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Secondo le stime dell’OMT (Organizzazione mondiale del turismo) presentate durante l’ultimo vertice sul clima COP25, le emissioni di CO2 da parte dell’industria del turismo aumenterà perlomeno del 25% entro il 2030. Secondo i dati del 2016 il solo trasporto turistico costituiva il 5% dell’emissione totale di CO2 legata all’attività umana. Magdalena Milert, un’esperta in materia di architettura e gestione del territorio, ha paragonato le navi da crociera alle città galleggianti; “la gente a bordo consuma allo stesso modo le risorse naturali e produce i rifiuti”. Come ha sostenuto l’esperta, il problema maggiore è appunto il conferimento dei rifiuti, visto che “i passeggeri producono fino a 40 litri di acque reflue e 340 litri dell’acqua contaminata per persona quotidianamente”, il che supera notevolmente la produzione analoga negli edifici residenziali. Inoltre Milert ha attirato l’attenzione sulla grande quantità di carburante usato che provoca le emissioni proporzionalmente enormi di CO2, ossido di azoto e di zolfo. L’esperta ha segnalato anche l’impatto negativo del turismo di massa relativo all’industria alberghiera. Gli alberghi sono spesso situati in òluoghi di grande delicatezza ambientale che devono affrontare lo sfruttamento eccessivo e l’impatto antropico significativo. “Alla presenza dei turisti sono legati: abbandono di rifiuti, addensamento della popolazione, rumore, disturbo della quiete dei residenti locali e degli animali”. Infine un ruolo negativo svolge la stagionalità del turismo, a causa della quale tutti i fenomeni menzionati si intensificano in una sola volta.
Per la frolla: 500 gr di farina di frumento 00
300 gr di burro morbido
200 gr di zucchero a velo
3 tuorli d’uovo (60 gr circa)
1 bacca di vaniglia
La scorza grattugiata di mezzo limone
1 cucchiaino raso di sale fino
Per la farcitura: 300 gr di mascarpone
120 gr di zucchero a velo
200 gr di panna fresca da montare
Vaniglia
Fragole fresche
Per la decorazione:
Fragole fresche o frutti di bosco
Fiori freschi o di pasta di zucchero
Macarons già pronti
Decorazioni in cioccolato
Procedimento:
Preparate la frolla lavorando su un piano ampio e pulito la farina con il burro e il sale, fino ad ottenere delle grosse briciole. Aggiungete poi lo zucchero e continuate ad intridere. Unite gli aromi e le uova e impastate fino ad ottenere una massa solida e compatta. Mettete in frigorifero a riposare per almeno 2 ore.
Riprendete la frolla e stendetela sul piano di lavoro infarinato fino ad uno spessore di 5 mm, il più uniformemente possibile. Ricavate due sagome uguali di frolla, della forma che più preferite: possono essere due cuori o due cerchi o due quadrati o numeri, ricavati realizzando prima delle matrici in acetato o carta forno e ritagliando la pasta frolla con un coltellino liscio molto affilato. Trasferite la frolla sulle teglie del forno prima di tagliare le forme che desiderate, in modo che nel trasporto non si deformino. Preriscaldate il forno a 180°C in modalità ventilata e cuocete per circa 20-25 minuti, fino a giusta colorazione. Fate raffreddare bene.
Nel mentre tagliate alcune fragole fresche a pezzettini piccoli, le altre (che vi serviranno per la decorazione), tagliatele a fette orizzontali sottili. Preparate la crema montando con le fruste elettriche il mascarpone ben freddo a cui aggiungerete lo zucchero a velo, la vaniglia e se vi piace ancora un po’ di scorza di limone grattugiata. Poi unite a filo la panna sempre ben fredda, continuando a montare con le fruste elettriche. Quando il composto sarà ben sodo, la vostra crema è pronta. Trasferitela in una sac-a-poche con bocchetta liscia da 1 cm di diametro o solo tagliando un po’ la punta. Prendete il primo strato di frolla, sporcate un po’ con piccoli punti di crema la parte sotto dello strato in modo che resti incollato al piatto di portata che avrete scelto e disponetelo sopra.
