Probabilmente l’avrete già sentito dire: la cottura rovina gli enzimi, è meglio preferire i cibi crudi. Oppure li avete sentiti nominare dalle pubblicità: dai cosmetici ai detersivi per la casa, l’impiego degli enzimi nei prodotti industriali è veramente ampio, tanto che ormai il termine è diventato di uso comune. Il grande interesse commerciale e il modo in cui la loro presenza viene enfatizzata per reclamizzare i prodotti, dovrebbe suggerire che gli enzimi servano a “far funzionare” meglio le cose. E, in effetti, è così.
Gli enzimi sono dei catalizzatori, cioè delle proteine in grado di accelerare le reazioni chimiche. Quanto? Anche di un milione di volte! Vengono prodotti dal nostro stesso organismo, all’interno delle cellule, ma possono funzionare anche fuori dall’organismo, quindi nei prodotti industriali, dopo essere stati ottenuti solitamente da fermentazione di microrganismi (funghi e batteri).
Ne parliamo perché fra le principali funzioni all’interno dell’organismo c’è quella di favorire i processi digestivi. La digestione è a tutti gli effetti un elaborato processo di trasformazione: durante il lungo tragitto dalla bocca all’intestino, il cibo ingerito viene smontato e ridotto alle sue componenti più piccole, quelle adatte ad essere utilizzate dall’organismo. Le proteine sono ridotte in aminoacidi, i carboidrati diventano zuccheri semplici. Poi al momento opportuno, l’organismo utilizzerà tutto per ricomporre ciò che è necessario.
Com’è facilmente intuibile, si tratta di un lavoro enorme, e protagonisti assoluti di quest’opera sono proprio loro: gli enzimi digestivi, prodotti soprattutto da stomaco, fegato e intestino.
Veniamo al mondo con un patrimonio di circa cinquemila enzimi diversi, che però tendono a esaurirsi con il tempo: età avanzata, stress, veleni ambientali, farmaci di sintesi, sono tutti fattori che riducono la potenzialità enzimatica. Anche la qualità degli alimenti può essere pregiudicata da tecniche di coltivazione, conservazione, sterilità dei terreni per uso massivo di concimi e diserbanti.
E cosa succede quando il nostro organismo si trova in carenza di enzimi? Il primo segnale è dato dai tipici sintomi di digestione lenta: gonfiore, flatulenza, sonnolenza dopo i pasti.
Ma c’è di più: la carenza enzimatica può contribuire all’insorgenza di disturbi molto più seri, quali malassorbimento intestinale, infiammazione da cibo e “leaky gut syndrome” (sindrome da alterata permeabilità intestinale), tutte situazioni che facilitano la comparsa di malattie autoimmuni. In pratica, le pareti dell’intestino dovrebbero fare da barriera selettiva e permettere il passaggio solo delle sostanze necessarie. In presenza di disbiosi (alterazione della flora batterica) prolungata nel tempo, le pareti si infiammano e non sono più in grado di svolgere la loro funzione, lasciando lo spazio a batteri e molecole mal digerite per passare nel sangue e nei tessuti sottostanti, fino ai diversi organi, creando uno stato infiammatorio diffuso. Il sistema immunitario è costantemente sollecitato, perché impegnato a combattere tutte le sostanze patogene in circolo, e in questo modo si crea un’attivazione a cascata di reazioni infiammatorie, con conseguenze sull’intero organismo.
Fortunatamente l’utilizzo mirato di enzimi e probiotici può migliorare la situazione fino alla risoluzione dei disturbi: l’impiego di queste tecniche, sempre più basate su evidenza scientifica, risulta efficace e rapido. In pratica una buona digestione riduce la presenza di sostanze allergizzanti ed è fondamentale per il buon funzionamento del sistema immunitario.
Ma dove si trovano gli enzimi digestivi? Fin troppo semplice, in frutta e verdura! Meglio se cruda, perché come già detto, gli enzimi sono sensibili al calore, e già sopra i 40° vengono denaturati. Anche per questo è così importante che nelle propria alimentazione quotidiana siano presenti abbondanti porzioni di frutta e verdura di stagione: possibilmente 5 porzioni al giorno, una per ogni pasto e spuntino.
In particolare, gli alimenti più ricchi di enzimi sono la papaya e l’ananas (che però non sono frutti locali), la frutta secca in generale, i germogli freschi, lo zenzero e i cibi fermentati (come kefir, tofu e miele).
E se ancora non è sufficiente? Allora in commercio si trovano integratori di enzimi polivalenti, contenenti cioè enzimi diversi per agire contemporaneamente su proteine, carboidrati e lipidi, completati da probiotici e coenzimi, cioè vitamine che ne assicurano l’attivazione.
Gli integratori di enzimi digestivi naturali non hanno, in genere, controindicazioni specifi che e vanno assunti in modo continuativo per almeno 1-2 mesi, immediatamente prima dei pasti principali o nel corso degli stessi.
Ricordiamoci però ciò che dice il famoso proverbio: la digestione comincia in bocca. La saliva contiene amilasi, enzima necessario alla digestione dei carboidrati. Masticare lentamente è il primo atto di terapia per migliorare la digestione.
Domande o curiosità inerenti l’alimentazione? Scrivete a info@tizianacremesini.it e cercherò di rispondere attraverso questa rubrica!
