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Home Blog Page 167

Sicilia, terra d’incanto

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La Sicilia è una terra straordinaria, esattamente fuori dall’ordinario di quello che può offrire qualsiasi altro paesaggio mediterraneo. In nessun altro luogo, infatti, sarebbe possibile immaginare una tale varietà di percorsi tematici per scoprire il territorio: un percorso archeologico, alla scoperta dei tesori più e meno nascosti, della nostra storia mediterranea; un percorso “costiero”, per visitare le più belle scogliere a picco sul mare nostrum, le isole Egadi o le Eolie, Pantelleria o Lampedusa, o incontaminate spiagge bianche dal sapore caraibico; un percorso “linguistico” per scoprire le varietà del dialetto siciliano; un percorso montano, che consenta l’esplorazione dell’Appennino siciliano, dalle Madonie ai Monti Peloritani; perfino un percorso ‘fluvio-lacustre’, alla scoperta dei fiumi e dei laghi più belli di Sicilia. E poi, insieme alla scoperta delle città e delle campagne siciliane, si immagina facilmente un itinerario turistico enogastronomico con il quale conoscere non solo la varietà e la quantità dei prodotti che, miracolosamente, nascono in quei territori, dal pistacchio di Bronte ai pomodori di Pachino, ma l’altissima qualità degli elementi costituenti la famosa dieta mediterranea.

Gli spazi dell’Isola a tre punte (Trinacria, appunto, è il nome antico dell’isola), la luce chiara che li pervade, il mare che li bagna, la campagna che li contorna, il grande vulcano vivo e attivo (“Iddu”, Lui, lo chiamano qui) che veglia, sbuffando fumo, sull’isola intera, e le città animate, i profumi inebrianti tra campagna e mare, tutto questo è una sorta di magnete turistico che attira ed avvince il visitatore con un richiamo continuo verso un territorio ancora in parte puro, intenso e autentico. Varrebbe la pena, si può dire, di fare tanti viaggi in Sicilia quanti sono i diversi itinerari tematici che si possono percorrere: ovvero, infiniti. Si potrebbe cominciare dal mare, d’estate: iniziare da una sosta a Taormina, dove guardare il mare dall’interno del teatro greco è davvero un privilegio per pochi, per poi scendere verso latitudini più basse e magari fare tappa sulle scogliere di Santa Maria La Scala, sotto Acireale, per poi allungarsi fino a giù, alle porte di Siracusa. Ortigia, il centro della città, è una sorta di miracolo sotto il cielo: equilibri barocchi che recano tracce di antico splendore (bello il palazzo Borgia, a Ortigia), e, di fronte, un mare placido che invita al viaggio. Basta girarsi alle spalle e si scorgono, in alto, il Teatro greco, l’anfiteatro romano e l’orecchio di Dioniso. Difficile uscire da Ortigia, lasciarsi alle spalle tanta bellezza, dimenticando Archimede che, di questi posti, fu geniale abitatore: di fronte, poco distanti, distese di grappoli d’uva nero d’Avola, e sterminate campagne ingombre solo di pecore e d’olivi, tra cui spunta, isolato, qualche vecchio enorme carrubo.

Pochi chilometri più avanti, e si è subito dentro ai confini della riserva naturale di Pantàlica, le cui pietre hanno ispirato anche qualche famoso romanzo. A percorrere la litoranea, evitando l’antico centro di Ragusa chiamato “Ibla”, e procedendo oltre Modica, ci si imbatte in quella Punta Secca dove ha sede la famosa “Marinella” di Montalbano, il commissario creato da Andrea Camilleri.  Basta poi tagliare per Vittoria, evitando lo scempio che la modernità ha fatto con Gela, e dirigersi a Menfi, oltre la Valle dei Templi di Agrigento, attraversando Mozia, l’antica capitale del sale, per vedere paesaggi da favola: la costa, qui, è un continuo meraviglioso alternarsi di scoglio e sabbia, a contenere un’acqua sempre oscillante tra il verde chiaro e l’azzurro profondo, quasi blu. Salendo verso nord, basterebbe imbarcarsi per pochi minuti, e si potrebbero accostare i miracoli delle Egadi: Favignana, Marettimo, Levanzo, che furono teatro naturale – e ancora ve ne sono tracce – della prima guerra punica tra Romani e Cartaginesi, nel 241 a.c. L’angolo estremo di quella costa di Sicilia, di fronte alla Sardegna, ospita la riserva dello Zingaro: un luogo davvero incontaminato dove pesci di varie fogge si recano a deporre le uova per riprodursi. Da Scopello, poi, attraverso l’autostrada che porta da Palermo a Messina, passando per Cefalù, si torna al punto da cui noi siamo partiti, chiudendo il cerchio del primo viaggio, effettuato solo per costa. Ma quello che si vede sulla costa è solo un parziale assaggio di quanta bellezza, poi, è custodita per le strade interne della Sicilia: fra Templi antichi e strade medievali, moderni edifici delle grandi città e spazi aperti abitati solo dal nulla. Naturalmente, il viandante che visiti la Sicilia lungo le sue coste, avrà modo di assaggiare quelle specialità di cucina che, alla costa ed al mare, sono legate: le sarde alla beccafico o una semplice pasta alle vongole, ma cucinate dallo chef Angelo Pumilia, alla Foresteria Planeta di Porto Palo di Menfi; un risotto al Cerasuolo, rigorosamente a Vittoria; le polpettine di sgombro con pinoli e menta, da mangiare a Capo Milazzo. E, prima di lasciare la Sicilia, un cannolo alla ricotta, a Palermo, ed una granita con la brioche a Castelbuono, sopra Cefalù.

