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Morto Krzysztof Penderecki, grande compositore polacco
Quanto passato è il trapassato prossimo?
Una domanda a prima vista strana o forse addirittura buffa ma a pensarci bene ha un suo senso. Alla fine, la lingua polacca sta bene senza un tempo trapassato e quindi non ci è sempre facile usarlo nella lingua straniera. Si sa che la cosa più difficile è usare le strutture grammaticali o le espressioni che non esistono nella nostra lingua madre, non ne troviamo un equivalente e quindi costruendo la frase in quella straniera…non le usiamo proprio. Traduciamo le frasi nella nostra testa pensando in polacco e semplicemente dimentichiamo di poterle usare oppure le trattiamo come una cosa difficile e incomprensibile. Malgrado le apparenze il tempo trapassato prossimo in italiano non è così complicato.
Si crea usando il verbo ausiliare con il participio passato, come tutti i tempi composti. In questo caso il verbo ausiliare lo si coniuga in imperfetto ad esempio:
(lui) aveva fatto – zrobił
(noi) eravamo andati – pojechaliśmy
Nella traduzione in polacco è la stessa cosa che nel passato prossimo.
Allora quando usarlo?
- Uso nelle frasi temporali
È l’uso del trapassato prossimo più spesso trattato nei manuali della lingua italiana. Quando raccontiamo una cosa nel passato ad un certo momento ci rendiamo conto che vogliamo parlare di un fatto che aveva avuto luogo prima degli altri elencati nella stessa frase e ci sta benissimo il trapassato prossimo.
Ad es.: Ho mangiato un panino che aveva preparato mia madre. Zjadłam kanapkę, którą przygotowała moja mama.
oppure: Ho letto un libro che mi aveva regalato la mia amica. Przeczytałam książkę, którą dała mi w prezencie moja przyjaciółka.
In tutti e due casi la seconda parte – aveva preparato mia madre e mi aveva dato la mia amica – dovevano succedere prima. Basterebbe cambiare l’ordine della frase e mettere il modo cronologico per non dover usare il trapassato prossimo. Così avremmo:
Mia madre ha preparato un panino che ho mangiato. Moja mama przygotowała kanapkę, którą zjadłam.
La mia amica mi ha regalato un libro che ho letto. Moja przyjaciółka dała mi w prezencie książkę, którą przeczytałam. Chiaramente si può farlo e facilitare la vita ma la lingua deve essere soprattutto pratica; esprimere quello che uno pensa. Le nostre idee spesso non sono molto ordinate, qualcuno si ricorda di qualcosa e questa struttura aiuta a precisare cosa è successo e quando. Paragoniamo le due frasi:
Quando sono arrivato al cinema il film è cominciato. Kiedy przyjechałem film się zaczął.
Quando sono arrivato il film era cominciato. Kiedy przyjechałem film… appunto come esprimerlo in polacco? film już trwał. Sarà impossibile dirlo in un altro modo: il film durava già. A volte è anche difficile trovare una bella traduzione di questa frase oppure siamo addirittura costretti ad aggiungere una parola che suggerisce che la cosa era successa prima, appunto la parola prima ad esempio.
Quando sono arrivato i genitori erano già partiti. Kiedy przyjechałem rodzice wyjechali…wcześniej??? Non è molto bello. Probabilmente diremmo però: Kiedy przyjechałem rodziców już nie było. Quando sono arrivato i genitori non c’erano più.
A questo punto è necessario sottolineare che l’uso dell’uno o dell’altro non è deciso da chi parla come spesso pensano gli studenti; tipo la cosa è successa prima di un’altra quindi metto il trapassato prossimo. Assolutamente no!!! Se i fatti sono messi in ordine cronologico non fa niente che qualcosa sia successo tanto tempo fa, mi spiego:
Ha lavorato 20 anni in banca e poi ha deciso di cambiare tutto ed ha trovato un nuovo lavoro. Pracował 20 lat w banku a potem zdecydował wszystko zmienić i znalazł nową pracę.
Il fatto che ha lavorato in banca 20 quindi tanti anni fa non cambia niente. La frase sarebbe identica se ci avesse lavorato solo 2 anni fa, a meno che cambiamo sequenza delle cose e diciamo:
Ha deciso di cambiare tutto ed ha trovato un nuovo lavoro dopo che aveva lavorato 20 anni in banca. Zdecydował wszystko zmienić i znalazł nową pracę a przedtem 20 lat pracował w banku.
In quella seconda opzione sarebbe molto più naturale usare il sostantivo dopo il lavoro (po pracy).
Vale la pena di ricordarsi d’usare il trapassato prossimo anche se non esiste nella lingua polacca.