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Tiziana Cremesini, diplomata in Naturopatia presso l’Istituto di Medicina Globale di Padova. Ha frequentato la Scuola di Interazione Uomo-Animale ottenendo la qualifica di Referente per intervento di Zooantropologia Assistenziale (Pet-Therapy), attività in cui si sposano i suoi interessi: supporto terapeutico e miglioramento della relazione fra essere umano e ambiente circostante. Nel 2011 ha vinto il premio letterario Firenze per le culture di pace in memoria di Tiziano Terzani. Attualmente è iscritta al corso di Scienze e Tecnologie per Ambiente e Natura presso l’Università degli Studi di Trieste. Ha pubblicato due libri “Emozioni animali e fiori di Bach” (2013), “Ricette vegan per negati” (2020). Con Gazzetta Italia collabora dal 2015 curando la rubrica “Siamo ciò che mangiamo”. Per più informazioni visitate il sito www.tizianacremesini.it
Se gli artisti sono uno poetico sismografo della condizione umana, allora il messaggio che Kasia Dyjewska lancia attraverso il suo lavoro è quello della necessità di recuperare il valore dei rapporti umani. Un concetto che esprime utilizzando la forza degli edifici in cui viviamo, coerente con il suo essere un architetto prestato alla pittura o forse una pittrice affascinata dall’architettura.
Sono architetto e pittrice, o forse il contrario. La casa in cui sono cresciuta era una baraonda di matite, fogli di carta, pennarelli, insomma di tutto ciò che serve per dipingere. Mio nonno, il mio migliore amico, è architetto e anche mia madre ha studiato architettura. Ma non è detto che crescere in questo ambiente determini per forza delle scelte di vita. Per esempio i miei due fratelli hanno fatto percorsi lavorativi totalmente diversi. Io invece fin da bambina ero attratta dalla pittura, mi piaceva andare alle mostre. La creatività mi ha sempre accompagnata. Alle scuole elementari un giorno ci chiesero: chi volete essere nel futuro? risposi: una pittrice! Però al liceo scelsi l’indirizzo matematico-informatico, volevo studiare e conoscere nuovi ambiti. In realtà amavo contemporaneamente sia la pittura che le materie scientifiche così ho deciso che avrei fatto l’architetto.
L’architettura come mediazione tra pittura e matematica?
Studiare architettura mi è piaciuto molto ma parallelamente continuavo senza sosta a frequentare altri corsi. Dipingevo e disegnavo insieme. Il corso preferito ad architettura, oltre a progettazione, era ovviamente quello di disegno e da questo si è originata la raccolta delle mie opere da presentare per essere ammessa all’Accademia”.
Ovvero?
Una pazza idea. Mentre studiavo architettura mi sono iscritta all’Accademia pensando da persona risoluta quale sono: “mando le mie opere e sarà quel che sarà”. Risultato sono stata ammessa all’Accademia delle Belle Arti di Danzica mentre stavo ancora frequentando architettura. Per circa due anni ho studiato parallelamente entrambi gli indirizzi e poi mi sono laureata prima in architettura e poi all’Accademia delle Belle Arti.
Per anni il Politecnico di Varsavia organizzava dei viaggi studio a Venezia e tu hai partecipato ad uno di questi.
Che bei ricordi! È stata una splendida esperienza di studio ma anche di socializzazione tra noi studenti, l’atmosfera era meravigliosa, l’Italia, il sole, il cibo, il vino, la gente, era tutto stupendo! E poi, ovviamente, abbiamo indagato a fondo il tema della progettazione moderna in un’ambientazione antica. Quel viaggio mi ha fatto innamorare dell’Italia, era la prima volta che ci andavo. Anni dopo sono tornata a Venezia e poi ho visto anche Roma e Anzio.
Nie pytaj dokąd i skąd / 130×180 cm / olio su tela / 2020
Bad education / 130×180 cm / olio e acrillico su tela / 2021
Nelle tue opere emerge un maggiore interesse per le forme rispetto alle persone? Nella nostra quotidianità sono le architetture ad influenzare le persone piuttosto che il contrario?
Penso che ogni pittore dipinge ciò che vede o che ha visto. Sono cresciuta a Varsavia e per me crescere e vivere in questa città ha avuto un’enorme influenza sulla mia percezione del mondo. Mi spiego: le architetture dei miei quadri sono la metafora di come vedo la società oggi, architetture vuote che rappresentano una umanità disgregata e isolata in cui i singoli individui stanno perdendo la capacità d’interazione. E su questa solitudine umana incombono architetture sempre più maestose e opprimenti. Rifletto molto su come sarà lo sviluppo futuro delle architetture e dei centri urbani perché ritengo che i contesti in cui viviamo influiscano sulla nostra psiche e sulle relazioni. Nei giorni di massimo lockdown pandemico quando uscivo per prendere una boccata d’aria avevo l’impressione di camminare dentro uno dei miei quadri, opere che si erano materializzate, con la gente rintanata nelle case e la cui la presenza si avverte solo grazie a qualche luce accesa dietro le finestre dei palazzoni.
Una visione orwelliana?
”1984” di Orwell è in effetti uno dei miei libri preferiti. Recentemente mi è piaciuta la serie Netflix “Brave new world” tratta dall’omonimo libro di Aldous Huxley. Adoro libri e film che parlano di futuro apocalittico e del rapporto tra uomo e intelligenza artificiale, temi che sono per me grandi fonti d’ispirazione”.
Come giudichi il tumultuoso sviluppo urbanistico di alcune città polacche ed in particolare di Varsavia?
