecci di lingue e dialetti diversi miste a parole inventate, affidando alla gestualità e alla mimica quel tessuto connettivo che rendeva la comunicazione possibile a prescindere dalla lingua parlata dal loro uditorio.

Ma in verità, progettando il suo “Mistero buffo”, aveva con ogni evidenza invece in mente ed evocava le narrazioni di quei fabulatori contadini che aveva avuto la fortuna di udire ed ammirare durante la sua infanzia, piegando inoltre chiaramente la sua scelta linguistico-teatrale verso un ben orientato senso ideologico, volto a valorizzare il recupero di una cultura popolare allora già in via di estinzione.

In effetti affascina il mito di queste immaginarie compagnie teatrali sempre in viaggio, che, muovendosi per l’Europa, senza poter fare affidamento su lingue franche per farsi intendere, oppure sulla conoscenza di lingue straniere da parte del pubblico, per la comunicazione non potevano che basarsi su lingue che il sito unaparolaalgiorno.it definisce “chimeriche, intrecci fra dialetti”, ipotizzando il grammelot come uno strumento capace di superare qualunque difficoltà di comprensione, pur possedendo una base linguistica al discorso e denotando la provenienza geografica del personaggio in scena. Ma anche il termine stesso grammelot o gramelot, che parrebbe una voce presa in prestito dal francese, è in realtà pure esso di origine imitativa e forse derivata dal veneziano: pensato come strumento recitativo, col suo assemblamento di suoni, onomatopee, parole e foni privi di significato in un discorso, ha trovato comunque nelle capacità gestuali di Fo la perfetta quadratura.

In “Mistero buffo” è soprattutto nella parte intitolata “La fame dello Zanni” che Dario Fo oltrepassa la mescidanza dialettale per raccontare in una lingua inventata, e soltanto risonante delle cadenze dialettali, la fame onnivora di un contadino inurbato nella Venezia del Cinquecento, Zanni, appunto: un povero che preso dalla fame si addormenta e sogna di mangiare qualsiasi cosa, immaginando di possedere tre pentoloni nei quali cucinar polenta, cinghiale e verdure; ma poi, non ancora sazio, di iniziare a mangiarsi parti del suo stesso corpo, lasciandosi alla fine solo la bocca a masticare; per poi svegliarsi e capire drammaticamente che si trattava solo di un sogno, disperandosi prima, per infine, sempre in preda ai morsi della fame, gratificarsi e saziarsi catturando e mangiando di gusto una mosca che lo stava infastidendo.

Ma a rendere efficace il grammelot serve un grande interprete, come appunto Dario Fo, capace di improvvisare un grammelot, con il quale lo spettatore si accorge di aver capito tutto, pur senza aver capito nulla. E sulla sua scia, anche un istrionico cantante come Adriano Celentano ha lasciato un esempio di grammelot musicale, imitando i suoni dell’inglese cantando nel 1972 la sua “Prisencolinensinainciusol”.

Le emozioni nostre alleate

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“Abbiamo due menti, una che pensa, l’altra che sente.
Queste due modalità della conoscenza,
così fondamentalmente diverse,
interagiscono per costruire la nostra vita mentale.”
(Daniel Goleman)

Dott.ssa Virginia Patrizi

Le emozioni accompagnano diversi momenti della nostra esistenza. A volte però vengono vissute come difficili, negative, complicate da affrontare e da gestire. La vita ci pone davanti a prove,  imprevisti spesso complessi che hanno necessariamente un impatto a livello emotivo. Riconoscere le emozioni e saperle governare permette di gestire al meglio la propria vita. In psicologia, le emozioni sono generalmente definite come uno stato complesso che si traduce in cambiamenti fisici e psicologici che influenzano il pensiero e il comportamento (L. Mecacci 2001). Sono il segnale che si è verificato un cambiamento, nel mondo interno o esterno, percepito soggettivamente come saliente. Le emozioni sono un costrutto multicomponenziale. È possibile infatti rintracciare la componente cognitiva  da parte dell’individuo circa l’antecedente emotigeno, la componente fisiologica dell’organismo (ad esempio, variazione della frequenza cardiaca, sudorazione, pallore, etc.), le espressioni verbali (il lessico emotivo) e non verbali (postura, espressioni facciali, gesti, etc.), la tendenza all’azione ed infine il comportamento vero e proprio, finalizzato a mantenere o modificare il rapporto tra individuo e ambiente in un dato momento (Scherer1984).

