“È stato presso di noi un italiano con un modello della cappella che deve sorgere e che abbiamo gradito. Cionondimeno gli abbiamo fatto diverse raccomandazioni di cambiamento secondo la nostra intenzione, che gli abbiamo dichiarato. Gli abbiamo anche indicato che vogliamo che la lapide sia fatta di marmo, come apprenderai più ampiamente da lui stesso e dalle carte”. Così nel 1517 scriveva del proprio mausoleo il re della Polonia Sigismondo I al proprio banchiere Jan Boner.
Il Rinascimento in Polonia iniziò alla corte reale di Cracovia. Poco dopo l’anno 1500 un gruppo di architetti e costruttori fiorentini visitò la collina del Wawel e fondò una bottega. Erano venuti su invito del principe Sigismondo Jagellone, che il 24 gennaio 1507 fu incoronato re di Polonia nella cattedrale del Wawel. La bottega era diretta da Francesco Fiorentino e impiegava artisti provenienti dall’Italia e da altri paesi. Dopo la morte del Fiorentino nel 1517 la bottega fu rilevata da Bartolomeo Berrecci da Pontassieve, vicino Firenze, che lavorò a Cracovia fino al 1537. L’opera per cui lo si ricorda, gioiello architettonico del Rinascimento in Polonia che ebbe un’influenza su un’intera generazione di artisti, è la cappella di Sigismondo. Berrecci la eresse negli anni 1517-1533 come mausoleo per il sovrano, pieno di significati simbolici e di ricche decorazioni scultoree. A promuovere la costruzione della cappella fu re Sigismondo I. L’edificio doveva svolgere la funzione di mausoleo reale, rappresentando la massima avanguardia artistica. Già nel 1517 Berrecci presentò al sovrano un modello della cappella, ma i lavori iniziarono nella primavera del 1519. La cerimonia di posa della prima pietra fu il 17 maggio 1519 e in linea con le consuetudini dell’epoca venne interpretato il firmamento e letto l’oroscopo astrologico. L’edificio sorse nel luogo di una precedente e spoglia cappella gotica del XIV secolo. Prima venne costruita la cripta sotterranea e posato il vistoso sarcofago reale. Le mura del complesso furono erette nel 1520 e nei 13 anni successivi proseguirono i lavori con la costruzione della cupola, della lanterna e delle decorazioni esterne e interne. La consacrazione avvenne nel giugno del 1533.
L’architettura della cappella
Il mausoleo reale venne costruito in linea con i principi della geometria e con la tradizione italiana dell’architettura sacra. La cappella è contigua e parzialmente incorporata nella navata meridionale della cattedrale del Wawel e fiancheggia da est l’ingresso meridionale della chiesa. La pianta centrale è un riferimento ai postulati dei teorici dell’architettura e degli architetti italiani, i quali indicavano nel quadrato e nel cerchio le forme più vicine alla perfezione. Gli artisti del Rinascimento si basavano sul trattato di Vitruvio (I sec. a. C.), il De architectura, nel quale le figure geometriche erano iscritte nel corpo umano a testimonianza della perfezione delle proporzioni. Numerosi trattati rinascimentali si fondavano su questa teoria, a partire dall’architetto e umanista del primo Rinascimento Leon Battista Alberti. Il più celebre disegno che illustra la teoria è l’Uomo vitruviano di Leonardo da Vinci. Riferimenti al quadrato e al cerchio sono leggibili nel corpo della cappella. La base venne edificata su una pianta quadrata, mentre sopra, a livello della cupola, ha una forma ottagonale. La lanterna, il livello più alto dell’edificio, assunse una forma cilindrica che emerge da un cerchio. Il tutto è coronato da una sfera e dalla croce. L’interno della cappella è inoltre differenziato, richiamando i profili esterni dei piani successivi.