A Varsavia sembra mancare un piano urbanistico coerente. Ho l’impressione che non tutte le scelte architettoniche siano a misura d’uomo, ovvero che non si faccia attenzione al fatto che tutti i gruppi sociali hanno il diritto di usufruire della città allo stesso modo. Io preferisco dipingere una Varsavia minore che è ai margini della grande trasformazione urbanistico-architettonica, come il quartiere Szmulki nella zona di Praga dove ho il mio laboratorio. Dipingo i palazzoni residenziali in cui vive la gente comune, una vita ad una scala di grandezza totalmente diversa dalla rampante Varsavia che cresce al motto di Rem Koolhaas “fuck the context” con grattacieli in vetro e cemento.
Widok na przyszłość / 90×170 cm / olio e pasta di cera su tela / 2020
Perché dipingi solo in grandi dimensioni?
Mio padre ripete spesso: “non venderai mai questo quadro, è troppo grande!”. Io dipingo con un sistema di piccole strisce o puntini che, quando si osservano le tele dal vivo, ipnotizzano chi li guarda e questo effetto non è visibile se il quadro è piccolo e poi la grandezza aiuta anche nel trasmettere la forza visiva delle architetture.
Nei tuoi lavori emergono atmosfere classiche, cromaticamente eleganti, quasi metafisiche che fanno pensare un po’ a Giorgio De Chirico.
La modalità con cui dipingo è frutto della mia personalità, non sono una pittrice dal gesto pazzo e spontaneo, sono invece precisa e questo discende dal fatto che sono un architetto, che ho necessità di ordine. Ma forse è anche una risposta inconscia al disordine di un mondo in cui tutto è accelerato e caotico. Per quanto riguarda l’ispirazione in effetti apprezzo molto De Chirico, in particolare per l’atmosfera che le sue opere creano tramite la luce e la composizione. Mi piace poi molto Edward Hopper, con i suoi spazi vuoti, e David Hockney che ho imparato ad apprezzare visitando una sua mostra a Londra, il modo in cui applica il colore è ipnotizzante. E poi mi incuriosiscono i quadri di Pieter Bruegel, mi divertono le situazioni che racconta, sembrano solo scenette di una umanità minore ma in realtà hanno una valenza universale, e questi ometti di Bruegel a volte appaiono anche nei miei quadri quale misura simbolica di un mondo contraddittorio, come il ragazzino col pallone nel quadro “Divieto di giocare a pallone”.
Ti piace giocare con le parole nello scegliere i titoli dei tuoi quadri?
Sì, i titoli per me sono molto importanti. Ma ti racconto l’intera metodologia del mio modo di lavorare: gironzolo per la città, a piedi, in bicicletta o con il trasporto pubblico, perché voglio il contatto diretto con la gente. Quando qualcosa mi tocca l’immaginazione la fotografo, poi preparo un bozzetto per il quadro in modo preciso, vi sovrappongo una retina, e poi quando tutto è progettato, in scala 100:1 o 10:1, lo trasferisco su una grande tela. Ultimamente sono rimasta colpita da una scena: vicino al mio laboratorio c’è una scuola, era un weekend forse, la scuola era chiusa e ad un certo punto arriva un tizio che evidentemente tornava da una festa. Si è fermato esattamente davanti al portone della scuola e si è messo a far pipì. Immediatamente ho collegato questo gesto alla scuola e ho pensato al grande dibattito che c’è in Polonia sull’educazione, ovvero su quale sia la migliore didattica, se i bambini debbano stare seduti in classe o se debbano correre all’aria aperta. La scuola è un aspetto fondante della nostra società ma evidentemente non per quel tizio che ci pisciava davanti. Così dipingendo questa scena ho deciso che il titolo sarebbe stato “Bad Education”.
A proposito di educazione tu appartieni alla generazione polacca post muro di Berlino che è oggi protagonista di un vivace dibattito politico nel Paese.
Premetto che sono nata nell’87 ma in effetti mi considero una post PRL. La domanda è molto interessante perché ho l’impressione che la mia generazione sia da un certo punto di vista vicina alla gente che ha vissuto la trasformazione della Polonia, ma allo stesso tempo eravamo ancora troppo piccoli per ricordarlo direttamente, ad esempio sappiamo chi è Leszek Balcerowicz perché ce l’hanno raccontato non perché l’abbiamo vissuto. Allo stesso tempo noi trentenni siamo forse vecchi per comprendere pienamente ciò che sta succedendo oggi. Insomma in poco tempo è cambiato tantissimo e forse tutto questo si riversa nel dibattito politico che è sempre più dicotomico. Io sono tollerante, seguo l’impostazione filosofica per cui in una conversazione cerco di capire entrambi i punti di vista. Oggi ho l’impressione che la gran parte delle contrapposizioni nasca dal fatto che per tante persone sostenere (con rigidezza) una determinata posizione sia un esercizio per trovare e dimostrare la propria identità, insomma una espressione di insicurezza. E questo causa aggressività tra la gente indipendentemente dalle posizioni che sostengono. Una situazione che mi stanca e quindi mi concentro su ciò che sono capace di fare, su quello che so dare di buono alla gente, a tutta la gente indipendentemente dal colore politico. Mi auguro che usciremo presto da questo clima e che impareremo a vivere in modo più empatico, a discutere rispettandoci e cercando di evolvere i nostri punti di vista perché l’evoluzione si fa insieme dialogando e aprendosi non chiudendosi nelle proprie convinzioni. L’estremismo causa spesso tragedie.
In una Europa in cui il grande motto è il Green Deal della sostenibilità ambientale quali architetture dipingerai tra 10 anni? Gli edifici saranno più “intelligenti” e con minore impatto sulla natura?
