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Home Blog Page 170

Ricciarelli di Siena

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Ingredienti:

  • 400 g di mandorle pelate intere
  • 380 g di zucchero semolato
  • 100 g di zucchero a velo
  • 50 g di farina 00
  • 2 albumi d’uovo
  • 20 g di acqua
  • mezzo rettangolo (21×30 cm) di ostia
  • 1/2 cucchiaino di lievito per dolci
  • 1 cucchiaino di estratto di mandorla amara

Procedimento:

in un cutter, tritate finemente le mandorle con 330 g di zucchero semolato, poi trasferitele in una capiente ciotola e mescolate. In un pentolino portate ad ebollizione l’acqua con i rimanenti 50 g di zucchero semolato. Quando lo sciroppo ottenuto velerà il cucchiaio, togliete dal fuoco e versate sopra il composto di mandorle tritate e zucchero. Mescolate bene, poi aggiungete 50 g di zucchero a velo, la farina e il lievito setacciati tutti assieme. Mescolate ancora il composto. Coprite il composto con un panno umido e lasciate riposare a temperatura ambiente per almeno 12 ore.

Montate a neve gli albumi aggiungendovi gradatamente i rimanenti 50 g di zucchero a velo e l’estratto di mandorla amara. “Rompete” l’impasto riposato con le mani o con una spatola fino a renderlo lavorabile. Amalgamatevi gli albumi, mescolando delicatamente dal basso verso l’alto.

Poi portate il composto sul piano di lavoro spolverizzato con zucchero a velo setacciato e lavoratelo con le mani fino a renderlo malleabile. Formate dei filoncini e con un coltello tagliate delle fettine. Date loro la forma allungata pizzicando le estremità con le punte delle dita. Ritagliate l’ostia con la sagoma del ricciarello e disponetele su una teglia rivestita di carta forno. Ponete sopra ciascuna ostia ritagliata il ricciarello. Spolverate con zucchero a velo setacciato. Cuocete in forno statico (senza ventola) a 110° per 10 minuti circa: i ricciarelli devono rimanere morbidi e chiari. 

Fate raffreddare prima di impiattare. Conservateli in una scatola di latta: saranno morbidi e fragranti per almeno 4-5 giorni.

Buon appetito!

GAZZETTA ITALIA 78 (dicembre 2019 – gennaio 2020)

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Gazzetta Italia 78: Il tratto di Beata Malinowska-Petelenz ci regala una magnifica copertina dedicata a Venezia, città dei cui problemi e prospettive si parla ampiamente nello speciale “Capire Venezia” in cui intervengono sette autori. Questo numero di Gazzetta si arricchisce della nuova rubrica “Finchè c’è cinema c’è speranza” dell’esperta Diana Dabrowska che esordisce con una splendida analisi del cinema italiano a partire dalla pellicola cult “Il Sorpasso”. Storia, mito e stereotipi machiavelliani vengono invece sviscerati dal professor Campi che ci propone una visione innovativa sulla figura del grande fiorentino. E poi ancora si parla di viaggi (Calabria e Pompei), di moda (Elisabetta Franchi), d’arte, di cucina, di lingua italiana, di Ferrari e grazie allo scrittore Alessandro Marzo Magno scoprirete le autentiche origini del panettone!

Sgombro marinato in dolce cottura

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Un gustosissimo pesce povero ricco di omega 3, ottimo come antipasto e secondo piatto leggero.

Ingredienti:

2 sgombri  (medi da ca. 250 g cad.)
Prosecco 100/150 ml
Aceto bianco (1 cucchiaio)
Zenzero q.b.
Alloro  5/6 foglie
Timo  qb.
Aglio (1 spicchio)
Zucchero (2 cucchiaini da caffè)
Sale qb.
Olio di semi di girasole 300 ml

Preparazione:

Pulite bene gli sgombri. Tagliate la testa e sfilettate. Con una pinzetta diliscate i filetti. Prendete un contenitore e ponete sul fondo i filetti con la pelle rivolta verso il basso; versate il prosecco mescolato all’aceto e spargete tutti gli ingredienti. Lasciate riposare a temperatura ambiente per 3 ore.

Trascorse le 3 ore, sciacquate leggermente i filetti con un po’ d’acqua. Versate tutto l’olio in un pentolino, mettete sul fuoco più basso possibile (se potete con un termometro misurate la temperatura che dovrebbe assestarsi a 65°). Tagliate i filetti a rombi e poneteli delicatamente nell’olio con la pelle rivolta verso l’alto. I tranci dovranno essere immersi totalmente nell’olio; cuoceteli per 5/6 minuti senza mescolare. Togliete i filetti dall’olio e poneteli su una carta assorbente e poi impiattate a piacere. Sono molto buoni sia freddi che appena tiepidi.

