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Home Blog Page 259

Szydło: V4 compatto sulle politiche migratorie dell’UE

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Questa notizia è tratta dal servizio POLONIA OGGI, una rassegna stampa quotidiana delle maggiori notizie dell’attualità polacca tradotte in italiano. Per provare gratuitamente il servizio per una settimana scrivere a: redazione@gazzettaitalia.pl

“Il Gruppo di Visegrád è compatto sulla politica migratoria dell’UE: non possiamo partecipare a programmi di trasferimento o ad altre forme di gestione centrale dei migranti”. A parlare è Beata Szydło, ieri, in occasione della riunione del V4 a Praga. Il gruppo, di cui Polonia terrà la presidenza per i prossimi 12 mesi, ha discusso di importanti questioni riguardanti il flusso migratorio in Europa, il vertice della NATO a Varsavia e l’imminente referendum in Regno Unito sulla permanenza nell’UE. Parlando della crisi dei profughi, il premier polacco ha sottolineato la prontezza dei paesi della regione nell’aiutare a rinforzare le frontiere esterne dell’Europa ed ha offerto anche aiuto umanitario e cooperazione ai paesi terzi per la lotta contro terrorismo. Sulla questione Brexit la Szydło ha dichiarato che la permanenza del Paese nella Comunità è “vantaggiosa ed attesa da tutti” e che il Regno Unito ha già ottenuto il massimo dall’accordo con l’UE.

rp.pl

Ulteriori informazioni: www.gazzettaitalia.pl/it/polonia-oggi

Celon Pharma creerà un antidepressivo dalla ketammina

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La società farmaceutica Celon Pharma ha deciso di dare una nuova vita ketammina, noto come farmaco anestetico o, al di là dell’uso sanitario, come stupefacente. Numerose ricerche hanno dimostrato che la ketammina può risultare un’opportunità per le persone che soffrono di alcune forme di farmaco-resistenza ai normali farmaci per la depressione. La società polacca ha iniziato le ricerche sul farmaco, cambiando leggermente la sua formula e la modalità di somministrazione. Maciej Wieczorek, presidente e fondatore di Celon Pharma, ha annunciato che la società ha ricevuto il consenso per proseguire con le proprie ricerche dall’Agenzia Europea per i Medicinali. Questo beneplacito, aprirà le porte alla registrazione del farmaco sui mercati europei.

 pulsinnowacji.pb.pl

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Il caffè a Napoli, un modo per dire “ti voglio bene”

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In realtà, quando si vuole parlare degli italiani, generalizzare è sempre sbagliato: l’Italia è una penisola che racchiude molteplici culture e tradizioni, talvolta simili, talvolta molto differenti tra loro. Nel nostro bellissimo Paese è possibile trovare almeno venti diverse sfumature di italiano, una per ogni regione. Le regioni che hanno favorito la nascita della maggior parte degli stereotipi internazionali legati alla figura dell’italiano sono forse quelle del Sud Italia: napoletani, calabresi, pugliesi e siciliani in testa.

In questo articolo vi parlerò proprio dei napoletani e vi descriverò in breve come “sopravvivere” all’esperienza di “quarto tipo” con il Popolo Napoletano.

Nel caso vi trovaste nei pressi di Napoli vi consiglio vivamente di visitare la città, per almeno tre motivi: le caratteristiche del luogo, il cibo, i napoletani.

Il suo lungomare, di recente, è stato chiuso al traffico e riservato ai pedoni: è un ottimo luogo per una passeggiata pomeridiana, ad esempio al tramonto, dove potrete godere del bellissimo paesaggio e, in un sol colpo d’occhio, potrete ammirare il golfo di Napoli con le sue isole Ischia, Procida e Capri.