Verrebbe da dire che la Sicilia è quell’isola del mediterraneo dove lo spazio è senza luogo, e dove la storia è senza tempo. Un eterno non luogo, un miracolo dentro il quale, fra il sole e il mare, vale la pena di viaggiare almeno una volta. 

Etimologia

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L’importanza di conoscere l’origine e il significato più autentico delle parole che usiamo non è un mero vezzo culturale, ma è, al tempo stesso, uno strumento valido per costruire il nostro eloquio, per scegliere con attenzione i vocaboli e quindi per definire correttamente i confini dell’oggetto del nostro discorso. In sintesi lo studio dell’etimologia può essere sicuramente considerato anche quale tecnica per migliorare la chiarezza e l’efficacia del comunicare all’esterno il nostro pensiero. 

L’analisi etimologica delle parole è poi una straordinaria, e spesso divertente, occasione di attraversare epoche e culture trovando connessioni tra usi e costumi di popoli diversi che per secoli hanno, a vari gradi, interagito con reciproci conseguenti rapporti di osmosi socio-culturale. Attraverso questa rubrica cercheremo di solleticare la vostra attenzione su questo aspetto della semantica, che può rivelarsi inaspettatamente interessante, proponendovi ogni volta la radice etimologica di vocaboli che usiamo tutti i giorni, in polacco e in italiano. 

Sono sicuro che piano piano scoprirete il piacere di conoscere e saper descrivere la storia e i contorni di parole che fino ad oggi avete inconsapevolmente usato. Nella ricerca dei significati intrinsechi delle parole coinvolgiamo il professore di greco, latino e materie umanistiche Fabio Barbini che commenta, allargandone la visione e la comprensione, l’etimo delle tre parole proposte in questo numero: enciclopedia, scenografia e appunto la stessa parola etimologia. Vocaboli uguali in italiano e in polacco.

Enciclopedìa, singolare femminile, deriva dal latino rinascimentale encyclopaedia, corrispondente al greco ἐγκυκλοπαιδεία, formatosi da ἐγκύκλιος παιδεία, che nel greco ellenistico significava formazione di base, ma anche cultura generale fondata su discipline costituenti un solo corpo. Fabio Barbini: “in questa splendida parola va sottolineato come ἐγ-κύκλιος in greco significhi dentro il cerchio. Cerchio che sappiamo essere l’emblema della perfezione. 

Quindi ἐγκύκλιος παιδεία, significa insegnamento circolare che quindi ricomprende tutti gli ambiti dello scibile umano, la rotondità della conoscenza, rotondità che è perfezione e anche in natura possiamo affermare che il nostro occhio è attratto dalla circolarità degli oggetti. Da sottolineare come in italiano l’accento è slittato in avanti riportando le vestigia del primordiale accento greco, il polacco invece riverbera la struttura latina di cui mantiene l’accentazione”. 

Scenografia, singolare femminile, dal latino scaenographĭa, dal greco σκηνογραϕία, composto di σκηνή, scena e γραϕία, grafia, scrivere. Fabio Barbini: “qui è interessante domandarsi perché la “scena” ha questa accezione di luogo di rappresentazione spettacolare? La risposta è perché in greco σκηνή, scena, corrisponde al latino siparium, tenda, (da cui sipario in italiano), quindi si tratta del lavoro di preparazione dell’aspetto scenografico dietro la tenda. 

All’ombra della tenda si è riparati e celati, quindi σκηνή, scena e γραϕία, grafia, significa letteralmente quello che viene scritto, preparato in un luogo celato che poi si disvela allo spettatore. Grafia, dal verbo γραϕος, che era al tempo l’azione con cui si scheggiava la tavoletta di cera, ovvero si scriveva.”

Etimologia, singolare femminile, dal latino etymologĭa, dal greco ἐτυμολογία, composto da ἔτυμον (etimo) e -λογία -logia. Fabio Barbini: “qui si tratta di un parasinteto, parola formata dall’aggettivo etoimos, pronto, preparato ma anche vero, verace e dal nome logos. Quindi il significato più profondo della parola etimologia è l’essere l’unico discorso che per eccellenza ci consegna la verità. 

Il principe dell’etimologia è a mio avviso Socrate che attraverso la maieutica fa nascere nell’interlocutore le stigmate della verità. E poi veniamo a logos, vocabolo di straordinaria importanza che viene dal verbo greco λεγο che banalmente viene tradotto nel significato di parlare, discorrere, ma che in realtà con uno sguardo più accurato si arriva a cogliere il suo significato più profondo che è scegliere. Potremmo sintetizzare quindi etimologia come discorso sulla verità, o meglio elezione dell’autenticità.” 

La Toscana e lo stile di Silvana Olmo

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A Montecatini Terme, in Toscana, presso una delle vie graziose di questa cittadina italiana, puoi sentire il battere del polso del mondo fiabesco del Laboratorio Creativo di Silvana Olmo. Il Laboratorio è un negozio, una galleria degli oggetti vintage, ma anche uno studio di interior design. Qui nascono delle cose insolite, create dalla proprietaria che molto spesso usa le antichità recuperate, rianimate, che ritrovano nelle sue mani una vita nuova, l’anima che rispecchia la stessa sensibilità di Silvana Olmo. Sempre qui nascono i progetti degli interni e delle case intere. Delle case in stile toscano, sfumato dal carattere unico della stilista.