Buon appetito!

 

Vino e letteratura (prima parte)

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Parlare del vino significa confrontarsi con la storia dell’uomo, affrontare i limiti dell’esistenza per capire che da sempre è insita nella natura umana la tensione ad una trascendenza non religiosa, ma tutta carnale e tragicamente terrena, la tensione ad un superamento (anche se temporaneo) delle tristezze e ristrettezze della nostra vita.
Il vino ha costituito e costituisce, sin dalla più remota antichità il mezzo principe di questa momentanea liberazione dai vincoli terreni. Lo stesso Platone, noto per la rigidezza dei suoi costumi, consigliava ai vecchi di bere vino.

E d’altronde, secondo la Bibbia è stato Dio stesso a fare dono all’uomo del vino: ”bevi il tuo vino con cuore lieto” (viene detto in Qoelet, cap.9), e altrove l’uomo intona il suo canto per ringraziarlo di questo: ”Signore mio Dio, quanto sei grande!… Fai crescere il fieno per gli armenti e l’erba al servizio dell’uomo perché tragga alimento dalla terra, il vino che allieta il cuore dell’uomo” (Salmi, 104).

È difficile immaginare l’effetto che dovette fare la scoperta delle virtù ristoratrici e confortatrici del vino, sull’animo degli uomini antichi: in un mondo dove l’esistenza era difficile e breve, sempre sottoposta ad una lotta continua con una natura ostile, il vino dovette sembrare davvero un dono degli dei, il naturale accompagnamento di uno degli altri pochi piaceri concessi: il mangiare.

Oltre a ciò, il vino è spesso una delle poche fonti di piacere rimaste ai mortali, e diviene un dolce farmaco per la tristezza dell’anima, capace di rendere meno grama la vita. Nella letteratura, l’allegria che dona il vino è un vero topos, così come lo è la sua capacità di rendere più leggero il peso della vita. Infine, nell’antichità si scoprirono le sue virtù taumaturgiche: per lungo tempo il vino fu il solo tipo di disinfettante usato per le ferite e Ippocrate lo considerava elemento essenziale di ogni terapia. Insomma, nell’immaginario popolare era il corrispondente della nostra odierna mela scacciamedici.

Probabilmente il primo paese dove questa gustosa bevanda è stata saggiata è stata l’Asia minore. Una conferma di tale supposizione ci viene dal racconto biblico, che fa di Noé il primo vignaiolo; guarda caso la sua arca rimase ”alla fonda” sul monte Ararat, localizzato nell’odierna Turchia. La tesi pare confermata da una leggenda persiana, secondo la quale il vino fu scoperto proprio in Persia, alla corte del mitico re Jamsheed: si narra infatti che questo facesse conservare in vasi grappoli d’uva per essere poi mangiati fuori stagione. Poiché in uno di questi vasi l’uva produceva schiuma ed emanava uno strano odore, si pensò che fosse veleno, ma un’infelice concubina del re che tentò di darsi la morte con questo presunto veleno, scoprì invece che questo produceva una insospettata allegria ed era fonte di sonno ristoratore.

Se è vero che “in vino veritas”, Ulisse aveva ben donde di preoccuparsi per gli effetti del vino, poiché correva il rischio di svelare qualcuna delle sue magistrali truffe (in cui tanta parte aveva avuto spesso lo stesso vino, basti pensare al tiro giocato a Polifemo).
Tuttavia, i biasimi al vino restano sparute eccezioni: molto più spesso il divino succo della vite viene visto tramite della poesia più sublime o capace di donare magici poteri immaginativi.

Parte II: clicca qui

Padova, città dell’abbondanza

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Una volta scesi alla stazione di Padova, siamo circondati dai suoni: quello ritmico del treno che quasi scivola sulle rotaie si trasforma in un rumore dei motorini che arrivano in continuazione per poi, uno dopo l’altro, scomparire in lontananza nel Corso del Popolo. Lentamente, passo dopo passo, seguiamo le loro tracce. Poco dopo qualcuno ci offre un volantino, invitandoci a visitare la Cappella degli Scrovegni. Proprio lì le folle di turisti dirigono i propri passi per un momento di riflessione davanti agli affreschi di Giotto, i quali, ornando l’interno dell’edificio, da secoli, invariabilmente, fanno incantare i visitatori.

