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“Killing the Boredom”, proiezione dei film di Wilhelm Sasnal a Venezia

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Sasnal, "Litany", 2015

La Fondazione Signum presenta “ Killing the Boredom”, una mostra di quattro cortometraggi (tra cui due inediti) è la prima esposizione personale a Venezia di Wilhelm Sasnal che avrá luogo nel Palazzo Donà Brusa in Campo San Polo.

Wilhelm Sasnal (nato a Tarnów nel 1972, attualmente lavora a Cracovia) è un artista polacco, conosciuto sia per le sue opere pittoriche sia per i suoi film. Le sue produzioni sono molto personali, radicate nell’esistenza dell’artista e attingono alla tradizione polacca del XX secolo del cinema personale, concentrata sulla registrazione delle banalità della vita quotidiana e sulle fantasie della gente. I suoi film sono molto influenzati dall’estetica delle varie culture  musicali e dai video non mainstream.

Sasnal lavora abitualmente su cortometraggi caratterizzati dalla forma destrutturata, insieme alla moglie Anka realizza invece lungometraggi narrativi. Parlando delle sue opere dice: “realizzo i film come i dipinti lasciando scorrere il loro flusso”.

Programma

  1. Cristoforo Colombo, 2014/27′
    Produzione: Lismore Castle Arts
    Sasnal inizió ad approfondire la storia di famoso Cristoforo Colombo, dopo aver letto i vari documenti sulla salute mentale del famoso esploratore italiano. Sasnal racconta la sua storia del viaggio nel Nuovo Mondo attraverso affermazioni laconiche, fatti storici e sue invenzioni fantastiche. Il film parla dello stato d’animo, la sua forte personalità e la grande l’eredità che ha lasciato.
  2. Killing the Boredom, 2021/5’33’’
    Il film ci porta in un modo visuale ed intuitivo in un viaggio psichedelico. Attingendo alla tradizione di questo genere di cinema Sasnal attraverso l’uso di filmati d’archivio personali, distorsioni visive e narrazioni sperimentali, dipinge una esperienza psichedelica inquietante.
  3. Developing Tank 2015/14′
    Produzione: Johnen Galerie / Esther Schipper Galerie , Berlin
    Developing Tank prende come punto di partenza la visita in una vecchia casa di famiglia. Entrando nella casa, vuota, il protagonista trova una bobina di un film non sviluppato con il materiale che aveva girato 25 anni prima. Il film fonde i ricordi di quando gli fu insegnato a maneggiare e sviluppare il materiale cinematografico con il contenuto misterioso della bobina ritrovata.
  4. Litania, 2015/2’43’’
    Litania è un film molto poetico e visivamente affascinante in cui l’artista confronta la religione con la cultura pop. L’uso di una litania e di una canzone popolare di un gruppo rock alternativo degli anni Ottanta riflette e confronta due mondi diversi ed i temi principali del film.

Autori della mostra

CURATORI DELLA MOSTRA: Małgorzata Kozioł, Paulina Przyborowska

CONCETTO CURATORIALE: Małgorzata Kozioł

ASSISTENTE DELL ‘ARTISTA: Paweł Gardynik

SUPPORTO TECNICO: Giovanni Slongo

PROGETTO DEL POSTER: Wilhelm Sasnal

RINGRAZIAMENTI SPECIALI A: Andrzej Przywara, Foksal Gallery Foundation

FINANZIATO DA: Signum Foundation/ Fondazione Signum

GIORNI DELLA MOSTRA: 07-12.09.2021
ORARI: 10.00-18.00
Proiezioni ogni ora
(La ultima proiezione alle 17:00)
Ingresso gratuito, obbligatorio prenotazione del posto: palazzodonabrusa@gmail.com +39 334 912 3495

Indirizzio: Palazzo Dona Brusa, San Polo 2177, 30125 Venezia

www.palazzodonabrusa.it, signum.art.pl

Biografia dell’artista

La carriera di Wilhelm Sasnal è stata costantemente divisa in due correnti artistiche: pittura e film. Negli ultimi anni l’artista con la moglie Anka ha diretto i lungometraggi: Swineherd (2008), It looks pretty from a distance (2011), Alexander (2013), Huba (2013), The Sun, the sun blinded me (2016). Queste opere sono state presentate in alcuni dei festival di cinema più prestigiosi come il Rotterdam International Film Festival e il Berlin Film Festival. Inoltre, Wilhelm e Anka Sansal hanno vinto il premio per il Miglior Film Polacco al New Horizons Film Festival. Per la creazione dei suoi film l’artista usa principalmente bobine di pellicola da 16 mm.

