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Una scappatina a Torino? Non sarebbe niente male!

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Oltre a politica, economia e cultura, in questo numero di Gazzetta come sempre stuzzicheremo la vostra curiosità e vi possiamo garantire che nel mese di novembre non vi annoierete. Le questioni politiche, culturali e sociali di una città al nord d’Italia, situata in una regione di cui forse non sentiamo parlare spesso (ma non si tratta del Molise!) che prima erano sconosciute, a novembre vedranno la luce, anche se a novembre ce n’è poco di sole.

Vi presentiamo 50 sfumature di Torino! In questo articolo ne troverete soltanto 49, l’ultima la lasciamo alla vostra immaginazione.
Nel corso di un paio di mesi Torino, da città dimenticata e sottovalutata è diventata per me il luogo il cuore batte più forte che nel resto d’Italia (ora i Veneziani si offendono…). Un posto dove la storia si mischia con il presente e dove non scoprirai la città se non inizierai a viverci dentro. Una città piena di sfumature, una tira l’altra, che non smetti mai di scoprire. Stefano Benni, nel suo romanzo intitolato  “Il bar sotto il mare”, narra la vicenda del protagonista che si tuffa in un bar sotto acqua e vi incontra 23 misteriosi individui, ciascuno dei quali, dal cuoco al cane, si impegna a raccontare una storia. Ora anche noi ci tuffiamo dentro Torino, scendiamo giù, come il protagonista del libro, per ascoltare le mura, le voci e le storie che questa città nasconde da secoli. 
Qualcuno una volta disse: “invece di lamentarsi al buio meglio accendere la luce”. Questo qualcuno era Confucio e aveva ragione. Come veri turisti, la prima cosa che cerchiamo è la piantina della città. A Torino però non serve. Ecco quindi la prima sfumatura da notare: i torinesi hanno la magnifica ossessione dell’ordine. Bastano due passi nel centro storico e una vista dall’alto, meglio ancora se dalla Mole Antonelliana, per subire il fascino della precisione, così atipico per una città al terzo millennio di vita. A rafforzare il senso di ordine che aleggia sulla città, contribuiscono l’allineamento degli edifici e l’armonizzazione delle misure, forme e colori, pianificati in modo quasi maniacale. Questa mania dell’ordine è il risultato di una regola ferrea che nel Seicento imponeva di standardizzare gli edifici, allineandoli all’altezza fissa di 21 metri, non un centimetro di più.
Come ogni città anche Torino ha le sue leggende. Abbiamo citato la Mole Antonelliana? Ecco, c’è la gente che sussura, così forte però che lo sanno tutti, che se uno studente non si è ancora laureato, non deve salire sulla Mole, altrimenti non si laurea più. Dicono che la vista panoramica tolga il fiato (ma tranquilli, l’ho vista di persona e vi assicuro che respiro ancora!). Una vista altrettanto bella ce la regala la Chiesa di Santa Maria al Monte. Valutate voi quale vi emoziona di più!

Camminando lungo le strade in borgo Vanchiglia noterete una costruzione talmente bizzarra da far pensare ad uno scherzo architettonico. Si tratta di un edificio alto 16 metri, lungo 5 e largo, udite udite, solo 57 centimetri! Da quando è apparsa 170 anni fa i torinesi la chiamarono “fetta di polenta”. Perché “Fetta di polenta”? Perché la sua forma assomiglia ad una fetta del piatto tipico italiano, appunto gialla e semisolida. Attualmente al suo interno si trova una galleria d’arte contemporanea.

Siete ancora affamati di conoscenza e vorreste scoprire la città alla ricerca di altre cose bizzarre? Una fetta di polenta non andrebbe niente male però ad ottobre vi guarderanno male. Visitate lo slow fastfood, M**Bun, che nonostante la sua storia tempestosa ha raggiunto un grande successo in città. È un “Mc Donald” torinese: dentro vi troverete di tutto, ma la cosa più interessante è che i nomi dei panini sono in piemontese. Per esempio non chiedete un hot-dog, là potrete gustare solo “Can Caud”(cane caldo=hot dog).

A novembre però, quando il freddo comincerà a pizzicarvi le guance, provate ad assaggiare la specialità più tipica della cucina piemontese: la bagna cauda (letteralmente salsa calda) preparata con acciughe, aglio, olio e accompagnata da verdure cotte e crude. All’apparenza non troppo invitante, si rivelerà invece una pietanza deliziosa.

Il Piemonte non sarebbe Piemonte se non ci fossero i dolci. I cioccolatini e le caramelle torinesi allietano i palati degli italiani e non solo. Saltare da una pasticceria all’altra è una delle cose più piacevoli durante la pausa studio all’università. Qui tutti i pasticcini sono piccoli piccoli (non aspettatevi di entrare in una pasticceria siciliana, dove tutti i pasticcini sono grandi come panini). Proprio a Torino ha sede la fabbrica Leone, quella delle celebri pastiglie color pastello, e sempre a Torino nacque il famoso cioccolatino a forma di barca rovesciata: siamo nella patria dei gianduiotti e del bicerin, come pure di molte altre prelibatezze a base di zucchero.