Sul tempo e sulla bilancia

Padova è una città dell’abbondanza, anche se ironicamente è nota per quello che simbolicamente le manca. E vale la pena, passeggiando per le sue vie, scoprire come mai viene chiamata <>. Non dobbiamo cercare affatto lontano, perché in un batter d’occhio dalla piazza Cavour ci ritroviamo in via VIII Febbraio, dove vi consiglio di passare un momento più lungo, degustando un caffè caldo al Caffè Pedrocchi. Questa caffetteria elegante, chiamata il caffè senza porte, diventò nota come locale aperto 24 ore nonché luogo d’incontro degli intellettuali locali. Oggi, seduti ai tavoli coperti con una tovaglia bianca, oltre al caffè si può assaggiare anche la cucina regionale e diventare un osservatore silenzioso dei passanti e della vita della città. Laciatevi portare dall’atmosfera lenta e il caffè senza porte diventerà anche una caffetteria … senza tempo.

Del suo passare vi farà ricordare la torre dell’orologio che si staglia in Piazza dei Signori, circondata dai portici ombrosi, dove soprattutto la sera fiorisce la vita sociale. La Piazza assomiglia ad un grande, ampio salotto e solamente uno sguardo attento di un turista curioso potrà notare che sul quadrante dell’orologio astronomico, decorato con i segni dello zodiaco, manca la bilancia. Troverete però una moltitudine di bilance nelle piazze adiacenti della Frutta e delle Erbe, al mattino piene di bancarelle. Entrambe le piazze per secoli costituivano il centro del commercio locale e in un certo senso lo sono fino ad oggi, trasformandosi in un mercato ricco di colori e odori. Tra le bancarelle l’odore delle erbe si diffonde nell’aria, ed i mazzi di fiori si piegano come se dessero un’occhiata nelle scatole di pomodori, risvegliando nei passanti la nostalgia di trovarsi in mezzo al verde.

Proseguite dunque avanti, prima via Roma e poi via Umberto I, la quale poco dopo aprirà le sue braccia in un gesto di benvenuto, facendovi entrare in Piazza Prato della Valle. Lì, in piazza, anche se chiamata il Prato senza erba, troverete la verde Isola Memmia di forma ellittica, attorno alla quale scorre un canale stretto. Sulle sue rive in guardia stanno delle statue orgogliose di 78 meritevoli. Tra di loro, in un’ottima compagnia di grandi poeti e scrittori italiani, come Ludovico Ariosto e Torquato Tasso, potrete avvistare le statue di due re polacchi: Jan III Sobieski e Stefan Batory, sulle cui teste frequentemente riposano i piccioni.

Sui nomi e sulle scoperte (in)solite

Dalla Piazza Prato della Valle manca poco all’incontro con il Santo senza nome. Senza nome, perché gli abitanti di Padova dicendo “il Santo” sanno perfettamente di chi si tratta. La basilica di Sant’Antonio, costruita sul luogo dove sorgeva la piccola chiesa medievale di Santa Maria Mater Domini, attira costantemente folle di fedeli. La Basilica del Santo è l’edificio religioso più riconoscibile della città con le sue torrette e cupole bizantine, le quali ammiriamo sollevando la testa e proteggendo gli occhi dal sole.

Padova è una città dell’abbondanza, che di sé ci regala tanto, quanto noi siamo in grado di accettare ed ironicamente, mostrandoci quello che le manca, rivela la sua completezza. È un misterioso ed affascinante pozzo senza fondo, da cui si può attingere all’infinito e ogni volta scoprire qualcosa di nuovo. Pertanto, una volta che avrete fatto una visita al Santo senza nome, avrete gustato l’eleganza del caffè senza porte e vi sarete rilassati nel prato senza erba, date un’occhiata nei bar accoglienti nelle stradine i cui nomi non vi ricordate più e dirigete i vostri passi nelle piazze vivaci, dove il suono di caffè macinato costituisce quasi uno sfondo musicale delle lente conversazioni. Immergetevi nella vita quotidiana di Padova, perché, come scrisse Paulo Coelho, proprio nei bar, dove si raccontano le storie e si incontra la gente comune, la città mostra il suo vero volto.