Perché proviamo emozioni e perché è così importante saperle decifrare? Le emozioni non devono essere confuse con i “sentimenti” e gli “stati d’animo”. Le emozioni sono caratterizzate da reazioni affettive intense, con insorgenza acuta e di breve durata determinate da uno stimolo interno o esterno. Mentre i sentimenti e gli stati d’animo presentano un’insorgenza meno acuta e tendono ad essere più durevoli nel tempo (Gordon 1985).

Inoltre le emozioni possono essere distinte in: emozioni primarie ed emozioni secondarie (Silvian Tomkins 1962, 1970).
Le emozioni primarie sono emozioni innate e sono presenti in ogni popolazione, per questo sono definite primarie ovvero universali. Le emozioni secondarie, invece, originano dalla combinazione delle emozioni primarie e si sviluppano con la crescita dell’individuo, con l’interazione sociale  (Legrenzi, 1994). Non solo, la loro percezione e manifestazione è largamente influenzata dalla Cultura di riferimento.

Quali sono quindi le emozioni primarie o universali?
Secondo Ekman e Izard possono essere classificate come segue:

  1. rabbia, generata dalla frustrazione, può manifestarsi attraverso l’aggressività;
  2. paura, risposta innata ad un pericolo che ha come obiettivo la sopravvivenza del soggetto ad una situazione pericolosa;
  3. tristezza, si manifesta a seguito di una perdita o da un scopo non raggiunto;
  4. gioia, stato d’animo positivo di chi ritiene soddisfatti i propri desideri;
  5. sorpresa, origina da un evento inaspettato, seguito da paura o gioia;
  6. disprezzo, mancanza di stima e/o rifiuto verso persone o cose;
  7. disgusto, risposta repulsiva caratterizzata da un’espressione facciale specifica.

Tra le emozioni complesse è possibile considerare: allegria, invidia, vergogna, ansia, noia, rassegnazione, gelosia, speranza, perdono, offesa, nostalgia, rimorso, delusione, sollievo  (Ekman 2008; Izard 1991).

Spesso, quando ci si riferisce alle emozioni, si tende a distinguere tra emozioni positive ed emozioni negative. Questa visione è di per sè fuorviante perché induce a pensare che esistano emozioni “giuste” ed emozioni “sbagliate”. Tale convinzione innesca un meccanismo di repressione che porta ad inibire le emozioni considerate negative. È importante invece considerare che le emozioni possono essere adeguate ad una situazione specifica o possono non esserlo, possono essere piacevoli o spiacevoli ma non sono sbagliate o negative.

Ma cosa succede quando reprimiamo le emozioni?

Secondo Freud “Le emozioni represse non muoiono mai. Sono sepolte vive e prima o poi usciranno nel peggiore dei modi.”

La mente e il corpo costituiscono un’unità, non è quindi insolito che le emozioni represse finiscano per manifestarsi attraverso problemi psicosomatici.
Uno studio condotto presso l’Università di Aalto ha rivelato come la rabbia repressa, ad esempio, è associata al doppio del rischio di subire un infarto. È inoltre noto che lo stress innesca la produzione di cortisolo, un ormone che genera processi infiammatori che risultano dannosi per le cellule del nostro corpo e che possono quindi innescare gravi malattie.

Le persone che hanno la tendenza a reprimere le loro emozioni reagiscono con una maggiore eccitazione fisiologica alle situazioni difficili rispetto alle persone che soffrono di ansia, come infatti emerso in uno studio classico condotto presso la Stanford University.

Dunque, quali sono le funzioni delle emozioni?

Le emozioni hanno un ruolo fondamentale a livello evolutivo e sono indispensabili per la sopravvivenza fisica e psicologica: servono a proteggerci, a riconoscere i pericoli e a difenderci da essi. Sono degli importanti indicatori, ci segnalano come stiamo e se stiamo raggiungendo gli obiettivi che ci siamo prefissati. Ci indicano se siamo soddisfatti o se abbiamo bisogno di un cambiamento nella nostra vita.
Tutte le emozioni sono quindi utili ed indispensabili. Senza paura per esempio non ci fermeremmo al semaforo rosso, senza la tristezza non riusciremmo ad elaborare i lutti e le perdite della nostra vita, ecc.

