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Marta Mężyńska, da Białystok alla conquista dell’Italia

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Secondo la finalista del prestigioso “Arte Laguna Prize” di Venezia per ottenere successo bisogna avere voglia di lavorare, seguire le offerte sul mercato ed essere aperti. Laureata all’Accademia delle Belle Arti di Varsavia si è trasferita in Toscana nel 2005, subito dopo l’università. Da 8 anni abita a Milano dove ha fondato la sua scuola “Arte con Marta”. Ha già all’attivo circa 50 mostre individuali e collettive ed è stata premiata in numerosi concorsi.

www.martamezynska.com

Sei la finalista di “Arte Laguna Prize 2019” di Venezia, brava!

Sì l’anno scorso sono entrata nel gruppo di 30 finalisti, scelti tra 8365 artisti di tutto il mondo! Pensavo che questo concorso fosse troppo grande per me. Qualche anno fa ho preparato un’opera ma non l’ho mandata. Ma quando ho ricevuto una mail che mi diceva che sono tra le finaliste ho dovuto prima assicurarmi che non fosse un errore e subito dopo mi sono iscritta ad altri tre concorsi. Gli artisti oggi hanno tante possibilità per far conoscere i loro lavori! Bisogna solo essere determinati, stare al passo con le offerte, iscriversi ai concorsi. Tanti artisti dopo la laurea diventano pigri e si lamentano in continuazione. Aspettano che qualcuno li scopra, offra loro qualcosa, gli organizzi la vita. Invece dobbiamo agire! I contatti verranno col tempo, io non ne avevo nessuno quando mi sono trasferita in Italia. I genitori dei miei studenti chiedono spesso: “Marta, che cosa farà mio figlio/a dopo la scuola artistica?” Che domanda! È una professione come le altre. Lavori e guadagni. Attualmente sto lavorando ad un progetto di pittura di un cappotto per la stilista milanese Fiorella Ciaboco per la Fiera della canapa di Milano. Gli ordini sono una grande soddisfazione. 

Dopo “Arte Laguna Prize” hai avuto una mostra a Białystok

Ho vinto il concorso del presidente della regione per la borsa di studio artistico. Ho scritto un progetto per una mostra collegata al giubileo annuale della strada storica Kilińskiego in cui si trova la Galleria WOAK (Centro di animazione culturale del Voivodato).

È un posto speciale per me perché il mio professore di disegno, Bogdan Marszeniuk, ha esposto le sue opere lì. Alle sue lezioni ho perfezionato la mano. Il professore era severo ma dopo non ho avuto problemi di passare gli esami per ASP (l’Accademia delle Belle Arti). Grazie al concorso nella Galleria WOAK, ho avuto la prima mostra nella mia città da quando l’ho lasciata nel 2001, prima per Varsavia e dopo per la Toscana e Milano.

Che cosa ti piace di più in Italia?

Il caffè e la moda. Qui gli uomini non hanno paura di sperimentare con i colori, non bisogna essere un artista per indossare una giacca viola con i calzini gialli.

Come mai hai scelto l’Italia?

Al quarto anno dell’Accademia ho partecipato al programma Erasmus e sono partita per la Toscana che mi ha incantata così tanto che, dopo la laurea nel 2005, mi ci sono trasferita. Dal punto di vista professionale e finanziario sono stata alla grande. Ho realizzato murales, vetrine, insegne, mobili, mi sono occupata di arti applicate e grafica. Ma non era quello che mi aspettavo dalla mia vita. Non mi sono trasferita in Italia per essere una decoratrice. Ho sempre voluto dipingere quadri. Dunque, dopo 5 anni, ho deciso di ricominciare in una città grande. Non  avevo niente da perdere. Nella vita bisogna rischiare, avventurarsi in acque profonde.

Non potevi dipingere in Toscana?

Pietrasanta è una città artistica con tante gallerie ma è difficile per i giovani sfondare li. E io volevo andare avanti. Ho preso in considerazione Bologna, Torino, Firenze. Come al solito, ha deciso il caso, perché non ho mai considerato Milano. Ho rischiato. Solo dopo un anno i proprietari delle gallerie milanesi hanno cominciato a notarmi. Le mie prime mostre le ho fatte in Galleria Arte Utopia. Attualmente collaboro con la Galleria Question Mark Daniele Decia, accanto cui ho aperto la scuola Arte con Marta. Abito a Milano da 8 anni e sto bene. 

Potresti lasciare Milano?

Sì ma solo per New York che mi ha incantata con la sua frenesia! Sono strana, mi piacciono i posti rumorosi, il disordine, la varietà e il dinamismo. Voglio vivere dove sta succedendo qualcosa. I miei quadri sono il contrario del mio carattere. Il lavoro mi rilassa dipingere è come fosse la mia terapia. 

Perché l’architettura?

Sono pazza dell’architettura e penso che sia la mia strada da anni. In Toscana mi sono innamorata dell’architettura, dei palazzi, grazie alla luce e ai colori. In Italia il sole è forte, sottolinea e dà vita ai colori. Non solo palazzi ma perfino la biancheria stesa ad asciugare è bella. Perciò, nonostante il diploma in pittura, questo era il mio campo di studio, ho fatto una specializzazione addizionale: la pittura murale. Al liceo ho fatto studi di grafica e questo è visibile nel mio stile. Dipingo quadri semplici e lineari, tutti sono sorpresi che non uso un righello. Ho percorso una lunga strada di sviluppo e oggi sento che con la preparazione fornita dal liceo artistico a Supraśl e ASP a Varsavia non ci sono cose che non posso fare.

Come lavori?

Ti faccio un esempio. Uno dei dipinti più grandi, Via Negroli, è stato creato dal fascino dell’edificio, visibile dal mio balcone. In posizione fantastica, con splendidi appartamenti. Ho deciso di dipingerlo con le luci in tutte le finestre. Così ho dato ai proprietari degli appartamenti le schede con le informazioni su chi sono, che vivo di fronte e sto preparando la documentazione fotografica per il prossimo quadro. Insomma gli ho spiegato che non sono una stalker. 

Ho chiesto di accendere tutte le luci alle 21:00 in un giorno specifico. Lo hanno fatto, mi hanno persino salutato dai balconi. Era buio solo in un appartamento, i cui proprietari hanno trovato la scheda dopo essere tornati dalle vacanze. Poi mi hanno trovato su internet e mi hanno scritto. Sapevano che stavo dipingendo il loro edificio perché avevano guardato i miei quadri col binocolo. Dopo avermi contattata, mi hanno invitato a cena. Ammetto che da allora ho iniziato ad abbassare le tende. Il quadro alla fine è stato realizzato, anche loro hanno acceso la luce e ho aggiunto la loro finestra. Siamo diventati amici. E alla fine hanno comprato questo quadro e l’hanno appeso in casa in modo tale che quando le finestre sono aperte posso vedere il mio quadro sulla loro parete di casa.

La tua scuola

La scuola Arte con Marta l’ho sviluppata gradualmente, dalle lezioni individuali alle case di clienti, alle lezioni di gruppo. Al momento ho circa 70 studenti e la mia scuola è stata selezionata per partecipare al Festival del Disegno di Fabriano 2019, il che per i miei studenti significa una esperienza di prestigio e lezioni gratuite di natura morta. Faccio lezione nella mansarda della galleria d’arte Question Mark. Nelle vetrine puoi vedere i quadri. Le persone entrano, parlano, prendono il tè e spesso rimangono in classe. Confermo che gli italiani sono una nazione di artisti; ci sono molte persone con passione e non è difficile trovare studenti di ogni età, una signora di 80 anni ha iniziato a dipingere in pensione.

I prossimi progetti

A giugno lavorerò per l’organizzazione benefica del Lions Club, saranno murales sul tema di Milano. Dopo prenderò parte all’arrangiamento dell’Hotel Vik Milano a 7 stelle, che avrà anche una galleria d’arte. Per questo progetto sono stata selezionata dal critico d’arte italiano Alessandro Riva. Ogni camera d’albergo è decorata con opere di un artista diverso. Inoltre, come complemento dei miei dipinti, dipingerò la struttura di un armadio in legno con l’immagine degli edifici di notte. Quest’estate, su commissione delle autorità di Milano, 10 artisti, con me inclusa, copriranno con i dipinti le mura della cittadella che circonda l’archivio della città. Ogni artista deve dipingere un argomento, selezionato da documenti storici dall’archivio, e mantenere i colori dei simboli di Milano, in modo che tutte le opere formino un insieme. Naturalmente, io sono stata diretta al dipartimento di architettura. A settembre presenterò un’installazione dei miei dipinti alla prima mostra collettiva della SAC Art Foundation, recentemente creata dalla scultrice italiana Nicoletta Candiani.