Il 2020 sarà l’Anno della Famiglia Fibiger, produttori di pianoforti

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Questa notizia è tratta dal servizio POLONIA OGGI, una rassegna stampa quotidiana delle maggiori notizie dell’attualità polacca tradotte in italiano. Per provare gratuitamente il servizio per una settimana scrivere a: redazione@gazzettaitalia.pl

I consiglieri di Kalisz hanno stabilito all’unanimità che il 2020 a Kalisz sarà l’Anno della Famiglia Fibiger, produttori di pianoforti. Il progetto è stato proposto dal sindaco di Kalisz, Krystian Kinastowski. Nella giustificazione della sua idea il sindaco dice che è stato a Kalisz che hanno costruito imprese fiorenti e una casa di famiglia. Gli strumenti musicali più belli, riconosciuti in tutto il mondo, sono usciti dalle loro mani. Hanno dedicato la loro vita alla fabbrica e all’educazione delle nuove generazioni degli accordatori di pianoforte e di piano. Secondo Kinastowski, le tradizioni trasmesse dalla famiglia Fibiger sono continuate nelle successive generazioni degli abitanti di Kalisz, provenienti da ex dipendenti della fabbrica Calisia o da laureati in Tecnologia di Costruzione di Pianoforti.

Nobiltà e attualità della comunicazione gestuale

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Entro in un caffè molto affollato e non posso avvicinarmi al bancone ma con lo sguardo raggiungo il barista e con un paio di gesti chiari ordino un espresso e cornetto senza proferire parola. Due conoscenti divisi da una rumorosa strada trafficata, a distanza si salutano, si dicono dove stanno andando, a fare cosa, e magari si danno appuntamento tutto solo attraverso la gestualità. Stiamo parlando con una persona quando alle sue spalle compare un amico che ci avverte, gesticolando silenziosamente, su cosa dire o non dire nella conversazione o su che tipo di persona abbiamo davanti.

Gli esempi d’utilizzo della gestualità sono infiniti esattamente come lo sono le modalità di interazione tra le persone. Il gesto è una ricchezza antica, una conoscenza trasmessa e modificata nei secoli che, al contrario di quello che alcuni erroneamente pensano, non rappresenta né un atteggiamento maleducato né tantomeno dipinge chi ne fa uso come persona di bassa estrazione sociale. Noi italiani lo sappiamo bene che il linguaggio dei gesti è importante e ne facciamo volentieri uso sia nella comunicazione verbale per rafforzare o chiarire dei concetti – che attraverso il gesto vengo visualizzati e non solo ascoltati dall’interlocutore – sia quando per scelta o per necessità comunichiamo senza parole.

Questo comunicare figurato ci contraddistingue nel mondo tanto che la caricatura dell’italiano è quella di una persona impetuosa ed esuberante che parla agitandosi, gesticolando con le mani. Una lettura che conferma la radice stessa del vocabolo gesto che deriva dal latino gerere (fare, compiere, agire) che a sua volta proviene dal greco gignomai, verbo polisemantico che contiene i significati di nascere, fare, divenire. E lanciandosi in etimologie potremmo inerpicarci fino al tedesco “gestalten”, che significa prendere forma, arrivando addirittura alla terapia psicanalitica Gestalt. Preso atto delle nobili, affascinanti, ma anche impervie vie etimologiche che portano alle radici semantiche della gestualità, torniamo invece ai gesti veri e propri nel loro uso quotidiano e popolare, gesti resi immortali al cinema e in televisione da straordinari interpreti, uno tra tutti il grande Totò che oltre a gesticolare in maniera sopraffina ed estremamente espressiva sapeva muoversi come un burattino tirato dai fili, una sorta di break dance ante temporum.

Sui motivi per cui nella penisola italica i gesti siano particolarmente diffusi esistono varie teorie, la prima sostiene che furono gli antichi Greci che colonizzarono culturalmente e in certe aree anche territorialmente l’Italia a introdurre i gesti marcati del nostro linguaggio, ragione che giustificherebbe il fatto che al Sud si gesticola più che al Nord. Altro motivo è quello che vede nella gestualità una sorta di lingua in codice per comunicare senza farsi capire da chi ti controlla o dai popoli invasori. Un’altra sicura strada che giustifica l’uso dei gesti in Italia è quella che li vede come essenziale contributo alla comunicazione tra diverse popolazioni in una penisola che, dopo la caduta di Roma, era suddivisa in una babele di lingue volgari locali derivate dal latino. I gesti vengono poi portati all’esaltazione scenica in particolare grazie alla Commedia dell’Arte, colorata forma di teatro popolare che, dai tempi di Carlo Goldoni fino al Premio Nobel Dario Fò, ha saputo affascinare il pubblico mondiale – allargando, grazie alla mimica, la platea di comprensione oltre gli spettatori di lingua italiana – attraverso uno spinto uso della gestualità corporea, che nel tempo ha anche codificato con grande efficacia la modalità di esecuzione e lo stesso significato di alcuni dei gesti più usati fino ad oggi come quelli che esprimono “l’aver fame”, “la bontà di un cibo”, o la “follia di una persona”.