Quando però viviamo un’emozione troppo intensamente o quando non riusciamo a riconoscerla e decifrarla, corriamo il rischio che questa si rivolti contro di noi. Fattori culturali inoltre possono incidere sulla nostra capacità di riconoscere ed esprimere le emozioni.
Capita di sentir dire per esempio ai bambini di non piangere o di non arrabbiarsi. Questo modo di agire fa sì che alcune persone in età adulta non siano in grado di gestire i loro stati emotivi e quindi tendano a reprimerli.
Dire invece come ci sentiamo o come gli altri ci fanno sentire, senza timori, ci permette di sviluppare relazioni interpersonali più mature e autentiche, aiutandoci a stabilire dei limiti sani e necessari per il nostro benessere. Si tratta quindi di dire le cose nel modo giusto, ma anche di farlo al momento giusto.
Non c’è una regola prestabilita che definisca cosa determini o meno una corretta espressione emotiva. Tuttavia, esiste un principio guida, quello di esprimere le emozioni quando sentiamo il desiderio di farlo, quando si ha la sensazione che ne va del proprio benessere.
Saper esprimere le proprie emozioni al momento giusto, in maniera chiara e senza ferire gli altri è la chiave per raggiungere il proprio benessere psico-fisico.
Rendere le emozioni nostre alleate migliora la consapevolezza di sé, orienta le proprie scelte e migliora le relazioni interpersonali.

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Il film “Corpus Christi” nella lista dei candidati all’Oscar

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Lunedì l’American Film Academy ha annunciato che il film del regista polacco, Jan Komasa “Corpus Christi” è entrato nella lista dei dieci candidati per una nomination all’Oscar quale migliore film internazionale. Tra i concorrenti del film polacco ci sono il sudcoreano “Parasite”, lo spagnolo “Pain and Glow” e il senegalese “Uccelli dipinti”. Sono state comunicati anche le nomination per il miglior film documentario e per la migliore colonna sonora. Nel film “Corpus Christi” recitano Bartosz Bielenia, Zdzisław Wardyn, Tomasz Ziętek e altri ottimi attori. I film polacchi hanno ricevuto ripetutamente nomination agli Oscar nella categoria del miglior film non inglese. Nel 2014 una statuetta in questa categoria l’ha ricevuta “Ida” di Paweł Pawlikowski.

Vacanze da sogno a Reggio Calabria

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Questo è un luogo sacro, dove le onde greche vengono a cercare le latine, scriveva Giovanni Pascoli su Reggio di Calabria. In effetti la città di Rhegion, come la chiamavano nell’età antica, è stata fondata nel VIII secolo a.C. sul territorio che all’epoca apparteneva alla Magna Grecia ed era una delle sue più importanti città con un grande pregio artistico-culturale grazie alla scuola filosofica pitagorica e alle scuole di scultura e di poesia. Tutta la città di Reggio e il suo territorio metropolitano sono finora un parco archeologico a cielo aperto. Dalle evidenze archeologiche presenti in città come l’Ipogeo di Piazza Italia (antica Agorà di Reggio), le Mura Greche e le Terme Romane sul Lungomare Falcomatà, agli scavi dell’antica Locri Epizefiri e dell’antica Kaulon. Celebri anche due statue in bronzo di uomini greci, dette Bronzi di Riace, ritrovate dopo due millenni in fondo al mare e diventate subito un simbolo della città, adesso sono custodite al Museo nazionale della Magna Grecia.

È situata esattamente sulla punta dello “Stivale”, a nord riparata dalle pendici dell’Aspromonte e a sud bagnata dalle acque del Mar Ionio, accanto dello stretto di Messina dove gli studiosi collocano l’incontro di Ulisse con i mostri mitologici Scilla e Cariddi. Si trova inoltre nel centro esatto del Mediterraneo e gode di un suggestivo panorama sulla Sicilia e sull’Etna. Infatti, la Sicilia è a portata di mano a soli 20 minuti di aliscafo. Con un alloggio a Reggio in giornata si può fare una gita a Taormina, al Parco dell’Etna, a Messina o alle Isole Eolie. Però non è solo un posto ideale per gli amanti della storia e delle vacanze attive. La città offre anche una bellissima spiaggia gratuita in centro dove passare le giornate in pieno relax e di sera, sul lungomare, non mancano le discoteche o i concerti soprattutto nella stagione estiva. Grazie al clima mite ogni stagione è ideale per visitare la Calabria.