Il programma ideale e il simbolismo della cappella
Re Sigismondo, che in gioventù stette alla corte ungherese di Buda, era un erudito umanista. L’umanesimo metteva l’accento sull’esercizio della virtù della magnificenza, che consisteva tra le altre cose in un’adeguata gestione dei fondi per le opere d’arte, architettura inclusa. La tomba doveva testimoniare della grandezza del sovrano e il denaro speso per questo scopo era parte della virtù desiderata dal re. Gli umanisti italiani si richiamavano all’Antica Roma e alle sue costruzioni sepolcrali dal “potere miracoloso di incoraggiarci alla virtù e alla gloria, specialmente quando erano consacrate a individui eccezionali” (Giovanni Pontano, Opera omnia). Dall’inizio della sua attività in Polonia il re si impegnò alla realizzazione di tali propositi, che avevano l’obiettivo di portargli gloria e fama postuma. Co-finanziò la lapide a Jan Olbracht, morto nel 1501, mentre a un secondo fratello, il cardinale Fryderyk, morto nel 1510, finanziò quando era già re lapidi in bronzo. Sigismondo I si interessò abbastanza presto della costruzione del proprio edificio funerario con la consapevolezza che la cappella non potesse essere meno vistosa delle altre opere architettoniche e decorative erette sul Wawel dall’inizio del XVI secolo. Nel 1517 il re scriveva a Jan Boner: giacché investiamo molto negli edifici mondani, perché dovremmo lesinare su quelli nei quali trascorreremo l’eternità? L’artista al quale il sovrano intendeva affidare la responsabilità di progettare la cappella doveva essere adeguatamente formato e riuscire a essere all’altezza dei requisiti reali. L’Italia, in qualità di modello da imitare e di culla del Rinascimento, era la prima e propria scelta dal punto di vista del re. Il primate Jan Łaski, che conosceva bene l’Italia per avervi soggiornato e che nel 1512 fu delegato al Concilio lateranense, ottenne il compito di cercare e riportare in Polonia un artista ideale. È un’ipotesi probabile perché Łaski stette a Roma dal marzo 1513 alla metà del 1515 e Bartolomeo Berrecci era a Cracovia nell’ottobre del 1515, raggiunta passando per l’Ungheria. Nelle fonti non esiste conferma della data precisa dell’arrivo dell’artista alla corte del Wawel, tuttavia gli studiosi indicano il 1515 per alcuni motivi. Berrecci ebbe un legame a Cracovia con Dorota Nassakówna, che nel 1517 gli diede un figlio, Sebastiano. Nel novembre del 1515 il re partì per la Lituania e gli studiosi tendono a escludere che non ci fosse stata una possibilità di parlare personalmente con l’artista al quale doveva affidare un compito così importante, tanto più che, scrivendo al proprio banchiere, indicò chiaramente che aveva ricevuto il progetto del mausoleo da un architetto italiano. La lettera indica anche l’eccellente educazione del re e il suo indirizzo nella teoria dell’architettura antica e rinascimentale, con la quale Sigismondo I aveva acquisito familiarità durante un soggiorno alla corte del fratello in Ungheria. Tra le sue letture ci furono sicuramente i trattati di Vitruvio e Alberti e altre opere italiane indispensabili alla formazione di un umanista del XVI secolo. La cappella eretta presso la cattedrale del Wawel divenne un gioiello del Rinascimento in Europa settentrionale. Berrecci esibì eccezionale maestria e selezionò alla perfezione i suoi collaboratori. Le decorazioni scultoree e architettoniche all’interno del mausoleo rappresentano un esempio preminente della ricezione del Rinascimento italiano in Polonia. Ciascuno dei bassorilievi che ornano le pareti della cappella merita un’analisi separata. Tra i molti artisti che lavorarono al fianco di Berrecci non ce n’era uno che non comprendesse il pensiero rinascimentale. L’armonia dell’architettura e la bellezza delle decorazioni interne creano un tutto che soddisfa esteticamente i requisiti dell’epoca, ma che anche oggi si iscrive nell’idea di bellezza. Capiamo ciò che è armonico, simmetrico, evocativo dell’antichità. L’occhio umano si rasserena osservando una bellezza senza tempo.
Una passeggiata sulla collina
La cattedrale del Wawel è stata la chiesa dei re polacchi per 400 anni e vi sono stati incoronati tutti ad eccezione di Stanisław Leszczyński e Stanisław August Poniatowski. E’ anche il cimitero reale. Inizialmente i sovrani venivano seppelliti in camere sepolcrali sotterranee, ma con il tempo si affermò l’uso di costruire cappelle. Quella nota come cappella di Sigismondo, con la firma incisa nella parte celeste, è la più decorata e rappresentativa di questo tipo di costruzione. Lo stesso re Sigismondo I il Vecchio, i suoi successori e membri della famiglia furono seppelliti nelle cripte sotterranee della cattedrale. Nella cappella- mausoleo si trovano i sarcofagi reali di Sigismondo Augusto, Stefano Batory, Sigismondo III e le tombe placcate di bronzo di Ladislao IV e di sua moglie Cecilia Renata. Oggi il Wawel è parte del retaggio culturale della Polonia e dell’Europa. È un avito centro di potere: ducale, vescovile e reale. Salendo in cima alla collina dalla parte di via Kanonicza lungo le mura del castello si superano altri edifici: a sinistra la torre di Sigismondo, a destra dietro la curva il museo diocesano. Più avanti all’angolo sulla sinistra ci sono la cripta sotto la torre delle campane d’argento e la cattedrale, e quando il terreno si appiattisce usciamo nello spazio aperto della collina. Dietro di noi la cappella di Sigismondo. Il re ebbe una grande influenza sul progetto del mausoleo e la sua successiva realizzazione. Come scriveva nel suo trattato Filarete, architetto rinascimentale fiorentino, il committente è il padre dell’edificio, l’architetto sua madre. Pertanto questo secondo ruolo, sebbene indispensabile, ai tempi di Sigismondo aveva un significato secondario. Era il re a decidere e nello splendore del suo potere, gloria e ricchezza Bartolomeo Berrecci creò l’opera di una vita. Incise la sua firma nel sottotetto originale della lanterna, vicino alla testa di un serafino e a quelle di nove angeli: BARTHOLO FLORENTINO OPIFICE.