Camminando per il lungomare vi suggerisco di acquistare una porzione di taralli “nzogna e pepe” che, se proprio lo volete sapere, sono fatti con grasso di maiale e pepe.
Il napoletano DOC di solito accompagna questi ottimi taralli con una birretta e magari dopo ci sposa anche una bella “sfogliatella”, riccia o frolla, entrambe eccellenti o, perché no, un ottimo babà che è una variante del babà polacco.

Continuando per il lungomare vi consiglio di visitare Piazza del Plebiscito e via Roma, ottima via per fare shopping. Nelle varie traverse di Via Roma troverete vari locali dove è possibile magiare bene a prezzi ragionevoli. In particolare non può assolutamente mancare la classica pizza napoletana, quella originale, la vera, unica “a pizz”.

Vi consiglio un gusto tradizionale, Margherita o “Marenara”: la prima dedicata alla Regina Margherita e la seconda preferita dai marinai. La vera “marinara” non contiene acciughe.

In generale sulla pizza tradizionale non c’è nè frutta nè pesce, queste sono aggiunte successive, direi addirittura recenti, introdotte per adattare la pizza a tutti i palati.

Se avete studiato a lungo la lingua italiana e vi troverete per i vicoli di Napoli, probabilmente potreste non comprendere la lingua e sentirvi spiazzati. No panic! E’ tutto “normale”, indovinate un po’? La stragrande maggioranza dei napoletani, quando è tra napoletani, parla in… napoletano!!!

Non stupitevi quindi, detto tra noi anche gli Italiani delle altre regioni si comportano allo stesso modo.

Il napoletano è una lingua che unisce al suo interno centinaia di anni di dominazioni, in particolare è possibile cogliere al suo interno fonemi che assomigliano molto a parole arabe, francesi e spagnole.

Non stupitevi allora se le persone si chiamano tra loro a voce alta, se non vengono usati i citofoni, o venite trattati come conoscenti anche la prima volta che incontrate qualcuno. Fa parte della nostra tradizione, del nostro modo di essere, forse eccessivo, forse difficilmente comprensibile perché unico in Italia.

Il napoletano, dicevo, non è un dialetto ma una lingua a parte. Vediamo alcuni esempi che possono aiutare a chiarificare la situazione:

“presto” si dice “ambress”, veramente presto/prestissimo “ambress ambress”,

“adesso” si dice “mò”, ma se vuoi proprio che succeda in questo preciso istante diventa “mò mò”,

“all’ultimo momento” invece diventa “nganne gnanne” (in gola in gola).

Altri termini che doppiano sono “lentamente” che si trasforma nella coppia “chiane chiane”, mentre invece “adagio” diventa “cuonc cuonc”, “completamente” diventa “sane sane”, “meticolosamente” diventa “pile pile” (pelo pelo), “disteso” diventa “luong luong”, “di nascosto” diventa “aumma aumma”.

Il napoletano ha il verbo “eccere”, che è la coniugazione del pronome personale “eccolo”. Viene coniugato sempre in forma presente ed indica contemporaneamente la persona e la lontananza fisica dal soggetto a cui si riferisce:

– oiccan – oilloc -oillan, -oebbiccan -obbilloche -oebbillanne.

Molte delle parole inizianti per “g” perdono la lettera iniziale, ad esempio “gatta”, diventa “jatta”, “genero” diventa “jennere”, giorno ”juorne” poi ci sono altre parole che in italiano iniziano per “s” e in napoletano cambiano in “n’s..” come ad esempio sposato “n’surat”, sporco diventa “n’svat”, sopra “n’coppe”,

Ovviamente con ogniuno di questi termini c’è tanto di gesto associato, ma diventa veramente difficile descriverli testualmente. Non vi preoccupate, li noterete immediatamente appena inizierete la comunicazione con un napoletano.

Gli Italiani ed in particolare i napoletani fanno parte di quel gruppo, che il nostro ingegnere e filosofo contemporaneo Luciano De Crescenzo definisce, “popolo d’amore” insieme a spagnoli, irlandesi, greci e… polacchi! Tutti popoli che preferiscono vivere “abbracciati” l’uno con l’altro invece che seguire la strada della della privacy e dell’individualismo.