Poi realizzate tanti ponfi lisci sulla base, seguendone la forma. Decorate con fragole a cubetti e appoggiatevi sopra con delicatezza il secondo strato di frolla. Procedete con la stessa decorazione di crema. Poi abbellite con ciò che più preferite: fragole a fettine, biscottini di frolla, fiori freschi, macarons e ciò che più vi piace.
Conservate in frigorifero fino a 20 minuti prima di servirla.
Nella lunga storia editoriale dellʼIndagatore dellʼIncubo, nonostante lʼassenza di una vera e propria continuità narrativa tra i singoli episodi, non mancano alcuni personaggi e trame ricorrenti. Il più importante di questi fili narrativi riguarda le origini e la famiglia del protagonista.
Fin dal primo numero del 1986 il più grande nemico di Dylan è stato il diabolico scienziato e alchimista Xabaras, ossessionato dalla ricerca dellʼimmortalità. Due anni più tardi, nel numero 25, è apparsa unʼaltra figura fondamentale: Morgana, una donna misteriosamente legata sia a Xabaras che allo stesso Dylan Dog. Il mistero è stato in parte risolto solo nel centesimo albo della serie (intitolato “La storia di Dylan Dog” e uscito nel 1995), dove si scopre che i due personaggi sono i veri genitori di Dylan (o meglio, Xabaras è una sorta di alter ego malvagio del padre, anche lui chiamato Dylan) e lo stesso eroe è in realtà nato verso la fine del XVII secolo; ulteriori dettagli sulla sua infanzia sono stati poi svelati nel numero 300, edito nel 2011.
Nel 2014, dopo quasi tre decenni di storie, lʼeditore Bonelli ha deciso di dare nuova linfa al mensile, svecchiando personaggi e storie che negli anni erano diventati sempre più stantii e ripetitivi. Il nuovo curatore del mensile, Roberto Recchioni, ha introdotto una serie di cambiamenti piuttosto radicali per rendere “Dylan Dog” più vicino alle problematiche e alla sensibilità del XXI secolo. Nel numero 338 lʼispettore Bloch va finalmente in pensione; il suo sostituto, Tyron Carpenter, detesta lʼIndagatore dellʼIncubo, il che porterà a non poche situazioni conflittuali. Il nuovo corso di “Dylan Dog” punta a rappresentare in modo più autentico la realtà multietnica e multiculturale della Londra di oggi, tanto che lʼispettore Carpenter è di colore (il suo aspetto è ricalcato su Idris Elba) e la sua aiutante, la sergente Rania Rakim, è musulmana. Il nuovo arcinemico di Dylan, John Ghost, è un miliardario del settore Big Tech, mentre lo stesso protagonista, noto per la sua avversione alla tecnologia, negli ultimi anni ha iniziato a usare uno smartphone.
I mutamenti più rivoluzionari, tuttavia, sono avvenuti tra il 2018 e il 2019 durante il “Ciclo della Meteora”, pubblicato nei numeri 387-400 della collana. La lunga saga ideata da Recchioni inizia con la scoperta di un asteroide diretto verso la Terra e si chiude con lʼapocalisse: con il numero 400 lʼuniverso di Dylan Dog che i lettori conoscevano da più di trentʼanni cessa di esistere. Nel numero 401 è poi iniziata una nuova saga in sei parti, “Dylan Dog 666” (ambientata in un altro mondo e con personaggi spesso stravolti rispetto alle loro versioni classiche), a cui è seguito, da agosto 2020, un ritorno a storie più tradizionali e autoconclusive.
