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Home Blog Page 314

Wroclovely

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Marta Dzy

Ottobre a Breslavia: finalmente un po’ di autunno di sole e di caldo; si ha voglia di uscire di casa e ci si muove volentieri e senza fatica. La mattina vado all’Università, poi al lavoro; nel frattempo devo correre molto nella meravigliosa città vecchia, dove vado spessissimo al ristorante “Najadacze” (per un caffè, il pranzo e poi di nuovo un caffè). La sera le mie gambe un po’ stanche mi portano a casa, nel pittoresco quartiere di Nadodrze. Questa è una passeggiata molto piacevole, non importa in che direzione si vada, poichè il Ponte Universitario (Most Uniwersytecki) è un luogo stupendo che offre una bellissima vista sull’Università, sull’isola S?odowa (Wyspa S?odowa) e sul porto situato tra i ponti. Sul ponte c’è anche una delle statue più belle della nostra città: “Powodzianka” (vittima di inondazione), scolpita dallo scultore breslaviano Stanis?aw Wysocki, omaggio alle centinaia di volontari che instancabilmente salvarono monumenti e inestimabili risorse bibliotecarie dall’inondazione del 1997. Sulla tratta tra il Ponte Universitario ed il Ponte Pomerano (Most Pomorski) possiamo trovare alcuni locali simpatici e graditi dai breslaviani, tra gli altri “Przysta?” e “River”. In quest’ultimo locale si può dare una sbirciata ai cuochi mentre lavorano e assaggiare la pasta garganelli fatta a mano nel ristorante, al pesto di rucola. Se, invece, siamo nel weekend, le mie gambe, invece di portarmi a casa, mi portano verso le mostre. Vado di qua e di là, batto i piedi e salto sulle piste da ballo breslaviane, rincaso all’alba. Questo mese sono riuscita a deliziarmi della mostra POSTAWY 2013, che presenta pitture di due artiste giovani, studentesse dell’Accademia delle Belle Arti di Breslavia, premiate alla prima edizione del concorso di pittura organizzato dal loro ateneo: Katarzyna Frankowska e Katarzyna Wiesio?ek. La mostra d’inaugurazione si è tenuta nella Galeria M nell’edificio medievale Stare Jatki, è stato un evento gaio e vivace, e le opere delle ragazze sono state accolte in maniera calorosa ed entusiastica da parte del pubblico. Non posso non menzionare l’after party altrettanto riuscito nell’eterno “Kalambur”, poi all’Ambasada, e forse in qualche altro posto… È poi in corso la seconda edizione del Play with Glass European Glass Festival, ossia la festa del vetro artistico europeo. Ciò significa che si deve fare una visita obbligatoria alla stazione ferroviaria Wroc?aw G?ówny, dove nell’impressionante Sala Secesyjna sono esposte delle opere incredibili di sedici artisti di tutta l’Europa. L’esposizione mi ha ricordato un po’ l’enorme mostra sul vetro, che avevo avuto il piacere di vedere alla Biennale di Venezia di quest’anno. Seppure la scala è diversa, l’atmosfera è simile. Vado in bicicletta piuttosto spesso, poichè il tempo è perfetto e la stessa Breslavia è sempre più bicycle-friendly, le piste ciclabili spuntano come funghi, sollevando allo stesso tempo molte discussioni. Gli automobilisti si lamentano delle piste ciclabili tracciate sulle strade e delle corsie diventate molto strette (le piste ciclabili sono spesso tracciate sulle strade già esistenti), e noi ciclisti cerchiamo di non perderci in questo garbuglio e stiamo molto attenti, siccome i vigili urbani breslaviani non sono indulgenti e fanno multe generosamente. In bicicletta sono andata la settimana scorsa a vedere al Browar Mieszcza?ski l’insolito spettacolo/performance/mostra sotto la regia del sudafricano Brett Bail, intitolato EXHIBIT B. Quest’evento faceva parte del festival teatrale DIALOG, il cui motto di quest’anno sono state le parole di Susan Sontag: Essere spettatori di disgrazie altrui è una delle esperienze più caratteristiche della contemporaneità. La mostra Exhibit B è sicuramente un’esperienza molto forte, è un racconto sui crimini del colonialismo, le cui conseguenze sono vive fino ad oggi. Sono entrata completamente sola nel labirinto delle sale in cui erano presentati, in diverse installazioni, gli africani. E da sola ho dovuto far fronte alla loro storia orrenda, all’ingiustizia e anche allo sguardo intransigente di ciascun’attore che interpreta schiavo, profugo e vittima. Dall’ultima sala uscivo avvolta nella straordinariamente bella canzone funebre cantata da un coro namibiano, tuttavia ero completamente sconvolta. Sono riuscita a partecipare anche all’inaugurazione dal festival TIFF (Troch? Inny Festiwal Fotografii ovvero il festival fotografico un po’ diverso), tenutasi nel Muzeum Wspó?czesne (Museo Contemporaneo). Nell’ambito del TIFF si può scegliere tra mostre, proiezioni di film, appuntamenti con artisti, workshop e, ovviamente, feste. L’evento, come tutti gli eventi presso il Muzeum Wspó?czesne, ha attirato moltissima gente, e la visita al Cafe-Muzeum al sesto piano è sempre un gran piacere: un vino delizioso e un’enorme terrazza panoramica, da cui si estende la vista su tutta Breslavia sono indubbiamente i pregi di questo luogo. Dopo la mostra mi sono recata in uno dei miei locali prediletti, nel Quartiere di Quattro Templi, ovvero “Cocofli”, un luogo di incontro tra la letteratura, la musica, ottime bevande alcoliche e antipasti squisiti, dove bevendo un buon vino israeliano e stando in un’ottima compagnia ho perso la cognizione del tempo, e questo, si sa, è un sintomo molto positivo! Devo organizzare tutto in maniera perfetta. Ho visto poi anche dei luoghi nuovi: “Kontynuacja”, ovvero il maggiore “multi-tap bar” (con molti distributori di birra) di Breslavia, che ha nella propria offerta addirittura 16 diverse birre alla spina. Ci ho portato, come esaminatore, mio padre, intenditore di birra. È uscito molto contento da “Kontynuacja”.  Appena il papà aveva preso la via di casa, a notte fonda sono andata, non tanto lontano da quel paradiso della birra, in via Ruska, dove da appena un mese è aperto il Bau Bar, un posto in cui ci si può sfogare ballando le sonorità elettroniche, bere ottime bevande, trovare un piacere estetico nell’arredamento austero e, in seguito a tutti questi piaceri, perdere nuovamente la cognizione del tempo. L’unica cosa che non sono riuscita a fare è quella di comprare il biglietto per il nuovo film di Jim Jarmusch, Only lovers left alive, che sarà mostrato durante l’American Film Festival. Penso però che mi rifarò con il concerto di Maria Peszek all’Eter, dove andrò fra qualche giorno.