To nie raj / 180×180 cm / olio e acrilico su tela / 2019
Eh chissà. Tra 10 anni dipingerò ciò che osserverò allora, o forse dipingere quadri cesserà di avere senso perché saremo tutti “ecologici” e non produrremo più cose nuove? È comunque interessante analizzare come gli artisti rispondono a questo problema. Per gli architetti è sostanzialmente una questione tecnologica. Gli artisti invece reagiscono ovviamente in modo artistico ad esempio tanti utilizzano per le loro opere materiali derivanti dal recycling. Abbiamo studentesse dell’Accademia che sfruttano ciò che trovano per creare bellissimi tessuti e capi di abbigliamento. Credo che il mondo dell’arte abbia un enorme potenziale da esprimere nel rivolgersi a questi temi.
E tu in che mondo sogni di vivere tra 10 anni?
Vorrei soprattutto che il mondo non perda le relazioni interpersonali, che l’individuo sia attento a chi lo circonda, che si sviluppi una maggiore empatia che aiuti a comprendere le reciproche necessità, che non affondiamo in internet e che al contrario ci incontriamo di persona e poi mi auguro che le città si sviluppino dando alla gente l’occasione di incontrarsi. Insomma spero che tra 10 anni Facebook e i nuovi social non abbiano sostituito le piazze. Chissà magari il sistema internet salterà tutto d’un colpo e la gente tornerà a relazionarsi dal vivo e non in modo virtuale come troppo spesso avviene oggi.
E le tue mostre?
Dopo il diploma la mia vita è proseguita in modo pazzesco, ho fatto numerose esposizioni sia a Varsavia che in altre città. Sono una persona aperta e succede che conosco qualcuno e poi quel qualcuno parla a qualcun altro e poi, chissà come, mi arriva un invito a mostrare i miei quadri. Ora in epoca Covid è naturalmente tutto più complicato. Probabilmente nella mia prossima mostra porterò i quadri del mio dottorato all’Accademia delle Belle Arti di Danzica.
Wampiry budzą się nocą / 130×260 cm / olio su tela / 2018
Quadri architettonici?
In questa città ci sono dei posti incredibili e storie di cui poche persone sono a conoscenza. In Plac Bankowy una volta c’era un circo, nell’edificio all’angolo, e mi diverte molto il fatto che dove oggi ci sono degli uffici comunali un tempo c’era il circo, sembra una metafora… A Plac Unii Lubelskiej vi era invece il cosiddetto luogo dei suicidi, venivano affittati degli appartamenti per brevi periodi dove pare fosse frequente che la gente si suicidasse. Invece a Muranow c’è una chiesa dove, ai tempi del PRL, sembra sia apparsa la Madonna. C’è una foto di Rolke che mi ispira molto, mostra proprio il momento in cui una moltitudine di gente guarda a bocca aperta verso la presunta apparizione. Ecco queste sono le storie che voglio dipingere.
A Varsavia tutti sanno dove si trova la statua del colonnello Francesco Nullo, molti sanno anche come mai è arrivato in Polonia. È ormai un personaggio entrato nei libri di storia, un simbolo dei rapporti tra Polonia e Italia. Ma cos’ha in comune con Varsavia, con la Cittadella o, più specificamente, con il X padiglione della Cittadella, dove nel 1835 c’era una prigione politica zarista? C’è mancato poco che proprio Francesco Nullo finisse qui nel 1863, come successe al suo aiutante tenente Luigi Caroli, arrestato il 5 maggio 1863 nella battaglia di Krzykawka vicino a Olkusz.
Nel 1863 scoppiò la rivolta di gennaio (pl. powstanie styczniowe), il che suscitò grande scalpore in tutta l’Europa e particolarmente in Italia. Come ha scritto Stefan Kieniewicz, lo storico più eminente della rivolta del gennaio: “All’ovest c’è ancora un paese, l’Italia, in cui la simpatia verso la Polonia è dichiarata unanimemente, non solo tra i compagni di Mazzini Garibaldi, ma anche tra i patrioti moderati. I polacchi erano idealmente e la loro causa era coerente con il Risorgimento italiano. A febbraio e marzo in tutte le città maggiori d’Italia si svolsero manifestazioni pro-polacchi, si raccolsero donazioni, migliaia di persone firmarono petizioni nelle quali chiedevano si aiutasse la Polonia”. Anche se sia Mazzini che lo stesso Garibaldi non prevedevano alcuna iniziativa militare italiana in Polonia, sperando invece in un intervento militare eropeo, alcuni loro compagni nonostante le loro riserve decisero di partire per la Polonia. Così nacque la cosiddetta legione italiana. Garibaldi esitò ad appoggiarli, nonostante suo figlio Menotti volesse comandare la spedizione. Alla fine solo circa 30 persone partirono per la Galizia e da lì attraverso il confine raggiunsero i polacchi che combattevano nel Regno di Polonia. Tra questi c’erano il colonnello Francesco Nullo e Luigi Caroli.
Come hanno scritto Ewa e Bogumił Liszewscy, autori del libro sulla partecipazione degli stranieri alla rivolta di gennaio: “Luigi Caroli era nato a Bergamo nel 1834 in una famiglia mercantile patriota. Ereditò una grande fortuna del padre, ottenne una formazione solida per quei tempi. Era un grande atleta e cavaliere, un ottimo schermidore, un donnaiolo soprannominato affettuosamente “signor Gigio”. All’inizio servì in un’unità della cavalleria piemontese. Fu promosso tenente per i suoi meriti militari nelle battaglie contro l’Austria.”
