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Home Blog Page 171

Macaron al cioccolato

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Ingredienti (per circa 40 pezzi):

180 g di mandorle in farina fine
200 g di zucchero a velo
80 g x 2 di albumi a temperatura ambiente
30 g di cacao in polvere
200 g di zucchero semolato

Per la crema di farcitura:
250 g di cioccolato fondente
200 ml di panna liquida
50 g di burro 

Procedimento:

Setacciare lo zucchero a velo assieme alla farina di mandorle e al cacao e mettere da parte. Con le fruste elettriche montare a neve ben ferma 80 g di albume con lo zucchero semolato. 

Riprendere le polveri e aggiungervi i rimanenti 80 g di albume non montato, mescolando con una spatola gommata, fino a formare una sorta di pasta morbida. A questo punto incorporare un po’ per volta la meringa, mescolando dal basso verso l’alto per non far smontare il composto. Trasferirlo dentro una tasca da pasticcere con bocchetta liscia di circa 8 mm di diametro. Rivestire una teglia da forno con carta antiaderente fissata bene al fondo della teglia stessa. Porzionare i macaron tenendoli un po’ distanti l’uno dall’altro. Lasciarli riposare a temperatura ambiente per circa 1 ora, in modo che si formi una pellicola resistente. Riscaldare il forno a 150 gradi in modalità statica. Infornare una teglia alla volta e cuocere i macaron per circa 12 minuti: appena usciti dal forno risulteranno ancora morbidi. Lasciarli raffreddare bene prima di staccarli con delicatezza dalla carta antiaderente. Preparare la ganache al cioccolato: portare ad ebollizione la panna liquida e versarla sopra il cioccolato ridotto in scaglie. Mescolare bene con una spatola prima e con una frusta poi, aggiungendo un po’ per volta il burro morbidissimo. Far raffreddare bene la crema e trasferirla poi dentro una tasca da pasticceria. Porzionare la crema sui macaron, dal lato piatto, e accoppiarli con un altro macaron. Conservare a temperatura ambiente.

Buon apetito!

Annigoni, un classico contemporaneo

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Pietro Annigoni nacque a Milano il 7 giugno 1910 ma è la Toscana il luogo principale della sua attività: lì studiò all’Accademia di Belle Arti, trascorse la maggior parte della sua vita e infine morì nell’ottobre del 1988.

Pittore, artista, un classico contemporaneo: uno di quelli che hanno restituito all’arte contemporanea canoni di bellezza classica, per i quali provava nostalgia nel diluvio di forme concise, simboliche, ripulite e irreali, benché ciascuna di queste definizioni aderiscano idealmente al mondo creato dalle sue pennellate. Annigoni non è stato un rappresentante di ciò che solitamente associamo al concetto di arte contemporanea.

Nel 1947, assieme a Gregorio Sciltian e ai fratelli Xavier e Antonio Bueno, firmò il manifesto dei “pittori moderni della realtà”, rifacendosi alla tecnica rinascimentale e all’ideale realista. Non dovrebbe stupire che su tali basi abbia poi deciso di diventare ritrattista. Solitamente viene chiamato “il pittore delle regine”, ma la sua opera si è rivolta anche a temi e soggetti ai margini: mendicanti, prostitute, alcolizzati, tra i quali trascorse la sua giovinezza smodata.

Un momento di svolta nella sua vita fu il viaggio compiuto nel 1949 a Londra, dove Salvatore Ferragamo lo introdusse a circoli influenti. Rivolse quindi la sua attenzione a un pubblico che si teneva in gran conto e dipinse due paesaggi e un ritratto esposti alla Royal Academy. Alla fine del 1955 Annigoni ricevette una commissione che gli tributò molta fama: dipinse un ritratto della regina Elisabetta II, oggi visibile al grande pubblico nella National Portrait Gallery a Londra. La carriera di Annigoni iniziò ad assumere un ritmo frenetico. Tra i personaggi da lui ritratti ci sono: la regina madre, la regina Margherita II di Danimarca, Farah Diba, moglie dell’ultimo scià di Persia, la principessa Margaret, Filippo di Edimburgo, la principessa del Kent, il duca di Gloucester, la principessa indiana Gayatri Devi, nota come la più bella donna del mondo, la moglie di Ernest Oppenheimer, il re dei diamanti, papa Giovanni XXIII, presidenti americani quali John F. Kennedy e Lyndon B. Johson, e magnati della politica e della finanza.

Annigoni non fu tuttavia soltanto un ritrattista e lasciò ai posteri anche una serie di affreschi a tema sacro: nella Basilica di San Marco a Firenze (500 m² di affreschi ai quali lavorò tra il 1967 e il 1986), nell’Abbazia di Montecassino, sulla facciata del palazzo dell’Arciconfraternita della Misericordia in Piazza della Cattedrale a Firenze, nella Basilica di Sant’Antonio a Padova.