La cosa curiosa è che quest’arte antica del gesticolare è stata recentemente rivalutata perfino a livello scientifico attraverso studi che dimostrano come chi ne fa uso abbia vantaggi nel pensare e nel memorizzare, insomma chi gesticola mentre parla, studia o comunica, ottiene risultati migliori. E quindi non è vero che un bravo oratore nel suo eloquio dovrebbe evitare di usare troppo le mani perché invece i gesti sono fondamentali per trasmettere i concetti tanto che spesso le frasi più ricordate sono proprio quelle arricchite dalla gestualità e questo perché, come dimostrano gli studi sulla comunicazione, il 70-80% delle informazioni/sollecitazioni che ogni individuo riceve arriva al cervello attraverso gli occhi e quindi la visualizzazione di un concetto grazie alla sua raffigurazione in un gesto raddoppia la possibilità che il concetto sia percepito dal nostro interlocutore. Per sintetizzare meglio l’importanza dell’uso dei gesti in quest’epoca di social network, basta pensare a quale enorme differenza di attenzione susciti su facebook un post con solo testo o un post con testo+foto. Il gesto è quindi l’immagine del nostro pensiero, il colore che arricchisce e rende più attraente la nostra comunicazione. Perciò d’ora in poi quando ci invitano a cena e ci servono un piatto squisito…. lasciamoci andare! Agitiamo la mano dal basso in alto, che significa “una cosa grande”, o portiamo un dito sulla guancia facendolo girare per dire “che buono”, insomma diventiamo espansivi e comunicativi!

Un fumettista tra Italia e Polonia

Luca Laca Montagliani (1971) opera in campo artistico, con intense frequentazioni polacche, dal 1987 con la creazione di CD-ROM multimediali (soggetto, animazioni 2D, musiche e doppiaggio), cartoni animati, colonne sonore, videogiochi, fumetti, attività musicali e teatrali. Nel 2013 ha ideato graficamente la statua dello gnomo italiano a Wrocław e disegnato la prima guida a fumetti della città: “Wrocław – komiksowy spacer” (in collaborazione con Ośrodek Pamięć i Przyszłość) per i testi di Marcello Murgia, tenendo inoltre diversi workshop sul fumetto, per adulti e bambini a Wrocław, Łódź e Varsavia. Dal 2014 si trasferisce in Polonia, a Kozienice, dove collabora con Dom Kultury con corsi di fumetto e italiano. A Varsavia cura l’edizione di un fumetto sul campo di concentramento femminile di Ravensbruck, scritto e disegnato da studenti di liceo, con la collaborazione dell’Istituto Nazionale della Cultura, la Fondazione Ja Kobieta e la supervisione di 5 donne sopravvissute al campo. Nel 2016 esce un fumetto sul movimento politico di “Solidarnosc a Wrocław”, scritto e disegnato insieme a Fabio Celoni e Marco Turini e prodotto da Ośrodek Pamięć i Przyszłość. Sulla linea culturale italo-polacca Montagliani ha anche il merito d’aver disegnato tre copertine di Gazzetta Italia e il divertente poster “GestItaliani” contenuto in questo numero della rivista. Nella sua carriera ha collaborato con Giorgio Rebuffi, Giulio Chierchini, Odrillo, Puck, Alan Ford, Kinder Ferrero, Rai Due, Marvel USA, Diabolik, Roberto ‘Freak’ Antoni, Il Secolo XIX, NDA Edizioni, Double Shot, 001 Edizioni, Centro Fumetto Andrea Pazienza, Edizioni Joker, Lucca Comics And Games, Lucca Junior, Il Male di Vauro e Vincino, Fondazione Ja Kobieta, Gazzetta Italia, Ośrodek Pamięć i Przyszłość, Fondazione Federico Calabresi e altri.

Dolomiti, il Paradiso della Motocicletta

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Una giornata di emozioni in Trentino attraverso un percorso panoramico mozzafiato. Il massimo è stato percorrerlo in motocicletta, e in effetti quando i centauri superano, con le loro maxi moto, fanno venire un po’ di invidia agli automobilisti, costretti a restare diligentemente in fila rinchiusi nelle loro auto impermeabili ai profumi delle resine degli alberi, dell’erba e di quanto si libera nell’aria tersa della montagna.