 

Ci vediamo in dicembre, ciao, baci!

 

LINK:

Najadacze: www.najadacze.pl

Przysta?: www.przystan.wroc.pl

River: www.river.wroc.pl

Galeria M: www.galeriam.com

Kalambur: www.facebook.com/Pod.Kalamburem

Ambasada Wódka Bar: www.facebook.com/ambasada.wodka.bar

European Glass Festival: www.europeanglassfestival.com

DIALOG: www.dialogfestival.pl

TIFF: www.tiffcollective.pl/tiff2013

Muzeum Wspó?czesne Wroc?aw: www.muzeumwspolczesne.pl

Cafe-Muzeum: www.muzeumwspolczesne.pl/mww/cafe-muzeum

Cocofli: www.facebook.com/Cocofli

Kontynuacja: www.facebook.com/kontynuacja

Bau Bar: www.facebook.com/BauBarpl

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Venice now

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Weronika Marciniak, Monika Jachimowska

Venezia è una città eccezionale di architteture senza tempo e di amore. Una passeggiata nella piazza San Marco sommersa nel sole, un viaggio sul vaporetto, oppure una gita nella famosa vicina isola di Murano è il sogno di tanti. Non c’è da sorprendersi del fatto che i canali veneziani compaiano in numerosi film e pubblicazioni: è un luogo incredibilmente bello ed eccezionale. La città edificata sulla laguna, in cui i trasporti si svolgono principalmente via acqua, ha una sua unicità di livello mondiale. Ma Venezia è anche una realtà abbastanza dura per chi vuole visitarla sistematicamente spostandosi tra centinaia di monumenti. Il timore di perdersi nell’architettura veneziana è uno dei motivi per cui la maggioranza delle persone visita solamente i luoghi comunemente noti. È stata quindi un’opportunità eccezionale quella di poter conoscere Venezia in maniera più approfondita grazie al workshop fuori sede organizzato dalla Facoltà di Architettura del Politecnico di Varsavia. Le premesse del programma e della formula dei workshop hanno concentrato la nostra attenzione sull’architettura moderna nel tessuto antico. Già subito appena arrivati sorprende l’edificio modernista della stazione ferroviaria, visibile dal Canal Grande. Poco più lontano c’è l’area di un ex macello riconvertita e trasformata in una delle sedi della Facoltà di Economia dell’Università Ca’ Foscari. Vale la pena visitare questo gruppo di edifici, per apprezzare l’atmosfera unica della piccola città studentesca. Gli ex-capannoni industriali sono ora diventati un coerente spazio universitario. La parte visuale fa riferimento alle funzioni passate, influendo direttamente sull’espressione architettonica (l’onnipresente rosso). Navigando lungo il Canal Grande, vediamo il non finito palazzo Venier dei Leoni, che ha una forma classica. L’edificio costruito in bianca pietra d’Istria – il materiale radicato nella storia di Venezia – acquistato dalla ribelle Peggy Guggenheim, ora è la sede della sua fondazione. La proprietaria, nota per la propria eccentricità, dava al pubblico l’accesso agli spazi, in cui erano conservate opere degli artisti come Max Ernst o Jackson Pollock. Oggi vi si trova una esposizione permanente delle opere di avanguardia dei più noti artisti del Novecento. Un personaggio molto importante per l’architettura moderna veneziana è Carlo Scarpa, architetto talentuoso nato nel 1906 e morto nel 1978. In maniera del tutto innovativa interpretò la particolarità di questo luogo, facendo uso dell’acqua come materiale architettonico. Scelta architettonica particolarmente apprezzabile nel Palazzo Querini Stampalia. Il palazzo seicentesco, situato tra piazza San Marco ed il ponte di Rialto, sin dal 1869 è sede dell’omonima fondazione, del museo e della caffetteria caratterizzata da un’atmosfera molto particolare. L’edificio è costantemente a rischio allagamenti a pianoterra quando c’è acqua alta. In seguito agli allagamenti le pareti dell’edificio si erano pesantemente rovinate ed è stata necessaria una ristrutturazione. Carlo Scarpa creò al pianterreno dell’edificio una serie di vari livelli di pianerottoli in pietra, lasciando l’acqua entrare liberamente dentro. Questa è stata una svolta nel modo di pensare all’architettura. L’acqua diventa un elemento chiave che crea lo spazio, ma non ostacola lo spostamento all’interno dell’edificio. Un principio simile è alla base del progetto dello showroom Olivetti nella celeberrima piazza San Marco. Il pavimento coperto con un mosaico moderno nel periodo dell’acqua alta sembra scintillare e tutto l’allestimento interno acquisice un’espressione astratta. Essendo a Venezia vale la pena anche di recarsi all’isola di Murano, centro delle fornaci e dei negozi del famoso vetro artistico. Grazie alla gentilezza dei maestri, siamo potuti essere testimoni dell’insolito spettacolo durante cui sono stati creati oggetti di uso quotidiano, di carattere straordinario. Riassumendo, vogliamo far notare, che Venezia non è, come potrebbe sembrare, una città conclusa. Visitandola vale la pena di prestare attenzione a quello che vi avviene oggi. Naturalmente è anche un’ottima occasione di visita il periodo della Biennale di Venezia, dedicata una anno all’arte e un anno all’architettura. È evidente che grazie al proprio tessuto caratteristico Venezia non perderà la sua atmosfera ed il suo carattere unico. Ma crediamo valga la pena iniziare a guardare a questa città come ad una struttura viva, che può sorprendere non solo con i monumenti.

 

VIII edizione del Bologna Jazz Festival

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Magdalena Radziszewska

Da qualche giorno Bologna è immersa nella musica jazz e piena di amanti di questo genere musicale. Il 26 ottobre è cominciato il Bologna Jazz Festival che può vantare una tradizione quasi unica in Europa. La storia del jazz a Bologna è davvero ricca di concerti eccezionali e ospiti stupendi. Quest’anno il programma del festival prevede quasi trenta concerti, durante cui suoneranno sia personaggi già ben noti che godono di una buona fama nel mondo del jazz come Remember Shakti, Jack DeJohnette, Tim Berne, Dave Douglas, Opus 5, Tom Harrell, Stefano Bollani, The Bad Plus e Jan Garbarek, che nuove leve del jazz.