Come ti guardano gli italiani?

Secondo gli stereotipi l’artista è visto come un perditempo che sta al bar e un polacco come una persona laboriosa. Bè allora c’è qualcosa di vero perché da polacca lavoro molto anche se ormai mi considero in parte italiana, abito qui da 13 anni, ho la famiglia italiana e penso in italiano quando preparo nella mia testa il piano della giornata.

Viaggio nella terra del marmo: Carrara e dintorni

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Le cime delle montagne sopra la città che sembrano essere innevate è la prima immagine che si apre davanti agli occhi dei turisti che visitano Carrara. Questa illusione, tuttavia, evapora come una bolla di sapone quando notiamo che queste macchie bianche trionfanti nella parte superiore non sono altro che ampi detriti di roccia formati durante l’estrazione di depositi di marmo, e che ci troviamo nella terra del cosiddetto “oro bianco”. 

Marmo onnipresente

Carrara è una città di medie dimensioni situata nella parte settentrionale della Toscana, al confine con la Liguria. Da un lato, circondata dalle acque sconfinate del Mar Ligure, dall’altro, dalla catena bianca delle Alpi Apuane. Il fenomeno geologico delle montagne di marmo, che, contrariamente al loro nome, non appartengono alle Alpi, ma agli Appennini, ha dominato il carattere della città, la sua architettura, la vita e le tradizioni dei suoi abitanti, insomma costituisce un elemento inseparabile di Carrara. Lo incontriamo ad ogni passo, indipendentemente dal fatto che sia un elemento strutturale della città (gli abitanti scherzano che Carrara è l’unica al mondo che può permettersi di pavimentare le strade con il più nobile dei materiali) o che abbia un carattere decorativo. La città è piena di sculture, monumenti, fontane, panchine nonché vasi di fiori in marmo e spesso anche i cordoli. L’inizio di questa stretta relazione tra la città e i suoi dintorni con il marmo risale all’epoca romana durante il regno di Giulio Cesare. È dalle miniere locali che proviene la pietra, che è stata utilizzata per costruire fori, templi e palazzi romani. Nel Medioevo fu usata per decorare l’interno delle chiese, mentre nel Rinascimento divenne oggetto dei desideri di numerosi scultori. Michelangelo, Filippo Brunelleschi e Giovanni Lorenzo Bernini, per ciascuno di questi grandi artisti il marmo di Carrara era il più prezioso di tutte le pietre possibili. 

L’amore più grande di Michelangelo

La scarsa disponibilità di marmo di alta qualità a Firenze e Roma, così come l’incessante desiderio di approfondire la conoscenza della pietra, fecero sì che il famoso Michelangelo visitasse spesso Carrara alla ricerca di blocchi perfetti di oro bianco. Considerava la fase di selezione dei materiali una parte estremamente importante nel processo di creazione. La sua prima visita è datata all’autunno del 1497, quando il ventiduenne Michelangelo arrivò a cavallo a Carrara per ottenere la pietra necessaria per scolpire la Pietà ordinata dal cardinale francese Jean de Bilhères-Lagraulas. Sebbene non abbia lasciato nessuna delle sue opere d’arte nella terra del marmo, i suoi rapporti con la città erano sempre molto stretti. Sulla facciata della casa dove ha vissuto durante uno dei suoi soggiorni, c’è il suo busto e una lapide che commemora la presenza dell’artista a Carrara. Così Irving Stone descrive nel suo libro “Il tormento e l’estasi” l’atteggiamento peculiare dello scultore verso il marmo: “Per lui, il marmo bianco latteo era una materia viva che respira, sente, dà giudizio. (…) Da qualche parte nel profondo della sua anima una voce disse: questo è amore. Non era spaventato, non era neanche preoccupato. Lo prese per scontato. Il suo amore voleva soprattutto reciprocità. Il marmo era il suo protagonista, il suo destino. Fino a quando non teneva la mano posta teneramente e amorevolmente sul marmo, non viveva davvero. Perché è quello che voglio essere tutta la mia vita: uno scultore che forgia in marmo bianco, non desidero altro.” 

Viaggio nelle profondità dei massicci rocciosi

Nel corso degli anni e dello sviluppo della tecnologia, gli artigiani hanno perfezionato il processo di estrazione del marmo. Dove una volta l’uomo veniva lasciato solo con una pietra e disponeva solo della forza delle proprie mani e strumenti primitivi come uno scalpello, diverse zeppe di ferro, martelli e corde, oggi è possibile ascoltare il suono di seghe per la pietra e di altri dispositivi tecnologicamente avanzati. Tuttavia, durante il processo di estrazione del marmo, ogni anno qualcuno perde la vita. Le strade asfaltate che scendono giù sono strette, tortuose, ripide e un camion caricato con marmo pesa circa 30 tonnellate. Esistono diverse varietà di marmo che vengono estratte a Carrara e dintorni. Supponendo una divisione generale, possiamo distinguere il prezioso marmo bianco (venduto in blocchi, 40.000 / 45.000 euro per un blocco di 30 tonnellate) e marmo grigio chiaro o giallastro destinato all’uso generale. Le aziende specializzate nel taglio, nella molatura e quelle che si occupano della vendita di pavimenti, piastrelle per pareti e cucine di marmo sono così onnipresenti che quasi si fondono con il paesaggio della terraferma di Carrara. La gita in una delle vicine cave costituisce una parte indispensabile del programma del tour della città. È un’esperienza straordinaria che permette di sentire un’atmosfera indimenticabile e sembra in qualche modo un vero viaggio nel tempo. 

Tra le innumerevoli agenzie di viaggio che offrono tour nella terra del marmo, ce ne sono diverse che portano i turisti all’interno delle cave attualmente operative. Il marmo viene estratto in tre cave: Torano, Fantiscritti e Colonnata. Durante la visita conosciamo la storia del marmo, le sue tipologie e la sua destinazione; ci vengono mostrati modi per tagliarlo ed estrarlo. I turisti possono anche visitare le cave dall’esterno, ammirando i massicci rocciosi dalle terrazze panoramiche oppure assaggiando le prelibatezze locali nei bar. La Colonnata non può essere lasciata senza aver prima gustato in una delle diffuse “larderie” della pancetta del posto, considerata una delizia locale. Ai piedi delle montagne si trovano numerosi negozi di souvenir.

Non solo il marmo

Carrara, tuttavia, non è solo le Alpi Apuane e l’onnipresente marmo. È anche il rilassante turchese del Mar Ligure e tante diverse spiagge. La capitale mondiale dell’oro bianco ci offre principalmente spiagge selvagge, rocciose, ma davvero affascinanti. Nel raggio di meno di 10 chilometri da Carrara, si può raggiungere la località balneare Marina di Carrara, che fa parte della città di Massa, che stupisce i turisti con le sue ampie spiagge sabbiose e con una localizzazione straordinaria. Facendo un bagno nel mare, si possono ammirare le vette frastagliate e “innevate”. Carrara è anche un ottimo punto di partenza per visitare molte altre città piccole e più grandi che si trovano dintorno. In un’ora si può raggiungere Lucca, la città natale del compositore Giacomo Puccini e allo stesso tempo una delle più belle città toscane che abbia mai visto e poi ancora si può andare a Pisa, a Forte dei Marmi, una delle località toscane più alla moda, frequentemente visitata da famosi attori, cantanti e uomini d’affari italiani (bisogna notare, tuttavia, che tale piacere è piuttosto costoso, per due lettini e un ombrellone possiamo pagare fino a 300 euro al giorno). Si può poi andare a Viareggio città che attira turisti con il suo carnevale colorato che si tiene qui ogni anno, a Lerici, piccolo villaggio di pescatori situato all’ombra delle Cinque Terre, che fu luogo ispiratore per scrittori famosi come Byron e Woolf; a La Spezia e alle Cinque Terre: cinque città insolite iscritte nella lista del patrimonio culturale e naturale mondiale dell’UNESCO.