Si sale per il Cadore costeggiando la muraglia di cime dolomitiche che fanno da corona alla valle dell’Ansiei, sulla quale si snoda il Fiume sacro alla Patria, il Piave. Cime che comprendono i Cadini di Misurina, le Tre Cime di Lavaredo e la Croda dei Toni. Nel 1931 è stata realizzata una diga  che ha aggiunto al paesaggio un lago stretto dal nome della località di Auronzo che vi si affaccia. Dirigiamo quindi le moto alla volta del passo Gardena che raggiungiamo sfilando nella fascinosa Val Badia disegnata a ovest dalle cime del Parco naturale di Fanes-Sennes-Braies. Foto di rito sul valico verso il passo Sella dove il gruppo montuoso del Sassolungo fa battere il cuore con i 3115 metri di altezza del Sasso Levante, il più alto, affiancato dal centrale Cinque Dita con vicino il più tozzo Spallone.

Dopo aver trovato parcheggio abbiamo potuto affrontare la pianeggiante escursione di circa un’ora al Rifugio Emilio Comici ai piedi del Sassolungo, con vista magnifica sul fondovalle. Uno dei punti di forza del Trentino, per i motociclisti, è il poter scegliere il percorso secondo il livello di difficoltà più adatto alle proprie esigenze. I motociclisti più esperti troveranno pane per i loro denti nel valicare i passi con decine di tornanti e curve a fianco di scoscesi dirupi. Ma anche i motociclisti con mogli o fidanzate al seguito potranno godersi appieno panorami e natura strabilianti. Pochi chilometri di tornanti, discesa e salita separano il passo Sella dal Passo Pordoi, imperdibile meta. Dal valico è impressionante guardare la funivia salire quasi in verticale fino ai 2950 metri di quota della terrazza naturale del Sass Pordoi da dove è possibile ammirare in tutta la sua interezza una delle formazioni rocciose a mio parere più belle al mondo. In soli quattro minuti si è catapultati in uno scenario lunare dove le sfumature del bianco e del grigio la fanno da padrone, le pareti verticali somigliano a delle cattedrali e le profonde gole ricordano il Grand Canyon statunitense.

Chiudendo gli occhi si può immaginare questo scenario migliaia di anni fa, quando tutto era gelosamente custodito dal mare. Da Sass Pordoi, a chi volesse compiere un’escursione difficile da dimenticare, il suggerimento di salire al Piz Boè, che con i suoi 3152 metri di altitudine è la vetta più alta del Gruppo del Sella. La bellezza del panorama è commovente per l’armonia che si crea fra il verde delle vallate, le sontuose cime e l’azzurro del cielo. Dopo una cospicua scorpacciata di passi scendiamo ad Arabba per poi scollinare sul basso valico di Campolongo e quindi ridiscendere in Val Badia. Merita una sosta il paese di Badia, lungo la strada statale 244, da dove ammirare ancora una volta le montagne del Parco naturale di Fanes-Sennes-Braies. Un’ultima emozione prima di salutare, almeno per quest’anno, le abbaglianti vette delle Dolomiti.

Pronomi diretti e indiretti

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Per comprendere la differenza tra i pronomi diretti (mi, ti, lo, la, La, ci, vi, li, le) e indiretti (mi, ti, gli, le, Le, ci, vi, gli) è fondamentale capire bene che cos’è un pronome. In linguistica, il pronome è una parte variabile del discorso che svolge diverse funzioni. La principale è senza dubbio quella sostitutiva in quanto spesso rimpiazza un nome e di conseguenza costituisce un elemento che completa un enunciato. I pronomi sono indispensabili per far riferimento ad un elemento del contesto situazionale nel caso del parlato o a un elemento già citato nel testo per quanto riguarda lo scritto. Il loro uso consente a chi scrive o parla di esprimersi in modo fluido e senza ripetizioni, rendendo il testo più naturale e ben strutturato. 

Gli enunciati come Vedo, Sento, o Ha detto. ovviamente sono corretti dal punto di vista grammaticale, ma possono essere usati solo in una determinata situazione comunicativa per non rischiare di essere privi di un significato. Gli enunciati nominati possono essere estesi e sviluppati se ci poniamo le semplici domande: Che cosa vedo?, Che cosa sento? o Che cosa ha detto? Chi ha detto?. La risposta alle precedenti domande dal punto di vista grammaticale costituisce un complemento, facilmente sostituibile dal pronome. La domanda che ci si pone a questo punto è: qual è la differenza tra un pronome diretto e indiretto. La risposta è semplice: il primo sostituisce un complemento oggetto diretto, mentre il secondo un complemento oggetto indiretto  Per comprendere meglio la differenza ci serviamo delle frasi:  

Mi piace la cucina italiana. (Lubię kuchnię włoską.)