Nonostante la sua opera sia imponente e si possa ammirare in prestigiose gallerie e musei, come il Metropolitan Museum of Art a New York, gli Uffizi e Palazzo Pitti a Firenze, Annigoni in Polonia è poco conosciuto, e ciò è un gran peccato. Probabilmente questo articolo non esisterebbe senza gli sforzi del gruppo Sfumato, che si è incaricato di richiamare l’attenzione dei polacchi sulle creazioni di questo artista italiano, a proposito del quale il grande storico e critico americano Bernard Berenson e il pioniere del surrealismo Giorgio de Chirico affermarono che uguagliava i tre grandi maestri del Rinascimento. Come capita di solito, ha deciso tutto il caso; un viaggio a Firenze e l’incontro con Gilberto Grilli, curatore artistico, biografo, amico ed erede dell’opera di Annigoni. Nella sua casa-galleria i proprietari del gruppo di investimenti Sfumato hanno ceduto all’incantesimo dell’opera di Pietro Annigoni e, benché la collezione di Gilberto Grilli fosse eccezionalmente imponente, è stata presa quasi d’impulso la decisione di acquistarla interamente. Si tratta di una collezione limitata di 67 matrici di acqueforti che attualmente si trovano in Polonia, accessibili ad amanti e collezionisti d’arte.

Ogni matrice di acquaforte, tecnica di incisione calcografica, è stata creata da Annigoni in un unico esemplare impiegato per un numero limitato di disegni. Attualmente attendono di essere esibite nella loro prima mostra in Polonia.

Osservando queste forme grafiche perfette si avverte il richiamo dell’estetica rinascimentale. Alcuni ritratti danno l’impressione di essere una chiara citazione dello stile dello stesso Leonardo da Vinci. Inoltre, i paesaggi pieni di inquietudine e le scene di genere possono far venire in mente ai polacchi i disegni di Norblin. Guardando le acqueforti a tema erotico il nostri ricordi richiamano arbitrariamente il mondo nevrotico di Bruno Schulz.

La pratica di Annigoni con le acqueforti è un invito a un discorso intellettuale. La forma, per quanto realistica, non è letterale. Svela lentamente dinanzi agli osservatori strati successivi di realtà abbozzata, senza offrire definitive garanzie sul fatto che ciò che vediamo è stato effettivamente dipinto o sul fatto che forse le linee stesse consentono a noi di dare un contenuto all’immagine.

Il già citato Gilberto Grilli, esprimendosi su Annigoni e la sua arte, non nasconde l’emozione; le sue recensioni confinano addirittura con la poesia:

“Annigoni magico Annigoni suggeritore di meraviglie in un teatro ormai consumato dalla noia e dal consumismo globalizzante, se egli fosse stato un santo avrebbe guarito col suo tocco magico e miracoloso tutte le malattie degli umani.”

Sfumato Arte Investments, gruppo attento e aperto, che si è dato l’esaltante missione di ricercare nuovi autori e opere, indirizza la sua attività agli amanti dell’arte, consapevoli del suo valore universale. Il contatto con la creazione artistica è garanzia di un’esperienza metafisica, della costruzione e dell’arricchimento di una sensibilità nel proprio animo. Allo stesso tempo, in modo subdolo e insolito, quanto più quelle stesse opere influiscono su un animo nobile, tanto più chiaramente si rivelano come una intelligente allocazione di capitale. È la manifestazione più ovvia del legame tra sacrum e profanum nella creazione artistica, valore intangibile e garanzia di quello finanziario.

I collezionisti, sempre più numerosi in Polonia, lo sanno perfettamente, quindi l’arte diventa sempre più di frequente la forma prescelta di allocazione del capitale, insieme sicura, attraente e stabile, come gli immobili. Ha però un innegabile ed eccezionale qualità: la costante possibilità di essere saziati dalla sua bellezza e di condividerla con altri. L’arte collocata in casa parla di noi, è un’illustrazione della nostra vita, della nostra maturità e della nostra sensibilità.

Czesław Niemen e “Io senza lei”

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Chi conosce “Io senza lei”, una delle maggiori hit di Czesław Niemen, alzi la mano. Ok, forse se vi do il titolo polacco sarete più numerosi. “Io senza lei” è la versione italiana del pezzo “Dziwny jest ten świat” (sfortunatamente, con un testo molto più banale). È un fatto poco noto in Polonia, ma Niemen, nella sua carriera, ha cercato di affascinare con la sua voce anche la bella Italia. Negli anni 1969-70 ha fatto un tour lungo la Penisola. Come spiegava l’impresario dell’artista, Roman Waschko, hanno scelto l’Italia, perché aveva degli amici che l’avrebbero potuto aiutare ad entrare nel mercato musicale locale. All’inizio Niemen ed il suo gruppo, I Niemen, decisero di tentare la sorte a Bologna. Già nelle prime settimane del loro soggiorno ebbero l’opportunità di registrare una canzone dei Ricchi e Poveri, che secondo gli esperti era una potenziale hit, ma a Niemen non piacque. Così cominciarono un tour per le discoteche. L’artista ricordava in una intervista che nei clubs la sua musica piaceva al pubblico, però la radio non voleva trasmetterla. A quei tempi godeva di una gran popolarità, per esempio, Gianni Morandi al cui confronto la maniera di cantare di Niemen sembrava “troppo drammatica”.