Crostata con ganache al latte caramello salato

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Per la frolla:

  • 250 gr di farina 00
  • 150 gr di burro morbido
  • 100 gr di zucchero a velo
  • 1 uovo e mezzo
  • mezzo cucchiaino di sale fino
  • vaniglia in bacca o in polvere

Per la ganache: 

  • 150 gr di panna fresca
  • 300 gr di cioccolato al latte

Per il caramello salato: 

  • 150 gr di zucchero
  • 100 ml di acqua
  • 150 ml di panna fresca
  • 70 gr di burro salato

PREPARAZIONE:

Preparate la frolla lavorando su un piano ampio e pulito la farina con il burro e il sale, fino ad ottenere delle grosse briciole. Aggiungete poi lo zucchero e continuate ad intridere. Unite gli aromi e le uova e impastate fino ad ottenere una massa solida e compatta. Mettete in frigorifero a riposare per almeno 2 ore.

Stendete la frolla con il matterello e rivestite una tortiera di 24 cm di diametro, possibilmente a cerniera o con il fondo amovibile. Punzecchiate con i rebbi di una forchetta il fondo e fate cuocere in forno preriscaldato a 180° per 25 minuti circa, finché la frolla non risulta brunita. Fate raffreddare bene prima di estrarre il guscio di frolla e riponetelo su un piatto da portata.

Preparate la ganache portando la panna a ebollizione e versandola sul cioccolato spezzettato. Mescolate fino a ottenere un composto omogeneo. Versate questa ganache nel guscio di pasta frolla freddo, e lasciar riposare in frigorifero finché la ganache si sarà rappresa.

Preparate intanto il caramello scaldando, a fuoco basso e in un pentolino a fondo spesso, lo zucchero con l’acqua, fino a quando lo zucchero si sarà sciolto. Aumentate poi la fiamma fino a quando lo sciroppo diventerà dorato (non farlo diventare troppo scuro, il sapore del caramello dipende interamente di questa fase). Togliete dal fuoco e, stando attento agli schizzi, aggiungete la panna e il burro. Rimettete su fuoco basso e fate cuocere mescolando per 5 minuti. Fate raffreddare il caramello e versartelo sulla ganache rappresa. Mettete la torta in frigorifero per un paio di ore. 

“Corpus Christi”, il candidato polacco all’Oscar

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“Corpus Christi” è la storia vera del ventenne Daniel che durante il suo periodo al riformatorio passa attraverso una trasformazione spirituale e sogna di diventare prete, una cosa impossibile visti i suoi precedenti criminali. Quando è mandato in una piccola località a lavorare in una falegnameria, dopo l’arrivo si traveste da prete e per caso viene assunto come sostituto alla parrocchia locale. La presenza del giovane e carismatico Daniel permette alla comunità del paese di uscire da un trauma psicologico dopo una tragedia subita.

Con il regista Jan Komasa e il protagonista di “Corpus Christi” Bartosz Bielenia abbiamo parlato appena dopo la prima mondiale del film alla Mostra di Venezia, dove presentato nel concorso Giornate degli Autori, il terzo lungometraggio di Komasa, a parte essere ben accolto dal pubblico e dalla critica, ha vinto il premio Label Europa Cinemas, che offre supporto finanziario alla produzione e distribuzione nella rete dei cinema europei. Nel frattempo il film ha continuato il percorso alla conquista dei vari festival e adesso può vantarsi di una serie di premi del Festival del cinema polacco di Gdynia, tra cui quello per la miglior regia e la miglior sceneggiatura per Mateusz Pacewicz, e inoltre della nomina a candidato polacco agli Oscar come miglior film straniero.

In Polonia ci sono numerosi casi all’anno di persone che si fingono di essere sacerdoti, che cosa ti ha affascinato proprio di questa storia, in cosa era diversa dalle altre?

Jan Komasa: Sono stato fortunato perché ho ricevuto un testo che, dopo le piccole correzioni, era quello che volevo fare. La sceneggiatura è basata su un articolo che Mateusz Pacewicz ha scritto per Duży Format di Gazeta wyborcza ed è stata scritta da lui sotto la supervisione di uno sceneggiatore esperto Krzysztof Rak (autore, tra l’altro, delle sceneggiature dei film “Bogowie” e “Sztuka kochania”). Il protagonista della storia è speciale perché voleva solamente fare qualcosa di buono. Mi è piaciuto che è una storia scritta bene, sembra un aneddoto incredibile, a metà tra kitsch e commedia. Leggo tantissime sceneggiature e di solito ogni scena è fedele ad un genere solo. Questa invece era diversa, contorta, a volte divertente a volte seria e in più in modo geniale descriveva pluridimensionalità del protagonista. È bello quando leggi qualcosa e sai che non capisci tutto ma la storia ti incuriosisce perché contiene un segreto e percepisci che la persona che l’ha scritta sa più di te.

Bartosz Bielenia: Mi è sembrata una storia strana e interessante nello stesso tempo, inoltre volevo lavorare con Janek quindi già questo mi ha attirato su questo progetto. Un ragazzo con il passato criminale che finge di essere un prete è un bel inizio per costruire un’identità affascinante che è lontana dalla mia. Ho cercato di non avere nessun tipo di ispirazione, era più importante per me assorbire tutto quello che pensiamo di questo mondo e capire quali potessero essere le motivazioni del protagonista.

La forza del protagonista è il suo carisma, la capacità di rompere con gli schemi e saper comunicare con tutti. Da una parte è lui che ha bisogno della comunità da cui arriva perché sta cercando un accettazione, dall’altra anche loro hanno bisogno di qualcuno che li cambi e gli faccia vedere un altro modo di vivere.

J.K.: Daniel ha conosciuto la vita dal lato peggiore, ha oltrepassato ogni limite e vince perché conosce le situazioni diverse e sa parlare con tutti. Paradossalmente è un valore in più che gli permette di capire tutti e non respinge nessuno anche perché lui stesso è respinto dalla società per quello che ha fatto. Un’altra cosa importante è che arriva in mezzo a persone che anche loro si sentono respinte. Potrebbe sembrare che sono fatti l’una per l’altro, fino ad un certo punto sicuramente è così, ma una cosa che mi sorprende sempre, e succede anche nel mio film, è che anche le persone respinte sono in grado di trovare la forza di respingere altri. Quindi questo film è anche sulle divisioni tra le persone. È più forte di noi stessi e in qualche modo ci identifica dimostrando che siamo unici, e lì iniziano le tragedie. Dall’altra parte quando arriva qualcuno che non respinge, questa persona ad un certo punto diventa un pericolo perché la struttura o la gerarchia è in grado di esistere finché ci sia qualcuno da respingere.

Bartek è un attore con esperienza soprattutto teatrale, recita al teatro di Warlikowski e a Teatr Stary di Cracovia, quindi parte da un altro livello, come era la collaborazione tra di voi?

J.K.: In effetti mentre nei film precedenti ho lavorato con attori giovani che non sapevano ancora bene se continuare la carriera o no, qui ho incontrato una persona con molta esperienza e soprattutto consapevole, nonostante la giovane età. Ho avuto sul set un partner che conosce le proprie capacità e al limite può sorprendersi che sa fare di più. L’unica novità per lui era che il film era completamente basato sul suo personaggio, era lui il film alla fine. 

B.B.: Sono molto grato per l’incontro con Janek perché è un regista molto attento e tenero che sa ascoltare. Non è attaccato alla sua visione e se proprio vuole che qualcuno segua il suo immaginario sa spiegarlo bene e convincere delle sue ragioni. Per me lavorare con lui è stato un misto tra fiducia e dialogo.

La lingua italiana in Polonia nei secoli

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Fino a trent’anni fa la Polonia sembrava agli italiani un paese davvero molto lontano, separato dall’impenetrabile “cortina di ferro” che spezzava l’Europa in due blocchi contrapposti. Eppure i rapporti tra l’Italia e la Polonia si sono sviluppati senza interruzione sin dai tempi più antichi. Grazie a ciò in questo paese la lingua italiana è da sempre annoverata tra le più popolari. I contatti italo-polacchi si sono sviluppati sin dal XII secolo, quando in Polonia, come primi dalla penisola italiana, fecero la loro comparsa i legati papali. Nel Trecento arrivarono invece i primi mercanti, quasi tutti genovesi, che si occupavano del commercio di sale, pelli, schiavi e quant’altro. Nella maggior parte dei casi si comunicava con quei rudimenti di latino che si possedeva, ma senza dubbio la folta colonia genovese presente nelle città di Poznań, Cracovia e Leopoli a volte utilizzava anche alcuni termini appartenenti agli idiomi allora parlati nella penisola italiana.