I pinguini corrono il rischio di estinzione? Non a Torino! Il gelato fondamentale da assaggiare, dopo il Cucciolone, è il Pinguino, nato nella testa di un napoletano che venne a Torino nel 1884, Domenico Pepino. Proprio davanti al Museo del Risorgimento, quando la nostra testa fuma dall’abbondanza di informazioni, possiamo raffreddare il nostro palato con il gelato da passeggio, il Pinguino.

Non c’è dubbio che Torino sia una città misteriosa. Però qui non solo le mura hanno orecchie. Le mura hanno anche occhi, bocca, naso e a volte corna. Sono i mascheroni con sembianze umane, diavoli, figure grottesche che ti ritrovi davanti mentre cammini per strada, che ti scrutano con gli occhi di pietra! Si trovano al lato dei portoni, sotto i balconi, sopra le finestre. Se siamo già al tema dei mascheroni e delle figurine, vi spiego brevemente il culto del Toro a Torino. Forse non tutti immaginano l’affollamento dei tori in città. Ci sono centinaia di figure taurine sparse ovunque: sotto i portici del centro, sulle mura e anche allo stadio. I “toret” (letteralmente i piccoli tori) sono le fontane di acqua potabile a forma di toro, dalle quali ognuno potrà saziare la sete dopo una lunga camminata.

Ora vi pongo una domanda. Qual è la coppia più famosa che vive in via delle Scienze 6? Sono molto felici e hanno deciso di restare qui per sempre. Anche se ogni tanto sentono nostalgia delle amate distese sabbiose, dei figli rimasti in Egitto… Sì, sono i coniugi Kha e Merit, originari di Deir el-Medina, che ogni anno raccontano la loro storia a migliaia di visitatori che giungono a Torino apposta per visitare il Museo Egizio, secondo per importanza dopo quello de Il Cairo.

Qualche storia d’amore? È già nascosta tra le righe dell’articolo. Una storia d’amore nasce sul palato di ogni italiano e nuovo arrivato che assaggia i dolci torinesi, e nel cuore di ogni persona che viene a Torino e inizia a scoprire la città.

Torino è una città assai misteriosa che ti fa emozionare come se fossi parte di uno spettacolo: siete tu e Torino soli, c’è una storia in ogni piccola pietra, accompagnata da una melodia di fisarmonica che spunta da Via delle Scienze 6. Ci sono i teatri, c’è la cultura, ci sono chiese meravigliose, c’è il cinema. Vieni a Torino, fai due passi, alla fine scopri Torino come se volessi scoprire il carattere di una persona. Questo è il mio amore profondo: l’amore per Torino. Le vie delle città ti portano in giro, ti accompagnano lungo diversi sentieri. Torino è una città con un’anima. Immagina di essere solo, camminare fino a giungere in un posto che si chiama la Chiesa al Monte, guardi le montagne e senti che Torino ti sussurra: “Ti piace?” E ti innamori di qualcuno che ha più di mille anni. L’età non conta in questo momento! Torino ti ruba il cuore, e il solo pensiero che fra qualche mese dovrai lasciare la città, reca una tristezza profonda. Lascerò Torino come si lascia una persona che si ama, con la consapevolezza, però, che sarà qui ad aspettarmi ogni volta che deciderò di tornare, per portarmi ancora in luoghi sconosciuti e narrarmi storie inaspettate. I miei occhi pieni di meraviglia, il mio cuore pieno di gratitudine.

Inaugurata da Mattarella la mostra di Mitoraj a Pompei

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Questa notizia è tratta dal servizio POLONIA OGGI, una rassegna stampa quotidiana delle maggiori notizie dell’attualità polacca tradotte in italiano. Per provare gratuitamente il servizio per una settimana scrivere a: redazione@gazzettaitalia.pl

Sabato scorso il presidente della Repubblica Italiana ha aperto la mostra del famoso scultore polacco Igor Mitoraj. Le 30 sculture di bronzo, ispirate alla cultura antica, sono state posizionate tra gli scavi archeologici, al centro della città romana di Pompei. Come sottolineano anche i media, la mostra ha suscitato grande interesse fin dal primo giorno. All’inaugurazione, oltre al Presidente Sergio Mattarella, era presente anche il Ministro della Cultura, Dario Franceschini. Sergio Mattarella ha definito lo scultore polacco, che ha vissuto molti anni in Toscana, “un’artista straordinario di questi anni”. La mostra, invece, è stata definita come “un collegamento eccezionale tra antichità e contemporaneità”. Mattarella ha giudicato gli scavi archeologici come una location “assolutamente naturale” per i capolavori di Mitoraj. “Qualcuno potrebbe pensare che i capolavori di Mitoraj provengano dall’antichità”, ha aggiunto Mattarella, che non ha nascosto la propria ammirazione per l’iniziativa e per l’arte di Mitoraj. L’esposizione rimarrà aperta fino al gennaio del 2017.

pap.pl

Ulteriori informazioni: www.gazzettaitalia.pl/it/polonia-oggi

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Tutto ebbe inizio con l’ostentazione

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Questo incipit sarebbe adatto per molte delle opere architettoniche costruite dall’uomo. Lo è sicuramente per le due Torri, l’Asinelli e la Garisenda, che ancora sfoggiano il prestigio delle famiglie nobiliari del passato. La vittoria era nelle mani di chi investiva di più per avvicinarsi al cielo. La competizione fra le ricche casate medioevali era tale che a Bologna furono costruite un centinaio di torri, di cui ne sono rimaste venti. L’Asinelli e la Garisenda sono le più alte – 97 metri la prima e 47 la seconda – e la loro posizione mediana ne ha fatto il simbolo della città, chiamata dagli stessi abitanti e dai forestieri: la turrita.

