Non si guarda, si entra dentro l’opera di Alex Urso

0
185

Quest'articolo è disponibile in: Italiano Polacco

Alex Urso – artista marchigiano, classe 1987, vive e lavora tra Milano e Varsavia.
Solidea Ruggiero racconta così la sua arte:

Avvertire l’esigenza continua di percorrere linguaggi differenti, con la consapevolezza che la distanza da essi racchiuda una credibilità artistica proprio nella sua totalità, come se ogni salto tecnico fosse legato all’altro. Vertere il senso e piegare l’interno a evoluzioni interpretative.  L’avvertimento che quello a cui si assiste non può essere vissuto solo frontalmente, ma esige un movimento attorno ad esso, pretende attenzione da tutti i lati. Non si guarda, non basta osservare, si entra dentro l’opera di Urso. 

La sceneggiatura principale che è l’alcova del contenuto, si esprime attraverso una scenografia tappezzata da oggetti che gli altri chiamano “scarto” e che Alex recupera, pulisce, rianima, costruendo nuove dinamiche di suggestione che invitano a sottotesti disarmanti, surreali, dissacranti, rifiniti con una minuzia ai limiti della più patologica precisione. Tutta l’opera di Urso è la messa in scena di un’indagine cucita con un lirismo altissimo che ricolloca ogni volta i personaggi in una nuova autonomia. L’artista, che è la somma di una formazione filosofico-letteraria e artistica complessa e necessaria alle sue evoluzioni (prima laureato in Lettere Moderne presso l’Università degli Studi di Macerata, poi diplomato in Pittura presso l’Accademia di Belle Arti di Brera), si è appropriato di tutte le tecniche che si distanziano dalla iniziale e pura pittura, la quale, come dice lo stesso: “mi blocca, mi circoscrive, mi obbliga ad un limite, ad uno spazio, un formato. La tela mi respinge. Gli oggetti mi chiamano ”.  Ed è proprio nell’assemblaggio, nel collage, nella ricerca spasmodica di materiali poveri, arrugginiti e abbandonati semplicemente perché hanno esaurito il loro utilizzo iniziale, che Alex monta, mescola, piega e scolpisce visioni che fanno da ponte tra la quotidianità e il suo intimo e familiare, tra il personale e il pensiero universale. 

Dai micro-mondi delle scatole in cartone di Vanitas (2012) ai boxes in legno di Become Nature (2013) o Escape from a picture (2014), dagli assemblaggi di Born to fly away (2014), all’installazione di I’m a bird now (2014), dove ricrea attraverso una serie di rami scelti come bellezza compiuta e indipendente, curati e levigati, un bosco di uccelli di carta ritagliati a mano, per denunciare paradossalmente di fronte a questo scenario leggero, l’incompatibilità della natura sull’uomo, la repulsione tra la finzione e la realtà. L’artista costruisce significati e contesti che tendono ad allontanarsi da tutto il Sistema, attraverso delle composizioni di strati su strati di materiali distratti e di consistenze diverse, per affondare e ribaltare il concetto rubando infine la profondità alla tradizione del mondo dei teatrini, ottenendo così una tridimensionalità estetica rinnovata, con un surrealismo sempre evocativo e votato alla soggettività dell’interpretazione. 

Alex, seppur inseguendo un filone preciso, ama giocare con le citazioni di ritagli di cultura o omaggi di figure dei grandi maestri, quasi per esorcizzare e creare discussione sull’importanza statica del passato, aspirando così ad un varco nuovo che capovolge sempre il concetto originario e che tributa con un microscopio l’importanza degli “altri”, quelli di cui non ci si era accorti (come nella serie di collage Musée de l’oubli (2014), in cui omaggia un ignoto artista francese dimenticato o mai conosciuto dal sistema culturale istituzionalizzato). Il senso della ricerca con lui diventa fisica metafora, e il suo sguardo una lente che è carica d’interesse e di pathos, di una naturalezza spontanea e semplice ed è il principio fondante del suo lavoro. Urso riesce a caricare di significati ulteriori gli oggetti ritrovati attraverso un accostamento continuo di rimandi che vanno dal reale all’immaginario, dallo scrutare gli stereotipi canonici al suo personalissimo pensiero, invitando attivamente lo spettatore ad un dialogo, una partecipazione, all’avvicinamento, all’incontro con l’opera che è sempre innanzitutto una esperienza.

Quest'articolo è disponibile in: Italiano Polacco