Nei primi anni del Quattrocento l’afflusso di italiani verso il Regno di Polonia aumentò sensibilmente: mentre la presenza genovese andava lentamente scomparendo, in Polonia arrivarono toscani, lombardi e veneti. Ma è nel Cinquecento che si assistette a un vero e proprio arrivo in massa di italiani. Come ben sappiamo, allora in Polonia si stava affermando la corrente rinascimentale. Il nuovo stile proveniente dalle terre italiche in breve soppiantò il gotico tedesco, fino a quel momento assai diffuso nel regno di Polonia. I nobili polacchi, intanto, iniziarono a recarsi in Italia per motivi legati alla loro formazione; le università di Padova e Bologna erano infatti ritenute il modello ideale di studio. Dopo alcuni anni i nobili in questione facevano ritorno in Polonia culturalmente formati e preparati, con i rudimenti della lingua italiana. Fu così che il soggiorno in Italia di alcuni polacchi si rivelò essere di grande influenza per la loro produzione letteraria. Si pensi ad esempio a Fraszki, Le Frasche, di Jan Kochanowski, oppure a Dworzanin di Łukasz Górnicki, realizzato su modello de il Galateo di Baldassarre Castiglione. Altri polacchi sarebbero diventati in seguito professori dell’Università Jagellonica, quindi Padova e Bologna (cui col tempo si sarebbero aggiunte anche Ferrara, Roma, Siena, Venezia e Napoli) erano il completamento ideale del loro percorso di studio. Da una parte venivano rafforzati i rapporti accademici tra lo Stato polacco e la penisola italiana, dall’altra i professori stessi, che alla Jagellonica insegnavano varie materie (ma non la lingua), avevano occasione di trasmettere ai loro discepoli rudimenti della cultura e lingua italiane apprese in loco. Inoltre, già dal Quattrocento è attestata la presenza di docenti provenienti direttamente dall’Italia. In questa sede si possono citare Tomaso di Andrea de Amelia e Giovanni de Sakis de Papia «egregius magister artium et medicinae doctor». L’insegnamento vero e proprio della lingua italiana in Polonia rimaneva però prerogativa dei soli nobili, dell’intellighenzia, e del clero; avveniva privatamente tramite il lavoro di precettori, di solito polacchi, che conoscevano molto bene l’idioma italico.

Molto importanti in ambito linguistico e culturale furono i rapporti dinastici  ̶ già attivi con gli Jagelloni per poi trovare piena fioritura con la regina Bona Sforza  ̶ tra la corte reale polacca e quelle delle città italiane. Di particolare importanza si rivelò essere il matrimonio dell’italiana Bona con il monarca polacco Sigismondo il Vecchio (1518). Al seguito della regina arrivarono architetti, scultori, pittori, filosofi e molti altri. La lingua ufficiale rimaneva il latino, ma l’italiano a corte era comunque assai diffuso. Ce ne dà una conferma lo storico Marcin Kromer (1512-1589) che, sottolineando la popolarità della lingua italiana negli ambienti del re, ne identifica il motivo non solo nella folta presenza di italiani, ma anche e soprattutto nella facilità con cui i polacchi apprendevano questa lingua: “Complures libenter peregrinantur […] Itaque linguas earum gentium, ad quas pervenerint, cupide et facile discunt”

La lingua italiana era ritenuta dai polacchi (e non solo) di grande prestigio, in quanto, oltre a rappresentare il genio artistico del Rinascimento, incarnava quella figura, in generale ben vista, del mercante italico, rispettato e bravo negli affari. 

In seguito a questa massiccia affluenza di italiani in Polonia avvenuta tra il tardo medioevo e il rinascimento, si potrebbe immaginare una forte penetrazione delle parole italiane nella lingua polacca. In realtà non fu proprio così: i prestiti dall’italiano si limitarono a campi ben specifici come l’architettura, la cucina italiana, i vestiti la musica e la vita di corte. Caso emblematico sono i nomi delle varie verdure arrivate in Polonia proprio tramite la corte di Bona: ecco allora che troviamo p.es. kalafior, cavolfiore, cebula, cipolla, szpinak, spinaci, cykoria, cicoria, pomidor, pomodoro, etc. 

Nei secoli successivi lo studio della lingua italiana in Polonia rimase appannaggio dei nobili, tramite l’insegnamento privato. Si hanno notizie certe di come i reali polacchi (da Ladislao IV a Poniatowski) conoscessero le basi dell’italiano, alcuni di essi mandavano i propri figli a studiare in Italia e in Francia. Anche alcune consorti dei reali, come per esempio Maria Kazimierza, moglie di Jan Sobieski, studiarono la lingua italiana che poi utilizzarono per la loro corrispondenza pubblica e privata. 

I metodi per imparare la lingua italiana erano semplicemente di tipo traduttivo, spesso si leggevano testi in originale per poi tradurli e arrivare a comprenderli. Strumenti per l’apprendimento della lingua erano i glossari multilingui, antenati dei dizionari. 

Nel Seicento abbiamo notizia della pubblicazione delle prime due grammatiche di italiano per polacchi, la prima (1649) scritta in latino, venne realizzata da François Mesgnien-Meniński, la seconda (1675), Grammatica Polono-Italica (titolo abbreviato), è opera del polacco Adam Styła ed è la prima grammatica della lingua italiana scritta in polacco. Si trattava chiaramente di strumenti per autodidatti integrati dai citati glossari. Entrambe le grammatiche erano ancora fortemente legate al modello latino.  

Nel Settecento, secolo dell’Illuminismo, la lingua dominante in Europa era il francese, eppure, grazie alla folta presenza di italiani alla corte di Stanislao Augusto Poniatowski, a Varsavia spesso capitava di sentire parlare italiano. In Polonia allora si assisteva a un sensibile sviluppo del teatro e la maggior parte delle compagnie teatrali presenti nella capitale erano costituite proprio da italiani. Lo stesso re Stanislao Augusto comprendeva l’italiano, sebbene, al pari di alcuni suoi predecessori, si esprimesse con difficoltà. Proprio in questo periodo l’idioma italico offre ancora il suo contributo a livello di prestiti nel settore teatrale. 

Alla fine del Settecento la Polonia scomparve dalle carte geografiche, spartita dalle tre potenze occupanti, Austria, Prussia e Russia. Le varie rivolte e insurrezioni, oltre alle terribili repressioni e le numerose vittime, ebbero come conseguenza un esilio di grandi proporzioni. Chi aveva partecipato alle insurrezioni era costretto a lasciare la patria per trovare rifugio in paesi come la Francia, la Gran Bretagna e la stessa Italia. Nel Belpaese alcuni di essi, nel sogno del rispristino dell’indipendenza, organizzarono le Legioni polacche, altri vedevano la penisola italiana come una meta di viaggio, per sfuggire dalla triste realtà della Polonia occupata. Ed è proprio nel contesto romantico polacco che la Polonia divenne la rappresentazione dell’Inferno di Dante, un inferno che, secondo l’interpretazione dei romantici polacchi, non si trovava più nelle viscere della terra, bensì sulla terraferma, esattamente nelle terre polacche soggiogate. La generazione dei romantici polacchi (e non solo) attinse alla Divina Commedia: reminiscenze dantesche in cui si utilizzano termini in lingua italiana si trovano in molte loro opere (basti pensare ad Adam Mickiewicz e Juliusz Slowacki). Leggere la Commedia era un modo per imparare l’italiano. Proprio in questo contesto nel 1856 venne pubblicato il primo dizionario bilingue italiano-polacco, polacco-italiano con il titolo Dokładny słownik włosko-polski, polsko-włoski. L’autore è Erazm Rykaczewski, un esule polacco che, trovatosi in Italia, aveva partecipato anche alla fallimentare Repubblica Romana. Nella seconda metà del XIX secolo nelle terre polacche occupate vennero attuate le riforme dell’insegnamento; la lingua italiana non venne inserita tra quelle straniere obbligatorie da studiare a scuola  ̶ che, a seconda della zona di spartizione, erano il russo o il tedesco, più il francese e un’iniziale presenza dell’inglese ̶ ma nonostante ciò ne registriamo la presenza in alcuni licei. La situazione più favorevole per la lingua italiana si riscontrava nella Galizia austro-ungarica, anche grazie alla relativa tolleranza che vigeva in questa zona di spartizione rispetto a quelle russa e tedesca. Importante è qui il contributo dato dalle università di Leopoli e Cracovia, dove già verso la fine dell’Ottocento agli studenti di filologia romanza si offrivano corsi di italiano pratico. Sempre in Galizia veniva pubblicata la maggior parte delle grammatiche di lingua italiana per polacchi, mentre a Varsavia, viste le difficoltà che procurava la censura russa, spesso si doveva ripiegare sulla scelta di opere occidentali, tradotte poi in polacco. Nella zona di spartizione russa bisogna comunque segnalare l’importante presenza dell’insegnamento dell’italiano a Vilna e nel Liceo di Krzemieniec in Volinia. 