Questo porta a essere un po’ “chiacchieroni”, a sapere tutto di tutti, quindi un po’ “càpére” (parrucchiere), ad essere sempre un po’ lamentosi “chiagnazzare” (piangioni, che piangono sempre) ed essere un poco “mmérius” (invidiosi).

Uno degli stereotipi falsi che riguardano il napoletano è che sono stanchi e senza voglia di lavorare, in realtà i napoletani lavorano eccome, anzi, sono alla continua ricerca di lavoro, e quando non c’è, se lo inventano!

Il problema è che, essendo un popolo d’amore, viviamo con tristezza e malinconia la separazione dalla nostra terra, d’altro canto il lavoro per tutti non c’è e quindi… ci si arrangia alla meglio.

L’inventiva napoletana [ma anche polacca – red. ;)] è famosa nel mondo con il nome “arte di arrangiarsi”!

A ben vedere, il napoletano “ten semp ‘a che ffa” (ha qualcosa da fare), vivendo alle falde di un vulcano che potrebbe esplodere da un momento all’altro. Per il napoletano “vivere” la vita è la priorità n° 1, per cui anche prendere il caffè, incontrare gli amici, cenare con la famiglia sono impegni, cose importanti; una frase classica che potreste sentire è <<scusami, ti devo lasciare tengo promesso un caffè a un amico”.

Il caffè a Napoli è un modo diverso per dire “ti voglio bene, ci tengo a te” anche in senso amicale: non stupitevi quindi di vedere che in continuazione si cerca di “offrire” il caffè l’uno con l’altro, è un gioco d’amore.

Visto che avete avuto la pazienza e la cortesia di leggere interamente questo articolo da buon napoletano vi chiedo, “ve pozz offrì nu bellu cafè?” 🙂

POLONIA OGGI: Nel 2017 arriverà la nuova banconota da 500 zloty

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500 zł

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La NBP (Banca Nazionale Polacca) ha intenzione di introdurre il prossimo anno la nuova banconota da 500 zloty con l’effige di re Giovanni III di Polonia. La ragione dell’introduzione del nuovo valore nominale è la richiesta di nuove banconote. Finora, la NBP, ha rinnovato le banconote da 10, 20, 50 e 100 zloty, per prolungare la loro usabilità. Il nuovo valore nominale diventerà un’esigenza del mercato nel giro di qualche anno, perché la Polonia si sta sviluppando e sta aumentando la richiesta di contanti. “Vent’anni fa erano i 200 zloty la banconota di riserva, oggi dobbiamo introdurre un nuovo formato”, ha commentato il presidente della NBP. Altro motivo dell’introduzione del nuovo valore nominale è che i lavoratori guadagnano di più: negli anni ‘90 il salario minimo era 600 zloty, oggi invece è di 2800 zloty. Inoltre è più conveniente stampare una banconota da 500 zloty invece di due banconote da 200 e una da 100 zloty.

finanse.wp.pl

Ulteriori informazioni: www.gazzettaitalia.pl/it/polonia-oggi

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GAZZETTA ITALIA 57 (giugno-luglio 2016)