Nel 1863 decise di aiutare la Polonia in guerra. Una scelta dettata dal cuore più che dalla ragione. La legione italiana partì da Cracovia il 2 maggio 1863, insieme all’esercito di Józef Miniewski. Armi ed equipaggiamento li ricevettero a Krzeszowice. I soldati italiani si distinsero dai partigiani polacchi per le loro camicie rosse garibaldine. Già durante la loro prima battaglia di Krzykawka, appena attraversato il confine, la legione italiana, di cui facevano parte anche dei francesi, andò in rotta e Francesco Nullo morì in battaglia. Quelli che non riuscirono a scappare dal campo di battaglia furono fatti prigionieri: Luigi Caroli, Emil Andreoli, Alessandro Venanzio, Ambrogio Giupponi, Febo Arcangeli di Bergamo, Giuseppe Clerici di Como, i fratelli Lucio e Giacomo Meuli di Viadana, Achille Bendi di Forli, il francese Louis Alfred Die, un livone che fingeva di essere francese Charles Richard e i polacchi: Józef Czerny- Szwarcenberg di Cracovia e Ferdynand Gajewski di Podgórze (oggi una zona di Cracovia della riva destra). I prigionieri furono messi in detenzione a Olkusz e poi dal 20 maggio 1863 detenuti in un carcere a Częstochowa.
Inizialmente venivano trattati bene, siccome le autorità russe non sapevano nemmeno cosa fare con gli stranieri, ovvero cittadini di un paese con cui la Russia aveva buoni rapporti diplomatici, in più il trattamento dei prigionieri lo controllava il duca Aleksander Szachowski, che comandava gli eserciti russi in quella zona. Per questo gli italiani imprigionati mantenevano il morale alto, alcuni aspettavano una liberazione imminente. Però il 17 giugno 1863 li trasferirono tutti nella Cittadella di Varsavia, nel X padiglione, ormai famoso in tutta Europa, gli umori peggiorarono. Caroli e i suoi compagni non sapevano che da Pietroburgo fosse arrivato un ordine riguardante il trattamento duro dei prigionieri, che magari mirava a scoraggiare chi fosse pronto a partecipare alla rivolta.
A quel tempo sembrava che la guerra europea si stesse avvicinando: le autorità zariste non volevano essere troppo indulgenti verso i cittadini dei paesi occidentali. La detenzione nella Cittadella di Luigi Caroli e dei suoi compagni durò solo due settimane; in quel periodo la corte marziale agiva rapidamente. Erano evidentemente colpevoli, colpevoli di partecipazione alla rivolta contro le autorità zariste, tanto più che i detenuti non celavano i motivi per i quali erano arrivati in Polonia. Non sappiamo in quale cella furono detenuti Caroli e i suoi amici. È probabile che fossero in una cella comune, visto che il numero di prigionieri era molto alto. Imprigionati per la partecipazione alla rivolta rischiavano la pena capitale o l’esilio in Siberia, la fucilazione però veniva raramente ordinata. In genere se un prigioniero non veniva fucilato subito sul campo di battaglia o qualche giorno dopo e invece arrivava nel X padiglione, era praticamente sicuro di finire in Siberia. Spesso la pena capitale veniva attenuata qualche giorno dopo la sentenza e sostituita con l’esilio. E fu proprio così in questo caso: il granduca Costantino, che risiedeva ancora a Varsavia e fu uno sostenitore del trattamento favorevole, decise di attenuare la pena capitale. I cittadini italiani furono condannati da 7 a 12 anni di katorga (schiavitù penale) in Siberia. La katorga fu la pena più grave, molto più severa dell’esilio o della prigione in quella zona: la katorga prevedeva che il prigioniero fosse incatenato e svolgesse lavori forzati in Siberia.
Emil Andreoli, uno dei prigionieri sopravvissuti alla katorga, ritornò a casa e scrisse: “Fino ad oggi mi domando perché, invece di fucilarci onestamente o di impiccarci, il governo russo ci abbia mandato in Siberia. Non è la Siberia cento volte peggio della morte?” La sua opinione la sostengono i dipinti commoventi di Aleksander Sochaczewski nel Museo del X Padiglione. L’artista trascorse più di 20 anni in esilio in Siberia. Una volta ritornato creò una struggente collezione di dipinti siberiani (120 opere), il più famoso di quali si chiama “L’Addio all’Europa”, mostrato dal 1900 a Londra, Bruxelles, Vienna, Cracovia e Lviv. Rappresenta un gruppo di esiliati politici e criminali che attraversano il confine tra l’Europa e l’Asia negli Urali. Un aspro paesaggio invernale e le facce degli imprigionati esprimono una profonda disperazione e riflettono gli animi degli esiliati italiani. Per i polacchi la Siberia non era totalmente estranea, ma per gli italiani vivere a quelle temperature era uno shock.
Come hanno scritto Ewa e Bogumił Liszewscy: “Gli italiani, ammanettati, percorsero migliaia di chilometri. Giunsero alla loro destinazione. vicino a Nerczyńska Kadai, in inverno, dove gli aspettava un lavoro duro nelle miniere d’argento. Spesso sognavano la fuga o la ribellione, ma Caroli riteneva che fossero idee illusorie e nel tempo libero imparò il polacco. Fu affascinato dalle poesie di Juliusz Słowacki e lui stesso cominciò a scrivere poesie. La famiglia, con cui manteneva rapporti epistolari, gli mandava un po’ di denaro, grazie al quale la vita di Caroli e di suoi compagni fu meno insopportabile. E tuttavia tutti i tentativi da parte della famiglia e di persone influenti nel mondo diplomatico di convincere lo zar di ridurre la pena non servirono a nulla.”