Spesso lo studio della lingua italiana nelle università si identificava con alcune personalità concrete: a Leopoli un grande contributo alla materia venne dato da Edward Porębowicz, professore e poi rettore dell’Università Jana Kazimierza, poeta e traduttore della Divina Commedia (si tratta della prima traduzione completa in polacco) mentre a Cracovia un forte sviluppo allo studio pratico dell’italiano fu dato da Fortunato Giannini, padre scolopio di origine toscana. Il religioso sviluppò i lettorati di lingua italiana all’Università Jagellonica, facendone crescere il numero degli studenti. Giannini fu anche autore di alcune grammatiche della lingua italiana e di un dizionario bilingue italiano-polacco, polacco-italiano che ebbe una certa fortuna editoriale nella prima metà del XX secolo. 

Lo studio dell’italiano continuava a essere popolare: nell’immaginario polacco l’Italia, ormai unita, continuava a essere una sorella che aveva combattuto per una causa comune, ovvero l’indipendenza dall’occupante. Il sentimento di simpatia era reciproco: bisogna infatti ricordare che agli inizi del XX secolo in Italia era sorto il Comitato Pro Polonia che raccoglieva intellettuali e politici di alto rango i quali diffondevano l’idea del ritorno a una Polonia indipendente. La questione polacca, che sembrava stare così a cuore al popolo italiano, continuava a suscitare tra i polacchi simpatie e interesse verso il Belpaese e di conseguenza anche verso l’apprendimento della lingua e lo studio della letteratura. Un altro fattore che manteneva alto l’interesse dei polacchi verso l’Italia era il viaggio. Molti polacchi benestanti vi si recavano per visitare le vestigia greche e romane, così come per rendere omaggio alle tombe di Dante e Virgilio. Il tutto assumeva anche un significato patriottico, mentre lo studio della lingua italiana presentava anche finalità pratiche. 

Subito dopo l’indipendenza della Polonia (1918) a Varsavia venne creata la missione diplomatica italiana, mentre nei primi anni Venti fece la sua comparsa la Società Dante Alighieri. Il primo Comitato fu fondato a Cracovia, cui seguirono quelli di Leopoli, Vilnius, Poznań e Katowice. Negli anni Trenta queste istituzioni vennero sciolte, a Varsavia e Cracovia iniziarono la loro attività gli Istituti Italiani di Cultura, mentre nelle università polacche, affrancate dal potere dei paesi occupanti, il percorso di sviluppo dell’insegnamento della lingua italiana nell’ambito della filologia romanza continuava a grandi passi. 

I primi anni del dopoguerra furono assai complessi in quanto vigeva la chiusura stalinista, ma i rapporti tra Polonia e Italia ripresero con il Disgelo. Durante gli anni Sessanta e parte degli anni Settanta del XX secolo nel paese era ancora diffuso un metodo di insegnamento dell’italiano assai tradizionale. Senza dubbio in tale contesto la chiusura dei regimi dell’Europa centro-orientale alla possibilità di espatriare per turismo, così come la mancanza di modelli d’insegnamento occidentali avevano avuto un certo peso. 

In quegli anni in Polonia iniziò a diffondersi il manuale La lingua italiana per stranieri (1972) di Katerin Katerinov che sarebbe diventato uno dei testi più importanti nella didattica della lingua italiana in Polonia. Come sappiamo, lo studio di una lingua è dettato, oltre che dalla bellezza dell’idioma stesso, anche dall’importanza geopolitica di un dato paese, cui si aggiungono singoli eventi. Verso la fine degli anni Settanta, con l’elezione al soglio pontificio di Karol Wojtyła il richiamo verso l’Italia e la lingua italiana crebbe sensibilmente: agli interessi letterario e filologico si affiancò anche quello comunicativo, necessario per i molti polacchi che si recavano in Italia in pellegrinaggio. 

Nel 1989, in concomitanza con l’apertura delle frontiere e del mercato, i manuali di lingua italiana per polacchi si moltiplicarono, mentre si svilupparono anche i corsi di lingua al di fuori dell’ambito scolastico e universitario.

Oggi la lingua italiana in Polonia si studia nelle seguenti università: Cracovia, Varsavia, Danzica, Breslavia, Toruń, Łodź, Stettino, Poznań, Katowice, Lublino, Zielona Góra. Cracovia e Varsavia possiedono più di un’università dove è presente il dipartimento d’italianistica, ma l’italiano viene studiato anche in altre facoltà, come ad esempio gli studi della cultura mediterranea. Inoltre, molti studenti specializzandi in altre filologie scelgono volentieri l’italiano come seconda lingua. Quindi, si può senza dubbio affermare che l’italiano come lingua studiata negli atenei polacchi se la passa piuttosto bene. Lo stesso si può affermare riguardo alla situazione nei licei: l’insegnamento dell’italiano è presente in ogni città di medie dimensioni, in alcuni casi, nelle città più grandi, si ritrova anche nelle scuole primarie. In alcune delle città più grandi del paese si registrano i primi tentativi da parte di alcune organizzazioni e fondazioni nel creare corsi di lingua italiana  ̶ o incontri in cui si diffonde la lingua ̶ per i più piccoli con particolare attenzione alle famiglie miste, realtà che in Polonia negli ultimi dieci anni ha visto un sensibile incremento dovuto soprattutto all’ottimo sviluppo economico che il paese sta vivendo e alla conseguente attrattività lavorativa. Tornando ai licei, è doveroso segnalare il concorso nazionale della lingua italiana Bel paese che ogni anno si svolge a Breslavia, presso il liceo numero 9, a cui tutti gli alunni delle scuole superiori polacche in cui si studia italiano possono partecipare, dimostrando la propria conoscenza della lingua e della cultura del nostro paese.

Alcuni professori dei vari dipartimenti di italianistica di tutta la Polonia hanno anche dato il via a un’associazione, Stowarzyszenie Italianistów Polskich, Associazione degli Italianisti polacchi, che si occupa dell’ulteriore sviluppo della ricerca scientifica della lingua e letteratura italiane. 

Molto importante è la presenza sul territorio delle istituzioni italiane: a Varsavia e a Cracovia è presente l’Istituto Italiano di Cultura che organizza corsi a tutti livelli. Oltre ai corsi è possibile partecipare a numerosi incontri e convegni dove si promuove la cultura italiana. Un altro sensibile contributo è dato dalla presenza delle Società Dante Alighieri con tre sedi, a Cracovia, a Breslavia e a Katowice, riattivate alcuni anni fa. Questi comitati, tramite volontariato e raccolte di fondi, organizzano conferenze, concerti e rassegne di cinema, così come corsi di lingua italiana. Sul territorio sono presenti anche le certificazioni CELI e PLIDA. La presenza di un mensile bilingue come Gazzetta Italia stimola allo studio della lingua e cultura italiane, anche perché, oltre a proporre interessanti tematiche culturali riguardanti soprattutto il Belpaese, questa rivista si presenta in una veste bilingue, ovvero con testi in lingua italiana e polacca a fronte. Tutte le istituzioni citate partecipano attivamente alla Settimana della lingua italiana, evento culturale che si celebra in tutto il mondo. Quest’anno si è giunti alla XVIII edizione, che verrà celebrata dal 15 al 21 ottobre. 

Insomma, lo studio della lingua italiana in Polonia vanta una lunga storia. Abbiamo avuto modo di vedere come i motivi per iniziare o approfondire la conoscenza di questa lingua da parte dei polacchi siano stati diversi nel tempo, ma quello principale rimane sempre lo stesso: la musicalità e la bellezza.