Nonostante questo, nel marzo del 1969 pubblicò il suo primo disco in italiano “Io senza lei/Arcobaleno”. Niemen non ne era soddisfatto. Per poter cantare le proprie canzoni, fu costretto a cambiare i testi e anche a registrare pezzi che non lo soddisfacevano. Durante le vacanze dello stesso anno, però, partecipò al festival della televisione italiana Cantagiro, con cui viaggiava per tutto il paese. Quando in agosto la radio trasmise “Io senza lei”, si ritirò dal Cantagiro e tornò in Polonia. Tuttavia, già a settembre decise di tornare, questa volta a Milano, dove, con un nuovo gruppo Niemen Enigmatic, pubblicò il suo secondo disco. Dopo registrò ancora un paio di singoli (Una luce mai accesa, 24 ore spese bene con amore, Domani, Oggi forse no) e nel 1970 si preparava per cantare a San Remo. Alla fine non apparve sul palco, perché il sindacato dei musicisti italiani non voleva che nel festival della musica italiana partecipasse un polacco. La sua canzone, la cantò il compositore e… vinse il secondo premio. Dopo questo avvenimento, Niemen Enigmatic diede ancora alcuni concerti, ma dopo un po’ di tempo, rinunciò all’idea di conquistare il mercato italiano. In questo numero di Gazzetta Italia, specialmente per Voi lettori, vi presentiamo il testo della canzone di Niemen “La prima cosa bella” tradotto in polacco, e per i nostri lettori italiani: la “vera” versione di “Io senza lei” (“Dziwny jest ten świat”), in italiano.

“La prima cosa bella”

Ho preso la chitarra
e suono per te.
Il tempo di imparare
non l’ho e non so suonare,
ma suono per te.

La senti questa voce?
Chi canta è il mio cuore!
Amore, amore, amore,
è quello che so dire,
ma tu mi capirai.

I prati sono in fiore,
profumi anche tu.
Ho voglia di morire!
Non posso più cantare,
non chiedo di più.

La prima cosa bella
che ho avuto dalla vita
è il tuo sorriso giovane, sei tu!
Tra gli alberi una stella,
la notte si è schiarita,
il cuore innamorato sempre più!

 

“È strano questo mondo”

È strano questo mondo,
dove c’è ancora spazio
per tanto male.
Ed è strano
che da tanti anni
un uomo disprezza un’altro.

Strano questo mondo,
mondo degli affari umani,
a volte è difficile ammetterlo.
Eppure molto spesso
qualcuno con una parola cattiva
uccide come con un coltello.

Ma le persone di buona volontà
sono più numerose,
e ci credo fermamente
che questo mondo
grazie a loro non sparirà mai!

No! No! No!

È giunto il momento,
il momento giusto
per distruggere in sé l’odio.

La Moda? La Tradizione? L’importante è Partyre

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Źródło zdjęcia: ravazzi.it

Il termine Moda deriva dal latino modus, che significa maniera, norma, regola, ma più precisamente è definito come l’aspetto e il comportamento di una comunità sociale secondo il gusto particolare del momento.
La parola Tradizione (dal latino traditiònem derivato da tràdere, cioè consegnare, trasmettere) è definita come il complesso delle memorie, notizie e testimonianze trasmesse da una generazione all’altraAppare forse evidente l’antitesi tra questi termini (l’imporsi della Moda nel “momento” e il perdurare della Tradizione nel “tempo”) e la poca capacità di conciliazione…

Qualcuno potrebbe dire: “e che bisogno c’è di conciliarli? Sono aspetti entrambi ricchi di implicazioni, da cui ricavare anche separatamente spunti di crescita individuale e comune”. Giustissimo! Ma se ci fossero dei modi per avvicinare queste due ricchezze? Non sarebbe ancor più significativo e piacevole? Non coinvolgerebbe maggiormente le persone e le generazioni, attenuando le distanze e aumentando lo scambio? Stop con le domande e proviamo a dare delle risposte, una in particolare: Vino Party.

A quanto pare si sta diffondendo questo nuovo momento di aggregazione che sta facendo invecchiare rapidamente l’Happy Hour. Dagli Stati Uniti all’Europa, dall’Asia all’Australia, le capitali del Trend scoprono e lanciano la bellezza della tradizione e la bontà delle cose genuine, che danno sapore e piacere all’oggi. Si tratta di incontrarsi per conoscere vini e cibi di qualità, italiani perlopiù, reperiti, proposti e gestiti da chef di rango in un’atmosfera informale e rilassata, in una sorta di aperitivo terroir-chic.