Uno dei primi concerti ha avuto luogo il 29 ottobre al Take Five Music Club, occasione in cui è stato presentato il progetto musicale ancora inedito “Siroko”. Tolga During (chitarra) leader del gruppo,  Achille Succi (clarinetto basso) che è stato definito dal critico Mario Gambra come uno “tra i musicisti più geniali del jazz italiano” e Roberto Rossi (percussioni) ci hanno portato in un viaggio indimenticabile tra la musica jazz e le sonorità delle musiche popolari mediterranee. Il Trio infatti si è unito poco tempo fa, ognuno dei musicisti dà il proprio contributo ed esperienza musicale che risulta in una fusione di diverse culture musicali, partendo dal Jazz europeo con elementi di musica del nord Africa e orientale. Il loro repertorio consiste in composizioni eccezionali, uniche, caratterizzate da elementi di musica etnica. L’improvvisazione è un elemento molto importante, grazie a cui i loro concerti sono sempre un avvenimento unico, carico di energia ed indimenticabile.

Cominciato in questo modo, il Bologna Jazz Festival indubbiamente sarà un evento eccezionale. I concerti si svolgeranno fino al 27 Novembre quando si terrà il concerto di chiusura che è affidato a Jan Garbarek, una delle voci-simbolo che hanno plasmato l’identità di ECM Records.

Per ulteriori informazioni su prossimi concerti andate sul sito del Bologna Jazz Festival:  http://www.bolognajazzfestival.com.

 

LAURA DRYJANSKA

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Sull’immigrazione “clandestina” in Italia all’estero non si parla mai o quasi mai. I giornali di lusso da Vanity Fair a Vogue fanno ogni tanto qualche reportage colorato ma la tragedia di chi ha perso la vita e di chi è sopravvissuto attraversando il mare in condizioni disumane per raggiungere la terra promessa Italia, approdando a Lampedusa, è sempre viva, irrisolta. Mentre i politici italiani bisticciano sulle responsabilità con l’UE, io incontro a Roma una persona fenomenale quanto modesta: la Dr.ssa Laura Dryjanska, polacca con una bel passato accademico alle spalle che in questo momento, oltre a continuare le sue ricerche scientifiche all’università romana La Sapienza, insieme al suo compagno Dr Roberto Giua e l’organizzazione Rotary, cerca di fermare questa tragedia, aiutando soprattutto i minori a riconquistare la loro vita in libertà.

Dryjanska, con il Dr Roberto Giua, hanno aderito ad una importante organizzazione del Rotary (Rotarian Action Group Against Child Slavery) che cerca di fermare il traffico umano (vedi: www.racsrag.org – http://bambinidistrada.wordpress.com/). Un problema molto diffuso in tutto il mondo e ultimamente, visti gli ultimi problemi di una tragica immigrazione africana, sempre più noto. Come pensate di contribuire a combattere questa piaga tragica soprattutto per i minori coinvolti?

“A luglio si è tenuto a Lisbona il Congresso internazionale del Rotary dove erano presenti tutte le iniziative umanitarie seguite da questa organizzazione che conta oltre 1.200.000 soci nel mondo, e che ha saputo combattere, tra gli altri, negli ultimi 25 anni la Polio a livello mondiale, portando l’OMS a dichiarare che nel 2014 si potrà forse considerare una malattia estinta. In tale occasione abbiamo avuto la fortuna di incontrare il Presidente di questo Gruppo di Azione Rotariano, Mark Little, dedicato a combattere la schiavitù minorile e quindi il traffico umano. Pur essendo ufficialmente la schiavitù umana proibita in quasi tutti i paesi del mondo civile, tutti quelli che hanno sottoscritto la carta dei diritti umani, purtroppo la realtà ci dice che esempi di schiavitù si trovano ancora in tanti paesi anche occidentali, come l’Europa e le Americhe, con percentuali purtroppo ancora molto elevate. La prima delle attività che riteniamo indispensabile per aiutare i minori che subiscono il traffico e la schiavitù e di fare campagne di sensibilizzazione, e di informazione, senza le quali le persone pensano che stiamo parlando di problemi lontani, che non li riguardano.”

Quali sono le modalità che rendono un bambino uno schiavo?

“Molti minori arrivano in Italia, che è considerato un paese essenzialmente di passaggio, o da soli, o con degli adulti che spesso non sono i loro genitori naturali, ma parenti più o meno vicini o solo occasionali compagni di un viaggio della speranza che per alcuni diventa il viaggio della disperazione e della morte. E’ difficile sintetizzare come si possa aiutare questi minori, ma possiamo provare intanto a dire che i minori non accompagnati dovrebbero subire un procedimento accelerato di ricovero in strutture protette, di sostegno e assistenza sociale, sanitaria e psicologica, perché deve essere tragico dover fare un viaggio di giorni e giorni magari con degli adulti che muoiono sotto i loro occhi. Poi si dovrebbe sostenere ed accelerare al massimo tutte quelle pratiche che possano almeno portare, se non ad una adozione, almeno ad un affidamento; infatti sembra piuttosto risibile pensare di applicare per questi disgraziati minori le stesse regole che varrebbero per un minore italiano, a sua  garanzia, ma senza l’evidente situazione di emergenza  di questi casi estremi.”

Ai primi di novembre è stata invitata come “observer” alla Pontificia Accademia delle scienze e delle Scienze Sociali in Vaticano per parlare di contrasto al traffico umano e di utilizzo di nuove tecnologie.

“In Vaticano si è svolto un evento importante proprio per le strategie che il mondo civile vorrà prendere sul tema del contrasto alla schiavitù, minorile in particolare. Il Santo Padre, infatti, ben conoscendo cosa significa la miseria umana, vissuta spesso in terribili situazioni ambientali, come quelle a Lui ben note delle “villas miserias” di Buenos Aires, ha personalmente spronato ad agosto la prestigiosa Pontificia Accademia delle Scienze e la Pontificia Accademia delle Scienze Sociali a organizzare un workshop sul tema invitando tutti a pensare in modo concreto quali strumenti utilizzare, anche i più moderni offerti dalla tecnologia, per combattere questa piaga. Ecco quindi che la moderna evoluzione di questi ultimi anni dello studio del genoma umano e quindi della tipizzazione del DNA fa ipotizzare che forse si possano applicare queste soluzioni per arginare il fenomeno. Quello che si sta pensando è di poter ricoverare i minori di strada (che noi chiamiamo “shadow children”) in shelter che rendano la loro vita più umana e sicura ed utilizzare per “difenderli” un campione di saliva dal quale ricavare il DNA e al quale abbinare un nome e cognome, in pratica quindi effettuare una certificazione anagrafica sicura e indelebile nel tempo. Sembra questa una possibilità, tutta ancora da impostare come procedura, per arrivare a rendere sempre più difficile l’utilizzare bambini di strada per scopi turpi come lo sfruttamento sessuale, l’abuso e la violenza e la pedofilia, per arrivare a espianti clandestini e progressivi di organi.”