Wilhelm Sasnal è nato a Tarnow, Polonia, e vive e lavora a Cracovia. Pittore, disegnatore, regista e fumettista ha presentato i suoi lavori in mostre personali e collettive in tutta Europa e negli Stati Uniti, tra queste: Take Me To The Other Side, Lismore Castle Arts, Irlanda (2014); Haus der Kunst, Monaco di Baviera, Germania (2012); Whitechapel Art Gallery, Londra (2011); K21, Düsseldorf, Germania, e Centro De Arte Contemporàneo, Málaga, Spagna (entrambi 2009); Wilhelm Sasnal – Anni di lotta, Zacheta Narodowa Galeria Sztuki, Varsavia (2008); Matrix, Museo d’arte di Berkeley, Berkeley, California (2005); e Kunsthalle Zurigo, Svizzera (2003).

Fondazione Signum

La Fondazione Signum si occupa di beneficenza ai bambini ed ai giovani e della promozione internazionale dell ‘arte moderna e contemporanea con un particolare interesse per l’arte polacca. La Fondazione cerca di unire queste attività nei progetti legati all’educazione attraverso l’arte e all’arte impegnata nei temi sociali. La Fondazione è attiva in Polonia, con sede presso la Fabrica di Zeyland e a Venezia presso Palazzo Donà che ospita dal 2009 lo spazio espositivo permanente della Signum Foundation. http://signum.art.pl/en/wydarzenie/wilhelm-sasnal-killing-the-boredom/

Palazzo Donà Brusa / Fondazione Signum

Palazzo Donà Brusa è un palazzo gotico, un luogo unico nel cuore di Venezia, in Campo San Polo. Le origini di Palazzo Donà risalgono al XIV secolo. Il luogo ha una ricca storia, essendo sede di artisti, anche molto prima che la Fondazione Signum ne abbracciasse lo spirito e lo trasformasse in un luogo d’arte a tempo pieno. Palazzo Donà Brusa fu prima casa della famiglia aristocratica Donà di Aquileia. Doppo era abitato da diversi artisti, tra cui il compositore italiano Giovanni Francesco Brus. Dal 2009 è di proprietà della Fondazione Signum, che promuove l’arte contemporanea. Le attività della fondazione a Venezia sono state inaugurate con la mostra “Svegliati e Sogna”, con le opere di artisti come: Mirosław Bałka, Nicolas Grospierre, Grupa Sędzia Główny, Tadeusz Kantor, Eustachy Kossakowski, Katarzyna Kozyra, Natalia LL, Dominik Lejman, Jacek Malczewski, Kasimir Malevich, Michał Martychowiec, Roman Opałka, Ignacy Stanisław Witkiewicz, Krzysztof Wodiczko.

Nel 2010 ha avuto luogo un’altra mostra della Fondazione Signum: Luce e movimento /lumière et mouvement, mostra – omaggio all’arte cinetica e a grandi personalità del mondo dell’arte della seconda metà del XX secolo: Madame Denise René, Carlos Cruz-Diez, Jesus Rafael Soto, grazie ai quali l’arte cinetica ha cambiato non solo il nostro pensiero, ma anche lo spazio privato e pubblico che ci circond. Sono state presentate le opere degli artisti: Martha Boto, Carlos Cruz-Diez, Horacio Garcia Rossi, Werner Graeff, Julio Le Parc, László Moholy-Nagy, Józef Robakowski, Nicoals Schöffer, Jesús Rafael Soto, Gregorio Vardanega.

Gierczynski: finanziare maggiormente le cure mediche per dare una maggiore aspettativa di vita

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Questa notizia è tratta dal servizio POLONIA OGGI, una rassegna stampa quotidiana delle maggiori notizie dell’attualità polacca tradotte in italiano. Per provare gratuitamente il servizio per una settimana scrivere a: redazione@gazzettaitalia.pl

“L’aspettativa di vita in Polonia è di 3 anni inferiore alla media dell’UE” ha detto Jakub Gierczyński, esperto di salute. In tutti i paesi post-socialisti la vita è più breve che nell’Europa occidentale. Gli spagnoli e i norvegesi, tra gli altri, vivono più a lungo in Europa, mentre la Polonia è tra gli ultimi nell’UE. L’esperto ha anche menzionato che in Polonia le donne vivono quasi 8 anni in più degli uomini. Le principali cause di morte sono le malattie cardiovascolari e il cancro. “La nostra nazione si sta spegnendo”, ha detto il dottore Jakub Gierczyński. Ha citato proiezioni che mostrano che se non cambierà niente, nel 2100 potrebbero esserci solo 27 milioni di polacchi. Secondo Gierczyński è possibile migliorare la salute e l’aspettativa di vita dei polacchi grazie a finanziamenti delle cure mediche. “Naturalmente, la condizione fondamentale è un maggiore finanziamento e ottimizzando il funzionamento del servizio salute”, ha sottolineato.