L’amnistia fu annunciata nel 1886, ma purtroppo Caroli morì prima. Karolina Firlej-Bielanska, l’autrice del libro Nullo e i suoi compagni, pubblicato nel 1923 scrisse: “Malato nell’anima e nel corpo, stava morendo lentamente; lo consumavano le sfide per la sopravvivenza e la nostalgia per il Bel Paese. Morì di encefalite il 8 giugno 1865”. Nelle sue lettere ai familiari scrisse “La vita di un prigioniero è molto dura, ma quanto è più facile sopportarla, quando il proprio cuore è fiero di completare una sfida ed è pieno di ricordi dolci”. Andreoli e gli altri italiani imprigionati ritornarono a casa.
Il 5 gennaio 1937 la “Gazzetta di Lviv” (pl: Gazeta Lwowska) scrisse: “Riorganizzando l’archivio comunale a Bergamo sono stati ritrovati testamenti manoscritti di due cittadini, che diedero le loro vite per la Polonia, cioè di Francesco Nullo, morto a Krzykawka e di Luigi Caroli, morto tra i ghiacci della Siberia. Entrambi i testamenti furono scritti nel 1853, prima di partire per la Polonia”.
Ricordandosi della loro storia tragica, vale la pena visitare il Museo del X Padiglione della Cittadella di Varsavia in via Skazańców 25 (mercoledì- domenica, dalle 10 alle 17). Nella parte della mostra dedicata alla rivolta del 1863 troverete una targa con il nome di Luigi Caroli e una bellissima statuetta del colonnello Francesco Nullo. Si deve aggiungere che tra gli imprigionati nel X Padiglione, oltre a famosi nomi della storia polacca, quali Romuald Traugutt, Roman Dmowski e Józef Piłsudski, troveremo anche personaggi che hanno segnato la storia mondiale. Feliks Dzierżyński fu imprigionato nel X Padiglione quattro volte, la sua cella (nella quale fu detenuto nel 1908) è stata individuata al pianoterra del museo. Nel 1906 fu imprigionata anche Rosa Luxemburg, nel 1904 Jakub Furstenberg-Hanecki, il braccio destro di Vladimir Lenin, uno degli organizzatori della rivoluzione bolscevica del 1917. Negli anni 1861-1862 fu incarcerato anche il padre del sommo scrittore Joseph Conrad, Apollo Nałęcz-Korzeniowski (cella al pianoterra) che riceveva le visite del piccolo Józef Korzeniowski, a tutti noto come Joseph Conrad.
Appena sarà completata la nuova sede del Museo dell’Esercito Polacco e il Museo della Storia della Polonia, l’intera Cittadella sarà aperta ai visitatori. sarà creata una Cittadella dei Musei (il Museo della Storia di Polonia, il Museo dell’Esercito Polacco, insieme ai già esistenti: Museo del X Padiglione della Cittadella di Varsavia e il Museo di Katyn).
Jan Engelgard
Direttore del Museo del X Padiglione di Cittadella di Varsavia (reparto del Museo dell’Indipendenza a Varsavia)
Questa notizia è tratta dal servizio POLONIA OGGI, una rassegna stampa quotidiana delle maggiori notizie dell’attualità polacca tradotte in italiano. Per provare gratuitamente il servizio per una settimana scrivere a: redazione@gazzettaitalia.pl
di Jordan Francesco Złamański
Come è oggi, dopo la lunga pandemia, l’interscambio industriale e commerciale tra l’ Italia e la Polonia?
L’interscambio commerciale tra l’Italia e la Polonia è sempre stato storicamente molto forte. In era pre Covid, quindi fino al 2019 – 2020, era arrivato ad un livello intorno ai 23 – 24 miliardi di euro, un relazione economica veramente molto significativa se pensiamo che questo volume è pari all’interscambio che l’Italia ha con Giappone, Canada e Brasile. Spesso in Italia c’è la percezione che la Polonia abbia ancora tanta strada da fare ma, in realtà è più stabile delle nazioni che ho citato prima. Nel 2020 l’interscambio italo-polacco è sceso a 21 miliardi, che comunque è una cifra molto considerevole e quest’anno ci sono di nuovo dei tassi di crescita dell’ordine del 7-8%. Noi ipotizziamo e pensiamo che si ritornerà ai valori pre Covid già quest’anno e continuerà a crescere anche l’anno prossimo.
Ora possiamo aspettarci una serena ripresa economica con relativa crescita o ci saranno ancora momenti difficili dovuti alla pandemia?
I dati macro economici che vediamo, ovvero i dati pubblici del governo polacco, dicono che c’è un rimbalzo positive dell’ ordine del 4 – 4,5%, che però è comunque più alto del rimbalzo negativo che è stato del 3%. Quindi in prospettiva pensiamo a una crescita sia qui, che in Italia. Il rilancio sarà trainato e guidato dai fondi del New Generation EU, che aumenteranno la possibilità di sviluppo della Polonia. Io sono positivo sul fatto che, al netto dei problemi legati ancora alle eventuali ondate pandemiche che speriamo non avvengano, la Polonia continuerà a crescere. Questi tre giorni del Forum di Karpacz lo confermano per la presenza, per la positività degli interventi e per il clima che abbiamo percepito riguardo agli scambi e al business.
Ci sono aziende italiane che abbiano deciso di investire in Polonia dopo la pandemia?