La genesi di Bologna non ha radici solo in età medievale. Fu abitata fino dal terzo millennio a.C. e i primi insediamenti di una certa entità si attestano attorno al IX secolo a.C. Grande influenza sullo sviluppo di una vera e propria comunità fu esercitata dagli Etruschi, che chiamarono la zona ‘Felsina’, cioè: terra fertile. Successivamente ci fu un breve dominio dei Galli, scalzato nel 196 a.C. dall’Impero romano, che fondò una colonia di diritto latino e battezzò la città con il nome di Bononia, che significa: luogo fortificato. Secoli dopo, fu conquistata da Teodorico il Grande, poi dai Longobardi, e quando fu espugnata dalle armate di Carlo Magno nel 774, l’imperatore la consegnò alla Chiesa Cattolica, che ne perse il dominio, solo per alcuni anni, molti secoli dopo con l’arrivo di Napoleone. Una curiosità. La festa nazionale della bandiera italiana è celebrata ogni anno nella città di Reggio-Emilia, poco distante da Bologna, come luogo della sua creazione nell’ottobre del 1796. Il comune fu scelto come padre del Tricolore, perché nei suoi archivi furono trovati i verbali che ne attestavano la nascita. Alcuni, però, sostengono che la paternità debba essere attribuita a Bologna. Prima che Napoleone entrasse in città, si erano già formati dei gruppi di rivoltosi contro il dominio papale. Fra i suoi membri, vi erano due studenti universitari: Luigi Zamboni e Giovanni De Rolandis. Intrisi dei valori rivoluzionari francesi, prepararono una sommossa prima dell’entrata di Napoleone in città, ma furono arrestati senza poterla compiere. Nei verbali del loro processo, si legge che decisero di dare una bandiera al nascente Stato italiano, di cui scelsero i colori: verde, bianco e rosso, imitando quella francese e cambiandone solo uno (il blu con il verde, colore della speranza) per non copiarla completamente. I due anarchici furono condannati e giustiziati. Quando l’Imperatore entrò a Bologna, ordinò che le loro ceneri fossero appoggiate su due alte colonne, per onorarne il coraggio.

Bologna, come molte città italiane, è stata luogo di un susseguirsi di conquiste e rivolte storiche, interrotte solo dopo la seconda guerra mondiale. Ed è proprio durante la Liberazione dal regime nazifascista che la Polonia e il capoluogo dell’Emilia-Romagna s’incontrarono. I soldati polacchi furono i primi ad aiutare la Resistenza bolognese a liberare la città tra il 1944 e il 1945. Furono guidati dal generale Władysław Anders, di cui il Comune ha fatto erigere una statua. Nel 1982, Papa Wojtyla venne a pregare nel cimitero, in commemorazione dei 1432 militari che persero la vita per liberare Bologna. Che non fu l’unica città italiana ad aver avuto l’appoggio della Polonia. È doveroso ricordare il sacrificio dei militari polacchi anche a Montecassino, a Casamassima e a Loreto.

Bologna è famosa per diverse ragioni, dall’università più antica del mondo occidentale, dove studiò anche Dante, al titolo di “città della musica” assegnatole nel 2006 dall’Unesco. O da peculiarità – forse più veniali rispetto alle precedenti, ma non per questo meno importanti – come la celeberrima salsa, venduta ovunque. Ma Bologna è meno conosciuta per il grande ‘porto di terra’ che è sempre stata, dove sono confluiti, per diverse ragioni, donne e uomini da tutto il mondo. Tratto che ha innegabilmente arricchito la città rinomata per le sue torri e i suoi portici.    

POLONIA OGGI: La notte dei musei a Varsavia

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Ogni anno la notte dei musei di Varsavia batte nuovi record di affluenza. Domani sera, oltre 250 luoghi, tra teatri e gallerie d’arte, parteciperanno alla famosa notte dei musei. La notte dei musei è un evento conosciuto in tutto il mondo, ma in Polonia viene presentata quest’anno in modo particolare: “L’idea di aggiungere istituzioni non proprio culturali è nata nel 2009, una novità accolta positivamente dai visitatori”, rivela il sindaco di Varsavia Hanna Gronkiewicz-Waltz. Ecco le proposte più interessanti di una notte che si preannuncia “storica”: i teatri saranno aperti per tutta la notte. Al “Klub Komediowy”, dalle ore 21 alle 9 del giorno successivo, andrà in scena un’improvvisazione che durerà 12 ore. Ogni 30 minuti un gruppo di attori diversi presenterà qualcosa di nuovo; l’Istituto Nazionale Audiovisivo (NInA) offre a tutti i fan una presentazione delle migliori serie tv criminali divise in 3 sezioni: Nordic Noir, True Crime e La Crisi dell’Utopia (dedicata alle dipendenze da nuove tecnologie). Radio “Kampus”, creata e gestita dagli studenti dell’Università di Varsavia, animerà le strade con dirette e musica; gli appassionati di viaggi per mare ci racconteranno le loro storie di navigazione in Islanda, Groenlandia e Caraibi. L’ultimo posto che vale la pena visitare è il Centro della Sicurezza che rivelerà ai visitatori luoghi normalmente inaccessibili.

