Penserete che si tratti di un errore di ortografia, ma non è così: oggi parliamo proprio di patate e di batate, quest’ultime forse più conosciute con il nome di patate dolci o patate americane.
Nonostante il nome molto simile, patate e batate in comune hanno veramente poco. Entrambe sono ortaggi a radice tuberosa, ed entrambe sono originarie dell’America Centrale e Meridionale, anche se oggi sono coltivate in tutto il mondo. Appartengono però a due famiglie diverse: la patata (Solanum tuberosum) è una Solanacea, gruppo che comprende anche melanzane, peperoni e pomodori, mentre la batata (Ipomea batatas) appartiene alla famiglia delle Convolvulaceae, piante utilizzate perlopiù a scopo ornamentale e conosciute con il nome generico di Bella di giorno o Morning glory.
L’appartenenza a famiglie diverse, oltre ad essere una curiosità botanica, assume una certa importanza dal punto di vista alimentare se si considera che le patate contengono la solanina, una sostanza tossica caratteristica delle Solanacee. La solanina è presente in ogni parte della pianta, comprese foglie, frutti e radici, in quanto ha funzione di difesa contro i parassiti. La sua struttura rimane stabile anche ad alte temperature: nessun metodo di cottura, quindi, è in grado di diminuire il contenuto di questa sostanza che, se ingerita in quantità elevate, può provocare alterazioni nervose e sintomi come nausea, mal di stomaco, vomito e febbre. Nella patata normalmente la solanina è presente a basse dosi. Il suo contenuto aumenta nelle patate verdi (colorazione dovuta all’esposizione alla luce o al freddo) e nelle altre parti della pianta: per questo motivo bisognerebbe conservare le patate al riparo dalla luce, e non consumarle nel caso presentino numerosi germogli. Non essendo una Solanacea, la batata non contiene la solanina, e quindi possono essere consumate anche altre parti della pianta, come le foglie.
Sia le patate sia le batate si presentano con una buccia marrone che può essere ruvida o liscia, e la polpa di vari colori tra cui giallo, rosso e viola, a seconda della varietà.
Ciò che le distingue maggiormente è il gusto: delicato quello delle patate, molto dolce quello delle batate.
I valori nutrizionali sono pressoché identici in termini di calorie, proteine e carboidrati contenuti. Le batate forniscono un contenuto maggiore di vitamina C e di vitamina A, oltre ad essere ricche di antiossidanti. La differenza importante è data dal loro indice glicemico (IG), il valore che esprime la capacità dei carboidrati contenuti in un alimento di innalzare la glicemia. Gli alimenti a basso IG vengono assorbiti e metabolizzati più lentamente, con conseguente aumento del senso di sazietà e benefici sul controllo del peso.
Nonostante il sapore dolce, la batata ha un indice glicemico moderato (da 44 a 94, contro 110 della patata) poiché contiene prevalentemente carboidrati complessi. Tuttavia bisogna tenere presente che l’IG è fortemente condizionato dal metodo di cottura: l’alta temperatura innesca un processo che rende gli zuccheri più semplici, e quindi più facilmente assorbibili. Per questo motivo, ad esempio, le batate al forno hanno un IG molto più alto di quelle bollite, e lo stesso vale per le patate.
Ovviamente la domanda più interessante è: come gustare al meglio patate e batate? Le patate hanno senza dubbio raggiunto un grado di diffusione tale per cui le ricette sono già molto conosciute e pressoché infinite: fritte, arrosto, lessate e condite in insalata, oppure come ingrediente base per polpette, zuppe e soufflé. Ce n’è davvero per tutti i gusti.
Le batate sono un po’ meno conosciute, ma altrettanto versatili. Come le patate, possono essere cotte intere oppure tagliate a fette sottili o a cubetti, per poi procedere alla preparazione che si preferisce: bollite, in padella, fritte oppure al forno. Possono essere consumate anche crude (il loro sapore in tal caso ricorda molto quello delle carote) e con o senza la buccia (sì, è commestibile anche cruda!).
Si prestano molto alle ricette di ispirazione esotica, come il curry o il Batata Harra di origine libanese, ma possono essere utilizzate anche per la preparazione di dolci. In generale, sono un buon sostituto della zucca in diverse preparazioni tra cui risotti, sughi, ripieni e torte salate.
Nel dubbio, perché non preparare patate e batate insieme, nella stessa ricetta? La mia preferita è anche la più semplice: cotte al forno, condite con olio d’oliva, sale grosso e un’abbondante manciata di salvia e rosmarino fresco. Basterà tenere presente un piccolo accorgimento: la batata è molto più tenera della patata, di conseguenza la cottura avviene in tempi più brevi. Iniziate la cottura con le sole patate, e dopo circa 20 minuti aggiungete anche le batate. Volendo rendere la ricetta più croccante ed originale, aggiungete qualche cucchiaio di farina di mais fioretto o fumetto di mais (le farine a grana più fine), e mescolate bene prima di continuare la cottura. Il risultato sarà una pirofila piena di profumo e di colore.































