Kasia Dyjewska, love the context!

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Quest'articolo è disponibile in: Italiano Polacco

Se gli artisti sono uno poetico sismografo della condizione umana, allora il messaggio che Kasia Dyjewska lancia attraverso il suo lavoro è quello della necessità di recuperare il valore dei rapporti umani. Un concetto che esprime utilizzando la forza degli edifici in cui viviamo, coerente con il suo essere un architetto prestato alla pittura o forse una pittrice affascinata dall’architettura.

Sono architetto e pittrice, o forse il contrario. La casa in cui sono cresciuta era una baraonda di matite, fogli di carta, pennarelli, insomma di tutto ciò che serve per dipingere. Mio nonno, il mio migliore amico, è architetto e anche mia madre ha studiato architettura. Ma non è detto che crescere in questo ambiente determini per forza delle scelte di vita. Per esempio i miei due fratelli hanno fatto percorsi lavorativi totalmente diversi. Io invece fin da bambina ero attratta dalla pittura, mi piaceva andare alle mostre. La creatività mi ha sempre accompagnata. Alle scuole elementari un giorno ci chiesero: chi volete essere nel futuro? risposi: una pittrice! Però al liceo scelsi l’indirizzo matematico-informatico, volevo studiare e conoscere nuovi ambiti. In realtà amavo contemporaneamente sia la pittura che le materie scientifiche così ho deciso che avrei fatto l’architetto.

L’architettura come mediazione tra pittura e matematica?

Studiare architettura mi è piaciuto molto ma parallelamente continuavo senza sosta a frequentare altri corsi. Dipingevo e disegnavo insieme. Il corso preferito ad architettura, oltre a progettazione, era ovviamente quello di disegno e da questo si è originata la raccolta delle mie opere da presentare per essere ammessa all’Accademia”.

Ovvero?

Una pazza idea. Mentre studiavo architettura mi sono iscritta all’Accademia pensando da persona risoluta quale sono: “mando le mie opere e sarà quel che sarà”. Risultato sono stata ammessa all’Accademia delle Belle Arti di Danzica mentre stavo ancora frequentando  architettura. Per circa due anni ho studiato parallelamente entrambi gli indirizzi e poi mi sono laureata prima in architettura e poi all’Accademia delle Belle Arti.

Per anni il Politecnico di Varsavia organizzava dei viaggi studio a Venezia e tu hai partecipato ad uno di questi.

Che bei ricordi! È stata una splendida esperienza di studio ma anche di socializzazione tra noi studenti, l’atmosfera era meravigliosa, l’Italia, il sole, il cibo, il vino, la gente, era tutto stupendo! E poi, ovviamente, abbiamo indagato a fondo il tema della progettazione moderna in un’ambientazione antica. Quel viaggio mi ha fatto innamorare dell’Italia, era la prima volta che ci andavo. Anni dopo sono tornata a Venezia e poi ho visto anche Roma e Anzio.

Nelle tue opere emerge un maggiore interesse per le forme rispetto alle persone? Nella nostra quotidianità sono le architetture ad influenzare le persone piuttosto che il contrario?

Penso che ogni pittore dipinge ciò che vede o che ha visto. Sono cresciuta a Varsavia e per me crescere e vivere in questa città ha avuto un’enorme influenza sulla mia percezione del mondo. Mi spiego: le architetture dei miei quadri sono la metafora di come vedo la società oggi, architetture vuote che rappresentano una umanità disgregata e isolata in cui i singoli individui stanno perdendo la capacità d’interazione. E su questa solitudine umana incombono architetture sempre più maestose e opprimenti. Rifletto molto su come sarà lo sviluppo futuro delle architetture e dei centri urbani perché ritengo che i contesti in cui viviamo influiscano sulla nostra psiche e sulle relazioni. Nei giorni di massimo lockdown pandemico quando uscivo per prendere una boccata d’aria avevo l’impressione di camminare dentro uno dei miei quadri, opere che si erano materializzate, con la gente rintanata nelle case e la cui la presenza si avverte solo grazie a qualche luce accesa dietro le finestre dei palazzoni.

Una visione orwelliana?

”1984” di Orwell è in effetti uno dei miei libri preferiti. Recentemente mi è piaciuta la serie Netflix “Brave new world” tratta dall’omonimo libro di Aldous Huxley. Adoro libri e film che parlano di futuro apocalittico e del rapporto tra uomo e intelligenza artificiale, temi che sono per me grandi fonti d’ispirazione”.