culture.pl

Ulteriori informazioni: www.gazzettaitalia.pl/it/polonia-oggi

Venzone tra mura medievali, mummie e zucche

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Quando si arriva in Italia via Klagenfurt, la prima cittadina che si incontra entrando nel Bel Paese è Tarvisio, rinomata stazione sciistica, punto di incontro geografico ed etnico dei tre grandi mondi europei, latino, germanico e slavo. Passata Tarvisio si potrebbe lasciare l’autostrada e, fino a Udine, percorrere la statale Pontebbana, una lunga via panoramica che si incunea tra le Alpi Giulie da una parte e le Dolomiti Friulane dall’altra, un percorso costellato di incantevoli paesini, malghe, fiumi dalle acque cristalline, ma anche vecchie e suggestive tratte ferroviarie, fortificazioni della prima guerra mondiale e caserme dismesse dopo la caduta della cortina di ferro. Dopo circa un’ora di  viaggio attraverso questo paesaggio meraviglioso si arriva alla cittadina di Venzone, dove vale davvero la pena fare una sosta. Un cartello recante la dicitura “monumento nazionale” ci suggerisce qualcosa sulla bellezza del luogo. Venzone, duemila anime circa, è un comune della Carnia situato non lontano dalla poco più grande Gemona. Già al suo arrivo, il visitatore viene accolto da una splendida cinta muraria che abbraccia il borgo nella sua interezza; essa è a sua volta circondata da un antico fossato, oggi adattato a morbido prato verde. Sulla sommità dell’antica porta principale sventola la bandiera del Friuli, raffigurante un’acquila romana su sfondo blu, testimonianza della forte presenza dell’Impero nella regione: il nome stesso Friuli proviene dal latino Forum Iulii. A un’osservatore attento non sfugge il particolare che la cittadina è curata nei minimi particolari. Per comprendere appieno tale fatto bisogna ritornare al 1976, da queste parti considerato una sorta di anno zero. La sera del 6 maggio, alle nove di sera, una violenta scossa di terremoto distrusse una decina di paesi del Friuli, tra cui la stessa Venzone. Il paese, dichiarato monumento nazionale nel 1965, aveva passato indenne le due guerre mondiali, rimanendo quindi costituito per lo più da antiche e fragili costruzioni.  Quel poco che era rimasto in piedi di Venzone dopo il primo sisma crollò in seguito a due ulteriori scosse di assestamento avvenute nel mese di settembre. Grazie alla tenacia e alla caparbietà del popolo friulano, ma anche agli aiuti internazionali, in pochi anni l’antico borgo venne ricostruito praticamente tale e quale, tornando così a essere una splendida città medievale, e diventando allo stesso tempo una delle più importanti opere di restauro in campo architettonico e artistico al mondo. “È rinata dov’era e com’era”, dicono orgogliosi i suoi abitanti. Oggi Venzone è l’unica cittadina fortificata del Trecento in tutto il Friuli Venezia Giulia, la si può visitare e innamorarsene a prima vista. Oltrepassata la torre che ospita la porta principale, sulla sinistra si scorgono i resti di una chiesa mai più ricostruita. La facciata, miracolosamente ancora in piedi, ospita l’orbita di un rosone vuoto, senza vetrate; essa, insieme ai pavimenti in marmo lasciati a cielo aperto, sembra essere un laconico “memento” che ci invita a riflettere su questa tragedia. La vita però continua, e poche decine di metri più avanti si apre la piazza centrale, cuore pulsante del borgo. Sulla destra si ammira il palazzo del comune, in stile veneziano, costruzione gravemente danneggiata dal sisma e che per questo motivo venne completamente smontata e fedelmente ricostruita pezzo per pezzo. Si tratta di uno splendido edificio in stile gotico fiorito, con influssi tosco-veneti. Sulla torretta si scorge il leone di San Marco, simbolo dell’antica dominazione veneziana. D’obbligo è una pausa al Caffé Vecchio, dove in una buona atmosfera friulana si può pranzare (d’inverno davanti a un bel caminetto), oppure semplicemente prendere un buon caffé o un cappuccino al banco, in compagnia della calorosa ospitalità friulana offerta dai camerieri. Nella via che porta al Duomo si trovano bellissimi negozi artigianali, ma anche un negozio della locale latteria sociale, in cui si possono acquistare gli ottimi formaggi della regione, tra cui il prelibatissimo Montasio.