- Esprimere l’eccezionalità
In realtà risulta che il trapassato prossimo è più usato in casi in cui si voglia esprimere eccezionalità rispetto all’uso che se ne fa nelle frasi temporali.
Non avevo mai fatto una cosa del genere!!! Nigdy czegoś takiego nie zrobiłem!!!
Non eravamo mai stati in un posto così bello! Nigdy nie byliśmy w tak pięknym miejscu!
In queste frasi non c’è nessuna sequenza dei fatti né cronologia sbagliata…non ci sono più fatti ma ce n’è uno, una frase sola nella quale grazie all’uso del trapassato prossimo possiamo evidenziare che è una cosa particolare. Una cosa che non ci era mai successa prima.
Non ci avevo mai pensato !!! Kompletnie nigdy bym o tym nie pomyślał/a!!!
E ancora una volta nella lingua polacca per esprimere il senso dobbiamo aggiungere o addirittura tradurre tutto in un modo diverso, con l’uso del condizionale: nie pomyślałabym. (non avrei pensato)
Una curiosità: in alcune regioni il trapassato prossimo viene usato al posto del passato prossimo tipo:
Avevo comprato le scarpe. Kupiłem/am buty.
Le scarpe saranno pure eccezionali ma la frase stessa è una frase semplice dove si dovrebbe mettere il passato prossimo ma si dice così…anche se dobbiamo ricordarci che è una cosa tipica per la lingua regionale.
In ogni caso usiamo il trapassato prossimo non solo perché ci permette di fare una giusta cronologia ma anche per parlare di eccezionalità, una cosa che non possiamo fare nella lingua polacca cambiando solo tempo grammaticale.
L’Ambasciatore Amati saluta il personale medico polacco in partenza per l’Italia
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Dworczyk: entro 5 aprile vogliamo concludere il programma “Volo a casa”
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Concorso Chopin dal 18 al 29 settembre
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Le reazioni alla paura del contagio
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Stasera Cracovia si illumina col tricolore in segno di solidarietà verso L’italia
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Dante Alighieri vs Alessandro Manzoni
Che Dante sia il padre della lingua italiana parrebbe essere dato assodato e del tutto indiscusso, eppure – forse proprio per la straordinaria qualità ed originalità della sua produzione letteraria – la sua primazia spesso non è stata adeguatamente riconosciuta. Infatti, sin da Petrarca, nei confronti di Dante s’è palesato un atteggiamento censorio, contraddistinto da un falso disinteresse sottovalutativo: al punto che il poeta del Canzoniere arrivò a negare addirittura di aver mai letto i versi in volgare dell’Alighieri, nonostante evidentissimo sia invece stato l’influsso dantesco tanto nelle liriche del Canzoniere quanto ancor più nei Trionfi.
Ma simile sottostima del sommo vate fu praticata anche in altro campo, quello linguistico, pure da Alessandro Manzoni, che – in una polemica, volutamente tenuta riservata, con Ruggero Bonghi, avvenuta ai tempi della stesura della famosa relazione al ministro della pubblica istruzione del nuovo Regno d’Italia intitolata “Dell’unità della lingua e dei mezzi di diffonderla” – spiegava sussiegoso il motivo della mancanza di cenno alcuno al “De vulgari eloquentia” (il celebre trattato in latino di Dante sulla questione della lingua scritto nei primi anni del Trecento), asserendo che nel testo dantesco “non si tratta di lingua italiana né punto né poco”. Perché per Manzoni la “lingua italiana” doveva essere un qualcosa di nazionale, mentre Dante non avrebbe avuto in mente una “lingua nazionale”, ma semplicemente la valorizzazione di tutti i volgari illustri rispetto al latino. Secondo l’autore dei “Promessi Sposi”, nessun uomo di buon senso avrebbe mai considerato “lingua nazionale” un volgare dalle caratteristiche indicate da Dante; anzi, addirittura, per Manzoni nel “De vulgari eloquentia” non si sarebbe parlato affatto di “lingua”, né italiana né straniera, giungendo ad affermare che chi pensa il contrario è solo perché quel trattato non l’ha mai letto.