Ecco allora che i prodotti D.O.P o I.G.T. (ma anche S.T.G. o I.G.) di cui potete trovare ampia descrizione online, vengono abbinati ai vini D.O.C., D.O.C.G. e I.G.T. più adatti, in molteplici e gustosissimi connubi.

Qualche esempio?  Salumi come il Culatello di Zibello, i Prosciutti crudi di Parma o San Daniele richiedono vini altrettanto profumati ed eleganti, come il Colli Orientali del Friuli Sauvignon, o uno Chardonnay dell’Alto Adige. Salumi appena affumicati come il Prosciutto di Sauris andranno benissimo con un Ribolla Gialla dei Colli Orientali del Friuli. Le decise affumicature di prodotti quali lo Speck o la pancetta affumicata ci possono portare ad un vino rosso morbido e con tannini discreti quali Alto Adige Pinot Nero o Lagrein. Apriamo un’altro capitolo eccezionale: i formaggi. Le loro caratteristiche ci portano numerosa possibilità di abbinamento. Formaggi a pasta molle e con delicati aromi di latte possono abbinarsi a vini bianchi quali Pinot Bianco, Roero Arneis o Ischia Bianco. Formaggi a crosta lavata come Taleggio, Tome e alcune Robiole, richiedono la sapidità e freschezza di un Colli Orientali del Friuli Picolit ma anche rossi quali Dolcetto di Dogliani o un Rosso Piceno Superiore.

Formaggi a media maturazione o a pasta semidura staranno benissimo con un Collio Sauvignon, o vini rossi di discreta evoluzione per formaggi a media stagionatura, ed ecco quindi un Merlot di Lison-Pramaggiore o un Oltrepò Pavese Pinot Nero. I formaggi stagionati richiedono in genere vini rossi di corpo, con alcuni anni di maturazione il botte e poi in bottiglia. Il Parmigiano Reggiano, re dei formaggi, sarà esaltato dall’eleganza di un Franciacorta Brut o di un Metodo Classico.
I formaggi erborinati come il Gongorzola o altri internazionali vanno accostati o a rossi di struttura oppure, se la tendenza amarognola è importante, occorre la morbidezza di vini passiti o liquorosi dolci come un Cinque Terre Sciacchetrà, alcuni Vin Santi Toscani o un Passito di Pantelleria.

Ho fatto solo alcuni esempi di panoramica, per incuriosire, per stimolare la ricerca e il divertimento, e per “provocare” forse una reazione rispetto alle abitudini di cui spesso si è prigionieri e la cui via d’uscita è data proprio dalla possibilità di conciliare Moda e Tradizione.

Questi modi di dire vi sono familiari?

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Oggi vorrei portare avanti tre argomenti insieme, vorrei fare degli esempi su:

  1. Gli atroci dubbi quando un italiano scrive un testo. Parliamo di quelle parole che ci creano dei dubbi riguardo alla scrittura o al proprio significato.
  2. Le espressioni idiomatiche che formano dei concetti particolari usando i colori.
  3. Le espressioni idiomatiche o i proverbi che usano il nome degli animali.

Cominciamo dunque con il primo argomento.

Si scrive “familiare” o “famigliare”? In effetti esistono tutte e due le espressioni. La prima ha il significato di familiare inteso come una cosa o una persona che sembra conosciuta: Quel ragazzo, mi sembra di conoscerlo e di averlo già visto. Ha un viso familiare. La seconda viene usata nel contesto proprio della famiglia: Oggi non posso proprio venire. Ho un problema famigliare.

Si scrive d’avanti” o “davanti”? Questo è un dubbio molto usuale quando scriviamo, deriva dal fatto che la parola avanti esiste e ha un significato proprio:  Andiamo avanti.

Non ci sono dubbi, però, quando dobbiamo usarla come avverbio di luogo, preposizione (seguito dalla preposizione A) o aggettivo, in questi casi si scrive solo nel secondo modo: Guarda davanti, per favore. La banca è davanti al palazzo di colore verde. La cerniera davanti della camicia.

Passiamo ora al secondo argomento e facciamo un paio di esempi usando il colore “verde”:

Espressione idiomatica: Sono al verde. Sono senza soldi. E ancora: Il ragazzo si deve fare, è ancora verde. Significa che quel ragazzo è ancora immaturo, con poca esperienza. Oppure: essere nel verde dell’età, degli anni. Significa nel pieno vigore delle forze, nell’età della giovinezza.

Proverbio: L’erba del vicino è sempre più verde. Significa che le cose che hanno gli altri sembrano sempre migliori di quelle che abbiamo noi.

Finiamo con il terzo argomento: gli animali. Oggi analizziamo le espressioni con: il cane.

