Il mio mese in Polonia

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Quest'articolo è disponibile in: Italiano Polacco

È cominciata la prima mattina di questo mese polacco e già mi sembra siano passati giorni. Non ho fatto in tempo ad arrivare che sono stata catapultata nella frenesia polacca da un ricevimento in ambasciata, accompagnando mio padre ad un incontro di lavoro, alla notizia che il giorno dopo sarebbe iniziato il mio primo corso di polacco.

Avviata verso la scuola IKO attraverso Nowy Swiat come se fosse la prima volta, rimanendo affascinata dal senso di ordine ed eleganza dei palazzi di inizio Ottocento ricostruiti tra il 1950 e il 1960. Sento tirare la manica della giacca, mio papà mi fa cenno di girare nella strada laterale e il paesaggio cambia completamente, sembra di essere in un’altra zona della città, al bianco dei palazzi della strada principale si sostituisce il giallo spento dei condomini costruiti durante il comunismo. Siamo arrivati. Entro in aula e mi accorgo di essere la più giovane, con me a lezione ci sono una insegnante di inglese, che ha il marito polacco e che dopo anni a Varsavia ha deciso di imparare la lingua per ottenere la cittadinanza polacca; una suora nigeriana che ha dedicato la sua vita ad una parrocchia nella periferia della capitale; un giovane programmatore di videogiochi giapponese in cerca di lavoro e ispirazione; un personal trainer arabo trasferitosi qui da poco e un professore di economia canadese. Sembrava l’inizio di una barzelletta e poi lo è diventata! 

Dal primo giorno siamo stati spinti a provare a parlare polacco, dicono che sia l’unico modo per riuscire ad apprenderlo davvero, perciò lezione dopo lezione si è creato un senso di solidarietà nell’aiutarci a vicenda in questa avventura. É stato incredibile vedere come queste persone così diverse tra loro abbiano avuto il coraggio di lanciarsi nello studio di una lingua piuttosto ostica, accettandone le tante stranezze, ognuno riuscendo a raggiungere il proprio traguardo. Figure importanti sono state le nostre due insegnanti che, con due approcci diversi, uno più grammaticale l’altro più discorsivo, sono riuscite in poco più di tre settimane a renderci capaci di sostenere e comprendere alcuni piccoli dialoghi necessari alla vita quotidiana utilizzando uno degli idiomi più complicati al mondo.

Tuttavia questa permanenza polacca non includeva solo il corso, ho avuto anche la possibilità di girare per il paese riscoprendo posti che avevo già visitato e conoscendone di nuovi. La particolarità della Polonia è la grande differenza di energia che si può percepire visitando le città, e forse questo è dato anche dalla separazione geografica che c’è tra esse. Ho viaggiato soprattutto in treno e quello che mi ha colpito è stato la vastità del paesaggio. Dal finestrino quello che si vede sono perlopiù boschi giganteschi o prati sterminati caratterizzati da dominanti sfumature di verde che non permettono di avere indizi su come sarà la città in cui arriverai. É qualcosa di assolutamente rilassante e magnetico da osservare, che in Italia abbiamo un po’ perso, perchè la natura non è più la protagonista del paesaggio ma è ridotta al ruolo di sfondo di fabbriche e paesi. 

La prima meta è Cracovia, una città con architetture e palazzi solenni che trasmette un’atmosfera rilassante, quasi come se il tempo andasse più lento, qui spiccano i volti di studenti e turisti, che vagano per le vie acciottolate, attraversano la piazza principale o seguono le mura del castello. L’architettura medievale, prevalentemente di edifici in mattoni, è lo scenario in cui si mescola l’energia dei giovani studenti con l’indelebile presenza di un passato particolarmente segnato dalla II Guerra Mondiale. Al di là del fiume Vistola che attraversa Cracovia si trova la Schindler Factory e a 70km dalla città c’è il campo di concentramento Auschwitz Birkenau, il più tragico e toccante simbolo della tragedia della Shoah. Sono due realtà che nello stesso contesto raccontano storie dolorose ma differenti: la prima parla di speranza, di un luogo in cui nonostante il pericolo incombente si è riusciti a salvare un gran numero di vite. La seconda è invece la storia del più basso punto che l’umanità abbia toccato. Un luogo tristemente noto a tutti che per questo, sotto sotto, pensiamo di essere preparati a visitare, magari immaginando anche quali emozioni potremmo provare. Invece una volta arrivati sentiamo che forse non saremo mai in grado di comprendere completamente il dramma vissuto da chi è stato portato qui.

Dopo Cracovia è stata la volta di Danzica, diametralmente opposta sia geograficamente che culturalmente. Se Cracovia è sfondo, Danzica è protagonista e come tutte le città di mare è palpabile quel senso di indipendenza e libertà, che la differenzia dalle altre città polacche visitate. Insieme alla maestosità della via principale risaltano la forza delle costruzioni in mattone rosso, tra cui la Basilica di Santa Maria la più grande chiesa in mattoni al mondo, e del nuovo teatro Shakespeariano progettato dall’architetto Renato Rizzi, inaugurato nel 2014. Ed essendo una città che si affaccia su piccoli canali non è potuto mancare lo spettacolo di mio papà che cercava di destreggiarsi nel vogare su una vera gondola veneziana sul fiume Motława.

Verso la fine del mio mese polacco ho partecipato all’Orange Music Festival un evento musicale che attrae sia giovani che famiglie con bambini. É stata un’esperienza fantastica, svoltasi all’interno di un ippodromo di Varsavia, con diversi palchi in cui contemporaneamente si esibivano diversi artisti internazionali in mezzo a street-food e giochi, tutto perfettamente organizzato e pianificato in modo da far divertire il variegato pubblico. Clou della serata la performance dell’eclettica Miley Cyrus la mia cantante preferita fin dall’infanzia.

L’ultimo giorno prima di partire mi sono ritrovata a passeggiare per le vie di Varsavia e imbattendomi in un tipico bar Mleczny ho ricordato le sensazioni delle mie prime visite in Polonia. Non capivo cosa aveva attirato mio padre lì, mi sembrava una realtà buia, spoglia, austera, rigida, ripiegata in tradizioni che mi sembravano così distanti da quello a cui ero abituata. Ma con il tempo ho imparato tanto su questo paese e l’ho visto cambiare, spingersi a ricercare tutto quello che gli mancava, a conoscere nuove culture, nuove lingue e ad accoglierle. La Polonia ha radici solide che in passato sono state calpestate e nascoste, e dopo un fisiologico periodo necessario a farle riaffiorare, oggi forse può puntare ad intrecciarle con altre, in modo da diventare più forte, aperta e ricca. Tra i polacchi ho conosciuto tante persone che ricercano la qualità, la bellezza e la perfezione e nel farlo si applicano con strategia ed energia.

Da giovane italiana finora ho trovato nella Polonia un paese ricco di opportunità per il futuro, sia in ambito turistico che lavorativo, e sono curiosa di vederne l’ennesima evoluzione nel mio prossimo viaggio.

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