È una vera sfida per un nord-europeo, attraversare il mondo toscano immerso nel sole, stra-saturato dai colori, ed entrare in un interno affondato nella penombra, nel mezzo-segreto per scoprire quello che si cela. Ci vuole un’atmosfera di silenzio pazienza per leggere e capire fino in fondo il contenuto ricchissimo del Laboratorio Creativo.

Quasi tutta la superficie della parete dietro al bancale, davanti all’entrata, è coperta da un quadro imponente che una volta faceva parte dell’altare di una chiesa inglese. Sulle pareti laterali sono arazzi e vecchi dipinti. Sopra le teste dominano lampadari dalle forme fantasiose e soluzioni decorative insolite. Nei mobili antichi si celano i personaggi del mondo inconsueto di Silvana Olmo: figurini degli animali, le lepri dipinte sul lino, gli elementi decorativi recuperati da vecchi accessori.

A Silvana Olmo sin da bambina piaceva dipingere e lo faceva anche sotto l’occhio di maestri che le affidavano persino i loro registri, dove con la sua bellissima calligrafia metteva note importanti. Il desiderio di creare cose proprie le ha fatto compagnia per molto tempo finché un giorno ha deciso di uscire con la sua creatività presentandola alla gente. Ha iniziato dalla ceramica di… Boleslawiec. I piatti importati dalla Polonia hanno trovato un grande successo tra i primi clienti. E così nacque il Laboratorio Creativo. Il sogno più grande della fondatrice è stato quello di creare mentre l’interesse della gente per le cose che faceva era cresciuto rapidamente. Silvana ha iniziato a progettare gli interni, riempiendoli con oggetti rianimati e con questa atmosfera unica, irripetibile, che caratterizza tutto il suo lavoro.

Una delle realizzazioni recenti di Silvana Olmo è lo studio in una casa toscana classica. Vediamo come l’artigianato, le icone del design mondiale e l’arte plasmino insieme una composizione perfetta. La stanza fa parte della casa di Alessandro Rosano, fondatore e proprietario di un’azienda produttrice di orologi realizzati in legno recuperato. Il rispetto per le materie prime e per la natura è una caratteristica nobile comune per Silvana Olmo e per il suo cliente. Il frutto di questa collaborazione e dell’amicizia lo notiamo in questo spazio stupefacente. Il mobile protagonista, la scrivania diventa qui quasi un simbolo. La postazione di lavoro del padrone di casa è stata realizzata in legno recuperato dai vecchi pali veneziani che piantati in laguna subiscono un rapido degrado e devono essere sostituiti dopo qualche anno. Con lo stesso legno della scrivania ideata da Silvana Olmo Alessandro Rosano produce anche orologi esclusivi, firmati da WeWOOD. Ecco perché il piano della scrivania è una specie di insegna, di bigliettino da visita della mission del padrone di casa, e gli orologi sono una delle varie forme nelle quali lui stesso esprime il suo rispetto per la natura. La sua azienda, infatti da anni si occupa della forestazione del mondo piantando gli alberi su tutti i continenti.

Lo studio presenta una deliziosa combinazione cromatica. L’effetto cromatico enfatizza in maniera fantastica la luce toscana, assolutamente unica, tipica e addirittura magica. È la stessa che penetra i quadri rinascimentali, ben conosciuti a tutti, è la luce che ammorbidisce le linee e fa nascondere nella profondità della prospettiva qualcosa di segreto.

Questa luce regna nelle case toscane e costituisce uno dei componenti essenziali di ogni interno, non meno importante dei mobili, degli arredi o della gamma coloristica. Nello studio disegnato da Silvana possiamo notare un gioco sublime con questa luce la quale sembra di essere catturata dalla stilista e modellata agilmente lungo lo scaffale retroilluminato con una barra led.

Lo splendore degli interni toscani è racchiuso nella semplicità e nella fedeltà ai canoni architettonici. Ogni stanza in questa casa è arricchita con le strutture di travi di legno, tipiche dei soffitti toscani. Il cuore del salotto è un camino robusto, indispensabile in una casa rustica, decorato di pietra grezza anche quella sempre presente in una dimora toscana classica. I pavimenti sono rivestiti con la terracotta, le pareti trattate con un intonaco a calce colorato in pasta di tonalità calde. Colpisce l’utilizzo esclusivo delle materie prime naturali. Nessuna nota stonata, niente materiali sintetici.

Le stanze sono spaziose e non sovraccaricate di arredi. I mobili costituiscono gli oggetti di utilità per eccellenza: posti a sedere, tavoli, qualche mobile più piccolo che fa da appoggio per l’illuminazione e un po’ di oggettistica decorativa. Veramente e letteralmente ricchi sono soltanto i lampadari veneziani. Il resto del lusso consiste in una composizione virtuosa basata sulla naturalezza e sulla modestia.

“Non andare a Venezia”, esposizione di Beata Malinowska-Petelenz

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“Non andare a Venezia”

Perché non si dovrebbe più andare a Venezia? O almeno non come in tanti hanno fatto fino a oggi. Perché Venezia sta affondando. Viene calpestata da folle di turisti e navi da crociera giganti che provocano spostamenti d’acqua che colpiscono le fondamenta della città. Le foreste dell’Amazzonia si restringono ogni giorno, e la cattedrale di Notre Dame è bruciata davanti agli occhi del mondo digitalizzato e piangente online.