  1. Alla festa non c’era un cane – C’era poca gente.
  2. Essere solo come un cane – Essere abbandonato da tutti.
  3. Trattare qualcuno da cane – Trattare male qualcuno.
  4. Fare qualcosa da cani, per esempio guidare da cani – Fare qualcosa  malissimo, per esempio guidare malissimo.
  5. Stare da cani – Stare molto male.
  6. Avere una vita da cani – Avere una vita non felice e soddisfacente.
  7. Essere fedele come un cane, finalmente un’espressione con significato positivo – Essere molto fedeli.

Finiamo con una curiosità. Sicuramente tutti conoscerete l’espressione in bocca al lupo. La usiamo quando vogliamo augurare a qualcuno, che deve sostenere una prova difficile come, ad esempio un esame, buona fortuna. Saprete anche che si risponde crepi (il lupo). Qual è l’origine di questa espressione? Nella tradizione popolare il lupo veniva visto come il male, il pericolo per eccellenza. Andare nella bocca del lupo significava affrontare queste difficoltà da eroe. L’espressione quindi veniva usata come messaggio di augurio per chi doveva affrontare un grosso pericolo.

“Aspromonte” nei cinema polacchi

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Il 22 novembre uscirà in Polonia il nuovo film di Mimmo Calopresti con Valeria Bruni Tedeschi (“La pazza gioia”) e Marcello Fonte (“Dogman”) come protagonisti. Il film sarà distribuito da Aurora Films.

Fonte: http://www.aurorafilms.pl/zapowiedzi/aspromonte/

Africo, situato nel pittoresco Aspromonte in Calabria, è il piccolo paesino dove il tempo si è fermato. Senza elettricità e senza una strada che lo colleghi con le città più grandi è condannato all’isolamento. L’ordine di vita è segnato dalla natura e dalle regole chiare che segue ogni giorno la comunità locale. L’azione del film, basato sul libro di Pietro Criaco, si svolge negli anni Cinquanta. Il posto non è casuale perché anche il regista è cresciuto in una piccola località calabrese. In una delle interviste dichiarava che il sud d’Italia è da sempre segnato da una specie di spiritualità: “Paradiso e inferno, favola e tragedia.” Il nuovo film di Calopresti contiene tutti questi elementi, è una storia toccante e piena di nostalgia che racconta l’Italia del sud, la piccola città e le grandi emozioni.

La mia Ciociaria

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“Non patisce mancanza chi non sente desiderio”, così scriveva Marco Tullio Cicerone, giurista, filosofo e scrittore dell’antica Roma, il più illustre figlio della terra Ciociara, nato ad Arpino nel 107 a. C.

Per chi come me vive all’estero è quasi inevitabile sentire il desiderio e partire la mancanza della propria terra per l’appunto “la mia Ciociaria”.

Per Ciociaria oggi si intende comunemente il territorio della provincia di Frosinone anche se storicamente la Ciociaria era formata da una regione più vasta che comprendeva oltre all’attuale provincia di Frosinone la parte sud della provincia di Roma e parte delle provincia di Latina.

Poco conosciuta forse anche a molti italiani, la Ciociaria è una terra ricca di storia, di arte, di natura, di paesaggi bellissimi e, per lo meno agli occhi di un ciociaro, una terra meravigliosa, la terra nella quale ogni ciociaro si sente a casa, anche quelli, tanti, che purtroppo o per fortuna vivono lontano.

E la lontananza fa riaffiorare i ricordi, soprattutto quelli di bambino, per loro natura indimenticabili. Le passeggiate in montagna a raccogliere funghi con mio padre, la pasta all’uovo fatta dalla nonna la domenica, i capelli di mia madre asciugati al sole e al profumo di primavera, le mani del nonno durante la vendemmia, la voce di mia sorella mentre si giocava in giardino, le partite a calcetto con gli amici in campetti improvvisati, le corse nei vicoli del paese, il profumo dei ciclamini bianchi, dell’olio appena spremuto, del pane appena sfornato, del vino appena torchiato. 

Probabilmente per la maggior parte dei polacchi il nome Ciociaria è poco conosciuto, ma in realtà ogni polacco conosce benissimo almeno una delle località della Ciociaria: Montecassino. La storia italiana e quella polacca si incontrano e si fondono nelle tristemente note vicende della quarta battaglia di Montecassino del maggio del 1944 dove il valoroso II Corpo d’Armata polacco del Generale Anders riuscì nella difficile conquista della vetta di Montecassino (cruciale per la liberazione di Roma) vicenda che ispirò la composizione della nota canzone popolare polacca “Czerwone Maki na Montecassino” i papaveri Rossi di Montecassino, colorati di rosso dal sangue versato dai valorosi soldati polacchi, così recita il testo della canzone.