Non mi piace il mio lavoro. (Nie lubię mojej pracy.)

“La cucina italiana” e “il mio lavoro” dal punto di vista grammaticale costituiscono i complementi oggetto diretti. La parola “diretto” in questo caso è fondamentale in quanto i complementi seguono il predicato verbale direttamente senza nessuna congiunzione. Come si può facilmente intuire il complemento oggetto diretto (dopełnienie bliższe) nella lingua italiana risponde alle stesse domande che vengono poste in polacco cioè “chi? che cosa?” che sarebbero nell’accusativo “kogo? co?” e genitivo “kogo? czego?”.

Leggo – cosa? – un libro. (Czytam – co? – książkę.) – Lo leggo. (Czytam ją.)

Sento – chi?- la mia amica. (Słyszę – kogo? – moją koleżankę.) – La sento. (Słyszę ją.)

Non ascolto – cosa? – la musica classica. (Nie słucham – czego? muzyki klasycznej.) – Non la ascolto. (Nie słucham jej.)

Il complemento oggetto indiretto, invece, al contrario, non segue il predicato verbale direttamente, ma si unisce ad esso mediante la preposizione “a”. A differenza dal polacco in cui è riscontrabile nel dativo (komu? czemu?), vocativo (kim? czym?) e locativo (o kim? o czym?), nella lingua italiana risponde esclusivamente alla domanda “a chi? a che cosa?” (“komu? czemu?”).

Ho inviato la lettera – a chi? – al mio amico italiano. (Wysłałem list – komu? – mojemu włoskiemu przyjacielowi.) Gli ho mandato una lettera. (Wysłałem mu list.)

Non possiamo però dimenticare che la lingua italiana è piena di eccezioni e infatti in italiano si distinguono i verbi con cui non si possono applicare sempre le stesse domande che sono possibili in polacco. Uno di tali esempi è dato dal verbo “ringraziare” che in polacco risponde alla domanda a chi? (“komu?”), invece in italiano chi? (“kogo? co?”) e di conseguenza richiede il complemento oggetto diretto (ringraziare qualcuno) e non complemento oggetto indiretto (ringraziare a* qualcuno). Al gruppo dei verbi che non coincidono con il polacco fanno parte anche quelli come: aiutare (qualcuno), chiedere (qualcosa), chiamare (qualcuno), domandare (a qualcuno), insegnare (a qualcuno), interessare (a qualcuno).

Sia i pronomi diretti che indiretti hanno una forma tonica (akcentowana), situata davanti al verbo e atona (nieakcentowana), post verbale.

Bene, ti presto i soldi. (Dobrze, pożyczę Ci pieniądze.) – Bene, presto i soldi a te.  (Dobrze, pożyczę pieniądze [właśnie] Tobie.)

Il primo enunciato da noi citato è neutrale mentre dal secondo si capisce che presto i soldi a te e non ad un’altra persona. 

Nel caso dei verbi modali potere, volere e dovere o i verbi come sapere che si possono unire a un altro verbo all’infinito, il pronome può occupare sia la posizione preverbale che postverbale. Nel secondo caso però lo si unisce direttamente all’infinito eliminando la vocale -e. 

  • Puoi bere il caffè? (Możesz pić kawę?) – Certo che lo posso bere./Certo che posso berlo. (Jasne, że mogę ją pić.)

Pompei

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Nel 79 a.C, oltre duemila anni fa, Pompei fu colpita dall’ira furibonda del Vesuvio e poi per secoli rimase sepolta e addormentata sotto uno spesso strato di polveri vulcaniche. Per anni dimenticata, è stata riscoperta nel XVII secolo. Oggi le antiche rovine di Pompei ci svelano la sua eccezionale storia. Gli scavi archeologici di Pompei sono, per gli appassionati di archeologia e di cultura classica, un vero e proprio sogno realizzato. I reperti recuperati permettono a storici e appassionati di immergersi nel passato di quel luogo raccontandoci la vita quotidiana degli abitanti.