Dalla primavera all’autunno sarà un ottimo periodo per tutti quelli che amano trascorrere il tempo tra la spiaggia e il mare, l’inverno invece sarà perfetto per chi preferisce concentrarsi sulla scoperta degli itinerari turistici. Da non perdere inoltre le prelibatezze della regione come gli agrumi, l’olio d’oliva o il gelato artigianale che qui ha gusti che sicuramente non avete mai assaggiato. Un alloggio ideale per sfruttare a pieno la ricca offerta di questa magnifica località meridionale è la casa vacanze Mare Blus situata in pieno centro di Reggio e gestita da Grażyna Zagórska, una polacca che da oltre trent’anni abita in Calabria. “È un posto magico ed indimenticabile. Tutte le persone che vengono sono entusiaste perché trovano il silenzio e la tranquillità, sono a due passi dal mare e da tutti i monumenti della città. Ho ospiti da tutte le parti del mondo ma mi fa sempre piacere accogliere i turisti polacchi,” dice la signora Grażyna che ai suoi ospiti offre un monolocale con un letto matrimoniale (è possibile aggiungere un lettino per bambini) e due splendidi terrazzi con una vista meravigliosa sull’Etna. Sul terrazzo più piccolo, nella stagione estiva, è possibile dormire sul divano riparato da un tetto. Quello più grande invece è munito di un comodissimo gazebo dove si trova un ampio divano e un tavolo per otto persone. E si possono fare, previo accordo, anche piccole feste.

La casa vacanze si trova a soli 8 km dall’aeroporto, a 4 km dalla stazione centrale, a 5 min. dall’autostrada e a 10 minuti a piedi dal porto. Ad ogni ospite è offerta una deliziosa e abbondante colazione mediterranea. Inoltre la signora Grażyna è sempre disponibile a dare delle informazioni utili: come risparmiare sui biglietti, dove mangiare le migliori specialità calabresi oppure quali monumenti e musei meritano la visita. Non è finita qui! Chi vuole avere un ricordo memorabile delle vacanze può chiedere alla signora Grażyna una sessione fotografica in spiaggia o per le strade della città. La prenotazione si può fare sul sito ufficiale di Mare Blus oppure su booking.com. A richiesta è possibile un passaggio da e all’aeroporto/stazione.

CONTATTO:

Sito web: www.casavacanzamareblus.com

E-mail: grazynazagorska@yahoo.it

tel. 0039 3204252861

Booking.com: Casa Vacanze Mare Blues

Miele o malto: che differenza fa?

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L’arrivo della stagione fredda mi fa istintivamente pensare ad una tazza di tè caldo. A qualche biscotto da inzuppare. Oppure perché no, da appendere all’albero. Alle domeniche passate in casa a preparare qualcosa di buono per la settimana. Ai cibi più golosi e anche più calorici, gustati senza sensi di colpa perché “è inverno e devo proteggermi dal freddo”!

Il filo conduttore di tutte queste cose belle? Il miele. Da sciogliere nelle tisane, da aggiungere ai dolcetti, ma anche ai piatti salati per chi, come me, ama i contrasti di sapore. Non ne sono estremamente golosa, ma certo in alcune preparazioni è quel tocco in più che rende tutto speciale.

Poi ho scoperto l’esistenza di malto e sciroppi: d’orzo, di riso, di mais e frumento. E come al solito ho iniziato a farmi domande, a chiedermi quale fosse la differenza, perché preferire uno all’altro. 

Iniziamo dal miele: tutti sappiamo che è prodotto dalle api, ma come? Attraverso la trasformazione delle secrezioni dei fiori (nettare) e di alcuni insetti (melata), che sono succhiate dalle api operaie, sottoposte all’azione di alcuni enzimi prodotti dalle api stesse, e poi rigurgitate nelle celle precedentemente preparate. 