I viaggi oggi, sia quelli reali sia virtuali, sono l’essenza dell’identità del XXI secolo. Da molto tempo ormai non assomigliano a spedizioni romantiche alla ricerca di una nuova terra. Oggi luoghi che all’epoca erano desiderabili e unici, sono ampiamente accessibili e troppo consumati, e poi rovinati dal turismo di massa. Per questo Beata Malinowska-Petelenz invita i visitatori a un viaggio paradossale: seguendo le tracce intrecciate da disegni e fotografie. Rinunciando al colore, si concentra su forme inalienabili e dettagli che creano l’identità del luogo. Mostra spazi soggetti ad un’evoluzione naturale, ma soprattutto quella del post-consumo. Così, l’autrice propone un viaggio attraverso i luoghi che attraggono. E ci invita a…non andare a Venezia.

L’autrice:

Beata Malinowska-Petelenz – architetta, pittrice, autrice di libri. I suoi lavori, solitamente eseguiti in disegno e con tecniche miste, sono stati presentati in Polonia, Germania, Austria e Giappone; tra cui 21 mostre personali. Collabora con artisti dei nuovi media. Si concentra sul colore (o consapevole della sua assenza), sulle strutture organiche e sull’architettura. Vive e lavora (Facoltà di Architettura dell’Università di Tecnologia di Cracovia) a Cracovia.

Mostra:

Non andare a Venezia, Beata Malinowska-Petelenz, disegni e foto.

Vernissage: 9.01.2020, alle 19:00

Galeria Trzecie Oko, Cracovia ul. Bocheńska 5

Squadra curatoriale: AP KunstArt Fund

 

Val d’Orcia: gli effetti del Buon Governo nella campagna toscana

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Devo dire che dall’inizio del mio Erasmus a Siena, la città non mi ha risparmiato sensazioni estetiche. Già dalla prima serata sono rimasta stupita dal suo clima medievale, un po’ magico. Era l’inizio di ottobre, i festeggiamenti dopo il Palio stavano per finire, Siena pian piano cadeva nel sonno invernale… Nei seguenti mesi ho seguito i corsi universitari e ho goduto della bellezza della mia nuova piccola patria.

L’Italia è il paese che vanta piu siti UNESCO (50), invece la provincia di Siena e il luogo più “premiato” d’Italia, il che la rende il leader assoluto nella categoria! Nella lista del patrimonio mondiale troviamo infatti: centro storico di Siena, borghi medievali di San Gimignano e Pienza e la valle del fiume Orcia ovvero Val d’Orcia.

Il punto panoramico da cui si può ammirare la valle pittoresca si trova a Pienza in Viale s. Caterina. Li troviamo anche una targa che dice: “Val d’Orcia, paesaggio culturale patrimonio mondiale dell’Unesco. La Val d’Orcia è un eccezionale esempio del ridisegno del paesaggio nel rinascimento, che illustra gli ideali di buon governo e la ricerca estetica che ne ha guidato la concezione. Celebrata dai pittori della scuola senese, la Val d’Orcia e divenuta un’icona del paesaggio che ha profondamente influenzato lo sviluppo del pensiero paesistico.”

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Gli “ideali di buon governo” richiamano gli affresci di Ambrogio Lorenzetti, datati all’anno 1338-1338, che si trovano nel Palazzo Pubblico a Siena. Lorenzetti nelle sue opere rappresentò le allegorie di buono e cattivo governo e gli effetti di essi in città e nella campagna circostante, che dovevano ispirare il Governo dei Nove a governare bene a Siena, ma anche istruire il popolo sui vantaggi del buon governo. È uno dei primi esempi d’arte laica di tematica civica, complessa e ricca di simboli. Il Buon Governo di Lorenzetti doveva personificare le tre virtù teologiche: Fede, Speranza e Carità, e le quattro virtù cardinali: Giustizia, Temperanza, Prudenza e Forza. E infatti, ai tempi del Governo dei Nove Siena visse un periodo di grande splendore, interrotto purtroppo dall’epidemia di peste nera, che impedì alla citta di tornare alla potenza precedente. Il morbo vanificò inoltre i piani di espansione della Cattedrale di Siena, che doveva essere un elemento di rivalità con Firenze.

Sotto il Governo dei Nove, tutti i cittadini di Siena seppero la propria posizione nella gerarchia, ognuno faceva il proprio mestiere. In città governava la Tranquillità (personificata da un angelo), che garantiva la sicurezza. Fu ovviamente un’utopia, diversa dalla realtà, però fino al giorno d’oggi a Siena, se ci guardiamo intorno, nel centro oppure guardando dalla Piazza del Mercato verso la Villa il Pavone e Monte Amiata, oppure uscendo da Porta San Marco che domina la campagna toscana, vediamo un’incredibile armonia delle forme e la proporzione divina tra l’uomo, inserito nella natura, e la tecnica, intesa come infrastrutture di vario tipo.

Se c’e qualcosa che mi ricordo particolarmente bene dal mio soggiorno in Toscana, sono proprio i paesaggi idilliaci. Siena è una cosiddetta ‘città giardino’, creata a misura d’uomo. Si inserisce perfettamente nel paesaggio della zona, non ingombrandolo troppo e non rovinando l’atmosfera di potenza medievale con complessi residenziali moderni, intromissioni che invece molte città, come per esempio Perugia, non sono riuscite a evitare.