Oltre a Montecassino, la Ciociaria offre molte località di sicuro valore turistico artistico e storico culturale. Castelli e borghi medievali, la cui nascita risale al IX secolo d.c. come mezzo di difesa contro le invasioni soprattutto saracene, tra cui ricordo: Fumone, raro caso di conservazione delle strutture medievali, Vico nel Lazio, Isola del Liri, Roccasecca (terra natale di San Tommaso d’Aquino) ed Esperia il cui castello ancora oggi ben visibile rappresentava un importante punto strategico militare e commerciale in quanto collegava la città di Gaeta (seconda capitale del regno borbonico) con la Valle del Liri e Montecassino.

Molto belle e suggestive le Acropoli di Arpino e di Alatri con le sue celebri e misteriose Mura Ciclopiche, nonché i borghi di Boville Ernica, M.S.G. Campano e San Donato Val di Comino che fanno parte dell’elenco dei borghi più belli d’Italia.

Di notevole importanza artistica l’Abbazia di Casamari nel comune di Veroli, costruita nell’anno 1203 che rappresenta uno dei più importanti monasteri italiani di architettura gotica cistercense.

Per gli amanti della montagna e gli sport outdoor la Ciociaria offre grandissime possibilità: numerosi itinerari di trekking soprattutto nel versante laziale del parco nazionale d’Abruzzo e sui bellissimi Monti Aurunci, sul versante tirrenico, che offrono delle rarità floristiche e vista mozzafiato sul golfo di Gaeta.

Oltre al trekking la Ciociaria offre molto per gli appassionati di bike e di free climbing. Numerose le possibilità ed i tracciati per mountain bike e migliaia di itinerari di arrampicata tracciati dai fortissimi e numerosi climbers ciociari. A proposito di sport, come non citare anche la storica impresa del Frosinone Calcio, prima squadra ciociara a conquistare la massima serie calcistica, attualmente impegnata nel campionato di Serie A 2015/2016.

Come ogni regione italiana che si rispetti anche la Ciociaria ha dato i natali a molti personaggi celebri oltre ai già citati personaggi storici Cicierone e San Tommaso d’Aquino, tra i personaggi contemporanei più conosciuti bisogna sicuramente citare, Vittorio De Sica (Sora) uno dei più grandi registi italiani, Nino Manfredi (Castro dei Volsci, anche detto il Ciociaro d’Italia) e Marcello Mastroianni (Fontana Liri) due tra i più grandi attori italiani e Severino Gazzelloni (Roccasecca, detto il Flauto d’Oro) flautista di fama internazionale. 

Infine, dulcis in fundo, le prelibatezze enogastronomiche. La Ciociaria è sicuramente sinonimo di buon vivere per cui non possono mancare prodotti tipici di lunga tradizione. Vini di ottima qualità tra cui il celebre Cesanese di Piglio e l’ottimo Cabernet di Atina, formaggi di lunga tradizione come l’inimitabile Marzolina di Esperia, le famosissime olive di Gaeta, salumi, tartufi e i tanti oli extravergine di oliva.

Questa è la mia Ciociaria, unica, vera, semplice, felice, indimenticabile e anche se lontana, sempre nel cuore.

Della zucca non si butta via niente!

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Finalmente è arrivato l’autunno, il momento giusto per parlarvi di uno dei miei cibi preferiti: la zucca! Ammetto di averla scoperta tardi. Per tanti anni mi sono fatta scoraggiare da chi mi diceva che la zucca fosse un ingrediente difficile: faticosa da sbucciare, lunga da cucinare. Per poterla mangiare, dicevano, bisognava prima superare prove di forza e tenacia, roba da casalinghe d’altri tempi.

Ho guardato a questa meraviglia con soggezione fino a quando ho traslocato, e la mia nuova vicina di casa si è rivelata essere una gentile signora il cui orto trabocca di zucche. Che lo volessi o no, lei me le faceva trovare in regalo direttamente sul davanzale della cucina. Così mi sono decisa ad affrontare il temibile ortaggio, e grazie a qualche consiglio pratico della vicina stessa, ho scoperto che non c’è niente di più facile, e di più buono, che cucinare una zucca fresca!

In breve tempo sono diventata un’esperta di ricette a base di zucca, ingrediente che si presta a tantissime varianti, perfette anche per le cuoche un po’ pigre come me. 

La zucca è probabilmente l’ortaggio più grande presente in natura. Appartiene alla famiglia delle Cucurbitacee ed è originaria dell’America Centrale. In Messico sono stati ritrovati dei semi di zucca risalenti a circa il 6.000 a.C. Oggigiorno è consumata in tutte le parti d’Italia, prevalentemente in alcune regioni dove rappresenta l’ingrediente di base di svariate ricette, e per tutto il mese di ottobre le “feste della zucca” animano i paesi di provincia attirando i golosi.