Vivete tra la Polonia e l’Italia. Dove si vive meglio?

“Dopo molti anni di studi all’estero sono tornata a Varsavia nel 2008 e ho lavorato all’Università, evento che considero un altro importante tassello di esperienza, ma avendo vinto un Dottorato di ricerca all’Università La Sapienza di Roma, congiunto con altre 5 università europee, ho deciso di  trasferirmi. Il dottorato è finito lo scorso anno, e trattando di problemi di expats, mi ha trovato particolarmente coinvolta ed interessata. A parte gli spunti derivanti dalle mie ricerche, posso certamente dire che trovo Roma la più bella città del mondo, e avendo molto viaggiato, penso di poterlo affermare con cognizione di causa. Il tentativo di paragonare Italia e Polonia è stato fatto da tutti i soggetti intervistati, ma non voglio sottrarmi a questa domanda: non sono paragonabili, troppo diverse, troppo distanti e quindi il gradimento o meno dipende tutto dal proprio stato d’animo, dalle proprie predisposizioni, insomma, dal proprio stile ed aspettativa di vita.”

Vive a Roma da 4 anni. Perché alla fine ha lasciato Varsavia?

“La principale motivazione come ho detto prima è stata la specializzazione nel Dottorato, che unita alle altre forti motivazioni personali mi hanno fatto prendere la decisione per il trasferimento. Resta per me comunque importante il frequente rapporto con la mia famiglia in Polonia e appena posso, soprattutto durante le feste, vado a visitare la mia mamma a Varsavia o a Cracovia o la mia nonna a Stary Sacz, un posto legato alla mia infanzia.”

Ha fatto il dottorato alla Sapienza su un tema molto sentito che riguarda la migrazione culturale di oggi, il tema degli “expats” proprio tra Roma e Varsavia! Adesso svolge le sue ricerche al Dipartimento di Psicologia dei Processi di Sviluppo e Socializzazione. Che altro vorrebbe fare per il sociale abbinandolo alla sua carriera accademica?

“Dopo il Dottorato, ho vinto un bando di concorso sempre all’Università La Sapienza e quindi proseguirò in quella strada di ricerca per i prossimi anni, senza tralasciare eventuali altre ipotesi ove si dovessero manifestare, in linea con il mio percorso accademico. Questa mia scelta verso il mondo accademico proviene da una forte ammirazione per le esperienze fatte da mia madre nel mondo delle università polacche.”

Con il Dr. Roberto Giua dovete amare moltissimo i bambini. Come pensate di continuare ad aiutarli?

“In questi quattro anni ho partecipato ad attività del Rotary in Italia, Argentina, Ecuador, e stiamo per verificare ipotesi di azioni di sostegno a case famiglia, o come vengono chiamate in America latina  “hogares”, in Perù, sempre mirate a sostenere la crescita psicofisica di questi minori abbandonati.”

Con quali altre associazioni, nazionali o internazionali, collaborate?

“Sono molte le associazioni ed enti con cui esiste già una fattiva collaborazione: Centro Encuentro in Ecuador mirabilmente gestito dal Arcivescovo di Puyo, Mons. Rafael Cob Garcia, che si occupa attualmente di 152 bambini, Schiavitù Mai Più, legata all’Associazione Città Aperta per esempio, con cui promuoviamo la consapevolezza del terribile problema della prostituzione minorile e del traffico umano con filmati e incontri; con The Salvation Army, sostenendo attività per i Senza Fissa Dimora e contribuendo con personale specializzato ad uno Sportello di ascolto; con Salvamamme Salvabebè, che da oltre 15 anni si dedica a Roma e non solo, a madri sole con bambini in situazioni di estremo disagio, sia economico che psicologico, sostenendole legalmente, con alimenti per i piccoli, con una protezione fisica e psichica. Inoltre, a Roma partecipo a varie iniziative sempre rivolte al sostegno contro il disagio giovanile, partecipando come relatore a svariati convegni, come per esempio quello che si terrà a fine novembre in Campidoglio, promosso dalla Federazione Scacchi Lazio sul disagio giovanile e il bullismo.

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„Kalendarz Di Meo 2014” w Muzeum Narodowym w Warszawie

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27 października był iście włoskim wieczorem w stolicy Polski, gdzie odbyła się prezentacja „Kalendarza Di Meo 2014” (zatytułowanego „Pamięć i Przyszłość”). Jedna z najbardziej prestiżowych publikacji w Europie, raz po raz powierzana artystom o międzynarodowej sławie. Dla uczczenia nowej edycji, bracia Generoso i Roberto Di Meo, znani producenci winorośli (właściciele marki wina „Di Meo Vini”, jednego z symboli wspaniałości włoskiej Made in Italy), jak również mecenasi kultury włoskiej zaprosili ponad 700 gości do imponujących sal Muzeum Narodowego w Warszawie, które stało się scenerią Wielkiej Gali.

Ponad 700 gości, w większości Włochów, liczni przybysze z różnych krajów europejskich, przedstawiciele świata finansów, instytucji państwowych, świata sztuki i teatru, zaproszeni, aby zmierzyć się z wystawnością, pół żartem, pół serio, z tematem wieczoru, balem maskowym, w czasie którego można było zauważyć wyrafinowaną elegancję, jak również dziwaczną oryginalność. Mała galeria zdjęć załączona do tego komunikatu może świadczyć w jakim duchu odbywała się zabawa.