Per produrne un chilogrammo le api percorrono un totale di circa 150.000 chilometri per andare a raccogliere il polline dall’alveare ai fiori. Esse sono in grado di arrivare a coprire un’area che si estende fino a tre chilometri dall’alveare. Che fatica!

A questo duro lavoro si aggiunge l’intervento umano. Il miele viene estratto tramite centrifugazione, lasciato decantare e poi riposto nei vasetti. Il colore e le sue proprietà variano a seconda dei fiori da cui proviene il nettare, ma in tutti i casi i benefici sono molti: ricco di minerali (calcio, fosforo, potassio, sodio, ferro, magnesio, zinco, rame, fluoro, manganese e selenio), di vitamine del gruppo B, e anche di aminoacidi.

Le sue proprietà sembrano essere tante, anche se è difficile capire quali siano reali, e quali invece basate solo su credenze popolari. Generalmente è considerato antinfiammatorio, sedativo, rinvigorente, antisettico e antibatterico, e quindi molto utilizzato come cura ai malanni di stagione.

E quindi, viene da chiedersi, dove può essere il problema? Come sempre nel commercio su vasta scala, che porta a metodi di produzione invasivi e spesso dannosi. Sicuramente poco rispettosi delle api, che non producono il miele per puro divertimento, ma per nutrire la propria colonia. L’intervento umano può considerarsi quindi un “furto” a nostro vantaggio: gli apicoltori in alcuni casi sostituiscono il prodotto di tanto lavoro con sciroppo di zucchero, il quale però non è del tutto equivalente alla dieta naturale. Molte api per questo motivo si ammalano e non superano l’inverno. In altri casi, gli alveari sono comunque distrutti prima che sopraggiunga il freddo, per non dover nutrire l’intera colonia e alla stagione successiva avere api più giovani e produttive. 

Se a condizioni naturali un’ape regina vive circa cinque anni, nelle produzioni industriali questa viene uccisa e sostituita ogni due, quando la sua capacità di produrre uova declina.

Si può rimanere indifferenti a queste notizie. Oppure no. La diminuzione della popolazione delle api, e le sue conseguenze sull’ecosistema, sono problemi che ci riguardano da vicino. Nel dubbio, si può scegliere di utilizzare il malto. Scopriamolo più da vicino. 

Il malto si ottiene aggiungendo orzo germogliato ai cereali cotti (orzo, mais, riso, grano). Lasciato a macerare per 3-4 giorni in acqua, l’orzo germoglia e sviluppa degli enzimi che attivano un processo molto simile a quello che avviene durante la digestione, trasformando l’amido in zuccheri più semplici. Data la presenza di orzo (che contiene glutine), il malto non è adatto ai celiaci.

La produzione dello sciroppo di cereali sfrutta lo stesso principio del malto, ma anziché partire dall’orzo germogliato, si utilizzano degli enzimi che attivano la trasformazione dell’amido del cereale. Il vantaggio è che si utilizza un solo cereale, quindi in caso di riso o mais, lo sciroppo ottenuto sarà senza glutine.

Il malto più dolce è quello di mais. Tutti però hanno un potere dolcificante inferiore del 50-60% rispetto allo zucchero bianco, data l’alta percentuale di acqua. Per le vostre ricette, tenete presente che 100 g di sciroppo di malto corrispondono circa a 80 g di zucchero semolato, e che proprio per il contenuto di acqua, ingredienti liquidi e solidi previsti nella ricetta vanno calibrati di conseguenza.

Come il miele, anche malto e sciroppi sono ricchi di vitamine e sali minerali (fra i quali troviamo in alta concentrazione potassio, sodio e magnesio) e di proprietà benefiche: azione antinfiammatoria, depurante per il fegato, antisettica per le vie urinarie (utili in caso di cistite), e favoriscono il transito intestinale.

Rispetto ad altri dolcificanti, sono una fonte energetica ad elevata biodisponibilità e rendimento, ad azione prolungata nel tempo: utilizzando il malto abbiamo un apporto continuo e costante di energia. Il tutto in cambio di un apporto calorico limitato: 100 g di malto contengono circa 300 calorie.

Malto e sciroppi di cereale quindi sono una valida e consigliabile alternativa agli altri dolcificanti più conosciuti, siano miele o zucchero bianco, del quale va ricordata la capacità di acidificare l’organismo, creando a lungo andare vari scompensi, soprattutto nell’assimilazione del calcio.