Dalla piazza centrale già si scorge il campanile del Duomo che si staglia in tutta la sua bellezza e il candore delle sue pietre. La chiesa fu distrutta per metà dal sisma di maggio, il campanile allora rimase miracolosamente in piedi, per poi sbriciolarsi nel terremoto di settembre. Il Duomo venne meticolosamente ricostruito per anastilosi tra gli anni Ottanta e gli anni Novanta. Tornato ai suoi antichi fasti, oggi esso assurge a simbolo della ricostruzione di Venzone. Già da alcuni suoi particolari esterni si osserva l’influenza della scuola veneziano-bizantina. All’interno si è conservato un ciclo di affreschi del XIV secolo, mentre quelli del secolo successivo sono purtroppo andati perduti per sempre. Qui si trova anche la lapide tombale di Bolesław Bytomski, principe della dinastia dei Piast di Bytom. Partito insieme all’imperatore Carlo IV alla volta della corona imperiale, non fece mai più ritorno a casa. La lapide, finemente decorata, venne anch’essa danneggiata dal sisma, ma dopo un sapiente restauro, oggi fa di nuovo bella mostra di sé.

Nel 1647, durante dei lavori di rifacimento della chiesa, nel suo sottosuolo vennero scoperte delle mummie. Tale fenomeno è dovuto alla presenza di un fungo che vegeta nelle tombe del Duomo, e rende pergamenacea la pelle dei defunti. Le mummie divennero così famose che lo stesso Napoleone, di passaggio verso le sue conquiste, volle fermarsi a visitarle. All’inizio ve ne erano una quarantina, in seguito alcune di esse vennero portate a Padova, Parigi e Vienna per essere studiate. Oggi cinque di esse, accessibili al pubblico, sono esposte nei sotterranei dell’ex cappella di San Michele, che si trova proprio di fianco al Duomo. Curioso è il modo in cui si acquistano i biglietti per vedere le mummie: all’ingresso della cappella non c’è nessuno, lo spazio a disposizione è troppo poco per contenere una biglietteria, così si è pensato a tornelli; i gettoni sono in vendita nei vari negozi e caffetterie del paese. Un modo per risparmiare, ma anche per invogliare i turisti a entrare in luoghi differenti, e allo stesso tempo,  grazie alla cordialità offerta dagli abitanti, sentirsi un po’ di più come a casa propria. Oltre a passeggiare sulle splendide vie ciottolate che si estendono lungo le mura medievali, si può uscire dal borgo e salire sui monti seguendo l’antico sentiero celtico che collega le quattrocentesche chiesette sparse nei dintorni del paese. L’atmosfera assume un carattere ancora più medievale se si arriva a Venzone verso la fine di ottobre, quando ha luogo la Festa della Zucca. Per l’occasione il borgo si popola di armigeri, nobildonne e cavalieri, tutti fanno gran festa, ma a essere celebrata è soprattutto la zucca, in ogni sua gustosa ricetta. Insomma, Venzone è uno dei tanti splendidi borghi d’Italia da visitare, ma con una storia tutta a sé, raccontata in ogni sua pietra.

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POLONIA OGGI: La premier Szydło ha presentato il rapporto sugli 8 anni di governo PO-PSL

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“Per 8 anni è stato costruito uno stato solo teorico, in cui i cittadini non contavano nulla”, ha detto la premier Beata Szydło, presentando alla Camera dei deputati il rapporto sul governo precedente dei partiti PO e PSL. “Stimiamo che a causa della sbagliata politica governativa dei partiti PO e PSL i cittadini polacchi hanno perso circa 340 mld di zloty”, ha dichiarato Szydło, aggiungendo: “Questi soldi potevano essere investiti nella costruzione delle autostrade, degli asili nido, degli ospedali”. Inoltre, la premier, rivolgendosi all’opposizione, ha espresso la propria insoddisfazione sulla gestione della questione del disastro aereo di Smolensk e del cosiddetto scandalo delle intercettazioni: “Gli ultimi otto anni sono stati un periodo in cui i politici del partito al governo non si assumevano nessun tipo di responsabilità, nemmeno quella politica”, ha sottolineato Szydło, continuando: “Per quanto riguarda il disastro di Smolensk hanno dichiarato che nessuno è colpevole e nessuno è responsabile di niente, invece nel caso dello scandalo delle intercettazioni volevate convincerci che non è importante quello che dicono i politici ma è riprovevole il fatto che qualcuno li avesse intercettati”. La premier ha anche dichiarato che presto chiederà di convocare la commissione d’inchiesta per esaminare la questione di Amber Gold, azienda che nel 2012 aveva dichiarato la liquidazione senza restituire ai propri clienti i loro soldi e interessi. Szydło ha sottolineato che a differenza dei partiti PO e PSL, il partito PiS prenderà sempre la parte dei cittadini e dello Stato, aiutando e proteggendo coloro che ne avranno bisogno. La premier ha concluso il discorso dicendo: “Questo rapporto doveva essere presentato da parte dei politici del governo precedente, i quali non hanno avuto abbastanza coraggio per farlo, dunque lo presentiamo noi ai polacchi”.