https://www.pap.pl/aktualnosci/news%2C937216%2Cpolacy-zyja-o-trzy-lata-krocej-niz-statystyczny-europejczyk-co-jest

 

XXX FORUM ECONOMICO

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“L’Europa in cerca di leadership”

Il Forum Economico a Karpacz è l’incontro dei leader politici ed economici più grande  nell’Europa centro-orientale, durante il quale vengono discussi temi legati alla sicurezza, prospettive per lo sviluppo economico, sfide contemporanee e superamento delle crisi, ma si presentano anche soluzioni concrete e idee innovative. La dimensione internazionale del Forum Economico ci da opportunità di sostituire stereotipi con fatti e di formare pareri basati su ragionevole scambio di opinoni.

Data: 7-9 settembre 2021 r.
Luogo: Hotel Gołębiewski, Karpacz

Come ogni anno, la redazione di Gazzetta Italia è uno dei media partner dell’evento. Il programma dettagliato del Forum Economico si trova sul sito web: https://www.forum-ekonomiczne.pl/forum-ekonomiczne-2021/?lang=en

“L’Europa in cerca di leadership”, il 7 settembre al via il Forum Economico Internazionale a Karpacz

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Il Forum economico internazionale inizierà il 7 settembre a Karpacz e durerà tre giorni. In questi giorni nella città di Karpacz saranno presenti circa 3 mila ospiti provenienti da Europa, Asia Centrale e USA. Durante il forum sono previste sessioni plenarie e dibattiti di gruppo. La partecipazione al forum è stata annunciata dal Vice Primo Ministro Piotr Gliński,  dal Ministro della famiglia, del lavoro e delle politiche sociali, Marlena Maląg, e da molte altre personalità del mondo della politica e dell’economia come il Direttore Generale delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura Vladimir Rakhmanin e il leader del Partito Riformista del Regno Unito Richard Tice. Durante questo evento verranno consegnati i premi per “l’uomo dell’anno”, “l’azienda dell’anno” e “ONG dell’Europa centrale e orientale”. Lo slogan del forum di quest’anno è “L’Europa in cerca di leadership”. L’Economic Forum è organizzato da 30 anni dalla Fondazione “Istituto per gli Studi Orientali”. Come negli anni precedenti Gazzetta Italia seguirà l’evento e sarà uno dei partner media del Forum.

Polonia Oggi

Perché a Bologna si vive felici?

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A Bologna si può ammirare il centro storico: due torri, la Basilica di San Petronio, il Santuario della Madonna di San Luca. Ci vuole una mezz’ora per attraversare l’intera città, ma la cosa più bella è che o questo ti basta oppure ci resterai per tutta la vita.

Ho scelto un bel compito: incantare i turisti polacchi con una città di mattoni rossi! I collegamenti aerei dalla Polonia sono frequenti, così è facile programmare una visita di un paio di giorni. Quindi va male in ogni caso perché non si tratta né di stare mezz’ora e neanche una vita intera, quindi dall’inizio è una causa persa. Forse prima di prenotare i biglietti, e sicuramente prima di imbarcarsi sull’aereo, leggerete che vale la pena passare a Bologna al massimo 2 giorni. Il primo per la passeggiata in centro, il secondo per una gita al Santuario di San Luca sulla collina, anche se questo non è per tutti, perché è lontano (i portici più lunghi del mondo!), si va in salita, senza senso (oggi il pellegrinaggio in ginocchio dei bolognesi è una leggenda, una volta almeno la gente credeva in qualcosa!), e poi o fa troppo caldo o troppo freddo (e in autunno e in inverno è anche nebbioso!). Perlomeno al bar fa sempre bel tempo.

Non venite mai a Bologna in agosto! È la città più triste del mondo. Ogni volta devo sottolinearlo, tutti pensano che io esageri e scherzi come sempre ma, davvero, è un consiglio che vi do dal cuore. Tutto chiuso, gli italiani al mare, gli studenti al mare, è una città fantasma e si muore di caldo. Lo dice una che ama stare al caldo.

