Nella ricorrenza del centenario della sua nascita, avvenuta il 2 luglio 1923 a Kórnik (Polonia), Wisława Szymborska viene omaggiata in tutto il mondo da iniziative che ne celebrano la grandezza poetica. In particolare, al di fuori della Polonia, dove l’intero 2023 è stato proclamato anno di Wisława Szymborska, fanno scalpore il numero e la qualità degli eventi dedicati all’Autrice in Italia.

La lunga serie di avvenimenti è stata aperta il 27 marzo dalla prima nazionale a Roma dello spettacolo Ascolta come mi batte forte il tuo cuore. Poesie, lettere e altre cianfrusaglie di Wisława Szymborska con la regia di Sergio Maifredi, da un’idea del professor Andrea Ceccherelli (Università di Bologna) e del professor Luigi Marinelli (Università La Sapienza, Roma). Lo spettacolo, un percorso tra parole ed emozioni in musica, è già stato rappresentato anche a Milano e Genova e – da qui alla fine dell’anno – approderà in altri importanti teatri italiani. Il 16 giugno è stata inaugurata a Genova, al Museo d’Arte Contemporanea di Villa Croce, la mostra Wisława Szymborska. La gioia di scrivere, che sarà visitabile fino al 3 settembre. L’esposizione è stata curata da Sergio Maifredi con le scenografie di Michał Jandura e raccoglie, tra le altre cose, 85 collage eseguiti dalla Poetessa, massime e versi estratti (e proiettati su parete) dai suoi componimenti, frammenti ingranditi del suo taccuino. Per la fine di novembre è in programma, inoltre, un grande convegno incentrato sull’opera di Szymborska alla Sapienza di Roma; subito dopo, due giornate dedicate all’impatto dei suoi testi in Italia si terranno alle università di Bari e di Napoli.
Tutte queste iniziative restituiscono tangibilmente il successo che i versi di Szymborska hanno riscontrato in Italia, un “caso poetico” senza eguali nel nostro Paese. Qui da noi si stima che un piccolo editore possa vendere tra le 150-300 copie di un libro di poesie particolarmente fortunato; mentre un editore medio riesca a piazzarne un migliaio circa, in caso di buona riuscita. I dati relativi al 2020, i più recenti che si possano reperire, dicono che dall’inizio dell’anno fino all’inizio di ottobre il libro di versi più venduto aveva raggiunto le 9.000 copie (ma il centesimo della classifica non aveva raggiunto neanche il migliaio). In quel periodo, solo 38 titoli avevano superato le 2.000 copie vendute e solo 7 le 5.000. Ecco, in un contesto simile la raccolta più venduta di Wisława Szymborska successiva al Nobel del 1996, Vista con granello di sabbia (Adelphi, 1998), nel 2006 aveva già accumulato 5 ristampe e 13.000 copie; oggi, Vista con granello di sabbia è alla 18° ristampa.
Per il successo editoriale di Szymborska in Italia, tuttavia, il punto di svolta è certamente rappresentato dalla pubblicazione da parte di Adelphi de La gioia di scrivere, uscito in prima edizione nel 2009. Si tratta di una silloge pressoché completa dei versi dell’Autrice, cui sono seguite alcune raccolte più esigue: l’ultima, Canzone nera, risale al 2022 e mette assieme i versi composti da Szymborska tra il 1944-1948. La gioia di scrivere, dal momento della sua comparsa sul mercato editoriale, è arrivato alla 20^ ristampa, seppure con numeri di stampa ogni volta diversi, a seconda della ricorrenza o occasione specifica che li motivasse.

C’è un episodio, in particolare, in cui si stringe ulteriormente il legame tra l’Italia e la Poetessa, e dopo il quale le vendite dei suoi libri registrano una nuova, clamorosa impennata. Il 5 febbraio 2012 (pochi giorni dopo la scomparsa di Szymborska), durante la trasmissione Che tempo che fa?, Roberto Saviano si sofferma su un verso della poesia Ogni caso, definendolo il più bello della poesia d’amore novecentesca: “Ascolta/come mi batte forte il tuo cuore”. La notte stessa, tramite i canali di vendita on-line, La gioia di scrivere registra la vendita di 800 copie; nei giorni immediatamente successivi, Adelphi esaurisce due ristampe da 15.000 copie l’una.
Roberto Saviano, peraltro, non è l’unico intellettuale ed artista italiano che abbia espresso il proprio apprezzamento per la poesia di Szymborska. I suoi versi sono finiti in una canzone di Jovanotti, Buon sangue (“Si nasce senza esperienza,/si muore senza assuefazione”, da: Nulla due volte); la sua arte ha spinto Vecchioni a dedicarle il brano Wisława Szymborska: “E quando canti chiedo/Ma chi le ha dato il cuore/La legge del sospiro/Per scrivere parole?”. Nel film Cuore sacro di Ferzan Özpetek (2005) dalla borsa di una piccola ladra cade a terra un volumetto di poesie di Szymborska; mentre Magnifica presenza (2012) dello stessa regista si apre con una dedica alla Poetessa appena scomparsa. Andrea Camilleri inserisce i versi di Szymborska all’interno di una delle avventure di Montalbano, Il metodo Catalanotti; mentre Umberto Eco, il 27 marzo 2009, di fronte all’Aula Magna di Santa Lucia a Bologna gremita da oltre 1.500 persone, esprime tutta la sua passione per l’autrice polacca lì presente leggendo il testo di Possibilità (“Preferisco non chiedere per quanto ancora e quando./Preferisco prendere in considerazione perfino la possibilità/che l’essere abbia una sua ragione”) e chiosando con: “Preferisco Wisława Szymborska”.

