”Quali sono le virtù di una donna? Non passeggiare per le strade, non entrare nei negozi, non immischiarsi negli affari, non passare il tempo seduta alla finestra, dare da mangiare ai bambini, recitare il rosario, rammendare la biancheria intima e tenere d’occhio le chiavi”.
Questo testo è un estratto dal libro ”La vita quotidiana a Firenze” che descrive non solo il modo di procedere, ma anche l’aspetto di una donna secondo la visione degli uomini dell’epoca tardo medievale e del primo Rinascimento. Essendo il sesso debole, completamente dipendente dagli uomini, alle donne doveva essere indicato un modello degno di essere imitato, un’eroina della storia antica, un personaggio leggendario o una figura biblica. Doveva essere un modello non solo di moralità, ma anche di coraggio. E queste immagini e scene di vita adornavano oggetti di uso quotidiano: mobili, cassoni, decorazioni a pannelli sui letti matrimoniali, cofanetti, stoviglie e tessuti.
Al matrimonio, per il quale tutte le signorine erano preparate in un certo modo, erano legati alcune tradizioni, costumi e oggetti che le accompagnavano: strettamente connessi alla vita futura di una donna sposata. Tra questi c’erano speciali set di vasi in maiolica per ostetriche, decorati con scene delle ”Metamorfosi” di Ovidio, nonché rappresentazioni bibliche o allegoriche. Spesso su di essi venivano dipinte nascite armoniose, il che avrebbe dovuto calmare la futura ostetrica. Oltre alle maioliche decorate, le signorine ricevevano figure del Bambino Gesù con vari abiti e, dal futuro marito, scatole per gioielli ed accessori per il cucito: il cosiddetto forzierino.
L’oggetto più importante era il cassone in cui le donne raccoglievano la loro dote. Faceva parte del mobilio della camera da letto, perché proprio lì tutte le speranze e le ambizioni legate alla creazione di una famiglia dovevano essere soddisfatte. Nei cassoni, a volte aggiunti ai lati del letto, venivano trasportati i beni della sposa nella sua futura casa. Il termine cassone fu utilizzato da Giorgio Vasari nella biografia di uno dei pittori. I cassoni furono prodotti a partire dalla fine del XIII secolo, inizialmente come scatole, col tempo sempre più simili alla forma di un sarcofago. Fino all’inizio del XV secolo erano diffuse decorazioni pittoriche o scene realizzate con la tecnica della pastiglia, ovvero un tessuto incollato sul substrato e poi ricoperto con una miscela di colla e gesso, in cui venivano impressi i motivi, completando i dettagli alla fine e spesso decorando elementi convessi con lastre di metallo, anche d’oro. Alla fine del XV secolo si utilizzavano maggiormente le decorazioni a intarsio. Le scene raffigurate sui cassoni avevano un carattere narrativo con un significato moralizzante. C’erano anche decorazioni ornamentali o simboliche, ma poiché le donne di tutte le età dovevano essere istruite e ammonite costantemente riguardo le virtù coniugali, le storie di eroine antiche e bibliche erano le più popolari. La storia della bella e virtuosa Lucrezia era una di queste. Questa leggendaria eroina era considerata come un modello di purezza, devozione a suo marito e lealtà alla repubblica. Completando la loro dote, le ragazze ricevevano spesso in dono cassoni decorati con scene della vita di Lucrezia o di altre eroine antiche e bibliche. Tra loro c’erano Portia, la moglie di Bruto che si colpì alla gamba con un pugnale per dimostrare il suo coraggio, la biblica Susanna, disonorata dagli anziani, Ester, ed alcune altre. La storia di Lucrezia dal tempo del declino della monarchia romana era popolare per il suo messaggio moralizzante: l’impeccabile castità coniugale. Le donne, come è noto, dovrebbero piuttosto morire che vivere nell’infamia, di cui erano la causa. E salvare l’onore di un marito, che trattava la moglie in modo oggettivo scommettendo con gli amici sulla sua virtù, doveva essere stato più importante missione nella loro vita.

Il fronte del cassone della collezione di Czartoryski del Museo Nazionale è un pannello ligneo, lungo 109 centimetri e largo 29 centimetri, ricomposto in uno scrigno neorinascimentale fiorentino ottocentesco. È circondato da un intaglio dorato di ornamenti vegetali. L’autore del dipinto a tempera è il Maestro di Ladislao Durazzo, attivo negli anni 1390-1420. La storia di Lucrezia è presentata in forma simultanea, il che significa mostrare episodi successivi della stessa storia su una superficie. A sinistra si trova una scena di banchetto sotto la tenda. Qui ci sono giovani nobili: i guerrieri del re Tarquinio il Superbo che riposano durante l’assedio della città Ardea. Sullo sfondo si vede la città circondata da mura e torri. La parte centrale mostra il giovane, elegante, Sesto Tarquinio che, circondato da cavalieri, si reca da Lucrezia. L’ultimo episodio di questa parte del cassone raffi gura il principe che viene accolto dalla bella Lucrezia nella sua casa. Le scene dello stupro, del suicidio e della caduta di Tarquinio furono probabilmente mostrate su un altro pannello, forse un cassone gemello. Purtroppo questo cassone non è sopravvissuto.