Come vedete è meglio informarsi bene prima di venirci. Però alla definizione di turista spesso non corrisponde quella di persona informata! Arrivando per qualche giorno, sicuramente prima o poi la città vi annoierà e salirete sul treno, sorprendentemente ben funzionante, per visitare Rimini, Ravenna o Ferrara. È questo infatti il problema. Probabilmente uno può essere perdutamente innamorato di Bologna solo… vivendo lì.

Secondo la classifica del quotidiano Sole 24 Ore del 2020, Bologna è la città con la miglior qualità della vita in Italia, battendo la favorita Milano. Come spiegarlo? Primo, si può facilmente attraversare tutta la città a piedi. Ecologicamente, senza calarsi nel traffico con la macchina, potete anche saltare su una bici e fare un po’ di sport. Secondo, molti servizi qui funzionano bene. Terzo, è la capitale culinaria della penisola. Ogni italiano dirà che il cibo proveniente dalla propria regione è il più buono, però basta essere onesti con se stessi e si deve ammettere che le tagliatelle al ragù e i tortellini sono i migliori nel mondo. Quarto (?), la cosa che mi incanta di più è la libertà e un certo spirito di iniziativa della città. Probabilmente il merito è delle migliaia di studenti, menti libere, ingegneri, sognatori, scrittori e stranieri, si ha la sensazione di poter essere chiunque si voglia essere, che sei bello così come sei. L’anima della Resistenza si aggira per le strade di Bologna, questo concetto tradotto in polacco, secondo me, non rifl ette completamente l’essenza della questione. Un giorno senza una contestazione è una giornata sprecata, ma non confondete la protesta con una rissa o instabilità. Quinto, sesto, settimo, si possono moltiplicare le ragioni. Non ho ancora conosciuto un cittadino di Bologna che si lamenti della città. E i bolognesi purosangue, difficili da trovare (forse in Piazza Santo Stefano?) sono così orgogliosi della loro città! Hanno tutto e niente.

A Bologna ci sono cose inspiegabili. I piccoli delinquenti in Piazza Verdi e una macchina della polizia parcheggiata lì a pochi metri. Fumi di marijuana che ti arrivano in faccia insieme ad una produttività stimolante. Un atteggiamento sinistroide verso la vita e al contempo la posizione forte della Chiesa. L’incomprensione delle contraddizioni può dare una sensazione negativa. Ma a Bologna si vive felici e contenti, dovete credermi sulla parola. Lo so, non tutti dopo simili dichiarazioni saranno pronti per fare le valigie. Scrivo e racconto per quelli che non hanno paura di rischiare. Come vedete, col cuore, in modo caotico, provo a mostrarvi il contesto, darvi un consiglio su come muovervi in città, fisicamente e metafisicamente. Come vivere un po’ da bolognese. Se volete saperne di più ho scritto un e-book su Bologna. Buona lettura!

traduzione it: Klaudia Nieszporek

Perla Negra

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Perla Negra si occupa di importare e distribuire prodotti di marchi italiani ed internazionali di bevande, dolci (e biscotti) nonchè prodotti cosmetici certificati bio. Il loro impegno è di soddisfare le esigenze del cliente attraverso proposte di prodotti di alta e garantita qualità, qualità che viene assicurata grazie alla selezione di produttori che sanno coniugare tradizione ed innovazione ed in possesso di certificazioni internazionali

Tra le marche distribuite da Perla Negra sono: Galvanina, Zuegg, Amaretti Virginia e la linea di cosmetici Bio Alteya Organics.

Sito web: https://perlanegra.pl/
Facebook: https://www.facebook.com/PerlaNegraBoutique/

PepsiCo: 1 miliardo di PLN per un nuovo impianto di produzione di snack a Środa Śląska