Fonti delle foto:
https://ncez.pl/abc-zywienia-/fakty-i-mity/miod-zamiast-cukru-

https://www.elle.pl/sport/artykul/miod-manuka-wlasciwosci-i-dzialanie
https://pl.depositphotos.com/35582785/stock-photo-christmas-tree-frome-honey-cells.html

Parole da buttare (seconda parte)

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Prima parte: clicca qui

Torniamo a parlare delle parole da buttare, neologismi, espressioni e tormentoni che non piacciono, che “non si possono sentire” (altra bruttissima espressione, molto usata – pronunciata e scritta – negli ultimi tempi. Se non si può sentire, basta tapparsi le orecchie, no?).

  1. BELFIE

E dopo il selfie, non poteva  mancare il belfie, cioè l’autoscatto che immortala al posto del viso il “lato b”. Il neologismo si sente per la prima volta un paio di anni fa, viene pubblicato sulla copertina di una rivista americana, e nasce dalla moda (o mania) delle celebrities di fotografarsi i glutei e di postare le foto sui social network. Iniziatrice, a quanto pare, Kim Kardashian, presto seguita da attrici, modelle, cantanti, orgogliosissime di fotografare il corpo a pezzettini e di identificare la parte (il lato b) per il tutto. 

  1. COME DIRE

Gli intercalari (dal lat. intercalaris, che viene inserito in una serie) vengono inseriti qua e là, molto spesso in modo irriflesso, e caratterizzano il modo di parlare di ciascuno di noi. Non hanno nessuna funzione specifica, né trasmettono contenuti semantici. L’intercalare come dire, se usato in modo corretto, una tantum, quando non ci viene in mente una parola, è accettabile, perché questa è, appunto, la sua funzione, ma il suo uso continuo (o meglio, il suo abuso) è particolarmente fastidioso. Non va, quindi, usato, in frasi come “Sono abbastanza, come dire, preparato per rispondere”, ma va bene per recuperare una parola che abbiamo sulla punta della lingua, oppure, ovviamente,  quando non conosciamo la parola esatta. Umberto Santucci, esperto in comunicazione, ammette anche un’altra possibilità per l’uso di come dire, utilizzabile per virgolettare un concetto, come ad esempio nella frase: “Il tuo vestito è, come dire, quasi abbagliante”.

  1. TRA VIRGOLETTE

L’uso delle virgolette per prendere le distanze da una parola o da un’espressione può essere molto efficace, ma anche in questo caso non bisogna esagerare. Infatti spesso usiamo le virgolette, scrivendo ma anche parlando, per risparmiarci la fatica di trovare la parola giusta. In particolare alcuni giornalisti (pigri) abusano delle virgolette, finendo per scrivere articoli oscuri e approssimativi. Forse bisognerebbe ricordare loro che, alla lunga, usare troppo le virgolette non  è “bello”.

  1. ANCHE NO

Anche no è un’interiezione, cioè un’espressione “buttata in mezzo” al discorso (dal lat. interiectio «atto di gettare in mezzo»), una parte del discorso che si usa per esprimere emozioni o stati soggettivi del parlante ed è priva di legami sintattici con le altre parti della frase. L’espressione anche no si sente sempre più spesso, ripetuta da comici (la Gialappa’s in primis), politici, giornalisti e viene usata per rispondere a proposte poco allettanti. Con questa espressione vogliamo esprimere un rifiuto attenuato, vogliamo dire che “possiamo farne anche a meno”. Assolutamente no (v. Angolo linguistico nel numero precedente di Gazzetta Italia) esprime, invece, un rifiuto netto e ha lo stesso valore di espressioni iperboliche come neanche per idea, neanche per sogno, nelle quali compare la congiunzione neanche, che altro non è che la fusione di né e anche, che ha una struttura simmetrica rispetto ad anche no.

Anche no è presente nel titolo e nel testo di alcune canzoni: Anche no di Povia del 2012 (la canzone si conclude poi con l’espressione anche sì, con il significato di perché no, ma non è così popolare come anche no) e Anche no del rapper Rayden (alias Marco Richetto) del 2009.