Tito Livio, antico storico romano, nella storia della città descrisse la morte di Lucrezia associandola all’inizio della repubblica. Oggi è diffi cile per noi capire perché la morte fosse meglio del disonore, ma ai tempi di Tarquinio il Superbo la moralità delle donne e l’onore degli uomini erano percepiti così. Secondo vari resoconti, Tarquinio agiva come un tiranno greco: condannava a morte i suoi nemici e ignorava il Senato. Però dimostrò anche di essere uno stratega di guerra dotato e governò per diversi anni sugli Etruschi e sui Latini, trasformando lo stato nella più grande potenza d’Italia. L’umore del popolo dopo numerose spedizioni militari era sempre più irrequieto, perché la violenza del re causava un’insoddisfazione generale. Anche il fi glio di Tarquinio, Sesto, era noto per la sua arroganza e la litigiosità. Un giorno, durante un banchetto lontano da Roma, sorse una disputa tra giovani nobili su quale delle loro mogli era la più virtuosa. Un parente del principe Sesto, Collatino, lodò sua moglie Lucrezia. Gli uomini decisero di scoprire cosa facevano le loro mogli durante l’assenza dei loro coniugi. Si rivelò che tutte banchettavano, tranne Lucrezia, che tesseva la lana circondata dai servi. La vittoria fu assegnata a Collatino. Tuttavia, poiché era anche una bella donna, il giovane Sesto voleva possederla. Quando la donna non ricambiò i suoi sentimenti, la conquistò con la forza. Lucrezia non sopportò il disonore e, per dimostrare la sua fedeltà, si suicidò trafi ggendosi il petto con un pugnale. Il suo corpo senza vita fu portato per le strade della città. Si dice che questo evento corrispose al declino della monarchia e all’inizio della repubblica a Roma. Era il 510 a.C., lo stesso anno in cui ad Atene fu abolita la tirannia.
Perché la donna violentata pensava di aver disonorato il marito e preferiva la morte anche al minimo sospetto sulla sua morale? La virtù e l’onore delle donne e degli uomini erano valori speciali in quell’epoca. Una donna non aveva nessun diritto, prima era succube del padre o di un altro membro maschio della famiglia, per poi diventare proprietà del marito. Le opere d’arte rinascimentali, quando gli ideali dell’antichità vennero alla ribalta in modo particolarmente forte, mostrano l’idea di una repubblica ideale in quel momento. Il popolo italiano in epoca rinascimentale si sentiva erede dell’antica Roma. Una donna nel Rinascimento percepita come sesso debole richiedeva continui ammonimenti sugli ideali che doveva perseguire. I requisiti per le sue virtù erano definiti con precisione e ricordati costantemente. Le donne potevano leggere solo la Bibbia o la letteratura morale sotto forma di libri e opuscoli indirizzati direttamente a loro. Si stima che tra il 1471 e il 1600 siano state scritte oltre mille pubblicazioni su questo argomento. Opere che descrivevano i tratti caratteriali che una donna doveva avere, ovvero soprattutto virtù, pietà, obbedienza al marito e capacità di gestione. In uno dei trattati basati sulla letteratura greca antica, un autore indicava la necessità che il coniuge si comportasse in modo dignitoso, il che significava avere un’espressione piacevole sul viso, evitare risate forti e la gesticolazione, moderazione in compagnia e il più apprezzato era il silenzio dignitoso. In un altro testo, un autore credeva che la partecipazione delle donne alla vita pubblica fosse pericolosa a causa della loro natura instabile, che poteva solo portare al peccato. Anche se lo stesso autore scrisse del fatto che le donne prendevano parte alla vita della città, soprattutto quelle ricche, che erano il suo fi ore all’occhiello durante le cerimonie e le visite ufficiali.
La storia di Lucrezia non era solo un esempio di purezza e moralità delle donne, ma simboleggiava anche gli ideali della repubblica che era perseguita nelle pratiche letterarie e politiche a Firenze nel XIV e XV secolo. Alle donne deboli che avevano bisogno di essere costantemente istruite, venivano date opere di uso quotidiano, per ricordare loro costantemente i loro doveri coniugali e virtù.