Non avendo più raggiunto l’importanza precedente, Siena paradossalmente ne ha tratto vantaggio, rimanendo immutata nella sua perfezione. Gli effetti del buon governo del Governo dei Nove si sono diffusi nella zona e sono visibili in tutta la provincia, fino al confine con l’Umbria. Le buone pratiche tratte da questi tempi remoti, ma anche la grande autonomia di Siena e dei senesi, hanno permesso alla città di mantenere la sua forma per secoli. La cinta senese, cioe un tipo locale di cinghiale, di cui si producono i salumi Cinta Senese DOP, immortalata 700 anni fa negli affreschi di Lorenzetti, ancor oggi è un animale caratteristico della regione e testimonia il suo carattere originale.

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La Val d’Orcia con il suo paesaggio pittoresco dà un’impressione fuori dal tempo, trasferendoci in un mondo idilliaco e in un clima emozionante. I suoi vasti campi verdi assomigliano a tappeti fatti da artiginali con tanta cura, e ci stupiscono con la loro bellezza non forzata. La flora del luogo è dominata dai cipressi, così indispensabili alla campagna toscana; in altre regioni italiane vengono percepiti come cattivo auspicio e associate strettamente ai cimiteri, qui, però, si inseriscono perfettamente, provocando muta ammirazione. Qua e la, tra l’erba e cipressi, si puo notare qualche villa isolata sulla collina, che completa questa immagine favolosa. Ma sul tema di Val d’Orcia non bisogna soffermarsi troppo a lungo: VA SEMPLICEMENTE VISTA!

foto: Katarzyna Kurkowska

Delizie dell’Elba. Schiaccia briaca.

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L’Isola d’Elba, la terza isola più grande italiana, è un luogo perfetto per rilassarsi. Belle spiagge, paesaggio montuoso, varia flora e fauna, bel clima, ricca storia locale, nonché una cucina squisita e dei vini gustosi rendono questo posto unico, dove ogni turista troverà qualcosa che gli piace. Quest’isola toscana situata tra la penisola appenninica e la Corsica, è conosciuta soprattutto per il fatto che proprio là Napoleone fu esiliato nel 1814. Però la storia dell’Elba risale a molto prima della nascita dell’antica Roma, e le tracce sono tuttora visibili a occhio nudo. La sua lunga e intensa storia si riflette nella ricchezza delle tradizioni, tra cui quelle culinarie.

La cucina locale ha tanti ammiratori soprattutto grazie alla sua semplicità. Non troverete qui delle salse complicate e complesse né dei piatti fortemente speziati. La base di molti piatti è l’olio d’oliva con l’aggiunta di erbe locali e di frutta e verdura: basilico, rosmarino, finocchio, prezzemolo, pepe, salvia, alloro, capperi, limone. La cucina è quindi molto leggera e originale, esprimendo le caratteristiche della cucina italiana, soprattutto di quella toscana, ma non solo. È inoltre possibile notare gli elementi della cucina ligure, napoletana, siciliana, sarda, nonché di quella più orientale. Tutto questo è legato ad una turbolente storia dell’isola ed alle numerose incursioni. Dunque non ci sorprendono delle combinazioni interessanti di prodotti, come ad esempio, nel caso del dolce tipico chiamato schiaccia briaca: un dolce di una pasta secca fatto a base di vino.

La storia della schiaccia briaca è legata al paese di Rio Marina e risale ai secoli XIII-XVI, quando l’Elba, quale isola attraente sotto ogni aspetto (nel sottosuolo c’erano giacimenti di numerosi minerali, tra cui il ferro), fu molte volte attaccata dai saraceni ed è passata spesso sotto il dominio di vari regni, città e famiglie nobili italiane. La schiaccia briaca è un dolce fatto soprattutto da una pasta secca, senza l’uso di lievito né di uova. Però tra i suoi ingredienti troviamo uvetta, pinoli, mandorle, e quindi, diversi tipi di frutta secca e noci, in altre parole i sapori che ci fanno pensare subito al Medio Oriente. Grazie alla mancanza di lievito e grassi animali, il dolce può essere conservato più a lungo. In questo modo schiaccia briaca è un dolce perfetto per le gite al mare, sia per i pescatori sia per i turisti. 

Il suo colore rossastro è dovuto all’aggiunta di vino rosso locale, Aleatico, a cui si riferisce il nome del dolce. L’espressione “schiaccia briaca” può essere tradotta come “una pasta ubriaca”. E proprio grazie al contenuto di questa bevanda dolce e secca, il pasto guadagnò l’apprezzamento dei monarchi ottocenteschi dell’Elba. Recentemente, al dolce viene aggiunto più zucchero, una volta quasi introvabile sull’isola, di solito sostituito dal miele, nonché da Alkermes, un liquore rosso che rende il colore della pasta ancora più intenso ed il suo aroma ancora più dolce. 

Vale la pena ricordare che l’Aleatico viene prodotto dal moscato, un vitigno rosso di origine greca, che è possibile trovare anche nel Lazio e in Puglia. La storia della produzione di questo vino risale ai tempi antichi. Apparentemente era l’unica consolazione di Napoleone durante il suo famoso esilio. Nonostante il contenuto di questa bevanda nel dolce, gli abitanti dell’Elba consigliano di servirlo a parte. Il sapore di schiaccia briaca si unisce perfettamente con questo vino rosso che grazie ad un ricco e composto bouquet garantisce delle incredibili sensazioni dell’odore e del gusto. 