Ministero degli Affari esteri polacco: occorrono azioni eccezionali contro il COVID-19

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“Un‘unità operativa speciale nel ministero, il lavoro delle rappresentanze diplomatiche e consolari in modalità di emergenza, comunicazioni costanti della situazione negli altri paesi”, è questo il comunicato apparso domenica scorsa su Twitter. Si è espresso anche il Ministro degli Affari esteri polacco, Jacek Czaputowicz: “Lavoriamo in via eccezionale, svolgiamo turni 24 ore su 24, forniamo informazioni ai polacchi che ci chiamano sia dall’estero che dalla Polonia perché vogliono tornare a casa. Senza sosta lavora anche un‘altra commissione creata appositamente per monitorare l‘epidemia in tutto il mondo e cercare delle soluzioni per aiutare i polacchi all’estero.” Il Ministro ha menzionato anche l’iniziativa “Il volo per casa”, cominciata il 15 marzo, per aiutare i polacchi bloccati in un altro paese a ritornare in Polonia mediante l‘organizzazione di specifici i voli charter. Tutte le informazioni si possono trovare sul sito www.lotdodomu.com. In questa situazione, gli ambasciatori sono obbligati a consegnare un rapporto giornaliero sulla diffusione del virus negli altri paesi, e soprattutto, sulle misure applicate dai governi di questi paesi. Tutto insomma viene analizzato e paragonato a ciò che si fa in Polonia contro l‘epidemia, per scegliere le misure migliori da adottare. Attualmente in Polonia ci sono 635 casi di persone contagiate dal Coronavirus e 7 sono stati i decessi correlati.

La prima volta in Polonia

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La prima volta che misi piede in Polonia, il 7 novembre 2008, non avrei mai pensato che quattro giorni dopo mi sarei trovato al Rynek di Cracovia a cantare l’inno nazionale in mezzo a migliaia di polacchi. A bordo di una vecchia auto, mi pare fosse una BMW, guidata da Barbara, architetto docente dell’Accademia delle Belle Arti, sono arrivato dall’aeroporto al centro. Due mesi prima avevo ospitato Barbara a Venezia ed ora lei ricambiava in Starowiślna 28. Un pesante portone in ferro dà sulla trafficata strada, poi attraversato l’androne si sbuca in un cortile e di fronte c’è la porta d’entrata di quella parte dell’edificio in cui si trova l’appartamento di Barbara. Scale scure e trasandate, sul pianerottolo biciclette ben chiuse con i lucchetti. L’appartamento abbastanza ampio è disposto come uno scompartimento di un treno, un corridoio con stanze a destra e muro a sinistra. Nella prima stanza il salotto con angolo cottura, nella seconda uno studio, nella terza la camera da letto. Dritto in fondo al corridoio un piccolo bagno con una vasca corta di quelle in cui devi stare rannicchiato. L’acqua calda del boiler che viene a scatti. Il tempo di appoggiare la valigia nello studio riadattato a camera degli ospiti, con un bel materasso largo a terra, e via giù in strada a scoprire Cracovia. Usciti dal portone si gira a destra e si cammina lungo la Starowiślna fino ad attraversare l’anello di verde che circonda le mura, un giardino pubblico costantemente curato e pulito. Col tempo mi è capitato di vedere con quale amore ogni anno ridipingono panchine e recinti dei vialetti. Arrivando da Starowiślna entro in una piccola bella piazza rettangolare. “È il Mały Rynek, qui periodicamente si organizzano mercatini”, racconta Barbara camminando a passo svelto sui larghi ciottoli della via che ci fa sbucare nel Rynek.

“Questa grande chiesa a destra è la Mariacki, davanti abbiamo il Sukiennice, e là a sinistra inizia la via Grodzka che porta all’Istituto Italiano di Cultura”, continua Barbara che non si aspetta da me risposte o reazioni, capisce che ho la mente occupata ad elaborare quello che vedo e sento. Così continuiamo la marcia dentro il Rynek. Ad un certo punto svoltiamo a sinistra. “Andiamo a scaldarci” dice portandomi dentro il caffè Nowa Prowincja. Ci sediamo a parlare per almeno un’ora bevendo vin brulè. Condividiamo un lungo tavolo con quattro ragazze, in età da università, bevono cioccolate calde con e senza panna. Il tempo scivola via felice. Torniamo al Rynek, andiamo a cena all’elegante Ristorante Szara, Barbara è amica del proprietario che per mostrare il suo amore per l’Italia ci offre subito due calici di prosecco. La cena è ottima, scopro i pierogi e poi salmone al forno. Barbara è una persona speciale, affamata di cultura e bellezza, magrissima, mangia solo verdure in minima quantità, ascolta Anna Maria Jopek e nuota tutti i giorni. A Venezia era l’eroina dei bagnini. Alla chiusura serale della spiaggia la aspettavano alla diga del Des Bains. Ormai avevano capito che quella straniera che parla benissimo italiano e capisce il veneziano, tornava a riva ogni giorno alla stessa ora dopo una nuotata di un’ora sfiorando i pennelli delle dighe che da riva si allungano verso il largo. Dopo qualche settimana la aspettavano con una bottiglia di vino. I bagnini raccontavano i pochi aneddoti che succedevano nella calma piatta della spiaggia del Lido di Venezia e lei invece li intratteneva parlando di architetture, quadri e musica. Quando arrivava a casa io avevo già finito di cenare e avevo imparato a non preoccuparmi di lei. Farle da mangiare equivaleva ad arrecarle un dispiacere perché non mangiava quasi nulla e soprattutto nulla che non avesse preparato lei. Riusciva ad avere delle specifiche esigenze quotidiane perfino tra i pochi alimenti che concedeva entrassero nel suo corpo. Ma un bicchiere di vino quello sì andava sempre bene.

Nei giorni seguenti mi fece conoscere altri locali in cui poi sarei tornato per anni con le più diverse compagnie, tra questi il Camelot con le sue ottime torte e quei bizzosi arredi. L’Alchemia a Kazimierz, sempre affollato di gente di ogni angolo del mondo che una volta entrata viene inghiottita dalla penombra delle candele mentre l’odore di fumo impregna senza speranza quello che hai addosso. Lo Stalowe Magnolie era poi un luogo che amavo molto. Parlo di quello storico in ulica Świętego Jana, ora dopo un periodo di chiusura ha riaperto in ulica Szpitalna ma l’atmosfera è cambiata. Nel vecchio Stalowe Magnolie si entrava in una sala in cui tutto trasudava umanità, si salivano un paio di gradini e ci si trovava in mezzo a tavoli consumati, sedie consumate e in fondo c’era un piccolo palcoscenico dove si esibivano gruppi locali e qualche ospite straniero che chissà come era finito lì. È grazie a qualche serata allo Stalowa se ho conosciuto le canzoni del gruppo Republika, suonate da vivaci cover band. A destra c’era un varco che ti portava in una sala più ambigua dominata dal lungo bancone del bar cui servivano giovani ragazze, spesso belle. Nell’angolo della sala c’era una porticina che dava accesso ad un piccolo corridoio, lì c’erano i bagni ma se si continuava si finiva in un luogo molto più ambiguo. La sensazione era quella di entrare in una specie di festa privata, stanze alcova con letti a baldacchino i cui avventori non mostravano alcuna inibizione.

E pensare che oltre i muri del vecchio Stalowe Magnolie, mi pare sia proprio l’edificio accanto, in quei primi giorni polacchi della mia vita ho provato la straordinaria emozione di un tête-à-tête con la Dama con l’Ermellino. Nel novembre 2008 il Museo Czartoryski era uno scrigno di tesori immersi in una atmosfera dimessa, oggi dopo un restauro decennale mi dicono abbia tutt’altro aspetto. Ricordo ancora la strana sensazione provata quando comprai il biglietto da una cassiera in carne di mezza età, mi sembrava d’entrare in una sala biliardi o qualcosa del genere. Giravo le stanze di quel palazzo in totale solitudine, mi accorsi che cercavo inconsciamente di fare meno rumore possibile, camminavo sul vecchio parquet trattenendo il peso per quanto possibile, per non farlo scricchiolare, non volevo disturbare i semiassopiti guardasala, finché d’un tratto eccomi davanti al capolavoro di Leonardo, eravamo io e lui senza barriere divisorie, un’emozione unica e autentica ben diversa da quella stile fast food culturale provata al Louvre davanti alla Gioconda.