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“L’Italia è il Paese dei sogni, del sole, del buon cibo, della cultura e del vino. Amiamo il vostro modo di esprimere le emozioni, il saper vivere, il sorriso alla vita”, parla così Marek Kondrat, in una lunga intervista rilasciata in questo nuovo bellissimo numero di Gazzetta, che ospita altre interessanti interviste a Massimiliano Caldi, direttore d’orchestra alla Filarmonica Baltica di Danzica, e della Filarmonica Moniuszko di Koszalin, a Kasia Likus, esperta di interior design e moda dell’omonimo Gruppo Likus, a Katarzyna Tomaszewska, artista di Breslavia vincitrice del Premio Arte Laguna, e al fotografo Grzegorz Lityński che ha realizzato un curioso e simpatico caleidoscopio di ritratti di italiani che vivono e lavorano in Polonia. Gazzetta poi propone uno spettro di mete last minute in Italia a partire da Jesolo, una delle spiagge adriatiche (in copertina) più ricca di servizi e attrazioni per il turista, e poi ancora Perugia, Camogli, Valle Elvo. In tema di viaggi c’è anche un un approfondimento sulla città di Ząbkowice Śląskie. Come sempre non mancano le tante rubriche di lingua, con un interessante minidizionario del dialetto napoletano, e angolo linguistico, da questo numero in collaborazione con Serafina Santoliquido e di cucina, tra cui la vera storia della carbonara. Insomma tantissimi motivi per godersi Gazzetta Italia, l’unico magazine bilingue polacco-italiano!

Il presidente Duda in Italia per ricordare tre grandi polacchi

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Il presidente Andrzej Duda e sua moglie sono partiti venerdì per l’Italia. Sabato scorso, a Napoli, Duda ha dichiarato che la sua visita è per ricordare tre grandi personaggi polacchi: Gustaw Herling-Grudzinski, Igor Mitoraj e Stanislaw Papczynski. Quest’ultimo è stato canonizzato ieri in Vaticano. Duda si è mostrato molto contento della sua visita ai luoghi della memoria di Herling-Grudzinski proprio il 4 giugno, 27 anni dopo le prime libere elezioni in Polonia. “Gustaw Herling-Grudzinski è stato un grande testimone della nostra storia – ha detto il presidente -. Era contento quando, dopo il 1989, la Polonia ha cominciato a riguadagnare la propria indipendenza e sovranità”. Sabato, il presidente e sua moglie, hanno visitato la mostra a Pompei delle sculture di Igor Mitoraj, dove sono esposte 30 opere monumentali dell’artista polacco, morto nel 2014. Il presidente ha detto che le sculture di Mitoraj sono una importante testimonianza della cultura europea e che l’artista, pur creando le sue opere in Francia e Italia, è rimasto un vero polacco. Il terzo compatriota che il presidente ha voluto ricordare è Stanislaw Papczynski, fresco di canonizzazione in piazza San Pietro. In Vaticano, si è svolto ieri un incontro tra i coniugi Duda e Papa Francesco.

pap.pl

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La Venaria Reale

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Il complesso della Venaria Reale, alle porte di Torino, è un unicum ambientale-architettonico dal fascino straordinario, uno spazio immenso, vario e suggestivo, dove il visitatore non può che restare coinvolto in atmosfere magiche raccolte in un contesto di attrazioni culturali molteplici: spettacoli, eventi, concerti, mostre d’eccezione si alternano infatti ad occasioni di svago, contatti diretti con la natura, relax, intrattenimento sportivo e cultura enogastronomica.

La Venaria Reale è il Borgo antico cittadino, scrigno di eventi e vicissitudini storiche, è l’imponente Reggia barocca che, con i suoi vasti Giardini, rappresenta uno dei più significativi esempi della magnificenza dell’architettura e dell’arte del XVII e XVIII secolo. I nuovi splendori e la strepitosa qualità delle architetture della Reggia restaurata, l’immensità e la bellezza dei Giardini e degli spazi naturali del Parco, consentono di trascorrere amabilmente il proprio tempo immergendosi in sensazioni nuove e cogliendo esperienze diverse, secondo una concezione moderna ed alla portata di tutti i palati. La Venaria Reale, dichiarata dall’Unesco Patrimonio dell’Umanità, si colloca al centro del circuito delle Residenze Reali del Piemonte ed è connessa con il sistema museale di Torino.