Spośród najbardziej znanych osobistość obecnych na przyjęciu należy wymienić ambasadora Włoch w Polsce Riccardo Guariglia, Vittorio Sgarbi i Sabrina Colle, historyka sztuki Fernando Mazzotta, Księcia Pierre D’Arenberg, Hrabiego Gelasio Gaetani D’Aragona Lovatelli, Księżniczkę Marina Pgnaletelli, Hrabiów Lucchesi Palli da Vienna, Francesco Winspeare, Anna Bożena Kowalczyk (ekspert twórczości Canaletto) , dziennikarza Jasia Gawrońskiego z żoną Elisabettą, Federica Rotondi, reżysera Krzysztofa Zanussi, Januaria Piromallo, byłego ministra a dziś parlamentarzystę Gianfranco Rotondi, ambasadora Polski we Włoszech – Wojciecha Ponikiewskiego, dyrektora Maxxi Anna Mattriolo, książęta di Baucina, hrabinę Tessa Capponi Borawska i trzech neapolitańczyków hrabiów Paterno di Montecupo, Roberto e Maria Giovanna Berni Canani, Fabrizo di Luggo, Massimo Garzilli, Antonemilio Korgh, Pierluca Impronta e Simona Agnes, Stella Leonetti di Santo Janni, markizów Mottola di Amato, Ramita Pignatelli della Leonessa, ambasadora Michelangelo Pisani Massamormile, Michele i Carolina Pontecorvo, Franco i Katia Rendano, dyrektora Muzeum Morskiego Fabrizio Vona.

Należy wymienić jeszcze niektórych polskich gości: magnata Jana Kulczyka (został zapamiętany, ponieważ dwa miesiące temu sfotografowano go na pokładzie 110-metrowego jachtu, zakotwiczonego w weneckim porcie z okazji Festiwalu Kina w Wenecji), piłkarza Zbigniewa Bońka, Jerzego Staraka wraz z piękną żoną Anią z branży farmaceutycznej, dyrektora Opery Warszawskiej – Dąbrowskiego, dziennikarkę Monikę Olejnik i Grażynę Torbicką, i licznych intelektualistów i arystokratów, a wśród nich książę Lubomirski, książę Radziwiłł (spokrewniony z Jacqueline Kennedy), księżniczka Czartoryska i hrabia Potocki.

Impreza, jak co roku, organizowana jest z okazji nowej edycji kalendarza. Tegoroczne wydanie jest autorstwa znanego na całym świecie fotografa włoskiego Massimo Listri. Uzyskał on niesamowite rezultaty stylistyczne porównując Warszawę z XVIII w. przedstawioną na obrazach malarza Bernardo Bellotto (zwanego również Canaletto) z Warszawą współczesną.

Listri był w Warszawie i przemierzył miejsca, które wcześniej wymalował sławny artysta włoski, obserwował i studiował je przez wiele dni, aby potem swoim aparatem fotograficznym, niczym Canalletto ze swoim płótnem na sztaludze, stosując tę samą perspektywę, zrobił swoje zdjęcia, nakładając na siebie Warszawę współczesną i tę z 1700 roku. Zrobił to ze zdumiewającą spójnością kolorów i geometrii. Bracia Di Meo tymczasem zapowiedzieli Londyn jako kolejne miasto, w którym za rok będzie prezentowana następna edycja kalendarza 2015.

 

Prosecco! lo spumante italiano che batte lo Champagne

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Miro Pianca

Attraverso una storia straordinaria il Prosecco ha creato uno stile italiano del bere moderno, informale e allegro, apprezzato ed amato ormai in tutto il mondo. Nel 2012 sono stati superati i 300 milioni di bottiglie vendute e, oltre ad essere già lo spumante italiano più venduto, secondo le proiezioni degli esperti il 2013 dovrebbe segnare l’anno del storico sorpasso allo Champagne. Le crescita delle esportazioni dell’ultimo decennio è stata impressionante: solo nei mercati dell’Est Europa i volumi sono aumentati di 10 volte rispetto al 2003*.

Ma che cos’è il Prosecco? è un vino ottenuto da una varietà d’uva leggermente aromatica chiamata Glera che da circa tre secoli viene coltivata lungo l’anfiteatro naturale delle colline tra Conegliano e Valdobbiadene, nel Nord Est Italia, 50 Km a nord di Venezia e a ridosso delle splendide Dolomiti.

Il segreto di questo successo è dato dalla combinazione tra suolo, clima mite, studi e sapienza degli uomini che si tramandano da generazioni l’arte del lavoro fatto a mano. Solo così è infatti possibile coltivare le ripide colline “ricamate” dai vigneti che creano un ambiente talmente spettacolare da essere oggi candidato a Patrimonio Unesco.

Il territorio è il primo elemento di superiorità del Conegliano-Valdobbiadene, cui si unisce la lunga cultura di fare spumante, iniziata nel 1876 con la fondazione della prima Scuola Enologica d’Italia a Conegliano, oggi ancora attiva, dove venne messa a punto la tecnica di spumantizzazione oggi conosciuta come metodo Charmat.

Con l’esplosione del consumo a livello mondiale, per garantire maggiore qualità e controllo della filiera, proteggere la zona storica e il nome Prosecco, si è deciso di delimitare la zona di produzione del Prosecco ad una determinata area, al di fuori della quale non è possibile etichettare le bottiglie riportando la parola Prosecco.

L’area storica Conegliano Valdobbiadene, delimitata da 15 comuni in posizione collinare e già Doc dal 1969, è stata elevata nel 2009 a DOCG (di origine controllata e garantita) prendendo anche l’appellativo “Superiore”, mentre si è estesa la zona di produzione di Prosecco DOC ad un territorio più vasto che comprende tutte le Provincie del Friuli Venezia Giulia e le Province Venete di Treviso, Belluno, Venezia, Padova e Vicenza.

Il Consorzio di Tutela del Prosecco, operativo dal 1962, supportato dall’Istituto Sperimentale per la Viticultura di Valdobbiadene, impone ai produttori della zona DOCG un rigido protocollo da rispettare in tutto il percorso dal vigneto alla bottiglia, al fine di garantire qualità e tutela nei confronti del consumatore.

Le uve devono infatti provenire esclusivamente dai 15 comuni dell’area DOCG e, almeno l’85%, deve essere costituita da Glera mentre è accettata una percentuale massima del 15% di Verdiso, Perera, Bianchetta Trevigiana e Glera Lunga, varietà da secoli presenti nelle colline tra Conegliano e Valdobbiadene.

Anche la vinificazione deve avvenire esclusivamente nei comuni dell’area DOCG Conegliano-Valdobbiadene in vasche d’acciaio ad una temperatura controllata (18-20°C) per un periodo che varia tra i 15 ed i 20 giorni.