Di quella prima visita cracoviana ricordo anche un aperitivo alla Dom Norymberski, quel centro culturale gemellato alla Dom Krakowski di Norimberga. Forse proprio dalla borsa di studio nella bella città bavarese – nota per Albrecht Dürer ma anche per l’essere stata il privilegiato lugubre palcoscenico delle parate del nazionalsocialismo – è nata la mia storia con la Polonia grazie all’amicizia fatta con una giornalista di Radio Krakow. In quei giorni a Cracovia ritrovai la giornalista ed alcuni amici conosciuti durante la Borsa di Studio a Norimberga, dedicata allo scrittore tedesco Hermann Kesten, ed è con loro che la sera dell’11 novembre, quattro giorni dopo essere atterrato a Cracovia, mi ritrovai al Rynek a cantare la Marcia di Dąbrowski. All’epoca non avevo ancora capito il significato del ritornello “Z ziemi Włoskiej do Polski” (dalla terra italiana alla Polonia) dell’inno polacco eppure senza saperlo c’ero già finito dentro.

 

 

Campagna #iorestoacasa: musei, gallerie d’arte e teatri accessibili online

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I musei, le filarmoniche, le gallerie d’arte, i teatri e gli istituti di cultura organizzano mostre online. Una offerta speciale l’hanno preparata tra l’altro: il Museo della Stroria della Polonia ed il Grande Teatro-Opera Nazionale di Varsavia. La Radio Polacca pubblica i suoi podcast e gli sceneggiati radio. Si possono visitare i musei online, guardare tante pubblicazioni accessibili online e giocare ai giochi destinati sia agli adulti, che ai bambini. La Radio Polacca ha preparato un servizio che dà informazioni agli ascoltatori sul coronavirus. Invece la Televisione Polacca invita gli spettatori sulla piattaforma digitale, dove hanno l’accesso gratuito a 836 titoli dei film e di serie televisive. I musei europei e mondiali hanno messo a disposizione le loro mostre. Con un semplice click possiamo entrare anche al Mueso del Louvre, alla National Gallery di Londra, al Metropolitan Museum of Art, al Van Gogh Mueseum, all’Alte Nationalgalerie di Berlino, alle Gallerie degli Uffizi ed alla Reggia di Versailles.

In Polonia: possibile il prolungamento dello stato di emergenza in tutto il paese

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Dallo scorso weekend in Polonia è in vigore uno stato di emergenza per combattere la diffusione del coronavirus, in seguito del quale sono chiuse tutte le istituzioni d’istruzione, musei, cinema, bar e ristoranti. Tutti gli eventi cancellati e le frontiere sono chiuse per i non residenti in Polonia. Il ministro della Sanità polacco, Łukasz Szumowski in una intervista per la Radio ZET ha annunciato che, alla fine di questa settimana il governo dovrà prendere la decisione su quali misure adottare a tal riguardo. Non esclude il prolungamento dello stato di emergenza. “Se il numero dei malati aumenta, dovremmo applicare i provvedimenti più forti” spiega Szumowski. Finora, in Polonia ci sono 325 casi positivi Coronavirus e 5 decessi.

Il balcone italiano

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Per scoprire quanto sia importante il balcone per gli italiani, ho condotto un sondaggio tra 30 giovani del Bel Paese di entrambi i sessi, di età compresa tra 20 e 30 anni. Ho fatto a loro la seguente domanda: avresti mai comprato un appartamento senza balcone (risposte: Sì / No)?; nonché ho chiesto di darmi una una breve spiegazione della loro scelta. Circa l’80% degli intervistati ha risposto di “No” e il restante 20% ha risposto “Sì”. Chi ha risposto NO alla domanda, come motivo della sua scelta indicava la funzionalità di questo posto. Il balcone serve come spazio per appendere il bucato, tenere i contenitori per la segregazione dei rifiuti o svolge il ruolo di posto dove andarsi a fumare una sigaretta. Molti dei giovani intervistati hanno pure detto che, quando si vive in un palazzo o in un condominio, spesso il balcone sostituisce il giardino: vi è possibile coltivare delle piante e respirare aria fresca. Per tre degli intervistati, uscire sul balcone era un modo metaforico per fuggire o estraniarsi dalle faccende della casa. Inoltre, i giovani italiani considerano le porte dei balconi estremamente importanti, visto che esse fanno entrare più luce in casa e inoltre rendono possibile cambiare l’aria nelle camere più efficacemente, grazie a ciò l’appartamento non è claustrofobico, angusto e soffocante. È interessante notare che quasi tutte le persone che hanno risposto “Sì” alla prima domanda, subito dopo hanno chiarito: “Rinuncerei al balcone a condizione che la casa abbia un giardino o una terrazza”. Solo due persone hanno spiegato che, quando si acquista un appartamento, ci sono altre cose più importanti da considerare. Un risultato del genere conferma quanto il balcone sia radicato nella cultura degli italiani. Il balcone è parte integrante di ogni casa. È un’estensione dell’appartamento e della vita che vi si svolge, un invito a visitare e interagire con i membri della famiglia senza entrare nella stanza. Tali conversazioni informali dal balcone si integrano perfettamente con il carattere aperto degli abitanti del sud dell’Europa e contribuiscono a costruire delle relazioni sociali. Vale la pena notare, tuttavia, che il balcone, grazie alla sua posizione “al di sopra”, può anche simboleggiare l’amore, il seguire i propri sogni, il potere, la presenza di Dio e, infine, può essere una metafora della vita.

La storia del balcone lungo la penisola italiana risale ai tempi degli etruschi che erano dei grandi amanti dei balconi e, di conseguenza, questo amore passò anche ai romani. A Pompei ed Ercolano si conservarono degli edifici simili a logge o a terrazze costruite su colonne. Gli affreschi della Villa Publio Fannio Sinistrone di Boscoreale (40 – 30 aC) presentano una costruzione che può essere definita un balcone: esce oltre la facciata dell’edificio, non viene supportata da nessun’altra costruzione e ha una balaustra. Invece sullo sfondo si vede una loggia, il che potrebbe suggerire che per i romani tali soluzioni architettoniche non fossero delle cosiddette mosche bianche. Tuttavia, dopo la caduta dell’Impero, il balcone nell’architettura, nell’arte e nella letteratura della penisola italiana scomparve per diversi secoli. 

A cavallo tra il tredicesimo e il quattordicesimo secolo, il balcone apparve di nuovo come un motivo nell’arte. Sullo sfondo dell’affresco di Giotto di Bondone “Omaggio dell’uomo semplice” (1295 – 1299), si vedono degli edifici che esistevano ad Assisi in quei tempi. Sulla sinistra possiamo notare il palazzo comunale e nel mezzo la chiesa Santa Maria sopra Minerva. Tuttavia quella che risulta davvero interessante è la costruzione più sporgente sulla destra: si tratta di un edificio ordinario, probabilmente residenziale, il quale però ha due logge supportate da colonne. Anche sul fondo di altre opere di questo artista italiano, possiamo notare costruzioni simili ai balconi. Probabilmente Giotto si ispirò all’architettura circostante. Nella letteratura di quei tempi, il balcone viene menzionato nella  “Divina Commedia” di Dante Alighieri (1300). Nel canto IX (Purgatorio) nei versetti 1 – 3, leggiamo “La concubina di Titone antico già s’imbiancava al balco d’orïente, fuor de le braccia del suo dolce amico;”. Questa descrizione interessante suggerisce che dal balcone si possono intravedere gli innamorati a letto: l’intimità sfugge involontariamente fuori dalle pareti di casa. Vale anche la pena notare che in nessuna edizione polacca troveremo “il balcone d’oriente” tradotto letteralmente. In Polonia i balconi non erano così importanti come in Italia fin dall’antichità. Per molti polacchi, i balconi non sono necessari, spesso vengono usati come uno spazio aggiuntivo, una seconda cantina. La mancanza di un radicamento culturale porta anche al fatto che i traduttori della Divina Commedia dovevano usare delle altre espressioni più comprensibili per i lettori del loro paese. Per questo motivo, vengono usate le espressioni “bordo est” o “orlo dell’est”. Semplicemente i lettori polacchi probabilmente non avrebbero compreso l’intimità e la descrizione poetica in cui il balcone fu presentato. 