In realtà è evidente che ai tempi di Dante non potevano esserci i presupposti di una lingua nazionale, data la divisione del territorio in così tanti piccoli stati contrapposti; cosa di cui Dante stesso era ben consapevole: e forse per questo l’Alighieri s’era limitato ad affrontare il problema per vie traverse, facendo sostanzialmente capire, con un immediato sillogismo, che se il volgare più illustre era quello della sua Commedia, e lui era fiorentino, ne conseguiva che la lingua migliore fosse appunto quella fiorentina. Cosa che poi sarà creduta e confermata dallo stesso Manzoni, che non per niente deciderà di riscrivere il suo romanzo sciacquando i panni proprio in Arno.
fonte dell’immagine in evidenza: https://www.nicolaporro.it/la-sinistra-arruola-dante-e-manzoni-contro-il-populismo/
Lewandowski ha donato un milione di euro per la lotta al Coronavirus
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Italiani in Polonia nei secoli: Adeleide Ristori

ADELAIDE RISTORI (Cividale del Friuli, 29.1.1822 – Roma 9.10.1906). Attrice teatrale italiana. Nasce per caso a Cividale del Friuli, durante la permanenza dei genitori Antonio Ristori e Maria Maddalena Pomatell, entrambi modesti attori, in tournée con la Compagnia di Antonio Cavicchi, ivi impegnati per una recita. Quindi, in questa stessa città, viene battezzata il 31 gennaio dentro la Chiesa di San Silvestro, con i nomi di Adelaide, Teresa e Gaetana Ristori.
Come attrice tragica, a soli quattordici anni, entra a far parte della Compagnia di Moncalvo, dove debutta nella “Francesca da Rimini” di Silvio Pellico, per essere scritturata, subito dopo, dalla Compagnia stabile Reale Sarda di Torino. Figlia d’arte, è anche parente dei noti attori di prosa Francesco Augusto Bon, Luigi Bellotti Bon e Laura Bon. Ha imparato perfettamente in inglese e in francese, quindi si ripropone di lavorare molto presto anche all’estero.
Convinta sostenitrice dell’Unità d’Italia e a favore di Re Vittorio Emanuele II, ad un certo momento della sua carriera artistica, comincia ad esprimere pubblicamente i suoi sentimenti patriottici, lanciando, dai palcoscenici dei teatri in cui si esibisce, continui slogan a favore del Risorgimento, sì in terra italiana, ma ancora sotto il dominio asburgico o borbonico, per cui accade che le sue rappresentazioni vengono regolarmente interrotte dalla polizia.
Nel 1847 sposa il Marchese Giuliano Capranica del Grillo, dal quale avrà quattro figli. Questo matrimonio, però, suscita tra la gente un grosso scandalo, poiché ella è una commediante e i commedianti e le commedianti, un po’ dovunque, ormai da tempo, vengono considerate persone ai margini della società, persone non gradite ai più, che dopo la morte dovranno essere sepolte in terra sconsacrata. Malgrado ciò Adelaide va ad abitare nel sontuoso Palazzo Capranica del Grillo a Roma da cui la sua Compagnia Teatrale Tommaso Zocchi potrà ostentare tutta la sua ricchezza, tanto da potersi permettere perfino un lussuoso vagone ferroviario con cui viaggiare in giro per tutta l’Europa. Poco più che trentenne, infatti, è già ricca e famosa.
Nel 1855 effettua una felice tournée a Parigi, proprio all’epoca dell’Esposizione Internazionale. Nella capitale francese la Ristori trionfa con “Mirra” di Vittorio Alfieri. Critica e pubblico la preferiscono alla Elisabeth-Rachel Félix, fino ad allora la loro gloria nazionale e, addirittura, in molti la considerano come la più grande attrice tragica di tutti i tempi. In questa città ha occasione di conoscere grossi personaggi come Alexandre Dumas, Alphonse de Lamartine, George Sand, parecchie teste coronate d’Europa, nonché tutta quella società privilegiata che solitamente va a teatro soltanto per far sfoggio della propria eleganza. La Ristori nel 1866 affronta per la prima volta l’Oceano per esibirsi nei teatri degli Stati Uniti, dove è appena terminata la guerra di secessione.
In seguito, sempre più spesso, con spirito d’esploratrice, si accinge ad affrontare lunghissimi e pericolosi viaggi per mare e per terra. La tournée più incredibile che compie è quella che viene subito definita “Giro del Mondo” iniziata il 9 maggio del 1874 che la porta in Sud America sfidando le insidie dello Stretto di Magellano, fino all’Australia dove deve superare i terribili venti contrari di quelle parti. Questo perché ha deciso di esibirsi in tutte quelle città che non sono mai state visitate da Compagnie drammatiche italiane. Fa ritorno a Roma, dopo circa due anni, il 13 gennaio del 1876, attraverso l’Oceano Indiano e il Mar Rosso tra i pericoli delle guerre in atto in quelle zone.