È un cibo buono in tutti i sensi. Piace a chi è attento alla linea, perché nonostante il sapore dolce e la consistenza cremosa, ha pochissime calorie: solo 25 su 100 gr di alimento. Il basso indice glicemico la rende un ottimo alleato sia per chi stia cercando di dimagrire, che per le persone affette da diabete. Oltre ad essere un ingrediente perfetto per la preparazione di torte, creme e dolcetti. 

Piace anche a chi è attento alla salute: è molto ricca di minerali, in particolare potassio, fosforo e magnesio, e di vitamine. Altissimo il contenuto di vitamina A, la quale può aiutare l’organismo a contrastare le infezioni. Aiutano a rinforzare il sistema immunitario anche la vitamina C, la vitamina E, il ferro e i folati. 

Piace, infine, a chi ama gli ingredienti versatili, semplici, con cui liberare la fantasia in cucina.
Il segreto per rendere più facile la sua preparazione sta tutto nella buccia: non sempre serve toglierla! La zucca può essere tagliata semplicemente a spicchi, e dopo averla privata solo dei semi, infornata direttamente con la sua buccia: venti minuti sono sufficienti a rendere la polpa abbastanza morbida. A questo punto potrà essere sbucciata con facilità, e poi utilizzata per tutte le vostre ricette preferite.

Esistono anche varietà di zucche (ad esempio le Delica o le Mantovane, con la buccia verde scuro intenso, ma anche le Butternut e le Violine) la cui buccia può essere consumata per intero: in cottura diventa morbida e gradevole, e smorza lievemente il gusto dolce della polpa. Ottima la cottura al forno, tagliata a cubi e condita con olio, sale alle erbe, e tanto rosmarino fresco. Oppure lessata e frullata per una zuppa vellutata. Ovviamente, buccia compresa!

Della zucca poi non si butta via nulla, nemmeno i semi. Vanno tolti prima della cottura, dopo aver tagliato l’ortaggio in spicchi, per poi essere essiccati naturalmente al sole, oppure tostati al forno con olio e sale, 180° per 15-20 minuti.

Le mie ricette preferite? La torta salata con zucca cotta al forno, porri saltati in padella e tofu affumicato. Sapori che si abbinano perfettamente, per un piatto unico saziante, goloso, buono anche se consumato freddo, quindi perfetto anche per un pranzo da asporto.

E da buona veneta, una versione alternativa del “saor” abbinato alla zucca, dal risultato agrodolce inaspettato. Il “saor” è un condimento tipico veneziano, tradizionalmente utilizzato per le sarde ma ottimo anche in altre ricette. Va preparato in anticipo, facendo saltare in padella abbondante cipolla, uvetta passita, pinoli, aceto balsamico. Si ricopre poi la zucca, cruda, privata della buccia e tagliata a fette sottili, e si lascia a marinare per una giornata.

Una curiosità: la zucca è considerata anche il simbolo di Halloween (da All Hallows’ Eve, vigilia di Ognissanti), festa che trova le sue origini nella celebrazione di Samhain, la fine dell’estate. Secondo il calendario celtico, datato prima del cristianesimo, il 31 ottobre decretava la fine dei raccolti e l’inizio di un nuovo anno. La notte di Samhain si credeva che gli spiriti dei defunti potessero congiungersi con il  mondo dei vivi e vagare indisturbati sulla terra. Da qui la tradizione di intagliare gli ortaggi, all’interno dei quali mettere delle luci per spaventare le anime diaboliche. 

Ad essere utilizzate a questo scopo, però, in origine erano soprattutto le rape. Fu solo in seguito all’esportazione della festa in America, come conseguenza della grande emigrazione di fine ‘800, che si iniziò a diffondere l’uso della zucca, ortaggio evidentemente molto più diffuso nel territorio. 

Collodi, ovvero Pinocchio!

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Nel paesino toscano di Collodi si trova uno dei più straordinari ed insoliti parchi d’Italia. Il Parco di Pinocchio. Personaggio conosciuto da tutti, grandi e piccini di tutto il mondo. Oltre a questo parco nelle vicinanze ci sono i Giardini di Garzoni con la loro meravigliosa Villa  e la stupenda Casa delle Farfalle. In questa splendida cornice si può spendere gran parte della giornata soprattutto se c’è il sole. L’essere circondati dai fiori, dagli alberi, dalle cascate e le statue riempie di incredibile tranquillità. I giardini italiani hanno un fascino inimitabile. 

Tuttavia, nonostante gli elogi alla natura, vorrei tornare al nostro burattino. La sua immagine con il cappellino bianco ci si presenta fin dal parco nelle nostre vicinanze. Sono presenti qui molte attrazioni per i bambini come la nave dei pirati, il labirinto, il palco a forma di conchiglia adibito ai concerti ecc.