La Venaria Reale non è un “museo”, ma una “Reggia per i contemporanei”: un grande spazio ed un’opportunità irrinunciabile dedicati al piacere, alla gioia di vivere. Quasi ogni giorno alla Venaria si alternano concerti, spettacoli, esibizioni, attività culturali e di divertimento che coinvolgono ogni tipo di pubblico in uno spazio strepitoso che si amplifica con sorprese e rimandi continui. È un luogo cui bisogna dedicare almeno una giornata per la ricchezza della sua offerta.

La Reggia e i Giardini

Restituita alla magnificenza barocca cui fu ispirata alla metà del Seicento dal duca Carlo Emanuele II di Savoia, la Reggia di Venaria è un immenso complesso monumentale, tornato simbolo di modernità e cultura. La sua inaugurazione, avvenuta nell’ottobre 2007 dopo due secoli di abbandono e degrado ed otto intensi anni di restauro, è stata la tappa finale del progetto di recupero promosso dall’Unione Europea e curato dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali e dalla Regione Piemonte, considerato il più grande cantiere d’Europa nel campo dei beni culturali. Dalla sua apertura La Venaria Reale si è attestata tra i primi siti culturali più visitati in Italia.

L’edificio monumentale, di 80.000 metri quadrati di superficie, vanta alcune delle più alte espressioni del barocco tra cui l’incantevole scenario del Salone di Diana progettato da Amedeo di Castellamonte, la solennità della Galleria Grande e della Cappella di Sant’Uberto con l’immenso complesso delle Scuderie, opere settecentesche di Filippo Juvarra, le fastose decorazioni, la celebre imbarcazione Peota Savoia, realizzata a Venezia, e la spettacolare Fontana del Cervo nella Corte d’onore, rappresentano la cornice ideale del Teatro di Storia e Magnificenza, il percorso espositivo dedicato ai Savoia che accompagna il visitatore lungo quasi 2.000 metri, tra piano interrato e piano nobile della Reggia.  

Vista dall’alto con i suoi Giardini la Reggia disegna intorno a sé uno spazio di 950.000 metri quadrati di architetture e parchi e costituisce il perno dal quale si articolano i grandi complessi espositivi delle Scuderie Juvarriane e delle Sale delle Arti, il Centro Conservazione e Restauro (il terzo in Italia, ospitato negli 8.000 metri quadrati delle ex Scuderie alfieriane), il Centro Storico cittadino, il Borgo Castello e la Cascina Rubbianetta (oggi sede del Centro Internazionale del Cavallo) in un orizzonte di boschi e castelli che si perde a sua volta negli oltre 6.500 ettari di verde del vicino Parco La Mandria. I Giardini si presentano oggi come uno stretto connubio tra antico e moderno, un dialogo tra insediamenti archeologici e opere contemporanee, il tutto incorniciato in una visione all’infinito: con le grotte seicentesche, i resti della Fontana dell’Ercole e del Tempio di Diana, la rinata Peschiera, il Gran Parterre, le Allee, il Giardino a Fiori e delle Rose, l’attrazione del Fantacasino. Le condizioni degli 80 ettari dell’area, ancora alle soglie degli anni 2000, erano tali da non consentire più neanche la possibilità di percepire i frammenti della conformazione originale sei-settecentesca dei Giardini: un complesso progetto di restauro ha permesso in otto anni un’operazione senza precedenti, la ricostruzione vera e propria di un paesaggio con i suoi segni storici, ma anche con una peculiare attenzione all’estetica ed alla fruizione moderna con l’inserimento di oltre 148.000 nuove piantumazioni e di importanti opere d’arte dei maestri Giuseppe Penone (Il Giardino delle Sculture Fluide) e Giovanni Anselmo (Dove le stelle si avvicinano di una spanna in più).