Come donna la Ristori, malgrado tutti questi spostamenti ed impegni, riesce a dimostrare amore a suo marito e ai suoi figli, inondandoli di un calore quasi morboso; riesce a dimostrarsi particolarmente rispettosa dei propri genitori mentre li mantiene economicamente; può dimostrar d’amare anche i suoi fratelli e le sue sorelle, benché, a volte, poi, al momento opportuno, non sa nascondere il suo carattere notoriamente irascibile.
Nella sua Italia è acclamatissima dal pubblico e lodata, in genere, dai suoi contemporanei. Per il suo patriottismo riceve, perfino, un elogio da Camillo Benso Conte di Cavour, che le scrive: «Se ne serva di questa sua autorità a pro della nostra Patria, ed io applaudirò in Lei non solo la prima artista d’Europa, ma il più efficace nostro cooperante nei negozi diplomatici».
Dal 1855 al 1885, per trenta lunghi anni, insomma, è costantemente in scena all’estero: Francia, Germania, Belgio, Austria, Ungheria, Gran Bretagna, Olanda, Svezia, Russia, Polonia, Portogallo, Egitto, Grecia, Stati Uniti, Brasile, Argentina, Uruguay, Cile, Perù, Messico, Australia, Nuova Zelanda. Reduce dai successi di Berlino, la Ristori arriva in Polonia e si esibisce dal 31 ottobre al 3 novembre del 1856 presso il teatro di Breslavia. Anche qui, come sempre, si avvale della collaborazione del drammaturgo milanese oriundo francese Napoleone Giotti, pseudonimo di Carlo Jouhaud, autore di uno studio sul poeta polacco Adam Mickiewicz; operante presso il Teatro del Cocomero di Firenze, seguace di Giovanni Battista Niccolini, il quale nei suoi drammi esprime costantemente un sentimento patriottico molto ardente e un linguaggio così eloquente che sa arrivare diritto al cuore della gente.
A Varsavia il Teatro Nazionale – attivo in Polonia già nel XVIII secolo, ai tempi di Re Stanislao Augusto Poniatowski – dal 4 al 14 novembre dell’anno 1856, la ospita insieme a tutta la sua troupe. In quest’occasione ella interpreta la tanto attesa commedia di Carlo Goldoni dal titolo “La Locandiera” nella versione originale integrale, già tradotta dal tedesco in polacco da Borys Halpert, e rappresentata venti anni prima in Polonia nel 1836 con il titolo di “Mirandolina”. La successiva interprete di quest’opera a Varsavia sarà, quaranta anni dopo, la grande Eleonora Duse, nel 1896. In entrambi le occasioni, il testo della commedia viene pubblicato. Dopo Varsavia, porta ancora “La Locandiera” in scena a Cracovia, ottenendo, anche qui, un grande successo. Adelaide Ristori racconta alcuni dettagli di questa sua tournée in Polonia, nella frequente corrispondenza che ha con i suoi amici Lauretta Cipriani Parra e Giuseppe Montanelli. A Montanelli, il 23 novembre del 1856, in particolare, scrive: “Mio Carissimo Montanelli, senti cosa m’accadde a Varsavia” … e descrive una lunga storia. Nel 1907 i teatri di Varsavia e Cracovia proporranno ancora “La Locandiera” nella versione polacca, tradotta dall’italiano, questa volta per mano di Zygmunt Sarnecki.
Da notare che le opere di Goldoni e della Commedia dell’Arte in genere, hanno sempre riscosso e riscuotono tutt’oggi, in Polonia, un gran successo. Se si pensa all’opera “Arlecchino servitore di due padroni”, testo tradotto in polacco dal tedesco da Andrzej Horodyski con il titolo “Kartofel Palka”, andata in scena per la prima volta a Varsavia nell’aprile del 1807, replicata, poi, in tutto il paese, durante il XIX secolo, per ben trenta anni di seguito e ripresa, poi, da Giorgio Strehler per alcune decine di anni ancora nel XX secolo (Io stesso, nel 1996, ebbi occasione di collaborare a tal proposito, col grande regista milanese, anche se soltanto per un breve periodo, pochi mesi prima della sua morte).
Nel 1885, all’età di sessantatré anni, Adelaide Ristori si ritira dal teatro e, una volta rimasta vedova nel 1892, trascorre il resto della vita occupandosi di assistenza ai bisognosi. Scrive “Ricordi e Studi Artistici”, e nel 1902, in occasione del suo ottantesimo compleanno, a coronamento della sua profonda fede nella Monarchia, ha l’alto onore di ricevere una visita da parte del Re Vittorio Emanuele III. Muore a Roma nel 1906 all’età di 84 anni e viene sepolta nel Cimitero del Verano a Roma. La sua città, Cividale del Friuli, le dedica un monumento.