Sì, ci sono aziende italiane che nonostante la pandemia non hanno mai smesso di investire. Soprattutto nei settori industriali che seguiamo noi di Confindustria, come quello della meccanica, degli elettrodomestici e anche quello dell’aeronautica. Il settore automobilistico s’è fermato e anche quello aeronautico; il settore degli elettrodomestici ha invece continuato ad esplodere perchè, stando chiusi in casa, tutti hanno comprato elettrodomestici e le aziende polacche, che sono fornite da subfornitori italiani, hanno prodotto tantissimo. Secondo me quindi continuerà un micro trend nell’ambito degli elettrodomestici e dal nostro piccolo osservatorio continuiamo a ricevere richieste di aziende italiane che hanno finalmente capito le potenzialità della Polonia e per questo scelgono di venire ad investire in questo Paese, anche se naturalmente permane un po’ di incertezza sulle evoluzioni della pandemia. Ci sono stati inoltre grandi investimenti nel settore energetico, da parte di ERG, nel settore automotive da parte di Cromodora che sta costruendo degli impianti, quindi percepiamo che in Polonia ci sarà un ritorno importante di altre aziende italiane.
In Polonia questa settimana si sono registrate ancora nuove infezioni da COVID-19, il numero complessivo dei casi attivi è 158.928 (settimana scorsa 156.868), di cui in gravi condizioni 77 (settimana scorsa 56),ovvero circa lo 0,035% del totale.
Gli ultimi dati mostrano 510 nuove infezioni registrate su 37.700 test effettuati, con 6morti da coronavirus nelle ultime 24 ore.
Il numero delle vittime nell’ultima settimana è stato di 42 morti (settimana scorsa 35) e la situazione nelle strutture sanitarie polacche èsotto controllo, con 594 malati di COVID-19 ospedalizzati e 77 terapie intensive occupate.
Prosegue la campagna vaccinale in Polonia, attualmente sono state effettuate 36.604.902vaccinazioni per COVID-19, di cui 19.011.042 completamente vaccinate, ovvero il 50,3% del totale della popolazione.
Sono in vigore fino a fine settembre restrizioni tra cui l’obbligo di indossare la mascherina nei luoghi pubblici al chiuso. Sono aperti bar e ristoranti e sono consentite riunioni fino a 150 persone. Sono aperti hotel, centri commerciali, negozi, saloni di bellezza, parrucchieri, musei e gli impianti sportivi, anche al chiuso.
Ogni attività è sottoposta a regime sanitario e sono previste limitazioni sul numero massimo di persone consentite, in linea generale 1 persona ogni 10 m2, con norme di distanziamento per limitare le occasioni di contagio.
Per quanto riguarda gli sposamenti, salvo per vaccinati o ingressi con presentazione di test COVDI-19 negativo PCR molecolare o test antigenico effettuato nelle 48 ore precedenti, resta in vigore l’obbligo di quarantena di 10 giorni.
Per gli ingressi in Polonia da paesi al di fuori dell’area Schengen è prevista quarantena automatica obbligatoria, fino alla presentazione di un test negativo effettuato in Polonia successivamente all’ingresso, ma non prima di 7 giorni dal momento dell’ingresso nel paese. Sono escluse dall’obbligo di quarantena le persone vaccinate per COVID-19 con vaccini approvati dall’EMA.
Si raccomanda di limitare gli spostamenti e monitorare i dati epidemiologici nel caso di viaggi programmati da e verso la Polonia.
Dal 17 luglio è stato introdotto anche in Polonia il Digital Passenger Locator Form (dPLF) – Karta Lokalizacji Podróżnego.
Per spostamenti all’interno dell’UE, si raccomanda di verificare le restrizioni nei singoli paesi sul portale: https://reopen.europa.eu
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Durante il forum economico a Karpacz in uno dei pannelli dedicati al commercio internazionale, ha partecipato il senatore Nazario Pagano. “La pandemia deve trasformarsi in un’opportunità. I governi devono capire che non ci possiamo chiudere ma ci dobbiamo aprire nella cooperazione economica” ha dichiarato Pagano. Il senatore ha fatto l’esempio della Polonia come paese che da anni sta vivendo una crescita economica e usa il suo potenziale economico in modo esemplare. “Sono favorevole all’allargamento e vorrei che paesi come la Polonia fossero invitati nel gruppo del G20. Posso assicurare che questa posizione è la posizione di tutto il parlamento italiano” ha concluso Nazario Pagano.
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“Żeby nie było śladów” (titolo internazionale “Leave no traces”) il film basato sul fatto realmente accaduto raccontato nel libro dal titolo omonimo di Cezary Łazarewicz ha avuto la prima internazionale ieri alla 78^ Mostra del Cinema di Venezia. La Polonia dei primi anni Ottanta è scossa dal caso di Grzegorz Przemyk, un ragazzo diciannovenne picchiato a morte dalla milizia. Il film ripercorre la storia di Jurek, amico di Przemyk, l’unico testimone del pestaggio che diventa il nemico numero uno dello Stato. Tutto l’apparato governativo autoritario, tramite servizi segreti, media e tribunali, cerca di manipolare i fatti e di convincere il ragazzo a cambiare la testimonianza. La sua vita, e quella delle altre persone coinvolte nel caso, inclusi i suoi genitori e la madre di Przemyk, Barbara, viene stravolta dalla pressione della politica. Il film solleva i temi importanti della libertà della stampa e della magistratura ma soprattutto, come dichiara Matuszyński, parla dell’importanza di rispettare i diritti umani a cominciare dalla libertà personale.