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Ieri si è svolta la cerimonia della posa della prima pietra per la costruzione dell’impianto di produzione di snack PepsiCo a Środa Śląska. L’investimento del valore di oltre 1 miliardo di PLN, è il quinto impianto di produzione dell’azienda situato in Polonia, sarà sviluppato gradualmente fino al 2025. La nuova fabbrica fornirà snack su mercato polacco e per l’esportazione in oltre 20 paesi, tra cui Germania, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria. L’impianto di produzione sarà costruito a Święte vicino a Środa Śląska all’interno della Zona Economica Speciale di Legnica (Voivodato di Dolnośląskie). Il nuovo investimento di PepsiCo in Polonia avrà un impatto positivo sullo sviluppo costante e sostenibile dell’economia polacca ed europea, sulla creazione di nuovi posti di lavoro, sullo sviluppo delle comunità locali e contribuirà a un significativo aumento della portata del Programma Agrario che l’azienda sviluppa in collaborazione con gli agricoltori polacchi. Il nuovo, modernissimo impianto è stato progettato tenendo conto di soluzioni significative nel campo dello sviluppo sostenibile, utilizzando i principi dell’ecodesign. Tutti gli stabilimenti PepsiCo in Polonia utilizzano già elettricità proveniente esclusivamente da fonti rinnovabili, ma la struttura più recente utilizzerà ulteriori soluzioni a favore dell’ambiente. Nei prossimi anni nel nuovo stabilimento saranno impiegati oltre 450 dipendenti qualificati. “Grazie a progetti industriali come l’investimento PepsiCo, la regione e l’intero paese, riceveranno un altro forte impulso di sviluppo, questa volta nell’industria agroalimentare”, ha affermato Adam Ruciński, sindaco di Środa Śląska. I prodotti agricoli per la produzione di snack nel nuovo stabilimento saranno consegnati da agricoltori polacchi che collaborano strettamente con PepsiCo nell’ambito del cosiddetto Programma Agrario. Il programma è stato avviato 28 anni fa e attualmente PepsiCo collabora direttamente con 80 aziende agricole di tutta la Polonia.

https://www.portalspozywczy.pl/inne/wiadomosci/pepsico-1-mld-zl-na-nowy-zaklad-produkcji-przekasek-w-srodzie-sl,202274.html

In costruzione barriera difensiva lungo i 180 km di confine tra Bielorussia e Polonia

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L’esercito polacco ha iniziato ieri a costruire una recinzione alta circa 3 metri sul confine polacco-bielorusso, in particolare nella zona di Żubrzyca Wielka nel voivodato di Podlaskie. Alla fine la recinzione coprirà 180 chilometri e renderà sicura la sezione terrestre del confine. “Stiamo sigillando il confine”, ha scritto il ministro della difesa Mariusz Blaszczak su Twitter, mentre pubblicava foto di soldati che costruivano la recinzione. A Usnar Górny, sul lato bielorusso del confine, un gruppo di stranieri a cui non è stato permesso di entrare è accampato da diversi giorni. Il confine è protetto dalla polizia e dalla guardia di frontiera.

https://www.pap.pl/aktualnosci/news%2C935269%2Cruszyla-budowa-25-metrowego-ogrodzenia-wzdluz-zielonej-granicy-z-bialorusia

Ieri, oggi, domani

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Antonella Lualdi e Vittorio De Sica in "Padri e figli" (1957)

Il ladro di biciclette che spogliò sullo schermo Sophia Loren. Il comico dal sorriso sbarazzino che faceva i conti con i traumi dell’Italia del dopoguerra. Lo scopritore dell’oro di Napoli e del miracolo a Milano. Donnaiolo. Intelligente. L’uomo che insegnava a baciare a Marcello Mastroianni. Per il mondo un grande regista, per gli italiani il corteggiatore del cinema. Ecco Vittorio De Sica.

È il 1901. Inizia il XX turbolento secolo che mostra d’avere voglia di cambiamenti fin dai primi giorni, mesi. È leggermente impudente. Ribelle senza motivo. Dice addio al mondo vestito in abiti antichi ispirati ai chitoni greci, ancora di moda alla fine del secolo precedente. Nascono Marlene Dietrich, Walt Disney, Gary Cooper. Il cinema presto accoglierà i loro volti. Dopo quasi 64 anni di regno muore la regina Vittoria. Arriva il mondo nuovo. Scienza, tecnica, pensiero, tutto corre. A Stoccolma si assegna il primo premio Nobel. A Parigi si apre la prima mostra di Pablo Picasso, nasce il cubismo. In Italia Italo Pacchioni, inventa e costruisce una macchina da presa – dopo che i fratelli Lumiere avevano rifiutato di vendergli il cinematografo – con cui filma il funerale di Giuseppe Verdi a Milano. E così l’opera cede il passo ad una nuova musa. In questo clima, a Sora nel Lazio, in provincia di Frosinone sul fiume Liri, viene al mondo Vittorio De Sica. Uno dei grandi padri italiani del cinema.

Sono le 11:00. Esattamente il 7 luglio. C’è afa. Il sole sembra essere un grande girasole. Sotto i suoi raggi, poco prima di mezzogiorno, nasce Vittorio Domenico Stanislao Gaetano De Sica. Viene al mondo nella famiglia del signor De Sica, impiegato nell’ufficio locale della Banca d’Italia, originario di Cagliari in Sardegna. È proprio al padre che il regista dedica uno dei suoi film più importanti “Umberto D.” (1952), una storia nostalgica di un uomo anziano e del suo cane, emarginati che provano a sopravvivere a Roma con la pensione del governo mente madre, una casalinga napoletana che ha dato tutta la sua vita per creare il calore famigliare. Subito dopo la nascita in una famiglia modesta, che col tempo ha definito come “miseria aristocratica”, finisce nella parrocchia di S. Giovanni Battista, dove nelle mani dei padrini (Sorani Alfonso e Cristina Giannuzzi) viene battezzato ricevendo, come quinto nome, Sorano, omaggio alla città medievale di Sora.