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POLONIA OGGI: Approvato dal Consiglio dei Ministri il progetto di legge antiterrorismo

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Armed police wait in front of the Warsaw stadium prior to the Euro 2012 soccer championship Group A match between Poland and Russia in Warsaw, Poland, Tuesday, June 12, 2012. Russian soccer fans clashed with police and Poland supporters in separate incidents in Warsaw on Tuesday, just hours before the two teams were to meet in an emotionally charged European Championship match. Several people were injured. (AP Photo/Gero Breloer)

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Ieri il Consiglio dei Ministri ha approvato il progetto della legge antiterrorismo. Il Centro Informazioni del Governo ha annunciato che “il progetto della legge è stato preparato in risposta all’aumento delle minacce terroristiche nel mondo. Il primo obiettivo è quello di aumentare l’efficacia del sistema antiterrorismo polacco e, soprattutto, di aumentare la sicurezza dei cittadini”. Inoltre, la legge dovrà migliorare la coordinazione delle operazioni dei servizi di sicurezza e precisare ulteriormente le regole di collaborazione tra di essi. In più, dovrà garantire l’efficacia dei provvedimenti in caso di sospetti su eventuali azioni terroristiche ed una reazione adeguata nel caso in cui dovessero verificarsi eventi del genere.

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Biella e dintorni, tra architettura e tradizioni

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Biella è conosciuta in tutto il mondo come la “città della lana”, per l’antica lavorazione dei tessuti, risalente già al periodo medievale e che nel periodo dell’industrializzazione, all’inizio dell’Ottocento, ha cominciato la sua massima espansione grazie alle firme di Cerruti, Piacenza, Piana, Sella e Zegna, per citarne solo alcuni. Tra i filati biellesi più pregiati, ricordiamo la lana di cachemire e il “fresco lana”.

La tradizione tessile incarna profondamente l’identità territoriale di questa zona del Piemonte, dominata dalla moltitudine di fabbriche che invadono tutta la provincia, su un itinerario immaginario lungo circa 50 km, conosciuto come “La strada della lana”, un percorso progettato dal DocBi-Centro Studi Biellesi e dal Politecnico di Torino con la finalità di far conoscere il patrimonio architettonico manifatturiero del Biellese dell’Otto-Novecento attraverso i fondovalle e le comunità. Il percorso mostra gli antichi e i moderni lanifici e i sistemi territoriali e sociali ad essi collegati, come i sentieri degli operai creati tra le alture boscose per raggiungere il posto di lavoro, le opere idrauliche di derivazione dai torrenti per fornire le fabbriche e le centraline elettriche, le evidenze urbanistiche, come le case dei villaggi operai, i convitti, gli asili, i complessi ricreativi e dopolavoristici. Dalla fine degli anni ’90 il settore tessile ha cominciato una lenta regressione, cui però, parallelamente, ha seguito la crescita del comparto dedicato al lusso. Attualmente molti degli stabilimenti industriali sono chiusi, ma una parte di questi è stata riutilizzata e trasformata in musei, centri culturali e sportivi.

Il filo conduttore delle principali attività locali è l’acqua: essa, con le sue buone proprietà chimico-fisiche, oltre ad aver svolto una funzione essenziale nell’industria tessile, è famosa per la ricerca artigianale dell’oro nei torrenti Elvo e Cervo, che per secoli hanno attratto cercatori d’oro da tutta Italia e non solo. L’acqua biellese, è senza dubbio l’origine della tradizione alimentare locale, prima tra tutte quella casearia. Il Biellese vanta diversi riconoscimenti per i prodotti locali, come il presidio slow food per il burro della Valle Elvo e per il formaggio Maccagno, ma anche per la Paletta di Coggiola (il prosciutto di spalla di maiale). Altri prodotti tipici sono la Toma biellese e il riso della Baraggia, entrambi protetti dal marchio DOP. A portare il nome di Biella in giro per il mondo sono il marchio di birra Menabrea e quello dell’acqua Lauretana.

Sulla tavola dell’ospite in visita a Biella, non possono mancare polenta concia e bagna cauda, possibilmente non nello stesso pasto, vista la consistenza dei piatti!

La città di Biella ha origini risalenti al periodo paleocristiano: all’epoca, la città sorgeva nella località Biella Piazzo, una zona collinare sovrastante il quartiere Biella Piano. Il borgo vero e proprio nacque nell’882, quando il vescovo Uguccione di Vercelli concedette cospicui privilegi a chi volesse abitarvici, per facilitare la costituzione di un Comune (che avrebbe avuto effettivamente inizio nel 1245) al fine di creare per il vescovado un rifugio sicuro dalle lotte tra ghibellini vercellesi e guelfi biellesi, sfruttando quindi la posizione collinare e protetta del Piazzo. Questo, circondato da mura difensive, si popolò molto rapidamente, divenendo centro della vita culturale e amministrativa di Biella. Nel 1370 Biella cadde sotto la dominazione dei Savoia e nel 1722, con l’occupazione francese, venne elevata a sede vescovile, ponendo fine alla dipendenza spirituale da Vercelli; di conseguenza, vennero aboliti tutti i privilegi feudali sui quali il Piazzo si era sviluppato e le stesse istituzioni civiche, una dopo l’altra, scesero a Biella Piano, la quale vide il suo pieno sviluppo all’indomani del fenomeno dell’industrializzazione, dal 1700 in avanti. Dalla fine del Cinquecento è documentata la presenza di un nucleo ebraico residente al Piazzo, e agli inizi del Settecento, come nel resto del Piemonte, fu istituito il ghetto. Oggi il Piazzo, con il suo borgo medievale, è la parte storica più affascinante della città di Biella, anche grazie ai caratteristici ristoranti di cucina biellese e ai numerosi eventi artistici e teatrali, responsabili della rinascita culturale del quartiere. Questo, è collegato a Biella Piano tramite numerose coste e salite medievali, oltre ad una piccola funicolare, in grado di trasportare fino a 25 persone, che dal 1885, anno di apertura dell’impianto, è diventato uno dei simboli del Piazzo.