Bibliografia:
- Jean-Marie Lucas Dubreton, Życie codzienne we Florencji. Czasy Medyceuszów, Warszawa 1961
- Marcin Kaleciński, Virtus et Splendor. Sztuka życia Włochów XIV-XVII w. Wystawa ze zbiorów Fundacji XX. Czartoryskich. Katalog wystawy, Gdańsk 2014
- Tytus Liwiusz, Dzieje Rzymu od założenia miasta, Wrocław 1955
traduzione it: Julia Wolińska

















La carriera fumettistica di Hugo Pratt iniziò già nel 1945, quando fondò, insieme ad altri disegnatori veneziani (come Alberto Ongaro, Mario Faustinelli o Dino Battaglia), la rivista “Uragano”. Con Faustinelli Pratt creò il personaggio di Asso di Picche, ispirato a eroi del fumetto americano come The Phantom (lʼUomo Mascherato) o Batman; nel 1947, vista la popolarità del personaggio, la collana cambiò titolo proprio in “Asso di Picche”. Nel 1949, tuttavia, Pratt e i suoi colleghi, tutti poco più che ventenni, decisero di trasferirsi in Argentina; qui lʼartista veneziano, a parte un breve soggiorno londinese, sarebbe rimasto fino al 1962, anno del suo ritorno in Italia. In Sudamerica Hugo Pratt ebbe modo di collaborare con uno dei più importanti sceneggiatori di fumetti sudamericani e non solo: Héctor Oesterheld (1919-1978), creatore insieme al disegnatore Francisco Solano Lopez del capolavoro fantascientifico “LʼEternauta” (1957-1959). Con Oesterheld Pratt creò opere come il western “Sgt. Kirk” (1953) o “Ticonderoga” (1957), mentre nel 1959 lʼartista italiano esordì come scrittore realizzando i quattro episodi di “Anna nella giungla”, un fumetto di ambientazione africana ispirato almeno in parte ai suoi ricordi dellʼEtiopia. Le opere più importanti di Pratt, però, nacquero dopo il rientro in Europa. Negli anni Sessanta lʼartista collaborò con la storica rivista per bambini “Il Corriere dei Piccoli”, realizzando tra lʼaltro gli adattamenti a fumetti di celebri romanzi dʼavventura come “Lʼisola del tesoro” di Robert Louis Stevenson.




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Milva ha poi collaborato e per lei hanno scritto, tra gli altri: Enzo Jannacci, che con “La Rossa” (1980), “le cuce addosso un vero e proprio manifesto musicale ed esistenziale” (Stefano Crippa); Ennio Morricone, che nel 1972 scrive e produce l’album “Dedicato a Milva da Ennio Morricone”; Mikis Theodorakis (“10 songs by Mikis Theodorakis”, 2004), Thanos Mikroutsikos, i cui testi confluiranno in Volpe d’amore (1994); nel 1981 Milva incide in lingua tedesca „Ich hab’keine Angst” (4 dischi di platino in Germania) con brani del compositore greco Vangelis, in cui si volge all’elettronica, un’elettronica che non sovrabbonda ma accompagna i brani, fra i piú noti dei quali spicca la canzone pilota “To the unknown man”, poi reincisa in italiano come “Dicono di me”e in francese col titolo “Je n’ai pas peur”; con Gidon Kremer, ancora una volta con il Tango di Piazzolla; con Franco Battiato oltre a “Milva e dintorni” (1982), con “La Rossa”, diventata poi il suo marchio e “Alexanderplatz”, da lei cantata a Berlino alla Porta di Brandeburgo dopo la caduta del muro, incide altri 2 dischi: “Svegliando l’amante che dorme”(1989) e “Non conosco nessun Patrizio” (2010); dopo un silenzio “italiano” di ben 11 anni anni collabora poi e intesse un rapporto di amicizia con la poetessa Alda Merini e Giovanni Nuti, che ne musicò le poesie, insieme ai quali mette in scena ”Sono nata il 21 a Primavera” (Teatro Strehler 2004), i cui testi confl uiranno nell’album “Milva canta Merini” (2004); Giorgio Faletti, scriverà per lei i testi di “In Territorio nemico” (2007) che, anticipato dalla partecipazione al Festival di Sanremo 2007 (quindicesima e ultima) con “The show must go on”, costituisce un’incursione poetica nei territori nemici della vita, con un taglio sociale, a Milva mai estraneo, (“Mio fratello non trova lavoro”, “Tre sigarette”), o psicologico, come nella stupefacente “La Mosca bianca”, che “bianca sul muro bianca, non ha nessun sogno, nessun disegno di sé”.