Di certo tutte queste figure della realtà italiana della cultura e dell’arte, dall’estero basta ricordare le dichiarazioni di enorme stima da parte di Woody Allen (“La reputo una grande artista, che ha un’enorme influenza sulla mia gioia”), hanno fatto da garanti dell’importanza poetica di Szymborska, arrivando al grande pubblico in maniera più diretta rispetto ai canali canonici della critica letteraria. Al momento del confronto in solitudine tra il lettore e i versi della Poetessa, necessariamente, sono poi emerse tutte le qualità dei suoi componimenti e quelle di chi li ha restituiti in italiano. A Pietro Marchesani, storico traduttore di Wisława Szymborska, scomparso pochi mesi prima della Poetessa, dobbiamo anzitutto il merito di una fedeltà rigorosa al testo impreziosita da alcune mirabili scelte personali.
Volendo addentrarci nei motivi per cui i versi di Szymborska siano così diffusi in un Paese, come visto, tanto poco avvezzo alla poesia, dovremmo partire dalla semplicità esteriore dei suoi componimenti. “Mi preoccupo molto se qualcuno non capisce qualcosa di ciò che scrivo”, ebbe a dire in un’intervista. Effettivamente, i suoi testi sono (pressoché) privi di qualsiasi difficoltà alla ricezione; sono diretti in modo che il rapporto verticale autore-lettore, motivo di freddezza e distanza per molti potenziali fruitori, viene rimesso in pari. Talvolta si ha la sensazione di percorrere con il soggetto lirico, e con l’Autrice, il medesimo pezzetto di strada, condividendone le impressioni.

La spinta alla scrittura è generata dallo stupore nei confronti del mondo, che rappresenta anche il tratto più specifico della sua poesia: “Dopotutto ci stupisce ciò che si discosta da una qualche norma nota e generalmente accettata, da una qualche ovvietà a cui siamo abituati. Ebbene, un simile mondo ovvio non esiste affatto. Il nostro stupore esiste per se stesso e non deriva da nessun paragone con alcunché”, disse durante il discorso successivo all’assegnazione del Nobel. La condivisione di tale stupore crea con chi legge un rapporto strettissimo, che, come detto, non viene mai indebolito dal ricorso a una scrittura ermetica o complessa.
Le due parole: non so, che muovono l’ispirazione dell’Autrice, trascinano anche il lettore nel vortice di una ricerca continua, nella rincorsa ad un senso che pure non si troverà mai, laddove la vita significa anzitutto: “Persistere nel non sapere/qualcosa d’importante” (Un appunto). Attraverso l’utilizzo di un’espressione chiara e diretta, dunque, la poesia di Szymborska si apre ad una dimensione filosofica, trascinandoci con lei: “Il savoir-vivre cosmico,/benché taccia sul nostro conto,/tuttavia esige qualcosa da noi:/un po’ di attenzione, qualche frase di Pascal/e una partecipazione stupita a questo gioco/con regole ignote” (da: Disattenzione). Una volta sprofondati mani e piedi nelle grandi domande dell’universo, senza sapere come ci si è arrivati, ma senza volontà alcuna di uscirne, la poesia di Wisława Szymborska non ci abbandonerà più.