Nei primi due decenni Vittorio ancora adolescente viaggia. Percorre la strada della vita insieme con la famiglia alla ricerca del posto giusto. Prima il trasloco a Napoli, poi a Firenze e poi ancora a Roma. In questo periodo, incoraggiato dal padre, il futuro re dello schermo finisce il corso di contabilità. Ma la prospettiva di una vita passata contando gli sembra follemente noiosa, perciò contemporaneamente sviluppa anche le sue passioni artistiche. Così è con la scrittura tanto che, ancora ragazzino, pubblica dei suoi testi nei giornali locali. Questo è dovuto all’influenza del padre che negli anni 1909-1915 collaborò con lo pseudonimo Caside con il mensile “La voce dei Liri”. Questa esperienza stimolata dal padre lo lancia verso la prima decisione autonoma di unirsi ad un gruppo di attori principianti esibendosi per i soldati e i feriti durante la Prima Guerra Mondiale.

Vittorio De Sica, fot. Gianfranco Tagliapietra

Già durante il corso di contabilità De Sica cominciò ad essere attratto dall’ambiente del teatro dove lo accolsero come se fosse uno di loro. Grazie a un amico di famiglia, il regista Edoardo Bencivenga, presto ottenne una piccola parte nel film muto “Il processo Clémenceau” (1917) di Alfredo De Antoni. Ancora adolescente collaborò con Francesca Bertini, una delle più grandi star del cinema muto e con Gustav Sereni, l’amante dello schermo che in tutta la sua carriera recitò in oltre 100 film. Da quel momento cominciò a splendere il suo grande talento, infatti come diceva lo stesso De Sica: “nel film non basta recitare, bisogna anche avere talento”. Il talento e la carriera cominciano a prendere velocità dopo la Grande Guerra. Il giovane ragazzo presto guadagna popolarità, anche nella sua città natale, dove ritorna dopo quasi dieci anni. È il 1922 e il giovane debuttante accetta l’invito ad un concerto durante il quale recita “Canto” di Francesco Piave con l’accompagnamento del padre.

Gli anni ’20 del Novecento per il futuro co-creatore del neorealismo significano viaggiare per i teatri di tutto il mondo. Grazie alla conoscenza dell’attore Gino Sabbatini e consigliato dallo scenografo Antonio Valente si unisce alla prestigiosa compagnia teatrale di Tatjana Pavlova per recitare la parte del cameriere nel “Sogno d’amore” di Kosorotov.

Successivamente, con il gruppo della Pavlova, si reca in tournée in Sudamerica, dove recita il primo ruolo importante, Gaston, in “La Signora delle camelie”, basato sul romanzo di Alexandre Dumas. Il clima iberoamericano gli fa benissimo e sviluppa tante amicizie. Al contrario delle tendenze dell’epoca, quando il mondo artistico pulsava in Europa, a Parigi soprattutto, lui sceglie l’America, dove decide di recitare nel film di Mario Almirante “La bellezza del mondo”, al fianco della futura grande star del cinema muto, Italia Almirante–Manzini, la moglie del regista. Con Mario Almirante inizia una lunga collaborazione che consiste anche nel lavoro di traduttore ad esempio sul set del film “La compagnia dei matti” (1928).

Con il nuovo decennio, De Sica, notato da Mario Mattoli cofondatore di Spettacoli Za-Bum (il primo serio esperimento italiano che unisce la commedia con il teatro drammatico) ottiene l’ingaggio come primo attore. Dopo diversi anni di successi nel 1933, insieme alla moglie, l’attrice italiana Giuditta Rissone, formano una compagnia teatrale che nell’epoca della presa del potere del fascismo in Italia propone soprattutto delle commedie leggere, anche se ogni tanto gli autori si lanciano in testi di alto livello, tra cui pezzi di Pierre Beaumarchais.