Dal 1911 al 1958, dal centro della città partiva un collegamento tramviario verso Oropa, località che nella seconda metà dell’Ottocento ospitava uno dei primi stabilimenti idroterapici in Italia, meta di  personaggi illustri come Carducci, D’Annunzio, Marconi, Duse e i principi di Casa Savoia. Ad ogni modo, Oropa è conosciuta più per il suo Santuario, il più importante Santuario mariano delle Alpi, situato a 1200m di altezza. Le sue origini risalgono al IV secolo, per opera di S. Eusebio. In principio, le chiese di S.Maria e di S.Bartolomeo erano un punto di riferimento fondamentale per i viaggiatori che transitavano da est verso la Valle d’Aosta. Nel corso degli anni, il sito ha subito diverse trasformazioni ed è diventato un’importante meta di pellegrinaggi e visite devozionali, in una delle quali aveva preso parte (nel 1989) anche Papa Giovanni Paolo II. Il cuore del Santuario è costituito dalla Basilica Antica, realizzata nel 1600 come adempimento del voto che la Città di Biella fece in seguito all’epidemia di peste del 1599. La Basilica si erge sul punto dove un tempo sorgeva la chiesa di Santa Maria e conserva al suo interno il Sacello eusebiano, contenente la statua della Madonna Nera, simbolo del Santuario di Oropa. Si narra, che S. Eusebio portò con sé la statua dalla Palestina nel IV secolo d.C, mentre fuggiva dalla persecuzione ariana e che la nascose tra le rocce su cui ora sorge la Cappella del Roc.

Per ultimo, vale la pena parlare di un altro luogo di interesse culturale nella provincia di Biella, vale a dire il borgo del Ricetto di Candelo, che recentemente ha ricevuto importanti riconoscimenti, prima dall’ANCI, per il quale dal 2002 fa parte del Club dei Borghi più belli d’Italia e successivamente dal Touring Club Italiano, per cui Candelo è Bandiera Arancione dal 2007. Quella del borgo è una struttura fortificata tardo-medievale (XIII-XIV sec.) realizzata dalla comunità contadina. La sua funzione era proteggere i beni della comunità, quindi i prodotti della terra, primi tra tutti le granaglie e il vino; solo in estremi casi di pericolo, vi si rifugiava anche la popolazione. Il ricetto con la sua pianta pseudo-pentagonale, occupa una superficie di circa 13.000mq ed è circondato da mura difensive costruite con ciottoli di torrente posti a spina di pesce, ai cui angoli garantivano la difesa quattro torri rotonde. L’esclusivo uso contadino del sito, ha garantito una perfetta conservazione del monumento, ad oggi, uno fra i meglio conservati in Europa. Il borgo è stato inoltre oggetto di approfonditi studi, anche da parte di università straniere; Durante l’anno, il borgo ospita numerosi eventi artistici e fiere di vario genere, come l’esposizione-competizione “Candelo in fiore”, o l’evento enogastronomico “Vinincontro al Ricetto”.

Apre a Varsavia il primo negozio di food-sharing

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Hands serving shellfish meal around wooden table

Questa notizia è tratta dal servizio POLONIA OGGI, una rassegna stampa quotidiana delle maggiori notizie dell’attualità polacca tradotte in italiano. Per provare gratuitamente il servizio per una settimana scrivere a: redazione@gazzettaitalia.pl

A Varsavia verrà aperto il primo luogo dove le persone potranno condividere il cibo. “La condivisione del cibo dovrebbe essere un’abitudine, un’azione quotidiana, non un obbligo”, spiega Agnieszka Bielska, una delle organizzatrici del food-sharing a Varsavia. Jadłodzielnia (food-sharing) è un posto dove ognuno può portare del cibo, perché ad esempio è in partenza e non ha fatto in tempo a consumarlo, ne ha comprato troppo oppure, semplicemente, non gli piace. Il singolare negozio si trova in via Stawka, nei pressi della facoltà di Psicologia a Varsavia. L’idea del food-sharing è nata in Germania dove ha avuto molto successo. Nella Jadłodzielnia si possono portare tutti i tipi di cibo non scaduti, a patto che non contengano carne cruda e uova per motivi di sicurezza. Secondo i dati, nelle case polacche, si sprecano 2 mln di tonnellate di cibo ogni anno.

pb.pl

Ulteriori informazioni: www.gazzettaitalia.pl/it/polonia-oggi

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Un polacco a Padova, che fare?