Prima di essere immesso sul mercato il Prosecco DOCG deve passare l’esame della commissione di assaggio della Camera di Commercio. Ogni bottiglia viene poi sigillata con la fascetta di Stato, numerata e tracciabile, che riporta il logo della denominazione.

La tipologia di Prosecco DOCG Conegliano-Valdobbiadene maggiormente prodotta e di conseguenza conosciuta è quella dello Spumante (85% sul totale). La spumantizzazione segue il metodo Charmat che prevede l’utilizzo di grandi serbatoi refrigerati a tenuta di pressione chiamati autoclavi, dove il vino viene introdotto assieme a zucchero e lieviti e rimane per almeno 30 giorni. Questa è la principale differenza con il metodo Champènoise (o classico) in cui la rifermentazione avviene in bottiglia e dura anche anni.

Lo Spumante viene prodotto in 3 versioni che si distinguono per il residuo zuccherino. Il Brut, il più secco, (<15 g/l di zuccheri residui); l’Extra Dry, la versione più tradizionale (12–20 g/l); il Dry, con il residuo zuccherino più alto (17-35 g/l).

Due sono i CRU dell’area DOCG. Il Cartizze, prodotto esclusivamente in un’area di 106 ettari nel comune di Valdobbiadene, caratterizzata da una perfetta combinazione fra un microclima dolce e un terreno assai vario e il Rive, prodotto solo con uve provenienti da un unico comune, o frazione di esso dell’area DOCG.

Le caratteristiche sensoriali ed organolettiche del Prosecco DOCG Conegliano-Valdobbiadene sono il colore giallo paglierino, i profumi di frutta, soprattutto mela, pera, banana con un tono di agrumi come sottofondo; i profumi di fiori bianchi; la moderata alcolicità e la buona freschezza.

Le proprietà del Prosecco si esaltano nell’anno successivo alla produzione. Va servito ad una temperatura tra 6 e 8°C, preferibilmente in un calice a tulipano ampio (sono sconsigliati flute e coppa).

Evviva!

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* dati forniti dal Consorzio Tutela del Vino Conegliano Valdobbiadene Prosecco e dal Consorzio di Tutela della Denominazione di Origine Controllata Prosecco

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Nuovo successo per il film “Ida”

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“Ida”, il nuovo film di Pawe? Pawlikowski vinto in un altro festival. Dopo quelli di Londra e Gdynia vince anche la 29^ edizione del Warszawski Festiwal Filmowy. Un film che racconta la storia di una giovane ragazza cresciuta nell’orfanotrofio di un convento. Poi una volta adulta la ragazza vuole farsi suora. Tuttavia prima di prender il velo va a trovare la sua unica parente la zia Wanda. Wanda è un giudice coinvolto nel regime politico comunista e qui si scontrano due concezioni del mondo. Il film di Paw?oski dipinge la società polacca degli anni Sessanta con i suoi noti problemi e le divisioni socio-culturali. Un film interessante, in cui è da apprezzare anche la scelta dell’uso del bianco-nero, che si è imposto nell’ultima edizione del concorso cinematografico della capitale polacca dove abbiamo avuto modo di apprezzare anche due film italiani “Miele” opera prima di Valeria Golino su un tema tabù come quello del suicidio assistito. Film in cui Jasmine Trinca interpreta in modo magnifico e disinibito la protagonista. Altra storia legata a morte e solitudine è “Still Life” firmata da Uberto Pasolini che ha aperto la rassegna di Varsavia dopo la prima visione lo scorso settembre alla Mostra del Cinema di Venezia. Il regista propone una pellicola delicata su un tema difficile. Sempre a metà strada tra dramma e commedia, con passo tranquillo e commosso, Pasolini firma un’opera che può colpire il pubblico, anche grazie all’interpretazione particolare di Eddie Marsan.

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Paolo Mieli: “Varsavia una delle città più moderne d’Europa”

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“Sono qui a Varsavia per partecipare a due incontri uno sul caso Moro e uno al lavoro di Renzo De Felice il più grande studioso del fascismo in Italia, ma si può dire europeo. Sono due convegni molto diversi ma dedicati entrambi alla memoria, alla storia del Novecento. Vedo già una grandissima partecipazione di pubblico e mi fa molto piacere sapere che qui a Varsavia ci sia attenzione su questi temi che evidentemente costituiscono un richiamo importante.”

A parlare così è Paolo Mieli il maggiore giornalista italiano che a ottobre ha visitato la capitale polacca. A Mieli intervenuto a due importanti incontri sulla storia italiana abbiamo chiesto un parere sui diversi destini di Italia e Polonia dopo la caduta del muro di Berlino. Due paesi che negli ultimi decenni hanno avuto due percorsi evolutivi molto diversi, ed oggi dall’Italia si emigra in Polonia a cercar lavoro, un fatto impensabile vent’anni fa.

“Io lo giudico positivamente, secondo me questi spostamenti sono traumatici per le motivazioni che lei ha ricordato, però voi vivete a Varsavia, la conoscete e sapete quanto si è evoluta, ma nel resto d’Europa e in Italia non tutti sanno il balzo di modernità che ha fatto la Polonia. Chiunque è stato come me in Polonia in anni passati, negli anni del regime comunista e poi subito dopo, pensa ancora ad un paese molto religioso, molto bigotto e un po’ cupo. Invece oggi se si passa davanti al Palazzo Presidenziale e si va al Castello ci si accorge di essere in una città che è tra le più moderne d’Europa, è una città dove il traffico, i colori, la gioia di vivere, i locali, sono a un livello come Parigi, come Vienna. Città vive che noi adesso in Italia c’è le sogniamo, con tutto il rispetto per il mio Paese. E questo costituisce un richiamo molto forte che non a caso va sulle energie vive del Paese, lei giustamente ha detto: ci sono persone che non trovano lavoro in Italia e vengono qua. Non è un caso, queste correnti si rivolgono verso la modernità e ci dicono tra le righe che Varsavia è una delle città più belle e moderne d’Europa.”

 

MADE LINE: abbigliamento made in Warsaw

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Magdalena Węglińska e Magdalena Głowacka sono due ragazze giovani che conosco dalla scuola media. Per alcuni anni abbiamo perso il contatto, ma poi quando più o meno un anno fa le ho ritrovate su facebook, ho cominciato quasi involontariamente a seguire la loro quotidianità. Sono rimasta sorpresa perchè in questi anni di distacco sono accadute moltissime cose nelle loro vite! Due Maddalene intraprendenti e creative hanno per conto loro messo in piedi un marchio di abbigliamento, che sebbene si riferisca ai trend di Varsavia non si limita esclusivamente al semplice copiare degli schemi pervasivi degli hipster, creando così una propria e unica qualità.