Storia

Le origini della Venaria Reale risalgono alla metà del Seicento, quando il duca Carlo Emanuele II di Savoia decise di edificare una nuova residenza “di piacere e di caccia” per la corte: la scelta del luogo fu infatti determinata dall’essere già teatro della caccia ducale sin dal 1580, oltre che per completare la “Corona di Delizie”, il sistema di residenze di corte che i suoi predecessori avevano progressivamente edificato intorno a Torino. Da quella decisione prese le mosse una complessa ed imponente operazione urbanistica, senza precedenti nello Stato sabaudo, destinata a rimodellare totalmente il sito preesistente, Altessano Superiore, che di fatto scomparve per far posto alla nuova città. I progetti per la sua realizzazione furono commissionati all’architetto di corte Amedeo di Castellamonte che plasmò il borgo, il palazzo con i suoi servizi, i giardini e i boschi di caccia (ciò che oggi è il Parco La Mandria) in un unicum di scenografie architettonico-ambientali in modo da creare un grandioso complesso monumentale governato da un solo asse di simmetria, ancor oggi ben identificabile nella Via Maestra (oggi via Andrea Mensa) dell’abitato. Venaria Reale non nasceva infatti come una residenza a se stante, ma come un complesso articolato, in cui la parte civile si integrava con quella di corte per poi confluire, senza soluzione di continuità, con quella naturale. Il fulcro di tutto era rappresentato dalla cosiddetta Reggia di Diana, edificata fra il 1660 e il 1671, e destinata a vivere due secoli di ininterrotte modifiche, rimaneggiamenti e vicende che di riflesso influirono sulla vita sociale ed economica della città: già nel 1693 le truppe francesi del maresciallo Catinat saccheggiarono in parte il complesso, e toccò all’architetto Michelangelo Garove idearne un rifacimento a partire dal 1699, anche per rispondere alle rinnovate esigenze del gusto architettonico dell’epoca. Del resto, con l’avvento dell’ultimo duca e futuro primo re sabaudo Vittorio Amedeo II, la dinastia perseguì ambizioni regali che dovevano riflettersi e celebrarsi anche nella grandiosità delle proprie residenze: fu così che Garove ideò un’immagine più imponente per il palazzo della Venaria, direttamente influenzata dai modi dell’architettura francese del tempo: grandi padiglioni uniti da gallerie e tetti mansardati. I lavori di ingrandimento furono poi ripresi nel 1716 da Filippo Juvarra (a lui si devono la Galleria Grande, in tempi recenti detta “di Diana”, e le realizzazioni della Cappella di Sant’Uberto, dedicata al patrono dei cacciatori, della Citroniera e della Scuderia Grande) e continuati fino alla seconda metà del Settecento circa con altri architetti, tra i quali Benedetto Alfieri (che, a partire dal 1751, realizzò le maniche di collegamento dei corpi juvarriani, il maneggio, le nuove scuderie e la manica con il torrione del Belvedere per unire la cappella al palazzo). A metà del Settecento i viaggiatori francesi parlano di Venaria Reale come “la più grande e importante residenza di campagna del Re”.

POLONIA OGGI: E-commerce, la Polonia supera Italia e Francia

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Quasi il 55% dei polacchi acquista on-line piazzando la Polonia al secondo posto in Europa alle spalle della sola Germania. Secondo la ricerca di RetailMeNot, i polacchi comprano sempre di più su Internet. Nel 2015, 21 milioni di utenti polacchi hanno fatto acquisti via web, per un giro di affari di 5,12 miliardi di euro. La crescita degli acquisti on-line è aumentata di circa il 21% rispetto all’anno precedente: le previsioni indicano che nel 2016, si spenderà un miliardo di euro in più del 2015. RetailMeNot anticipa che quest’anno l’utente medio cadrà in tentazione comprando qualcosa on-line sei volte, spendendo circa 50 euro. Le ricerche dimostrano che l’e-commerce polacco si sviluppa ad un ritmo vertiginoso: “Le indagini indicano che verrà stabilito un nuovo record: nel 2017 valore degli acquisti supererà i 7 miliardi di euro”, spiega Mike Lester, vice presidente e direttore generale responsabile per i nuovi mercati di RetailMeNot. “I polacchi sfruttano volentieri i vantaggi che l’e-commerce offre. Acquistando on-line, non siamo condizionati dagli orari dei negozi e possiamo facilmente paragonare i prezzi rendendo più facile risparmiare qualcosa”. In Polonia ci sono più “e-clienti” che in Francia o Italia, nonostante sia meno popolosa. Per quanto riguarda il numero di persone che acquistano on-line, la Polonia è al quarto posto in Europa.