Tuttavia il balcone non deve aspettare a lungo per diventare un protagonista a pieno titolo. Nella quinta giornata del “Decameron” di Boccaccio (1353), Filostrato racconta la novella dell’usignolo. Gli innamorati Ricciardo e Caterina cercano di passare il tempo insieme senza la supervisione dei genitori della ragazza. Finalmente al giovane Ricciardo viene in mente l’idea che Caterina possa dormire sul balcone dal lato del giardino. Con l’avvicinarsi del mese di giugno, la ragazza inizia a lamentarsi del caldo e dell’afa, grazie a ciò il secondo giorno riesce a far mettere il suo letto sul balcone. Di notte Ricciardo si unisce a lei e da allora in poi tutta l’azione della novella si svolgerà sul balcone. Vale la pena notare come il balcone venga percepito dai diversi protagonisti. Per Ricciardo e Caterina il balcone è un posto sicuro dove non devono preoccuparsi della propria reputazione, motivo per cui senza esitare lo usano per i loro obiettivi. Tuttavia, per il signor Lizio e la signora Giacomina, il balcone è un luogo pubblico. All’inizio il padre di Caterina non vuole lasciare che sua figlia dorma fuori, considerandolo un capriccio. Si potrebbe dire che gli innamorati presentano una nuova generazione che sta andando verso il Rinascimento, mentre i genitori della ragazza sono rappresentanti di una generazione medievale puritana. È interessante notare che la pratica del dormire sul balcone a causa del caldo non è scomparsa: ancor oggi nei mesi estivi si possono vedere italiani che decidono di passare le notti sul balcone.

Fino ad oggi l’arte non ha rinunciato all’uso del motivo del balcone, il che può servire a rappresentare le relazioni interpersonali. Uscendo sul balcone la completa privacy viene lasciata dietro le spalle nella stanza e il luogo si trasforma in un posto semi-privato. Questo è stato notato, tra gli altri, dal grande attore, regista e sceneggiatore italiano del XX secolo, Eduardo De Filippo e utilizzato nella sua opera “Questi fantasmi!” (1945). L’atto II della commedia inizia con una conversazione sul balcone tra due vicini. Pasquale prepara un caffè pomeridiano, descrivendo accuratamente il più grande piacere per gli italiani: “[…]Io, per esempio, a tutto rinunzierei tranne a questa tazzina di caffè, presa tranquillamente qua, fuori al balcone[…]”. Il protagonista rivela poi al professore Santanna il segreto per fare il miglior caffè. De Filippo nella sua opera mostra perfettamente come un balcone diventi una vera e propria parte di casa: invece di bere il caffè in salotto o in cucina, Pasquale preferisce prendere una sedia e sedersi fuori. Nell’adattamento televisivo dell’opera del 1962, dietro le spalle del protagonista si può anche intravedere il resto dell’appartamento, invitando così lo spettatore di entrarci. Un elemento importante di questa commedia è anche il fatto che gli spettatori non vedono il professore Santanna e non sentono nemmeno una sola parola da lui pronunciata. Nonostante questo, Pasquale parla con il suo interlocutore, invisibile per gli spettatori, e risponde alle domande inudibili. Agli spettatori potrebbe sembrare che il protagonista stia parlando con loro. Il dialogo stesso avrebbe un aspetto completamente diverso se fosse condotto nel salotto: sarebbe stato necessario un precedente invito, che avrebbe reso quell’incontro più ufficiale. La conversazione sul balcone è decisamente più spontanea, meno formale. Rafforzando le relazioni sociali in tal modo, non solo gli interlocutori possono aprirsi uno all’altro, ma anche la casa stessa sembra aperta per gli ospiti che possono venire da fuori. 

Certo il balcone è anche un simbolo d’amore e il più famoso è quello di Verona. Proprio in questa città nacque il più grande amore letterario di tutti i tempi tra Romeo e Giulietta. Ma questo non è l’unico amore che nacque sotto il balcone. Nel sud Italia c’è una tradizione in cui il giovane ragazzo va sotto il balcone della sua amata e canta per lei una serenata. Nei tempi in cui alla ragazza non era permesso di uscire da sola, questa era una delle poche occasioni di vedere la propria fidanzata: la ragazza rimane ufficialmente a casa ma andando sul balcone “usciva fuori” dal controllo dei genitori. Si potrebbe pensare che in tempi di libertà morale, Internet e telefoni cellulari questa usanza sia scomparsa. Tuttavia, i giovani mantengono viva la vecchia tradizione. Tre giorni prima del matrimonio, il fidanzato si reca sotto il balcone della sua donna, per cantarle una serenata. Il futuro sposo viene accompagnato dagli amici e dai residenti locali che guardano tutto dal … balcone delle proprie case. Non molto tempo fa, il canale YouTube “CasaSurace”, molto popolare fra gli italiani, ha pubblicato il film “Il matrimonio al sud”, in cui in modo scherzoso vengono presentate delle varie usanze legate all’evento. Nel video è stata anche mostrata una serenata, ed un cantante ingaggiato che canta in uno stile tradizionale: “La sposa sul balcone / aspetta il guaglione […]”. Così il motivo del balcone e della fidanzata appare sia nella musica antica che in quella moderna.

Il balcone è anche un simbolo di dominio e potere. Fin dal Rinascimento, i balconi decorati di vari disegni e realizzati in vari stili, furono costruiti sopra gli ingressi principali dei palazzi. Costruiti su colonne riccamente decorate e mensole, diventarono rapidamente una vera opera d’arte. Non erano solo funzionali ma anche rappresentativi; sottolineavano la ricchezza e la posizione del proprietario. Tali balconi dominavano sul resto della strada e venivano spesso usati dai governanti. Già nel XIX secolo, Giuseppe Garibaldi usava il balcone per parlare alla gente locale delle singole città. L’atto più importante della proclamazione dell’Unità d’Italia fu annunciato da Garibaldi dal balcone del palazzo Doria d’Angri in Piazza del 7 settembre a Napoli nel 1861. Attualmente, questo posto è conosciuto come il “balcone di Garibaldi”. Anche negli anni successivi il balcone fu usato per scopi simili da Benito Mussolini. Mentre Adolf Hitler uscì nelle piazze, Mussolini uscì sul balcone e parlò ai radunati. Quello più famoso è il balcone del palazzo Venezia a Roma, dove il dittatore il 10 giugno 1940 annunciò la dichiarazione di guerra da parte dell’Italia trascinando il paese nella seconda guerra mondiale.

Tuttavia il balcone non avrebbe avuto tutto questo significato e non potrebbe con sé tutti questi simboli, se non avesse un ruolo importante nella vita quotidiana degli italiani. Il balcone serve a mostrare come si svolge la vita in casa, è un biglietto da visita della famiglia che ci vive. Molte persone lucidano il pavimento fuori, come di solito viene fatto nel soggiorno. Ogni giorno, un italiano trascorre almeno 5 minuti sul balcone, guardando i passanti sulla strada o la vita che si svolge dietro le porte aperte dei balconi degli altri appartamenti. In estate, il balcone si trasforma in una sala da pranzo. È lì dove gli ospiti vengono invitati, dove si organizzano le riunioni di famiglia e gli incontri con gli amici, ma anche un luogo dove si riposa, o, nel caso dei bambini dove frea i compiti. Recentemente anche la coltivazione delle piante sul balcone è diventata più diffusa, molte persone fanno crescere in grandi vasi le spezie o verdure. Non stupisce quindi il fatto che in Italia siano stati costruiti i primi grattacieli residenziali dotati di ampi balconi in cui potessero crescere degli alberi. Tale progetto è stato ideato da Boeri Studio e realizzato negli anni 2009 – 2014. Attualmente, in un quartiere moderno di Milano, vicino a Piazza GaeAulenti, ci sono due edifici verdi noti come il Bosco Verticale. Questo progetto, come esempio di architettura innovativa, ha vinto molti premi importanti nelle competizioni internazionali. La parte più importante della struttura del Bosco Verticale è il balcone. Gli alberi non crescono negli spazi chiusi, grazie a ciò fanno contemporaneamente parte della città e degli appartamenti. Possiamo immaginare che l’idea di costruire un simile edificio sia nata nella mente degli architetti osservando le usanze italiche di vita quotidiana sul balcone.