Ragazze, com’è nato il vostro marchio?

MADE LINE è nato praticamente dall’amicizia. Quando ci pensiamo, vediamo due Maddalene, che da sempre hanno parlato per ore e ore della vita, della famiglia, dell’arte, dell’universo, della moda e dell’astrazione. L’idea di creare un proprio marchio di abbigliamento è nata da un giorno all’altro. Una di noi studia architettura degli interni ad ASP (Accademia di Belle Arti), e la seconda, nonostante gli studi non legati all’arte, si occupa da tempo dell’acconciatura e del visage, allora abbiamo entrambe il senso plastico e di stilizzazione. A metà dicembre 2012, durante una nostra “contemplazione”, l’idea è venuta a Magda Głowacka, ma poi si è sviluppata in tutte e due! Da questo momento MADE LINE, cioè progettare, cucire, gestire, è il nostro pane quotidiano e il nostro amore.

Come descrivere lo stile di MADE LINE?

Il nostro stile è una miscela di vestiti componibili, multifunzionali e semplicemente originali. Ci pare che nessuna delle nostre cose sia tipica o normale. Sappiamo com’è quando una cosa si compone bene sempre, ti senti a tuo agio indossandola e se non fosse per il fatto che bisogna cambiare vestiti, la indosseresti ininterrottamente. Noi lo proviamo molto spesso, e grazie a ciò è nata l’idea dei vestiti con tasche intercambiabili, flange smontabili… O per esempio un mantello grigio con la parte inferiore removibile che in pochi secondi diventa una giacca. Oppure un classico abito bianco che si può indossare autonomamente o con delle baschine colorate scambiabili. Vogliamo che i nostri vestiti siano pratici, comodi, ma non noiosi!

Da dove prendete le ispirazioni per tutto questo?

Noi ci ispiriamo a vicenda. Spesso mostriamo una all’altra le opere che ci hanno fatto pensare, guardiamo i film, ascoltiamo musica che non ci permette di dormire, viviamo insieme sia i problemi, che i momenti di stupore. Amiamo le pitture di Salvador Dalí, cerchiamo delle fotografie di street art e altri “miracoli” su internet. Siamo molto diverse, ciò che ci piace a volte è molto distante, ma a volte invece sono le stesse cose. È visibile sia nell’amicizia, che nei nostri progetti.

Avete già registrato qualche successo?

Possiamo vantarci di 4 sfilate di moda del nostro marchio, che ogni volta sono state accolte molto bene, e la Miss Bikini Europa Dominika Łukasiewicz ne “chiudeva” due. Siamo molto contente anche del fatto che abbiamo già clienti fissi che tornano da noi regolarmente. Ada Szulc del “X Factor” polacco è apparsa nella rivista JOY indossando tra l’altro i nostri vestiti. Siamo state invitate a collaborare con Ania Bałon di Top Model al corso per modelle. Abbiamo anche cominciato la collaborazione con Michał Szpak (anche lui di “X Factor”). Sentirci fresche in ciò che facciamo e creare sempre cose nuove è anche un successo per noi.

Com’è essere stiliste di moda? Com’è la vostra settimana?

La nostra settimana consiste nell’incontrarsi quotidianamente, e anche se non ci vediamo siamo praticamente “appese” al telefono. Ogni giorno c’è qualcosa diverso da fare, e visto che siamo solo in due, il lavoro non finisce mai! Facciamo tutto da sole, partendo dalla progettazione, tra la scelta dei materiali e l’acquisto della filettatura, alla spedizione e corrispondenza. Tutto questo è molto caotico, ma c’è qualche metodo in questa follia (ridono).

Che bello! Vi ammiro. E chi sono i vostri clienti?

Sono molto diversi, ma crediamo la maggior parte di loro sia tra i 18 e 28 anni. Il nostro marchio è stato creato per gente coraggiosa e di fantasia. Offriamo anche i servizi di sartoria su misura e progettazioni individuali, fatto che piace ai nostri clienti. I nostri vestiti si possono comprare su internet e alle fiere di moda organizzate soprattutto a Varsavia, ma occasionalmente visitiamo anche altre città.

Qual è il vostro atteggiamento verso Varsavia?

Siamo varsaviane native e finora vi ci troviamo molto bene, anche se siamo aperte al tutto il mondo. La città cambia dinamicamente, lo osserviamo attentamente e incoraggiamo il suo sviluppo in tutte le aree, non solo nella moda. Non vogliamo che Varsavia rimanga indietro rispetto alle altre capitali europee, e sembra che tutto vada nella direzione corretta. Abbiamo notato che da più o meno 4 anni la gente è diventata molto più coraggiosa, i varsaviani si vestono sempre meglio. Speriamo di fare parte di questi cambiamenti positivi. A volte anche un hipster trova da noi qualcosa di interessante (ridono)!

E quali sono i vostri progetti?

Vogliamo svilupparci ed espandere MADE LINE, assistere dal vivo alle sfilate di moda, stabilire altri contatti d’affari. Guardare i tessuti belli, entrare in questo mondo e toccare le forbici dei grandi stilisti. Ci vuole molta fatica, perché nessuno ci indica la strada. Cerchiamo di trovarla da sole.

In bocca al lupo allora. Volete alla fine dire qualcosa ai nostri Lettori?

Ci rendiamo conto del fatto che se i vostri Lettori hanno scelto Gazzetta Italia debbano essere innamorati dell’Italia proprio come noi! La amiamo per il suo temperamento e per la sua cucina deliziosa. Amiamo Milano, e non Parigi! Secondo noi Milano è una grande amica della donna, e tutta l’Italia è una vera e propria sfilata di moda. Un posto di rilassamento e follia, dove tutto è consentito e probabile…

(www.facebook.com/madelineclothing)

 

Made in Italy… po polsku Podróż pomiędzy alternatywnymi i/lub nieprawdopodobnymi użyciami języka włoskiego

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Gian Marco Mele

Podróżując po Polsce wzdłuż i wszerz natrafiamy często na coś niezmiennego i nagminnego. Chodzi mianowicie o nazewnictwo włoskie, stosowane przez różne podmioty. Afisze reklamowe, szyldy na sklepach, nazwy na etykietach, menu w restauracjach, strony internetowe, stacje telewizyjne przypominają nam, że nie brakuje Włoch w Polsce, i że sprzedają się, a może są używane do sprzedaży… czegoś innego?