La scorsa primavera ero in un periodo molto ricco di viaggi e impegni ed ero pure in procinto di partire per una nuova avventura di vita extra-europea. Nonostante questo è emersa la necessità di trovare il tempo per andare a scandagliare l’immensa ricchezza del nostro Bel Paese, in particolare sul piano culturale e gastronomico. Così, con la compagnia designata e ben già rodata di mia cugina Irene, abbiamo deciso di partire per una sostanziosa tre giorni tra Abruzzo e Molise. Inutile stare a sottolineare (eppure lo faccio ogni volta!) quanto ogni regione d’Italia sia intrisa di storia, tradizioni, natura, e di come si potrebbe spendervi (potendolo fare…) tempo in abbondanza senza il rischio di restare senza stimoli: questa è una delle poche certezze della vita! Il nostro itinerario vede come prima tappa L’Aquila, capoluogo dell’Abruzzo, città suggestiva e vegliata dal maestoso (e innevato) Gran Sasso, ma nella quale le ferite della recente dolorosa storia sismica sono tuttora troppo lancinanti; e nonostante tanta arte, architettura e vita, quella “particolare” atmosfera è un qualcosa purtroppo di forzatamente inscindibile. A tavola non ci sono molti dubbi, con un pranzo dominato da arrosticini di pecora fatti a mano, ed anche alcuni molto saporiti di fegato, il tutto accompagnato da bruschettoni con funghi e salsiccia. Nel tardo pomeriggio ci muoviamo scendendo lungo la costa dell’Adriatico, in direzione della deliziosa Termoli. Parliamo di una delle principali città del Molise, unico porto della regione
e punto strategico da cui poter esplorare la zona. Da qui si possono raggiungere facilmente le isole Tremiti, oppure addentrandosi nell’entroterra, distante circa un’oretta, Campobasso. Ed è proprio il capoluogo molisano il focus del secondo giorno, non prima di aver trascorso una piacevole serata passeggiando tra le vie di Termoli e del suo pittoresco Borgo Antico. La cena? Dell’immancabile pizza seguita da sosta tattica in pasticceria. L’indomani si va alla volta di Campobasso come detto, lungo un tragitto caratterizzato da tanto verde. Giunti in città, dopo aver camminato tra i fascinosi vicoletti, si sale verso il Castello Monforte per ammirare dall’alto il panorama circostante, accompagnati costantemente da un cielo che per metà riluce d’azzurro e per l’altra minaccia acqua. La camminata merita anche il rischio di pioggia, tra le chiesette, le case e i pini sacri. Ridiscesi ora nella parte bassa della città, per pranzo si va nel tipo di locale che più amo, ossia le botteghe con gastronomia, dove restare ammaliati da numerosi salumi, formaggi, dolci tipici e quant’altro. E proprio questi elementi compongono il “semplice” (cosa c’è alla fine di meglio di un buon panino?) quanto squisito pasto, nel posto in questione il quale offre una vasta selezione di prodotti di tutto il Molise: e vuoi non riempirti poi lo zaino con un po’ di salsiccia, soppressata e caciocavallo da portare anche a casa? Nel tardo pomeriggio, dopo aver esplorato ulteriormente, si torna a Termoli, dove una splendida luce e un doveroso gelato accompagnano un’altra gradevole passeggiata,
prima della cena. Il piatto forte in questo caso sono i cavatelli, realizzati a mano sotto i nostri occhi da una anziana signora, quasi ipnotica da osservare nel dar vita alla pasta fresca. Vini rossi tipici ed altre specialità del luogo vanno a completare il quadretto di una cena soddisfacente. Terzo ed ultimo giorno: si risale di buon mattino in Abruzzo, verso San Vito Chietino, punto di partenza per una passeggiata sulla Costa dei Trabocchi. Il meteo non è buono, meglio aspettare il probabile sereno del pomeriggio, ed allora non resisto alla curiosità di voler mettere piede nella vicina Lanciano: una città che mi ha sempre suggerito qualcosa, come diverse altre nel centro Italia. Ma come molte altre cose, spesso quelle che accadono per caso sono le migliori, e voglio dare valore assoluto a quel che ho qui vissuto, perché la giornata si sarebbe davvero potuta concludere in questa mattinata. Anticipo e sintetizzo con poche parole il pomeriggio e la serata, peraltro splendidi, tra l’abbondante pranzo di pesce (fritto, paccheri ai frutti di mare, seppie ripiene …) a San Vito e la lunga scenografica via della Costa dei Trabocchi, costruzioni in legno per la pesca che caratterizzano questo tratto di Adriatico, prima del rientro in Lombardia in nottata. Siamo a Lanciano dunque, e dopo aver camminato un po’ per la meravigliosa piccola città, entriamo in un posto (anche per evitare la pioggia) che ci
incuriosisce: la “Bottega del Viaggiatore Errante”. Ho viaggiato tanto nella mia vita ma… un posto come questo io non l’avevo veramente mai visto e vissuto. E più che di posto parlerei infatti di esperienza vera e propria, che è ciò che mi sono portato a casa alla fine. Qui abbiamo incontrato persone squisite, che ci hanno accolto come ci conoscessimo da sempre, offerto un caffè, un dolce, con cui abbiamo parlato di tante cose, che ci hanno trasmesso l’amore e la passione per la loro terra, ed anche regalato un libro della città. Il tempo lì dentro si è fermato, non so quanto ci siamo intrattenuti. Purtroppo era ora di andare, ma spero sinceramente, un giorno, di poterci tornare. 