firma.pb.pl

Ulteriori informazioni: www.gazzettaitalia.pl/it/polonia-oggi

La nascita della macchina espresso

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Ce ne vuole di intuizione per guardare una locomotiva a vapore e concepire una macchina per il caffè. Eppure proprio questo ha fatto il torinese Pier Teresio Arduino che, dopo aver prestato servizio militare nel genio ferrovieri, nel 1910 brevetta la Victoria Arduino, ovvero il primo successo globale nella storia dell’espresso. Questa macchina, assieme ad altre duecento, è esposta al Mumac, Museo delle macchine per caffè, di Binasco, vicino a Milano. La maggior parte è proprietà di Enrico Maltoni, il più importante collezionista ed esperto italiano del settore.

Una macchina futurista

Quella di Arduino non era la prima macchina per fare l’espresso in assoluto, ci avevano già provato un altro torinese, Angelo Moriondo, che aveva presentato una macchina per fare il caffè veloce nel 1884, e il milanese Luigi Bezzera, che aveva brevettato una macchina nel 1901 e l’anno dopo ceduto la licenza a Desiderio Pavoni, quest’ultimo con bottega a Milano, in via Parini. Ma sarà la Victoria Arduino (1910), con i suoi meccanismi che ricalcano quelli della caldaia di una locomotiva, a entrare trionfalmente nei bar di mezza Italia. Si trattava di apparecchi monumentali, di rame e ottone, con elementi decorativi. Le vittorie, i leoni e tutto lo zoo che campeggiava sulla sommità di questi aggeggi erano cesellati a mano, autentiche mini opere d’arte. Arduino poi aveva uno spiccato senso dello spettacolo e quindi brevetta nella sua macchina un dispositivo che chiama «di accensione dei liquidi alcolizzati». In pratica, quando il barista faceva il punch, incendiava i vapori dell’alcol al momento di servirlo al cliente. Non serviva a nulla, ma era una bellezza che sollevava gridolini d’entusiasmo.

La pubblicità per la Victoria Arduino viene disegnata da uno dei più noti cartellonisti dell’epoca, il livornese Leonetto Cappiello che nel 1922 è il primo a legare in un manifesto la macchina per l’espresso con il treno espresso. Siamo in epoca futurista, in un periodo in cui la velocità è ritenuta un valore ed è quindi perfettamente al passo con i tempi l’uomo che si sporge dal treno in corsa e ghermisce al volo una tazzina di caffè appena fatto.

Attenzione, però: se noi oggi bevessimo il caffè uscito da una di tali apparecchi, lo troveremmo disgustoso. Ai nostri giorni le macchine funzionano con l’acqua a pressione, mentre al tempo utilizzavano il vapore e il risultato era un caffè molto scuro e molto amaro, che a stento riconosceremmo come un espresso.

Si apre l’epoca dell’espresso crema

Per arrivare all’espresso crema, ovvero al caffè con la schiumetta che tanto piace agli italiani, e non solo, bisogna attendere un bel po’ d’anni, ovvero fino al 1948 quando il barista milanese Achille Gaggia mette a punto per il suo locale di viale Premuda la prima macchina in grado di fare l’espresso crema. Si apre una nuova epoca.