Come giudichi il tumultuoso sviluppo urbanistico di alcune città polacche ed in particolare di Varsavia?

A Varsavia sembra mancare un piano urbanistico coerente. Ho l’impressione che non tutte le scelte architettoniche siano a misura d’uomo, ovvero che non si faccia attenzione al fatto che tutti i gruppi sociali hanno il diritto di usufruire della città allo stesso modo. Io preferisco dipingere una Varsavia minore che è ai margini della grande trasformazione urbanistico-architettonica, come il quartiere Szmulki nella zona di Praga dove ho il mio laboratorio. Dipingo i palazzoni residenziali in cui vive la gente comune, una vita ad una scala di grandezza totalmente diversa dalla rampante Varsavia che cresce al motto di Rem Koolhaas “fuck the context” con grattacieli in vetro e cemento.

Widok na przyszłość / 90×170 cm / olio e pasta di cera su tela / 2020

Perché dipingi solo in grandi dimensioni?

Mio padre ripete spesso: “non venderai mai questo quadro, è troppo grande!”. Io dipingo con un sistema di piccole strisce o puntini che, quando si osservano le tele dal vivo, ipnotizzano chi li guarda e questo effetto non è visibile se il quadro è piccolo e poi la grandezza aiuta anche nel trasmettere la forza visiva delle architetture.

Nei tuoi lavori emergono atmosfere classiche, cromaticamente eleganti, quasi metafisiche che fanno pensare un po’ a Giorgio De Chirico.

La modalità con cui dipingo è frutto della mia personalità, non sono una pittrice dal gesto pazzo e spontaneo, sono invece precisa e questo discende dal fatto che sono un architetto, che ho necessità di ordine. Ma forse è anche una risposta inconscia al disordine di un mondo in cui tutto è accelerato e caotico. Per quanto riguarda l’ispirazione in effetti apprezzo molto De Chirico, in particolare per l’atmosfera che le sue opere creano tramite la luce e la composizione. Mi piace poi molto Edward Hopper, con i suoi spazi vuoti, e David Hockney che ho imparato ad apprezzare visitando una sua mostra a Londra, il modo in cui applica il colore è ipnotizzante. E poi mi incuriosiscono i quadri di Pieter Bruegel, mi divertono le situazioni che racconta, sembrano solo scenette di una umanità minore ma in realtà hanno una valenza universale, e questi ometti di Bruegel a volte appaiono anche nei miei quadri quale misura simbolica di un mondo contraddittorio, come il ragazzino col pallone nel quadro “Divieto di giocare a pallone”.

Ti piace giocare con le parole nello scegliere i titoli dei tuoi quadri?

Sì, i titoli per me sono molto importanti. Ma ti racconto l’intera metodologia del mio modo di lavorare: gironzolo per la città, a piedi, in bicicletta o con il trasporto pubblico, perché voglio il contatto diretto con la gente. Quando qualcosa mi tocca l’immaginazione la fotografo, poi preparo un bozzetto per il quadro in modo preciso, vi sovrappongo una retina, e poi quando tutto è progettato, in scala 100:1 o 10:1, lo trasferisco su una grande tela. Ultimamente sono rimasta colpita da una scena: vicino al mio laboratorio c’è una scuola, era un weekend forse, la scuola era chiusa e ad un certo punto arriva un tizio che evidentemente tornava da una festa. Si è fermato esattamente davanti al portone della scuola e si è messo a far pipì. Immediatamente ho collegato questo gesto alla scuola e ho pensato al grande dibattito che c’è in Polonia sull’educazione, ovvero su quale sia la migliore didattica, se i bambini debbano stare seduti in classe o se debbano correre all’aria  aperta. La scuola è un aspetto fondante della nostra società ma evidentemente non per quel tizio che ci pisciava davanti. Così dipingendo questa scena ho deciso che il titolo sarebbe stato “Bad Education”.

A proposito di educazione tu appartieni alla generazione polacca post muro di Berlino che è oggi protagonista di un vivace dibattito politico nel Paese.