La città di Pompei si trova nel sud d’Italia, in Campania nel golfo di Napoli. I Romani vi portarono un’architettura ed una cultura che non avevano eguali all’epoca. A Pompei giungevano popoli dalle colonie lontane, importando merce esotica e nuovi modi di vita. La posizione marittima della città le garantiva l’accesso alle rotte commerciali. Era una finestra sul mondo. A Pompei possiamo appoggiare i nostri piedi sulle stesse pietre su cui camminavano gli antichi romani. Un giorno è senz’altro troppo poco per poter visitare accuratamente tutto il sito archeologico in cui si trovano edifici abitativi e pubblici, luoghi di lavoro, di intrattenimento e di culto. È come se gli abitanti dell’antica città aprissero le loro case invitandoci ad entrare. Mentre i più ricchi pompeiani vivevano in ville eleganti fornite di acquedotti e addobbate con dipinti realizzati con pigmenti pregiati provenienti dai paesi lontani dell’impero, i più poveri occupavano edifici di più piani le cui scale davano direttamente sulla strada. 

Oltre ai celebri banchetti romani, durante i quali si mangiava, si beveva vino e si godeva dei più grandi piaceri della vita, quali la compagnia ed il buon cibo, a Pompei, come anche in altre metropoli dell’epoca, si usava mangiare anche fuori di casa. Ne sono la prova le rovine delle trattorie lungo le arterie principali della città, dove probabilmente veniva venduto il cibo da asporto. La vita nelle colonie romane era tutt’altro che grigia. L’impero era in grado di garantire la prosperità alla maggior parte dei cittadini di Pompei e nel tempo libero offriva ai cittadini molti intrattenimenti. A Pompei venivano organizzate esibizioni e combattimenti tra gladiatori nel Teatro Grande, situato nel centro, oppure in occasione di festività più importanti nell’anfiteatro che si trovava ai confini della città e tutt’oggi svolge il ruolo di arena per concerti. 

L’amore per la bellezza traspare dalla ricchezza d’arte e di architettura di Pompei. Gli interni delle case private venivano spesso arredati con delle statue di bronzo o di marmo o con oggetti d’uso comune di stile sofisticato. Le pareti erano coperte di murali e di elaborati mosaici. Queste espressioni artistiche sono una rilevante fonte di informazione sugli usi e costumi di questa società. 

Come duemila anni fa così anche ora crescono, ai confini della città, cipressi, ulivi e pini. Dopo che abbiamo girato per ore lungo gli scavi, stanchi, possiamo rilassarci per un attimo sotto la loro piacevole ombra annusando il profumo degli oleandri che sbocciano e dei limoni, gli stessi che duemila anni fa si trovavano nei giardini, si potrebbe pensare che la natura non conosce il concetto di tempo, rimane imperturbabile alle grandi tragedie umane. 

È difficile dire se gli abitanti di Pompei potessero prevedere il pericolo imminente. Già in precedenza, nel 62 d.C. ci fu un terremoto in quella regione che provocò non pochi danni. Nel momento dell’eruzione del Vesuvio la città non era ancora del tutto ricostruita dopo la precedente tragedia. Gli storici ribadiscono che l’eruzione iniziò il 24 agosto del 79 d.C. e durò tre giorni. Probabilmente già da prima dell’eruzione si notava il fumo che ne fuoriusciva e si percepivano le scosse. Molti cercarono un rifugio o tentarono la fuga, come dimostrano, i resti umani ritrovati nel luogo, con gioielli e monete d’oro. Presumibilmente mentre lava e cenere fuoriuscivano dal Vesuvio, sopra Pompei calò l’oscurità. È difficile immaginarsi il profondo terrore della gente che cercò disperatamente di salvarsi insieme ai propri cari, come testimoniano i calchi in gesso fatti ricostruendo le autentiche posizioni in cui gli abitanti vennero sorpresi dalla tragedia. Nuove riflessioni su Pompei che in questi giorni e fino ad inizio gennaio verranno stimolate dalla mostra delle monumentali sculture dell’artista polacco Igor Mitoraj. Tra le antiche rovine sono esposte le statue in bronzo che rapresentano i personaggi mitologici toccati dalla curiosa deformazione e defragmentazione. I loro corpi feriti e i nobili volti suscitano in noi tenerezza e melanconia. Le grandi catastrofi ci obbligano all’abbandono delle precedenti modalità di vita obbligandoci alla creazione di un nuovo ordine. Costringendoci a riflettere a fondo sull’imprevedibile destino della specie umana. Ricordandoci che tutto può succedere forse iniziamo ad apprezzare maggiormente la nostra vita.