Anche gli adulti avranno modo di poter osservare con interesse la falegnameria dove è stato scolpito il burattino. È presente anche un museo nel quale potremo trovare i libri in svariate lingue. Tutti possono trovare in questo posto qualcosa che gli interessi. È importante anche prendersi a cuore il famoso detto: non dire bugie, perchè ti crescerà il naso… Sempre attuale, vero? Un ricordo carino da portarsi dietro può essere ad esempio la miniatura del famoso burattino appeso alle cordicelle. Vale sempre la pena avere in casa questo burattino ed ogni tanto guardarlo per non dimenticare il suo famoso detto, creato da Carlo Lorenzini. 

Torniamo più spesso al mondo delle fiabe attraverso i libri od anche i film, per non perdere mai il bimbo che c’è in noi! Non perdiamo mai questa infanzia, perchè l’orologio biologico non si ferma e scorre sempre più velocemente nonostante i nostri 20, 30, 40, 50 anni. Riscopriamo sempre questa gioia per poterla in qualsiasi occasione trasmettere. Spero che in questo vi sarà d’aiuto la visita al meraviglioso parco di Pinocchio che vi consiglio caldamente, sperando che anche le mie foto vi invoglieranno a visitare il paesino di Collodi.

Mi piace!

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Tutti conosciamo il verbo piacere, è uno dei primi che si apprende all’inizio dello studio della lingua italiana, visto che ci permette di esprimere i gusti e le preferenze in un modo apparentemente facile. Nonostatne ciò pare che sia spesso usato in modo sbagliato. Perché? Forse perché molti associano questo verbo solo alla sua forma impersonale e lo considerano l’equivalente del polacco lubić (1), senza ricordarsi che in certi contesti corrisponde anche a podobać się (2) e in più è coniugabile come tutti gli altri verbi della lingua italiana (io piaccio, tu piaci, lui/lei/Lei piace, noi piacciamo, voi piacete, loro piacciono). Anche in quest’ultimo caso piacere viene tradotto al polacco con il verbo riflessivo podobać się. Per evitare quindi i dubbi vale la pena subito dall’inizio dell’apprendimento della lingua italiana associare piacere al polacco podobać anche perché entrambi i verbi funzionano allo stesso modo.

  1. Mi piace il caffè. – Lubię kawę. 
  2. Mi piacciono le ragazze alte. – Podobają mi się wysokie dziewczyny. 
  3. Io ti piaccio. – Podobam Ci się. 

Gli errori più frequenti però sono provvocati dal fatto che molte persone concordano questo verbo con il complemento indiretto e non con il soggetto. Piacere ha una costruzione particolare, infatti ciò che piace (o non piace) indica il soggetto del verbo, mentre la persona a cui piace (o non piace) qualcuno o qualcosa è espressa con un pronome personale indiretto. Ad esempio nella frase (1) il soggetto grammaticale, con il quale è concordato il verbo è il caffè mentre mi costituisce il pronome personale indiretto che spiega a chi piace il caffè. Quando il complemento indiretto è costituito da un pronome, è possibile usare sia la sua forma tonica sia quella atona. I pronomi personali indiretti sono seguenti: ti / a te, le / a lei, gli / a lui, ci / a noi, vi / a voi e a loro/ gli. Nel caso in cui l’elemento che piace sia plurale, viene usata la forma plurale del verbo piacere cioè piacciono (4).

  1. Mi piacciono i vestiti lunghi. – Podobają mi się długie sukienki. 

Quando il soggetto non è costituito da un nome, ma da un’azione espressa da un verbo all’infinito (5) o da un’intera proposizione, il verbo piacere è alla terza persona singolare (6).

  1. Mi piace viaggiare. – Lubię podróżować.  
  2. A lei piace che tu venga a visitarla. – Podoba jej się to, że ją odwiedzisz. 

Piace e piacciono indicano un tempo presente, nonostante ciò possono essere ovviamente coniugati in tutti altri modi e in tutti i tempi. Nei tempi composti il verbo piacere è sempre coniugato con l’ausiliare essere. Al passato, se si vuole dare un’opinione definita su qualcuno o su qualcosa si usa il passato prossimo (7), mentre si ricorre all’imperfetto per esprimere piacere per qualcosa che facevamo abitualmente (8) o per introdurre un cambiamento di abitudine o di opinione (9). Per quanto riguarda il tempo passato il pronome indiretto non varia la forma verbale quindi si comporta allo stesso modo che al presente indicativo.

  1. Il film che ho visto ieri sera mi è piaciuto molto!
  2. Quando abitavo a Napoli, tutte le mattine mi piaceva prendere il caffè al bar. 
  3. Prima mi piaceva molto partecipare ai grandi concerti, ma adesso non mi piace più perché non mi sento sicura. 

Per concludere, ricordiamo che la negazione del verbo piacere si forma premettendo il verbo con l’avverbio di negazione non che viene posto prima del pronome in forma atona (10) e dopo se questo è in forma tonica (11).

  1. Non mi piace. 
  2. A me non piace. 

Tra gli altri verbi che presentano la stessa costruzione come piacere, si distinguono occorrere, bastare, mancare, servire, interessare e sembrare.