Nel periodo che precede la Seconda Guerra Mondiale, Vittorio De Sica entra nella storia della cultura italiana come attore. Un bel Don Giovanni cui le donne non sanno resistere. Prima del secondo conflitto mondiale ha già alle spalle oltre trenta ruoli in vari film. Sono soprattutto produzioni leggere ma vale la pena menzionarne qualcuna come: “Uomini, che mascalzoni!” (1932) e “I grandi magazzini” (1939). Questi e altri film De Sica li girò con Mario Camerini, il più famoso regista delle commedie italiane degli anni ’30, un caro amico di De Sica che contribuì a renderlo famoso in tutto il mondo. Ma il successo e la fama ottenuti grazie a cinema e teatro avevano un serio concorrente: la passione per il gioco d’azzardo che lo portava spesso a sperperare ingenti somme di denaro. Per questo De Sica accettava tanti ruoli, anche se artisticamente non li apprezzava, una scelta fatta per guadagnare e mantenere la famiglia. Non nascose mai la sua passione per l’azzardo che a volte trasferì nei suoi personaggi, sia in alcuni suoi film come “L’oro di Napoli” (1954) che in quelli di altri registi. Il coinvolgimento dei personaggi interpretati da De Sica nel gioco d’azzardo è importante per la trama ad esempio de “Il generale Della Rovere” (1959) di Roberto Rossellini oppure in “Montecarlo” (1956) di Simon A. Taylor in cui negli scenari del casinò di Montecarlo giocò con Marlene Dietrich.

Vittorio de Sica con il suo sorriso sbarazzino sullo schermo si è guadagnato il soprannome di “Cary Grant italiano”, insomma il George Clooney di oggi. Ma questo ruolo col tempo iniziò ad andargli stretto e allora cominciò a dedicarsi soprattutto alla regia. Debuttò nel significativo anno 1939 sotto l’egida di un grande produttore, Giuseppe Amato, con il film “Rose scarlatte” in cui interpretò il ruolo principale. Nel frattempo scriveva romanzi e fumetti. Nei primi anni ’50 ebbe un grande successo come traduttore della commedia “Altri tempi” (1952, A. Blasetti) e “Pane, amore e fantasia” (1953, L. Comencini), in tutte e due si presentò al fianco di Gina Lollobrigida che in quel momento era al culmine della sua popolarità.

Vittorio De Sica e Rosanna Schiaffino, anni Sessanta, Mostra del Cinema di Venezia

Come regista capiva bene gli attori perché conosceva la complessità dei vari ruoli, De Sica era infatti famoso per la capacità di aiutare e ispirare gli interpreti. Fu di grande aiuto soprattutto per gli esordienti. Come molti altri registi italiani di quel periodo, gli piaceva coinvolgere nei film gente comune che non aveva esperienza di recitazione, e in questa modalità poteva esprimere al meglio la sua capacità di insegnare a recitare. Ogni tanto però i consigli erano incredibilmente dettagliati, spesso istruiva meticolosamente anche gli attori più famosi che calcavano i set dei film. Così successe ad esempio in “Matrimonio all’italiana” (1964) quando nella scena intima tra Sophia Loren e Marcello Mastroianni si unì a loro distendendosi a letto e facendogli vedere come dovevano baciarsi. De Sica sceglieva gli interpreti dei suoi film in base all’autenticità dei loro volti, cercandoli per strada. Lamberto Maggiorani, il personaggio mingherlino di “Ladri di biciclette” (1948) era un operaio, Carlo Battisti che recitò il ruolo di Umberto D. era un professore universitario in pensione. Ma ogni tanto, come nella vita, quando aveva voglia di leggerezza ingaggiava per le sue commedie star da prima pagina come Cary Grant o Spencer Tracy.

I film di De Sica rappresentano un capitolo fondamentale nella storia del cinema, alcuni sono pietre miliari come “Sciuscià” (1946), “Ladri di biciclette” o “Umberto D” oltre ad essere una pagina fondamentale del neorealismo italiano. Tre film che non rappresentano soltanto la realtà del dopoguerra ma indagano le tragedie individuali.

Nei film di De Sica la gente non viene ricompensata e la vita non ha un gusto dolce come nelle maestose, oniriche ed edoniste realizzazioni di Federico Fellini. Vittorio De Sica non dà speranza ai protagonisti che crea. I personaggi dei suoi film più importanti sono costantemente di corsa, cercano sostegno, aiuto, riempimento del vuoto e della solitudine. Così è anche in Umberto D. che incapace di adeguarsi al nuovo, al presente, vaga senza speranza, malato, depresso, aspettando la sua fine. Aspettando il miracolo. Il miracolo che dopo anni succedette a Milano.