Variante di anche no è ma anche no, espressione nella quale il ma mantiene il suo valore avversativo, a un’affermazione segue una parziale rettifica, come ad esempio nel titolo “L’Italia fuori dal G8? Ma anche no!” («Forexinfo.it», 23/10/2013).

Ma anche no è stato il titolo di un programma televisivo domenicale andato in onda per pochi mesi su La7 e condotto da Antonello Piroso, dimostrazione ulteriore di come le mode e i tic linguistici vengano prevalentemente diffusi dalla televisione.

Insomma, visto che non abbiamo il coraggio di dire un no secco, ricorriamo all’attenuazione fornita dall’anche anteposto; un semplice sì non ci sembra più sufficiente e allora ricorriamo all’esagerazione dell’assolutamente (v. Angolo linguistico nel numero precedente di Gazzetta Italia)

Vista la stretta correlazione tra mass media e diffusione di neologismi, tormentoni e mode linguistiche, quasi tutte le parole che adesso vorremmo buttare vengono dalla stampa o dalla televisione, trasmesse da «chi per mestiere dovrebbe dar prova di una rigorosa competenza linguistica» (Diego Marani, Il Sole 24 ore), ma anche no! ☺

Progetto „Citri et Aurea”

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Schema della ricostruzione della collezione di agrumi a Wilanów Autore: Jacek Kuśmierski, 2018

La Galleria degli Uffizi ed il Museo del Palazzo del Re Jan III a Wilanów hanno deciso di iniziare una collaborazione dedicata alla collezione storica di agrumi.

Il progetto intitolato „Citri et Aurea” è nato come sorta di collaborazione tra il Museo del Palazzo del Re Jan III a Wilanów e la Galleria degli Uffizi – Giardini di Boboli a Firenze – nell’ambito della collezione storica di agrumi. Le prime attività avranno luogo nel novembre del 2019 in occasione della visita studio che effettueranno a Firenze tre specialisti polacchi, realizzazione finanziata per mezzo dei fondi del Ministro della Cultura e del Patrimonio Nazionale nel contesto del Programmo „La Cultura che Ispira”.

Alla base del progetto vediamo i rapporti venutisi a creare tra la corte del grande principe Kosmo III e la corte del re Jan III dopo la battaglia di Vienna, relazione che nel 1684 portò all’invio di otto casse di piante da Firenze a Varsavia.

“Citri et Aurea” è un progetto a lungo termine che comprenderà ricerche storiche sui rapporti tra la corte del granduca Cosimo III e la corte del re Jan III e sull’influenza della cultura italiana del giardino sulla collezione di agrumi Wilanów. I risultati delle ricerche verranno utilizzati per preparare pubblicazioni e mostre temporanee presentate nei giardini di entrambi i partner.

Nel secolo XVI i giardini venivano associati all’età d’oro e, nello specifico, all’undicesimo dei dodici lavori di Ercole, in cui Eris ruba le mele d’oro dal frutteto delle Esperidi. Grazie all’aiuto delle fontane e delle statue i Medici diedero vita a dei simboli aventi lo scopo di unire la loro famiglia alle virtù eroiche ed alla forza di Ercole. Fu in questo modo che gli agrumi diventarono un importante simbolo all’interno del giardino, in quanto furono associati alle mele d’oro di Esperide.

Questo motivo venne poi diffuso in tutta Europa, dando forma alla creazione di straordinarie collezioni di agrumi. Il titolo di Ercole Polacco (Hercules Polonus) venne assegnato al re Jan III durante tutto il suo regno (1674-1696), come testimoniano la sua residenza estiva a Wilanów, le decorazioni del palazzo ed il circostante giardino barocco. Gli architetti ed i giardinieri creaorono un vero e proprio paradiso di agrumi che assieme al gruppo di statue riuscì a glorificare la figura del re Jan III.

La tempesta storica portò poi alla perdita e dispersione della collezione reale. Il processo della sua ricomposizione ebbe luogo nel 2016. Il Museo del Palazzo del Re Jan III a Wilanów, desiderando continuare il processo di riproduzione della storica collezione di agrumi, nel 2019 ha iniziato a collaborare con la Galleria degli Uffizi. I Giardini di Boboli, sotto la tutela del museo, vantano una collezione straordinaria, tra cui si trovano specie e varietà risalenti ancora ai tempi dei Medici.