Invece il liquore Alchermes è una specialità toscana, le cui origini risalgono al Medioevo. Una volta era considerato un elisir di longevità. Il suo nome deriva dalle parole arabe e persiane usate per descrivere l’origine di un colore rosa intenso della bevanda, originariamente realizzato dalle cocciniglie di insetti. Come inventori del liquore vengono considerati i membri della famiglia Medici. Caterina de ‘Medici persino lo portò con lei in Francia, dove divenne noto come il “liquore dei Medici”. 

Schiaccia briaca che collega i valori più importanti per gli abitanti di Elba, è diventata il simbolo dell’isola e uno dei prodotti più riconoscibili. Difficile trovare un dolce simile nelle altre regioni.  Oggi schiaccia briaca è disponibile in quasi tutti i supermercati locali e negozi con i prodotti regionali. La sua popolarità e apprezzamento, non solo tra gli esperti di cucina, sono dimostrati dal premio assegnatole nel 2010 durante le “Olimpiadi dei sapori dei parchi” che si svolsero nell’ambito del Festambiente, il festival nazionale di promozione dei migliori prodotti delle regioni italiane. A tutti coloro che vogliono visitare questa isola pittoresca suggeriamo quindi di non perdere l’occasione di provare questa specialità locale. 

La bevanda amata e bevuta da tutto il mondo

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Stiamo assistendo ad un «rinascimento» dei vini italiani, che accompagnano piatti e cene solenni e, nel caso di vini frizzanti, anche colazioni. Inoltre, è stato scientificamente dimostrato che proprio il vino frizzante migliora la memoria e previene gli effetti di malattie come l’Alzheimer o il Parkinson. È interessante notare che nel 2015 sono stati proprio gli italiani ad aver prodotto più vino. In particolare vale la pena menzionare una delle maggiori sfide per i vinificatori, cioè il vino leggermente frizzante.

Il nome “vino frizzante” è stato usato per la prima volta per descrivere il vino nel 1908. Grazie alle sue qualità di gusto e beneficio per la salute, questo tipo di vino è diventato amato da tutto il mondo! Non senza motivo, dato che in quantità moderate è benefico per la salute dei nostri corpi. I vini frizzanti contengono i polifenoli, ovvero antiossidanti che aiutano a ridurre i danni causati dai radicali liberi. Grazie a questo non solo prevengono problemi cardiaci, come l’ictus, ma anche abbassano la pressione. Il vino frizzante viene di solito consumato durante grandi feste di nozze, anniversari, compleanni ed eventi familiari. Inoltre, per molti è difficile immaginare il Capodanno senza le bollicine. È anche un’idea originale per un regalo elegante che andrà bene sia con le portate principali che i dessert.

Per concludere, vale la pena sapere che bere il vino frizzante in moderazione aiuta a mantenere forma impeccabile. Può avere persino la metà delle calorie possedute da altri tipi di vino e, siccome lo beviamo da bicchieri più piccoli rispetto ai vini tradizionali, si riduce anche il volume della bevanda consumata.

Vorremmo augurarvi FELICE ANNO NUOVO in compagna di amici e del vino frizzante italiano!

La risposta di Morawiecki alle affermazioni revisionistiche di Putin

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Questa notizia è tratta dal servizio POLONIA OGGI, una rassegna stampa quotidiana delle maggiori notizie dell’attualità polacca tradotte in italiano. Per provare gratuitamente il servizio per una settimana scrivere a: redazione@gazzettaitalia.pl

Il Primo Ministro Mateusz Morawiecki, in accordo col Presidente della Repubblica Duda, ha risposto alle parole del Presidente russo Vladimir Putin in merito allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, come promesso dal Capo di Gabinetto della Polonia Krzysztof Maria Szczerski. Secondo il Capo di Stato della Federazione russa, l’origine della Seconda Guerra Mondiale sarebbe da attribuire alle decisioni prese agli Accordi di Monaco del 1938, in cui Germania, Italia, Francia e Inghilterra concessero alla prima di annettere territori dei Sudeti appartenenti alla Cecoslovacchia, rimarcando inoltre il ruolo giocato dalla Polonia nell’occupare il territorio slesiano dello Zaolzie. Ha inoltre negato gli scontri tra l’Armata Rossa e l’esercito polacco all’indomani dell’invasione sovietica. Infine, si è accanito contro l’allora Ministro degli Esteri polacco Józef Lipski, il quale avrebbe promesso un monumento a Hitler nel caso il dittatore avesse deportato gli ebrei in Africa, definendolo “un mascalzone e maiale antisemita”. “Le parole di Putin non erano dirette soltanto contro la nostra nazione, ma anche contro la Francia e l’Inghilterra in qualità di partecipanti all’Accordo di Monaco. La sua lama accusatoria è rivolta contro l’Occidente a detta sua corrotto, e la retorica dell’isolamento russo sta riemergendo. Questo risulterà un problema per tutti coloro che sperano in un riavvicinamento della Russia all’Europa”. E riguardo il 5° Forum Internazionale sulla Shoah indetto il prossimo 23 gennaio a Gerusalemme, e dove si attende l’intervento del Presidente russo, Szczerski ha detto: “Mi domando se gli organizzatori del Forum vogliono che l’incontro si tramuti in un’arena politica dove si gioca a interpretare la storia attraverso il revisionismo”. “Putin ha mentito sulla Polonia molte volte, e lo ha sempre fatto consapevolmente” sono state le dure parole di Morawiecki. “Non ci sono giustificazioni per i carnefici autori di crimini crudeli contro l’umanità e contro gli innocenti e i loro Paesi. Dobbiamo difendere la verità, in nome di un futuro migliore. Putin è consapevole che le sue accuse sono irreali. Non sono mai stati eretti monumenti a Hitler o a Stalin in Polonia, se non durante le occupazioni nazista e sovietica”. Venerdì l’ambasciatore russo in Polonia Sergej Andreev si è recato al Ministero degli Affari Esteri polacco, mentre il viceministro degli Affari Esteri di Polonia Marcin Przydacz ha dichiarato che le recenti dichiarazioni delle autorità russe dimostrano un tentativo di riportare alla luce il mito di Stalin, e di farlo entrare aggressivamente nell’immaginario collettivo russo”.
https://polskieradio24.pl/5/1222/Artykul/2428881,Premier-Putin-wielokrotnie-klamal-na-temat-Polski-Zawsze-robil-to-swiadomie