“Miracolo a Milano” (1951) è qualcosa di diverso nella filmografia del regista che di solito o raccontava il lato più duro della vita o allegeriva l’animo con le sue commedie. Qui invece lascia andare la fantasia ed ecco che De Sica incontra in sogno Federico Fellini da cui prende in prestito l’immaginazione. De Sica in questo film propone una favola piena di speranza che libera i poveri trascinandoli nel mondo del consumismo. Qui De Sica prevede il futuro, il branco smarrito che, quando assaggia, desidera di più. Come nella scena con la macchia di sole sotto la quale si riuniscono le persone, ce ne sono sempre di più e all’improvviso uno comincia a spingere un altro, ognuno lotta per avere un po’ di questo lusso. E anche se i critici accusarono il regista di tradimento del neorealismo, e i comunisti del tradi mento del comunismo, nessuno come lui sotto l’apparenza di una favola seppe rappresentare meglio la miseria e l’arida terra persa, una volta promessa.

Superate queste critiche, dopo aver permesso quella liberazione che normalmente vietava ai suoi protagonisti menzionati all’inizio, in De Sica emerse la nostalgia. La nostalgia del paradiso perduto. Si ritorna quindi ai tempi del fascismo per poter raccontare, attraverso la sua capacità artistica, la realtà da una prospettiva diversa. De Sica è un uomo maturo che condivide con lo spettatore la sua amarezza. Davanti a lui c’è l’Italia degli anni ’50 e ’60 in cui riemerge questo turbolento XX secolo. Invece della memoria del passato sorgono i grattacieli. Invece delle lacrime e del riso appare il vuoto. E allo ecco “Il giardino dei Finzi Contini” (1970), una delle ultime, importanti, opere del regista, basata sulla storia malinconica del romanzo di Giorgio Bassani. È uno studio sulla incomprensione, pieno di frustrazione e di incompletezza in cui pulsa il vuoto dell’Europa dei primi anni ’70. Un film che sintetizza la perdita di un’esistenza felice che non tornerà più, esattamente come non tornerà quel mondo che, per le strade di Roma, cercava Umberto D.

traduzione it: Patrycja Grunwald

Sondaggio sui risparmi e gli investimenti dei polacchi

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Le informazioni scaturite dall’indagine Assay Anex, commissionata dal Gruppo Assay e condotta da Maison&Partners, indicano che il 44% dei Polacchi non possiede risparmi. Il 56% delle persone affermano che sono in possesso di un qualche risparmio, che in una situazione critica potrebbe essere d’aiuto. In media, la quota dei soldi per le emergenze è di circa 30 mila zł, solo il 6% del 56% degli intervistati ha risparmi superiori a 100 mila zł. Nella situazione migliore, per quanto riguarda il risparmio, sono gli investitori attivi e potenziali, tra questi il 78% degli intervistati dichiara che possiede risparmi notevolmente più alti rispetto a quelli medi dei polacchi. Di oltre 30 mila zł dispone circa il 50% degli investitori, mentre quelli con un importo di oltre 100 mila zł costituiscono il 15% in questo gruppo. Nel commento all’indagine è stato sottolineato che in Polonia il risparmio non va di pari passo con gli investimenti, solo il 16% dei polacchi ammette che investe attivamente i loro risparmi. Dall’indagine risulta che i polacchi non conoscono molto sugli investimenti finanziari, il che è dimostrato dal fatto che il 61% degli intervistati non ha mai fatto investimenti. In questo gruppo prevale il numero delle persone con il reddito più basso o senza reddito e dei giovani. Un polacco su quattro dichiara poca esperienza per quanto riguarda gli investimenti, prevalentemente questa persona possiede o ha posseduto i prodotti passivi, come i depositi, gli obbligazioni o i risparmi sul conto bancario. Solo il 16% di quelli che possiedono risparmi investe o ha investito attivamente le risorse finanziarie. Il 13% ha investito in titoli azionari, mentre il 12% ha investito in fondi di investimento. Circa il 10% ha investito in titoli del Tesoro e il 7% nelle polizze d’investimento. La maggioranza dei polacchi investe nelle proprietà, il 33% investe in metalli preziosi e il 18% nelle opere d’arte. Importanti per polacchi sono gli investimenti nelle cose materiali. Per quanto riguarda gli oggetti immateriali, il 13% investe volentieri nelle criptovalute. In futuro il 29% vuole investire nelle obbligazioni e nei titoli azionari, il 27% nei fondi di investimento, il 16% nelle obbligazioni aziendali e il 15% nelle società d’investimento.

https://www.pap.pl/aktualnosci/news%2C934448%2C44-procent-polakow-nie-posiada-zadnych-oszczednosci.html