
di Aldo Amati, già Ambasciatore Italiano a Varsavia e a Praga
Trump ha deciso definitivamente di rinunciare al premio Nobel per la Pace. Dopo i bombardamenti in Yemen, Nigeria, Somalia, Irak, Siria e Venezuela, gli USA – sotto la pressione israeliana- hanno mirato al “bersaglio grosso” lanciando un secondo attacco in un anno all’Iran. Il Presidente degli Stati Uniti ha voluto dimostrare di essere l’attore principale sullo scenario internazionale.
Troppo presto si è parlato di un mondo multipolare caratterizzandolo frettolosamente con l’ascesa della Cina come gigante economico e tecnologico, con la Russia che ha riaffermato con la forza in Ucraina il diritto a una propria sfera di influenza e l’allargamento del gruppo dei BRICS a nuovi membri africani, asiatici e medio orientali. Di fatto gli Stati Uniti sono ancora l’unica potenza capace di proiettare forza militare in tutto il mondo, di essere all’avanguardia nella gara sull’Intelligenza Artificiale e sulle tecnologie satellitari, di dominare con il dollaro i mercati finanziari internazionali e di godere di una rete geograficamente estesa di alleanze. Non è un mistero che il Presidente Trump detesti il multilateralismo e gli organismi internazionali come le Organizzazioni Mondiali del Commercio e della Sanità, istituzioni come l’ONU, la Corte Penale Internazionale etc. La stessa NATO non è certo in cima alle priorità del leader americano. Finora non è ancora stata destabilizzata completamente per il prevalere degli interessi americani e per l’esigenza di poter contare prima o poi su un maggior impegno europeo. Il bersaglio principale dell’insofferenza del Presidente americano verso gli enti sovranazionali è l’Unione Europea capace di esercitare un forte potere nella politica commerciale con il resto del mondo (da ultimo gli accordi con Mercosur e India) e forte di un notevole saldo positivo negli scambi con gli USA. La pervasiva “regolamentazione” del modello europeo che penalizza le aziende americane e, soprattutto, limita la sovranità nazionale, rimane inaccettabile per Trump. Chi pagherà di più il prezzo economico della guerra in Iran? L’Europa! Dallo Stretto di Hormuz transita in tempo di pace il 20% del petrolio mondiale e una quota molto superiore di gas naturale liquefatto (GNL). È evidente la dipendenza energetica del nostro continente, acuitasi durante il conflitto russo-ucraino, rispetto al GNL proveniente dal Qatar e dal petrolio saudita e degli altri Stati del Golfo. Almeno nel breve periodo è scontato un aumento della volatilità dei mercati e del prezzo del petrolio che potrebbe tradursi rapidamente in tensioni inflazionistiche. In Europa centro orientale al centro del nuovo “ciclone” vi sono sicuramente Ungheria e Slovacchia, i Paesi più esposti per vincoli di raffinazione e già in difficoltà di approvvigionamento per le problematiche di transito del petrolio dall’Ucraina. I Presidenti ungherese e slovacco hanno ingaggiato un braccio di ferro con la Commissione Europea esercitando il diritto di veto sui 90 miliardi di aiuto a Kiev in un tipico esempio di crisi politica determinata da un disagio economico. I 4 Paesi di “Visegrad” condividono vulnerabilità legate ancora a una certa dipendenza energetica dall’Est, a capacità logistiche e anche da una mancanza di piena integrazione di mercato. La Polonia già colpita duramente dalla fiammata inflazionistica degli anni scorsi, ha quasi totalmente eliminato la propria dipendenza dalla Russia, ma dispone ancora di una struttura di produzione molto dipendente dai combustibili fossili e da gas di petrolio liquefatto (GPL), nonostante l’indubbia diversificazione delle fonti posta in atto da Orlen negli ultimi anni. Un aumento significativo del prezzo del petrolio per alcuni mesi avrebbe un impatto sul Prodotto Interno Lordo alimentando al contempo nuovamente la crescita dei prezzi dei beni al consumo. Per i maggiori costi indiretti, inoltre, sarebbero colpiti anche settori come l’agricoltura, i trasporti e molte produzioni industriali. Dando uno sguardo più squisitamente geo-politico globale Trump guarda selettivamente (e spesso semplicisticamente) ai Paesi del quadrante centro-orientale dell’Europa come “security providers” per quanto spendono per la propria sicurezza e in Difesa. Li concepisce anche come possibile “tallone d’Achille” per l’UE in grado, nel tempo, di minare il modello europeo portato avanti dalla “Vecchia Europa” che gli è assolutamente estraneo e che sente ostile verso la società MAGA americana. Paesi come Polonia e Repubblica Ceca si sentono fortemente dipendenti da Washington in termini di sicurezza verso la minaccia russa e hanno spesso rivendicato una “relazione speciale” con l’alleato americano e sono stati tradizionalmente scettici circa progetti di emancipazione europea in termini di sicurezza. Varsavia inoltre, che è il perno logistico-militare per il supporto all’Ucraina, avverte più di altri l’esigenza di tenere agganciati gli USA alla propria sovranità.
Per Mosca l’attacco israelo-americano all’Iran segna una nuova “sconfitta” (dopo quelle in Siria e Venezuela) sullo scacchiere internazionale per l’incapacità della Russia di fornire un sostegno sostanziale in un momento cruciale per l’esistenza dello Stato islamico. Teheran può probabilmente contare su armi russe come lanciatori portatili antiaerei e un paio di migliaia di missili superficie-aria, ma da un vero e proprio “Partenariato strategico di Sicurezza “ gli iraniani si potevano aspettare molto di più. Putin non può permettersi al momento “avventure” belliche extraeuropee, viste le obiettive difficoltà che ha in Ucraina. Tuttavia non vi è dubbio che il conflitto medio-orientale ha spostato l’attenzione mondiale su un’altra area del pianeta e Mosca può godere per un po’ di una fase di “disattenzione” dell’opinione pubblica mondiale e dello stesso Trump che da tempo lo incalza a trovare una soluzione alla guerra. La disattenzione che il Presidente americano ha mostrato ancora una volta nei confronti degli interessi europei dimostra – se ve n’era bisogno – che l’UE deve fare rapidamente un salto di qualità nel proprio processo decisionale ponendo l’attenzione su quanto unisce e non sugli interessi peculiari di ciascun Paese membro. La sfida congiunta che viene al modello europeo sia da Washington che da Mosca, è una minaccia esistenziale che va affrontata con la stessa determinazione richiesta qualora fossimo sotto attacco armato.