Palkiewicz, oltre ogni confine

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“Avanzo nella foresta tropicale, bella e mostruosa, incombente e primordiale. Una straordinaria varietà di alberi, piante parassite, radici, liane, felci e rovi graffiano senza tregua. L’aria è calda, umida e soffocante, la vegetazione è putrescente, gli odori stordiscono. In questa natura, tanto fuori misura per l’uomo, qualche scimmia lancia urla di richiamo, un serpente striscia silenziosamente, degli uccelli esercitano l’ugola, una fila serrata di milioni di formiche rosse attraversa la strada.”

Inizia così il reportage di Jacek Palkiewicz su Angkor Tom l’antica città khmer in Cambogia, il luogo più affascinante del mondo secondo questo straordinario esploratore che sembra uscito da un libro di Joseph Conrad. La storia di Palkiewicz è una ininterrotta sequenza di avventure, emozioni, coraggio, ma anche tanto cuore e capacità diplomatiche. Nato in un campo di prigionia tedesco Palkiewicz ha fatto della sua vita un inno alla libertà, quella di muoversi continuamente per conoscere il mondo e i popoli, toccando e superando i confini geografici e umani, fisici e mentali, come quando nella condizione di “naufrago volontario” ha attraversato l’Oceano Atlantico, 44 giorni da Dakar a Georgetown in Guyana, da solo in una scialuppa con l’unico supporto di una bussola. Una tensione al vivere senza confini che l’ha portato a viaggiare in tutto il mondo anche in tempi in cui varcare una frontiera europea significava finire in prigione. Arrestato due volte dalla polizia della ex Jugoslavia, ed espulso in Polonia, mentre cercava di entrare in Italia dalla parte di Gorizia. Ma le catene non hanno impressionato Palkiewicz che proprio in Italia ha trovato la sua seconda patria. “In Italia ho lavorato al porto di Rimini, ho fatto l’inviato per riviste polacche e italiane, tra cui vent’anni di collaborazioni con il “Sette” e il Corriere della Sera, e soprattutto…ho conosciuto Linda,” racconta Palkiewicz.

In quel di Sandrigo nel 1972 incontra la bellissima Linda, una donna che fece girare la testa a Bing Crosby tanto per capirci, da cui ha avuto Konrad e Maximilian-Viktor, oggi entrambi a Shangai per lavoro, mentre Patrizia figlia del primo matrimonio lavora a Varsavia nell’azienda italiana Partnerspol, a conferma che in un modo o nell’altro l’Italia è sempre parte della vita di Palkiewicz che ha vissuto a lungo a Cassola, nell’area di Bassano del Grappa e che ai 1300 metri di Pieve Tesino fondò e diresse una Scuola di Sopravvivenza. Un luogo duro e magico in cui Palkiewicz ha insegnato a centinaia di persone come comportarsi negli ambienti più difficili e nelle circostanze più estreme, con stage in Amazzonia e nei deserti del Sahara, Atacama, Taklamakan, Gobi. Una scuola estrema che ha dato spunto ed è stata usata nel film “Noi uomini duri” di Maurizio Ponzi, con Renato Pozzetto, Enrico Montesano e Alessandra Mussolini.

Ma Palkiewicz ha superato anche i confini politici infrangendo diffidenze e cortine di ferro e diventando insegnante di sopravvivenza per i cosmonauti russi che poi a Roma accompagnò in visita da Giovanni Paolo II. Un uomo fuori dal comune che invita a cena il presidente Komorowski, chiama al telefono il ministro della difesa russo, addestra reparti europei antiterrorismo e riceve, dal presidente della Repubblica Italiana Giorgio Napolitano, il riconoscimento di Ufficiale al Merito della Repubblica Italiana. Così lo definisce “Newsweek”: Palkiewicz appartiene all’ultima generazione di esploratori di stampo vittoriano, un uomo che ha utilizzato le carovane del deserto, i sampan cinesi, gli elefanti nelle foreste dell’Indocina, e gli yak sugli altopiani del Bhutan.” Ma torniamo alla natia Polonia dove nel 2010 Palkiewicz è stato nominato ambasciatore della Regione Masuria nel concorso mondiale “7 nuove meraviglie della natura”, quando i grandi laghi della Masuria furono giudicati uno dei 5 più bei siti naturali d’Europa. Delle sue innumerevoli spedizioni quella che lo farà passare alla storia è sicuramente la missione dell’estate 1996 quando Palkiewicz a capo di una spedizione scientifica internazionale, patrocinata dal governo peruviano, ha localizzato la fonte del più grande fiume del mondo, ovvero la sorgente del Rio delle Amazzoni scrivendo così un nuovo capitolo della geografia mondiale. “A sei anni mi chiesero: cosa ti piacerebbe fare da grande? Sarò un esploratore, risposi secco”, racconta Palkiewicz i cui occhi sprigionano ancora desiderio di scoperte insieme alla soddisfazione per aver realizzato i suoi sogni.