Premetto che sono nata nell’87 ma in effetti mi considero una post PRL. La domanda è molto interessante perché ho l’impressione che la mia generazione sia da un certo punto di vista vicina alla gente che ha vissuto la trasformazione della Polonia, ma allo stesso tempo eravamo ancora troppo piccoli per ricordarlo direttamente, ad esempio sappiamo chi è Leszek Balcerowicz perché ce l’hanno raccontato non perché l’abbiamo vissuto. Allo stesso tempo noi trentenni siamo forse vecchi per comprendere pienamente ciò che sta succedendo oggi. Insomma in poco tempo è cambiato tantissimo e forse tutto questo si riversa nel dibattito politico che è sempre più dicotomico. Io sono tollerante, seguo l’impostazione filosofica per cui in una conversazione cerco di capire entrambi i punti di vista. Oggi ho l’impressione che la gran parte delle contrapposizioni nasca dal fatto che per tante persone sostenere (con rigidezza) una determinata posizione sia un esercizio per trovare e dimostrare la propria identità, insomma una espressione di insicurezza. E questo causa aggressività tra la gente indipendentemente dalle posizioni che sostengono. Una situazione che mi stanca e quindi mi concentro su ciò che sono capace di fare, su quello che so dare di buono alla gente, a tutta la gente indipendentemente dal colore politico. Mi auguro che usciremo presto da questo clima e che impareremo a vivere in modo più empatico, a discutere rispettandoci e cercando di evolvere i nostri punti di vista perché l’evoluzione si fa insieme dialogando e aprendosi non chiudendosi nelle proprie convinzioni. L’estremismo causa spesso tragedie.

In una Europa in cui il grande motto è il Green Deal della sostenibilità ambientale quali architetture dipingerai tra 10 anni? Gli edifici saranno più “intelligenti” e con minore impatto sulla natura?

To nie raj / 180×180 cm / olio e acrilico su tela / 2019

Eh chissà. Tra 10 anni dipingerò ciò che osserverò allora, o forse dipingere quadri cesserà di avere senso perché saremo tutti “ecologici” e non produrremo più cose nuove? È comunque interessante analizzare come gli artisti rispondono a questo problema. Per gli architetti è sostanzialmente una questione tecnologica. Gli artisti invece reagiscono ovviamente in modo artistico ad esempio tanti utilizzano per le loro opere materiali derivanti dal recycling. Abbiamo studentesse dell’Accademia che sfruttano ciò che trovano per creare bellissimi tessuti e capi di abbigliamento. Credo che il mondo dell’arte abbia un enorme potenziale da esprimere nel rivolgersi a questi temi.

E tu in che mondo sogni di vivere tra 10 anni?

Vorrei soprattutto che il mondo non perda le relazioni interpersonali, che l’individuo sia attento a chi lo circonda, che si sviluppi una maggiore empatia che aiuti a comprendere le reciproche necessità, che non affondiamo in internet e che al contrario ci incontriamo di persona e poi mi auguro che le città si sviluppino dando alla gente l’occasione di incontrarsi. Insomma spero che tra 10 anni Facebook e i nuovi social non abbiano sostituito le piazze. Chissà magari il sistema internet salterà tutto d’un colpo e la gente tornerà a relazionarsi dal vivo e non in modo virtuale come troppo spesso avviene oggi.

E le tue mostre?

Dopo il diploma la mia vita è proseguita in modo pazzesco, ho fatto numerose esposizioni sia a Varsavia che in altre città. Sono una persona aperta e succede che conosco qualcuno e poi quel qualcuno parla a qualcun altro e poi, chissà come, mi arriva un invito a mostrare i miei quadri. Ora in epoca Covid è naturalmente tutto più complicato. Probabilmente nella mia prossima mostra porterò i quadri del mio dottorato all’Accademia delle Belle Arti di Danzica.

Wampiry budzą się nocą / 130×260 cm / olio su tela / 2018

Quadri architettonici?

In questa città ci sono dei posti incredibili e storie di cui poche persone sono a conoscenza. In Plac Bankowy una volta c’era un circo, nell’edificio all’angolo, e mi diverte molto il fatto che dove oggi ci sono degli uffici comunali un tempo c’era il circo, sembra una metafora… A Plac Unii Lubelskiej vi era invece il cosiddetto luogo dei suicidi, venivano affittati degli appartamenti per brevi periodi dove pare fosse frequente che la gente si suicidasse. Invece a Muranow c’è una chiesa dove, ai tempi del PRL, sembra sia apparsa la Madonna. C’è una foto di Rolke che mi ispira molto, mostra proprio il momento in cui una moltitudine di gente guarda a bocca aperta verso la presunta apparizione. Ecco queste sono le storie che voglio dipingere.

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