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Per molti polacchi Veneto vuol dire Venezia. Come la sua più celebre sorella anche Padova è una città d’acqua, con eleganti edifici ereditati dalla Serenissima. Ad ogni angolo, anzi ad ogni targa commemorativa, ci si imbatte nella corposa storia che proprio in quel luogo si è consumata. Sacro e profano si intrecciano da sempre in questa città: da un lato Sant’Antonio, santo taumaturgo e dall’altro Galileo Galilei, fondatore della scienza sperimentale, la rendono sia meta di pellegrinaggi verso la famosa Basilica, sia attrazione per migliaia di studenti ogni anno, da ogni dove ma in particolare dalla Polonia. Di Padova oggi vogliamo esplorare il suo lato cisalpino, che tante sono le impronte di illustri polacchi passati in città. Una parte significativa della elite intellettuale, letteraria e politica della Polonia del XVI secolo è transitata per Padova, ecco perché sarete ben felici di scoprire che esiste una città gemella (Padew Narodowa) a circa 1400 km di distanza in Polonia. Fra i tanti luminari ricordiamo Copernico, Jan Kochanowski (il Petrarca Polacco) e finalmente Jan Zamoyski (una cui statua campeggia in Prato della Valle e un suo busto nella Sala dei Quaranta a Palazzo del Bo). Proprio di quest’ultimo vale la pena scrivere due righe, poiché si innamorò così perdutamente di Padova da volerla rifare tale e quale in terra natia.

Jan Zamoyski discendeva da una nobile famiglia, e dopo un soggiorno di studi a Parigi e a Strasburgo, approdò nella tarda primavera del 1561 a Padova. Qui venne per perfezionare gli studi di diritto, proiettato in una radiosa carriera politica. Jan alloggiava nella contrada del Pozzo della Vacca, che ora si trova all’inizio dell’odierna via Ospedale civile, probabilmente tra il civico 12 e il 22. La sua brillante carriera accademica culminò con un dottorato e successivamente divenne rettore della Facoltà di Giurisprudenza. Rientrato in patria, fu così forte e struggente la nostalgia per Padova, quel posto che lui stesso ammise averlo reso uomo (“Patavium virum me fecit”) che fondò Zamość, una città fortificata in tutto simile a Padova. La città fu eretta dal nulla sui terreni del latifondo Zamoyski, con l’intenzione di rappresentare il concetto di città ideale. Fu progettata dall’architetto padovano Bernardo Morando, sostituito dopo la morte dall’ingegnere veneziano Andrea Dell’Acqua. Per la sua costruzione furono assunti muratori italiani. La città ha un’anima molto padovana, come testimoniano i numerosi portici particolarmente dominanti nella piazza del mercato, e il sistema delle fortificazioni coi bastioni molto simili a quelli padovani. L’ammirazione di Zamoyski per Padova si è trasmessa anche linguisticamente tanto che tuttora padewczyk in polacco non vuol dire soltanto nativo di Padova, ma ha anche un significato storico, si riferisce cioè a un uomo illustre che deve la sua superiore cultura intellettuale, artistica o politica alla città patavina in cui si è formato. Oggi Zamość è conosciuta come patrimonio mondiale dell’Unesco e tutte le guide cominciano le loro visite parlando della città di Padova. Chissà se qualche padovano, ignaro di questa storia, si è imbattuto in Zamość, magari trovandola familiare e forse qualche sospetto gli è venuto, alimentato dalle numerose attività che prendono il nome proprio da Padova. L’itinerario consigliato per ripercorrere le orme di Jan Zamoyski sono una visita al palazzo del Bo, l’Università fondata nel 1222 e una passeggiata in Prato della Valle per trovare tra le decine e decine di statue anche le uniche due che rappresentano due illustri presenze polacche nella città di Padova: Stefan Bathory e Jan Zamoyski appunto. Continuando la passeggiata per le vie del centro storico, possiamo dirigerci verso la Basilica del Santo, dove un’importante rassegna di qualche anno fa, intitolata eloquentemente “Urbs memoriae Polonorum degnissima – I rapporti tra Padova e la Polonia nei discorsi di Giovanni Paolo II” ha illustrato la presenza polacca al Santo, presenza che affonda le radici nella storia italiana ed europea, con il culmine nella cerimonia di donazione alla basilica di un reliquiario contenente una goccia del sangue di San Karol e frammenti ossei di Santa Faustina Kowalska. Ma al Santo le presenze polacche c’erano già, a partire dalla mazza turchesca in argento dorato dono del re Jan Sobieski, dalla lapide che celebra il guerriero Cristoforo Sapieha, dalla Cappella Polacca (o di San Stanislao), riaffrescata nell’Ottocento dal pittore Taddeo Popiel, e per finire con l’altare dedicato a San Massimiliano Kolbe che reca la pala dipinta da Pietro Annigoni tra la fine degli anni Settanta e i primi Ottanta del Novecento.

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