Nel medesimo anno la Pavoni si affida al genio di Giò Ponti. Questi riprende un’idea che qualcuno aveva già avuto, ma ancora non si era diffusa: rovesciare la caldaia dell’acqua. Le macchine da verticali ora diventano orizzontali. E così resteranno. Di nuovo Pavoni chiede a Bruno Munari di progettare una macchina. Nel 1956 dalla matita del designer esce il modello subito ribattezzato diamante per via delle sfaccettature. L’apparecchio è composto da elementi di lamierino colorato, tinte e dimensioni possono essere cambiate in base alle richieste del cliente.

La Faema, dopo gli esordi in accoppiata con Gaggia, ha scelto di camminare da sola e nel 1961 produce un modello destinato a cambiare le sorti del caffè espresso. Si tratta della E 61, dove il numero rappresenta l’anno ed “e” per eclissi (il 15 febbraio c’era stata un’eclissi totale di sole). È la prima macchina a pompa, ovvero utilizza l’acqua attingendola direttamente dai tubi, senza tenerla in una cisterna. Inoltre imbibisce d’acqua la polvere di caffè prima che sia attraversata dall’acqua bollente ad alta pressione. In questo modo si estrae dalla miscela una maggior quantità di aromi. La E 61 ha avuto una diffusione enorme, tanto che ancor oggi non è difficile riconoscerne qualcuna nei bar italiani, religiosamente conservata come una reliquia.

La mano degli architetti

L’anno dopo, siamo nel 1962, la Cimbali Pitagora disegnata dai fratelli Achille e Pier Giacomo Castiglioni vince il Compasso d’oro, massimo riconoscimento per il design (e rimarrà l’unica macchina da bar ad aver ottenuto questo riconoscimento, che andrà invece nel 1979 alla caffettiera casalinga della Alessi, progettata dal tedesco Richard Sapper). Ormai la produzione è definitivamente passata da artigianale a industriale, e si vede: le macchine sono più semplici e lineari, in modo da poter essere assemblate a moduli. La produzione sempre più standardizzata inaridisce un po’ le innovazioni del design, con qualche significativa eccezione, come la Faema progettata da Giorgio Giugiaro nel 1991, uno dei modelli più recenti esposti in questa affascinante cavalcata nella storia delle macchine per il caffè.

POLONIA OGGI: I vincitori del premio “Teraz Polska”, orgoglio della Polonia

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Lunedì 30 maggio, a Varsavia, si è svolta la serata “Teraz Polska” (“Adesso Polonia”), durante la quale hanno ricevuto l’importante riconoscimento aziende, servizi, innovazioni e le amministrazioni locali migliori del Paese. Quest’anno, il premio, è stato consegnato a 15 aziende, 8 servizi, 2 progetti innovativi e 3 comuni. “Il concorso di quest’anno è stato uno dei più interessanti dal punto di vista della diversità di prodotti e servizi presentati. Scegliere i vincitori, sulla base delle valutazioni di esperti, non è stato un compito facile”, dice Michał Lipiński, presidente del concorso Teraz Polska. “Con soddisfazione osserviamo che ogni anno ci sono sempre più aziende che offrono innovative soluzioni nelle loro industrie – aggiunge -. Siamo convinti abbiano un enorme potenziale per diventare un fiore all’occhiello dell’economia polacca nel mondo”. Il logo di Teraz Polska gode di grandissima fiducia tra i consumatori. É garanzia di qualità aiutando i polacchi nella scelta dei propri acquisti. Scegliendo un prodotto su cui vedono la bandiera bianco-rossa e il riconoscibile logo di Teraz Polska, hanno la certezza che questo sia di buono e prodotto in Polonia. Hanno ricevuto il premio C-Eye, “Prodotto polacco del futuro”, il comune di Międzyzdroje, il Museo dell’Insurrezione di Varsavia e la Federazione Polacca di Pallavolo per l’organizzazione della World League.

centrumprasowe.pap.pl

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