Esploratore, giornalista, dottore in scienze geografiche Jacek Palkiewicz è anche membro della esclusiva Royal Geographical Society di Londra, dove si può essere ammessi solo su proposta di almeno altri due membri, ma per questo indomito polacco è bastata la raccomandazione di un altro personaggio mitico l’esploratore e scrittore norvegese Thor Heyerdahl protagonista della famosa avventura del Kon-Tiki. 

Un dinosauro altamurano in Polonia

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Altamura, cittadina di circa 70 mila abitanti, sorge nell’entroterra della provincia di Bari, quasi al confine con la Basilicata.  La Cattedrale donata alla città da Federico II di Svevia e il famoso pane dop, unico nel suo genere, l’hanno resa famosa in Italia e nel mondo. Ma non c’è solo questo.

La presenza dell’uomo ad Altamura è antichissima come dimostrano i resti dell’Uomo di Altamura, unici resti di scheletro umano integro risalenti al paleolitico medio-inferiore e vissuto quindi circa 200 mila anni fa, ritrovati nella grotta di Lamalunga da un gruppo di speleologi il 7 ottobre 1993.  Ed è del 1999 il ritrovamento, presso la Cava Pontrelli, delle impronte che testimoniamo il passaggio dei dinosauri in questa zona. Il sito di Altamura è “uno dei giacimenti a impronte più importanti e più spettacolari del mondo”. È stata stimata la presenza di 30 mila impronte di dinosauri erbivori che risalgono ad un periodo tra gli 83,5 e gli 85,8 milioni di anni fa (era Cretacica, stadio Santoniano). La Valle dei dinosauri è anche iscritta nella “lista delle indicazioni” (tentative list) dell’Unesco, l’organismo mondiale che iscrive i patrimoni dell’umanità come lo sono, ad esempio, i Sassi di Matera o i trulli di Alberobello e più recentemente le Dolomiti. Questa pre-lista è un passo ufficiale importante ma non decisivo se l’Italia non presenta anche un dossier di candidatura completo. La voce riportata è “Le Murge di Altamura” che comprende anche l’Uomo di Altamura. Un “sito diffuso”, scrive l’Unesco, in grado di “essere una testimonianza unica o eccezionale di una civiltà” e di “contenere superlativi fenomeni naturali”. Quindi, tra gli “eccezionali esempi della storia del pianeta”.                                                       

Ed ecco il “dinosauro federiciano” di Altamura. Dalle orme vere lo hanno riprodotto a grandezza naturale. Due metri di altezza per quattro di lunghezza. È un anchilosauro, il rettilone corazzato e quadrupede. Attenzione, però. Anche se nel nome porta le origini della città e della Puglia, non è qui che si può ammirare, bensì in Polonia! Si trova infatti, insieme a più di 100 modelli di dinosauro, nel JuraPark del piccolo Comune di Solec Kujawski, nella regione della Pomerania. Il parco, inaugurato nel 2008,  occupa un’area di oltre 12 ettari ed è uno dei più grandi in Europa . Il modello altamurano è stato ricostruito sulla base degli studi fatti alla cava Pontrelli, sulla via per Santeramo, da Umberto Nicosia, paleontologo icnologo (esperto di impronte) dell’Università La Sapienza di Roma, che ne diede il nome “Apulosauripus federicianus”. Era l’inizio della primavera di quindici anni e mezzo fa, quando due geologi marchigiani, Massimo Sarti e Michele Claps, misero piede nella cava mentre facevano indagini per conto di una compagnia petrolifera per individuare possibili siti dove fare prospezioni. Cercavano l’oro nero, trovarono un patrimonio. Quella che fu ribattezzata la “Valle dei dinosauri”.

Nicosia mise in luce e pulì dai detriti sei piste, i camminamenti mano-piede dei dinosauri. Fino a poco tempo fa era possibile vedere, con non poca emozione, queste impronte che quasi ne fotografavano il passaggio perché quelle tracce belle e nitide riportavano anche il rialzo di fango che si era creato nel momento in cui la zampa era stata sollevata. E poi quella traccia fugace è rimasta per sempre grazie all’azione delle alghe che l’hanno impressa nella roccia. Quando l’orma era ben pulita era possibile vedere persino le pieghe della pelle. Quel lavoro ormai da molto tempo è cancellato. Sulla paleosuperficie le impronte ci sono ancora ma adesso il luogo è diventato una distesa indistinta di detriti di roccia, pietrisco e pozzanghere che nascondono tutto. Un po’ proteggono certo, ma preoccupa la lenta e inesorabile azione di erosione perché la pioggia qui batte forte. Inoltre dalla cava scende tutto giù perché è il punto più basso.

Si può quindi ben immaginare la grande sorpresa quando un turista altamurano ha scoperto nel parco giurassico di un Paese straniero il dinosauro di Altamura. Chi lo avrebbe mai detto….il modello in scala 1:1 in Polonia, a 2.200 chilometri di lontananza!