Branże, których najbardziej dotyczy to zjawisko to oczywiście sektor restauracyjny, rolno-spożywczy, modowy, kosmetyczny, jednak owy fenomen wykracza poza nie i dotyka wszystkich sektorów towarowych i usługowych, będąc źródłem niespodzianek.

Wszyscy biorą w tym udział: korporacje, polskie przedsiębiorstwa małe, duże i średnie, indywidualni specjaliści i firmy rodzinne. Marka włoska, jakakolwiek by nie była, ma dobre wzięcie wśród konsumentów lub przynajmniej ładnie brzmi i łatwo kojarzy się z każdego rodzaju produktem i usługą.

Niestety można stwierdzić, że energiczna i entuzjastyczna chęć oddziaływania na fantazję konsumenta poprzez odwoływanie się do Włoch, wprowadziła pewne niejasności, delikatnie mówiąc. Wielu włoskich obserwatorów zauważa językowe i logiczne niespójności, które z pewnością umykają przeciętnemu polskiemu konsumentowi.

Pewna grupa na Facebooku, „Italiowski Made in Italy po Polsku”, zbiera materiały, aby lepiej pokazać jak powszechne jest stosowanie nazw włoskich w celach komercyjnych.

Gdyby tak odbyć podróż w wyobraźni, w głąb tego co jest zdefiniowane jako Made in Italy po polsku, od czego musielibyśmy zacząć? Na początek restauracje i supermarkety, ale podróż ta mogłaby nas zaprowadzić wszędzie tam, gdzie tylko sięga fantazja w wyszukiwaniu czegokolwiek, co brzmi po włosku, a nie ma tu żadnych ograniczeń, wierzcie mi!

Menu restauracji ‘inspirowanych Włochami” są największym źródłem pułapek językowych. Ktoś postanowił zaproponować (jednakże bez wyjaśnienia o czym mowa) FARFALLE DI CONCRETTO, PENE AL POLLO, PENE AL PESTO, itd. (pene – z wł. penis, zostawiam czytającemu ocenę, jak te zdania brzmią w uchu Włocha…). Co się zaś tyczy pizzy wybieramy pomiędzy PROSCIOTO, VILLAGIO, PIKANTE, SORPRESSA, INFIMIO, PIACCIONA, DECORARE, CON CRIMINI. Jako deser polecam pucharek lodowy BIANNERO, MIRACOLLO, TESORO DI BOSCO GRANDE. Niekwestionowanym księciem menu pozostaje pizza PIZZA PEPPERONI, obecna we wszystkich szanujących się pizzeriach ”włoskich – nie włoskich” , gdzie pepperoni cudownie zmienia się w salami różnej grubości.

Ktoś w Warszawie spiesząc się, by otworzyć restaurację włoską, nie sprawdził zgodności rodzaju i umieścił na szyldzie napis RISTORANTE ITALIANA. Bardzo liczne i zróżnicowane są nazwy restauracji inspirowane językiem włoskim: TRATTORIA RUCOLA, PARMA, LA TORRE, DA GRASSO. Oddzielnym przypadkiem jest pewien ktoś, kto być może chciał uczcić 2 czerwca (święto Republiki Włoskiej) przez cały rok i nazwał restaurację REPUBBLICA ITALIANA.

Na półkach z produktami z żywnością znaleźliśmy sos “bolognese” ASPIRO, ketchup NAPOLI, makaron SOPRANO, makaron VITALIA, ser tarty PARRANO, pierożki LA COLLORE, przystawki VICCINI, jogurt VITELLO, świeczki zapachowe LA RISSA, wermut TOTINO BIANCO, kawę MILANO STULE i SICILIA STYLE, perfumy LUCCA CIPRIANO i BRUNO BANANI, dezodorant LORETO, pizza APETITO. Pizza GUSEPPE (sic!) (znanej firmy międzynarodowej nie omieszkała przedstawienia się publice polskiej jako prawdziwa pizza „włoska”.

Jeżeli chodzi o modę, widzieliśmy już sklepy nazywające się SIZARRO, INTIMO, ESSENSA, DONO DA SCHEGGIA, MODESTA. Można nosić buty VENEZIA, BASSANO lub GINO ROSSI, skarpety CARLO MASSIMO, koszule GIACOMO CONTI.

Szkoła nauki jazdy IMOLA, i nie chodzi tu o miasteczko w Emilia-Romania, a raczej o tor wyścigowy F1, na którym uczący się jazdy, wyobrażają sobie wygraną z kursantami innej szkoły nauki jazdy o skromnej nazwie MARIO.

Firmy ochroniarskie ROMA i JUVENTUS mogłyby wskazywać, że chodzi o jakieś spotkanie piłkarskie, a IMPERO chroni grających ze stylem i autorytetem.

IMPERO to także marka produkująca sanitariaty do łazienek.

W pokoju dziennym możnaby rozsiąść się na kanapie ETNA, wszedłszy do domu przez drzwi marki PORTA (z wł. drzwi).

Osobny rozdział należy poświęcić fascynacji związanej z mafią. Do niezliczonych pizzerii i restauracji CORLEONE i IL PADRINO lub COSA NOSTRA, dodajmy też ciastka AL CAPONE lub MAFIJNE.

Wiele z tych nazw ma przypadkowo brzmienie włoskie lub jest słowem podobnym do włoskiego, które nie ma żadnego związku z Włochami lub Made in Italy. Inne natomiast powołują się jasno na Włochy, a do nazewnictwa handlowego dodają podtytuły po włosku i logo odwołujące się do flagi trójkolorowej (często odwróconej) lub niezastąpionego krajobrazu wsi toskańskiej. W tym przypadku producent chce skłonić konsumenta do myślenia, że produkt jest włoski.

Zastanówmy się, komu jest na rękę to użycie nazw włoskich w handlu w Polsce i ile kosztuje na poziomie ekonomicznym nazewnictwo włoskie produktów i usług, które włoskie nie są, ale za takie chciałyby uchodzić.

W następnych numerach będziemy starać się kontynuować podróż po ”mrocznych sklepach”, co zbadaliśmy w niewielkim tylko procencie, żeby zrozumieć w szczegółach zjawisko fałszywego Made in Italy i odkryć prawdziwą wartość, którą nienamacalna idea Italii może za sobą nieść.