Olio dell’albero del tè (Melaleuca alternifolia)
Il Tea Tree Oil si ottiene da un arbusto sempreverde dal nome botanico Melaleuca alternifolia, che cresce fino a 7 metri di altezza, ma non è il cosiddetto Tè cinese (o di fatto: camelia), che viene bevuto in tutto il mondo e da cui si producono essenze per profumi o cosmetici e che viene chiamato “olio di tè”. Le foglie di melaleuca sono state utilizzate dagli aborigeni per migliaia di anni per curare ferite e infiammazioni e loro hanno anche notato gli effetti curativi dell’acqua in cui cadevano le foglie dell’albero del tè. Le foglie dell’albero del tè furono scoperte anche dall’esploratore James Cook, che iniziò a prepararle e ad aggiungerle alla birra, da qui il nome della pianta dell’albero del tè. Attualmente esistono diversi tipi di
L’olio dell’albero del tè è sicuro da usare sulla pelle anche senza diluizione, ma vale sempre la pena controllare la reazione della pelle diluendolo in 






















“Organizziamo piccoli gruppi di polacchi che vogliono vivere una esperienza autentica in Sicilia, lontano dalle mete turistiche, li facciamo provare la raccolta delle olive e mangiare nelle fattorie”, racconta Agnieszka che è appassionata di viaggi e tour leader. Un lavoro premiato dalla clientela crescente, sia al negozio che alla scuola, mentre l’anno scorso è arrivato anche il riconoscimento ufficiale da parte della Camera di Commercio e dell’Industria Italiana in Polonia, SikulaGente entra infatti a far parte della rete di negozi certificati “Buy Italy”. Ma il 2022 è un anno di svolta anche perché ad Agnieszka e Diego viene l’idea di organizzare laboratori di cucina siciliana non solo per svelare i segreti antichi di una cucina meravigliosa ma anche per far conoscere i prodotti e mostrare come utilizzarli nelle ricette. SikulaGente è quindi un progetto articolato tra negozio, scuola, viaggi e laboratori in cui gioca un ruolo centrale la volontà di diffondere prodotti autentici siciliani di alta qualità a partire da quelli realizzati dallo stesso Diego ovvero l’olio extravergine d’oliva e le arance bionde, due degli oltre 600 prodotti originali siciliani presenti in negozio tra cui spiccano il caffè, una vasta scelta di pesti e di sughi per la pasta e, ovviamente, la pasta stessa in 70 formati diversi e poi ancora conserve sott’olio e patè, formaggi di latte di pecora, salumi, prodotti ittici, tra cui fantastiche acciughe inserite a mano nei vasetti, e poi tanti dolci tra cui creme di pistacchio, il cannolo e la granita siciliana, e poi vini e perfino oggetti tradizionali di ceramica siciliana.
“Ogni prodotto, prima di essere inserito in negozio, viene provato e studiato perchè per noi è importante saper raccontare l’origine del prodotto al cliente. Tutto quello che proponiamo nel nostro negozio ha una sua storia. Il cibo è cultura e noi vogliamo raccontare quella siciliana smentendo abitudini sbagliate come quella diffusa in Polonia secondo cui l’olio d’oliva extravergine è un prodotto di lusso che si usa solo a freddo”, racconta Diego discendente da generazioni di produttori d’olio siciliani. Così l’olio che trovate a SikulaGente è la spremuta di olive autoctone, prevalentemente Biancolilla e Nocellara. La raccolta delle olive avviene in modo tradizionale, manuale, con l’aiuto di attrezzi speciali detti “abbacchiatori”. Per garantire la qualità dell’olio, le olive raccolte devono essere trasportate al mulino entro 48 ore e molite. L’olio così prodotto risulta giallo paglierino con riflessi verdi, odora di erba, pomodoro verde e presenta un gusto piacevole ma leggermente “pizzicoso”. Chi non è esperto pensa che il pizzicore e la sensazione di amaro siano difetti. Con il nostro lavoro quotidiano, con le degustazioni e le spiegazioni ai clienti, siamo riusciti a cambiare la loro percezione e convincerli che queste caratteristiche sono dei valori importanti per distinguere un buon olio extravergine di oliva da uno di dubbia qualità.