traduzione it: Massimiliano Soffiati



















Non ti arrendi facilmente…
“Fedele all’esempio di Cristo, la Chiesa ha sempre usato il pane ed il vino per celebrare la cena del Signore.” Il pane deve essere di frumento, fresco e azzimo. Il vino usato per la Messa è sempre stato in prevalenza rosso (per ragioni pratiche si è introdotto il vino bianco anche se il colore rosso evoca più le sembianze del sangue); deve essere tratto dalla vite, naturale e genuino; l’uva deve essere integra, non può essere aggiunto alcool di patate o riso.
Il vino viene inoltre usato nelle cerimonie più importanti come matrimoni, raggiungimento della maggiore età religiosa, la Pasqua (Pessah), e in occasione della festa del Purim. Il vino usato nelle cerimonie è spesso mescolato con acqua, miele e altri aromi e deve essere rigorosamente Kasher (cioè adeguato, corrispondente alle norme di vita ebraica come stabilite dalla tradizione); deve essere pertanto ottenuto mediante lavorazioni eseguite solo da Ebrei praticanti.





Sono stato ordinato presbitero nel 2016 e la mia prima esperienza è stata alla chiesa di Sant’Anna, poi ho passato quattro anni alla chiesa vicino alla stazione metro Wilanowska presso la via Domaniewska. Ad Ognissanti sono arrivato nel settembre del 2020, sostituendo Don Matteo Barausse, originario di Vicenza da non confondere con Don Matteo Campagnaro che è segretario del cardinale Nycz. Eravamo tutti insieme al Redemptoris Mater. Ad Ognissanti mi trovo molto bene, alla messa in italiano abbiamo fedeli italiani, lavoratori che magari sono a Varsavia per un periodo con o senza la famiglia, oppure studenti Erasmus, e poi coppie miste e anche alcuni polacchi che amano la nostra lingua. Certo stiamo vivendo un periodo pandemico difficile e quindi si vive tutto in un clima diverso e anche battesimi, comunioni e cresime sono spesso rimandati a momenti migliori. Ma è importante che si sia capita l’importanza di non chiudere le chiese anche nei momenti di maggior recrudescenza del virus. Andare in chiesa per un credente significa sfamare la sua necessità spirituale, la messa è cibo per l’anima di cui abbiamo bisogno continuamente. E dopo un anno così duro, tra restrizioni e malattia, tanti sono indeboliti psicologicamente. Anima in greco è psiche, e in questo periodo c’è uno straordinario bisogno di sostenere l’anima per dare forza anche alla psiche.
Sì questo è vero ed è coerente a dei modus vivendi diversi tra i due paesi. In Italia alcune parrocchie sono dei meravigliosi centri di aggregazione, non è solo una questione di bere uno spritz insieme o andare a mangiare la pizza, ma si fanno anche tante attività sportive, sociali e artistiche, mettendo al centro sempre Cristo Risorto. Io per quanto posso qui a Varsavia cerco di coinvolgere i parrocchiani anche oltre la funzione della domenica. E poi anche nelle omelie qualcuno nota la mia italianità. L’esperienza evangelica di Cristo aiuta a capire ogni fase della nostra vita, non ritengo opportuno allontanarmi da questo messaggio per avventurarmi in disquisizioni politiche o patriottiche. E per questo a volte mi è capitato che dei fedeli polacchi dopo la messa mi abbiano detto: strana la sua omelia, ha parlato di Cristo. Gli ho risposto che credo si dovrebbe parlare soprattutto della Buona Novella.
È una situazione che mi addolora perché io ricordo un’infanzia piena di amici passata a giocare nei campi e nelle corti, e poi in patronato con il ping-pong, il biliardino, il calcio balilla. Incredibilmente però il dramma del Covid-19 che ha bloccato il turismo potrebbe aprire gli occhi e far capire che una città per essere tale ha bisogno dei suoi cittadini e dei suoi storici mestieri, e non può esserci solo una monocultura turistica. Dal mio punto di vista se mai un giorno dovessi essere mandato in missione a Venezia, perché io sono un prete della diocesi di Varsavia, la prima cosa che farei sarebbe riaprire la parrocchia ai giovani, che hanno bisogno di giocare, divertirsi, scambiare esperienze in un luogo, la parrocchia, che da sempre è stato la seconda casa per tutti coloro che sono cresciuti a Venezia, che, come Cristo, accoglie sempre tutti, credenti o no.