Dopo il brusco rallentamento dell’economia causato dalla pandemia, come vede Lei il futuro dell’economia europea? Quali saranno le maggiori sfide per l’economia italiana ed Europea?
È evidente che adesso stiamo assistendo ad un rimbalzo dell’economia. Se riusciamo a metterci alle spalle il periodo del Covid, ci sono dei segnali incoraggianti in tutta Europa per una crescita economica. Per l’Italia si parla di un 5% di crescita quest’anno ma potrebbe essere anche superiore. Giustamente come ha detto il primo ministro italiano Mario Draghi non bisogna però limitarsi ad un rimbalzo ma dobbiamo puntare ad una crescita strutturata e continuativa per i prossimi anni. Riguardo lo scenario economico internazionale è chiaro che ci sono stati dei fattori negativi pesanti causati dalla pandemia. Ci siamo resi conto che non si può agire con soluzioni interne a problemi globali. Secondo me un multilateralismo efficace è sempre di più all’ordine del giorno. L’Italia come presidente del G20 sta cercando di trovare un consenso sui maggiori temi globali, come il clima e le diseguaglianze che sono cresciute ancora prima del Covid. Speriamo di concludere la nostra presidenza affrontando questi argomenti importanti.
Secondo Lei la pandemia ha dimostrato che non è sicuro delocalizzare produzioni importanti nel lontano oriente?
La geopolitica è entrata con forza nel discorso economico. La Cina non è ormai concepita come un nemico ma come una potenza con quale bisogna fare i conti, non soltanto dal punto di vista economico ma dobbiamo anche saper proporre noi europei insieme agli americani delle alternative che prevedano delle produzioni non così delocalizzate. Ci siamo resi conto ad esempio in Italia con il problema delle mascherine che abbiamo bisogno di mantenere alcune produzioni strategiche all’interno dell’Europa se non negli stessi stati nazionali.
Diamo uno sguardo alla tragedia dell’Afghanistan. A suo parere quale posizione dovrebbe assumere l’Unione Europea nei confronti del nuovo governo talebano?
Secondo me bisogna essere pragmatici e vedere cosa farà il governo afgano con chi fugge dalle persecuzioni e che tipo di corridoi umanitari per i rifugiati creeranno alle frontiere con il Pakistan e l’Iran. E poi ancora che misure prenderanno per rispettare i diritti umani, come tratteranno le donne, se faranno andare le ragazze a scuola. Sono tutti banchi di prova che il governo deve superare, altrimenti non ci sarà il riconoscimento. Al momento è chiaro che l’attuale leadership del Paese, annunciata ieri, porti con sé dei problemi. Alcuni di questi leader sono nelle “liste nere” american e non solo. Quindi adesso osserviamo cosa farà il governo talebano nei prossimi mesi.
Analizziamo anche la situazione delle frontiere dell’Unione Europea con la Bielorussia. Secondo Lei si tratta di un conflitto locale o rischia di diventare una minaccia per l’intera Unione Europea?
La situazione in Bielorussia è abbastanza complessa e va trattata come tale. Quindi vanno utilizzati diversi strumenti perché siamo di fronte anche alla presenza di truppe russe impegnate nelle famose esercitazioni militari Zapad. Poi c’è il problema della migrazione dall’Afghanistan e lo sfruttamento strategico dei migranti da parte della Bieolorussia che li vuole riversare in territorio polacco per creare un precedente di flusso di rifugiati. Ovviamente la Polonia non si vuol prestare a questo tipo di soluzione. Quanto all’Europa dobbiamo guardare al dialogo con la Bielorussia con grande pragmatismo, soprattutto cercare di convincere Lukashenko a politiche molto diverse in termini dei diritti umani, di liberazione di prigionieri politici, anche per ottenere aiuti umanitari per una popolazione bielorussa che in questo periodo è parecchio provata.
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La Commissione europea ha annunciato che ha deciso di chiedere alla Corte di Giustizia di sanzionare finanziariamente la Polonia per non aver rispettato la sua decisione del 14 luglio sulle misure sospensive. Il caso in questione è la Camera Disciplinare della Corte Suprema. Il 14 luglio, la Corte di Giustizia dell’Unione europea ha ordinato alla Polonia di sospendere immediatamente l’applicazione delle norme nazionali relative ai poteri della Camera disciplinare della Corte suprema. La vicepresidente della Commissione europea Vera Jourova ha twittato: “Siamo pronti a lavorare con le autorità polacche per trovare una via d’uscita da questa crisi”. Spetta alla Corte di Giustizia dell’Unione europea determinare il livello delle sanzioni richieste dalla Commissione europea.
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Inizia oggi il Forum Economico internazionale di Karpacz, il più grande evento economico dell’Europa centrale e orientale. Durante il forum sono previste sessioni plenarie e dibattiti di gruppo sul futuro e sulle sfide che l’Europa dovrà affrontare nei prossimi anni. La partecipazione al forum è stata annunciata dal Vice Primo Ministro Piotr Gliński, dal Ministro della famiglia, del lavoro e delle politiche sociali, Marlena Maląg. L’Italia sarà rappresentata tra gli altri, dall’Ambasciatore d’Italia in Polonia, Aldo Amati, dal Presidente della Confindustria Polonia, Simone Granella, e dal Senatore Nazario Pagano. Il Forum Economico sarà seguito e raccontato da Gazzetta Italia e Polonia Oggi attraverso il nostro inviato Jordan Francesco Zlamanski.