Elencando i vari modi di affrontare il mondo, Calvino non smette mai di sorprenderci, esprimendosi costantemente con la sua pacata e sofisticata ironia. È quindi importante, secondo l’autore, imparare le poesie, poiché sono proprio le opere in versi, registrate e ripetute, a dover accompagnarci costantemente, sviluppando la nostra memoria e assicurando che quest’ultima non scompaia mai. Lo stesso Calvino, tra l’altro, amava la poesia, così come il racconto: due forme letterarie sostanzialmente brevi e ritmate alle quali egli stesso ha dato voce ad esempio in “Marcovaldo, ovvero le stagioni in città” (1963) o ne “Le cosmicomiche” (1965). Quest’ultima raccolta costituisce anche un omaggio al rapporto tra letteratura, scienza e mito, questioni che per lo scrittore non si escludono, non entrano mai in competizione e, tanto meno, in conflitto tra di loro. Si tratta insomma di un approccio comprensibile per un autore nato e cresciuto in una famiglia di matematici e botanici (non solo i genitori di Calvino, ma anche i suoi parenti più lontani si occupavano di scienze esatte), ottenendo già in giovane età una sorta di imprinting che influenzò in modo decisivo il suo approccio al lavoro e alla propria attività letteraria. Calvino, pur dedicandosi inizialmente a studi scientifici, non orientò però mai la sua carriera in questa direzione e nel 1947 discusse la sua tesi di laurea dedicata all’autore inglese di origine polacca, Joseph Conrad. Il fascino per la scienza, tuttavia, rimase un sentimento e un elemento che accompagnò sempre lo scrittore e la sua opera e che si manifestava, ad esempio, in una costante necessità di controllare la narrazione. In effetti, quella di Calvino, lo “scoiattolo della penna” come lo definì Cesare Pavese rimasto fortemente colpito dal suo primo romanzo, non è una narrazione che esplode all’improvviso e che scorre liberamente abbandonandosi inconsapevolmente ai meandri del flusso di coscienza, ma si basa su un lungo ed equilibrato studio della parola. Non a caso un importante modello di scrittura per l’autore ligure, a prescindere dalle fasi che la sua stessa opera abbia attraversato, rimase sempre Galileo, scienziato e, al contempo, narratore, così come Giacomo Leopardi con le sue “Operette morali” e il loro stile scolpito con cura e precisione.
Non c’è da stupirsi dunque che il successivo e apparentemente banale consiglio, che dovrebbe servire come un’ulteriore chiave per comprendere il mondo moderno, di Calvino, grande amante delle scienze esatte, sia di stampo “matematico”. Si tratta dell’atto di fare i calcoli, anche quelli più complessi, a memoria, scrivendo a mano, su un pezzo di carta. Ciò consente, secondo Calvino, di imparare a superare l’eccessiva astrazione, la mancanza di limiti e di cornici, nonché l’esorbitante fluidità che, a loro volta, portano alla scomparsa di ogni essenza delle cose. Quanto anticonvenzionali e, al tempo stesso, quanto attuali paiono le linee guida di questo autore, considerato l’ultimo classico nella storia della letteratura italiana (come lo definì enfaticamente lo studioso e amico Alberto Asor Rosa), di cui quest’anno si festeggia il 100 anniversario della nascita (così come, tra l’altro, della già menzionata Szymborska).
L’ultima raccomandazione di Calvino che riassume e, contemporaneamente, mette in discussione, in parte ironicamente, i due consigli precedenti, riguarda la consapevolezza che tutto ciò che abbiamo raggiunto e ottenuto ci può essere tolto da un momento all’altro. Ciononostante, l’obiettivo di questa affermazione, come sottolinea lo scrittore, non è quello di suscitare rassegnazione, ma di “non farsi mai troppe illusioni” (per citare “La giornata di uno scrutatore” [1963]), nonché di richiamare l’attenzione al fatto che tutto ciò che abbiamo, anche se ci sembra concreto, nitido e ben definito, potrebbe improvvisamente allontanarsi e scompare, inghiottito, come ci dice lo stesso autore, da una nuvola di fumo.


A Varsavia Franchetti Pardo ha vissuto, diplomaticamente parlando, un battesimo di fuoco con l’arrivo in Polonia delle massime cariche istituzionali italiane: il Presidente della Repubblica Mattarella, due visite del Presidente del Consiglio Meloni, il Ministro del Made in Italy Urso, il Ministro dello Sport e della Gioventù Abodi, il Ministro per il Made in Italy Adolfo Urso, il Ministro della Cultura Sangiuliano, senza contare l’organizzazione della imponente e partecipata Festa della Repubblica Italiana con circa mille ospiti.
Oggi la Polonia, vista la sua nuova centralità geopolitica, è un paese ancora più strategico per l’Italia?
La presenza degli italiani in Polonia è in effetti in crescita e mi auguro che questo fenomeno contribuisca a far da volano alle relazioni tra i due paesi. Tra l’altro sappiamo bene che la presenza e la crescita superano ampiamente i dati ufficiali. Come ambasciatore cerco di sviluppare quella che il Vice Primo Ministro del Consiglio e Ministro degli Esteri Tajani chiama “diplomazia della crescita”, ovvero una diplomazia che aiuti l’Italia a crescere economicamente all’interno e nel mondo dove c’è domanda della nostra cultura, economia e lingua: i tre pilastri sinergici dell’italianità all’estero. Per questo siamo attenti anche alla prospettiva di aumentare nei licei polacchi le sezioni in cui si insegni l’italiano e, perché no, anche un istituto integralmente in italiano.