Da anni la Bonelli pubblica, accanto al mensile principale, diverse altre collane dedicate alle avventure di Dylan. Numerose sono le ristampe, da quelle cronologiche (come “Granderistampa”, pubblicata fino al 2019) alle antologie di storie dedicate a personaggi o temi particolari (streghe, angeli e demoni, Xabaras e così via), mentre la serie “Il Dylan Dog di Tiziano Sclavi” (2017-2019) ripropone gli episodi classici scritti dal creatore di Dylan Dog. Bisogna poi menzionare “Dylan Dog Magazine”, che esce una volta allʼanno e oltre ai fumetti contiene articoli dedicati a tematiche horror; “Dylan Dog Color Fest”, che propone brevi storie interamente a colori; o ancora “Maxi Dylan Dog” (attualmente “Dylan Dog OldBoy”), con avventure più old school che non tengono conto dei cambiamenti introdotti nel 2014. A cadenza annuale escono i volumi che formano la saga “Il Pianeta dei Morti”, sceneggiata da Alessandro Bilotta e ambientata in un futuro post-apocalittico, con protagonista un Dylan decisamente invecchiato.
In Polonia lʼeditore Egmont ha pubblicato, tra il 2001 e il 2010, una quindicina di storie classiche di “Dylan Dog” degli anni Ottanta e Novanta, quasi tutte sceneggiate da Sclavi. Nel 2015-2016 la BUM Projekt ha tradotto altri sei episodi, incluso il molto più recente “La macchina umana” (uscito in Italia nel maggio 2016). Nel 2020 la casa editrice Tore ha pubblicato una delle storie più famose di Roberto Recchioni, “Mater Morbi” (del 2009), a cui è seguito, a marzo 2021, un classico di Tiziano Sclavi come “La zona del crepuscolo” (1988).
Alina Janowska che balla sui tavoli ad un party della Mostra del Cinema di Venezia del 1961 è la copertina che abbiamo scelto in occasione della prima delle tre puntate dedicate alle presenze polacche al Festival veneziano che documenteremo minuziosamente per la gioia dei cinefili.
Gazzetta 88 poi vi proporrà il racconto di una Roma inconsueta vista con gli occhi dello scrittore Piotr Kępiński; l’intervista alla neodirettrice dell’Istituto Italiano di Cultura di Varsavia Donatella Baldini; la storia tra Italia e Polonia del campione di nuoto di Danzica Maciej Kundzicz e poi ancora conosceremo gli angoli italiani di Breslavia, passeggeremo per Verona, scopriremo San Marino e ci tufferemo nella storia seguendo le orme di Benedykt Polak in Mongolia.
Un numero ricchissimo con più pagine e la nuova rubrica Nutriceutica, dedicata agli olii essenziali, che si aggiungerà a quelle su cucina, lingua, fumetti, etimologia. Insomma volate negli Empik prima che finisca o acquistatela online.
Il mare produce più del 50% dell’ossigeno che respiriamo e assorbe il 30% della CO2 prodotta. Dal mare ha avuto origine ogni forma di vita presente sul nostro pianeta che noi chiamiamo Terra nonostante sia coperto per il 71% d’acqua e sia anche l’unico pianeta del sistema solare in cui ci sia acqua in forma liquida. Cambiamenti climatici, scioglimenti di ghiacciai, emissioni inquinanti, invasione di microplastiche, abuso delle risorse naturali, hanno raggiunto un tale livello di gravità da portare, finalmente, il tema della difesa del nostro habitat ad essere la vera priorità della società contemporanea. Un tema sollecitato dal basso, ovvero da cittadini e associazioni che creano movimenti di opinione così forti da obbligare politici e istituzioni ad intervenire.
Questa è anche la storia di Marevivo, associazione italiana che si batte con forza per la tutela del mare a partire da quello che bagna gli 8 mila chilometri di coste del Bel Paese fino ai mari più lontani, dato che in acqua non ci sono confini.
A fondare Marevivo iniziando la coraggiosa battaglia di sensibilizzazione verso il mare è stata una donna intrepida, figlia di armatori, napoletana, subacquea: Rosalba Laudiero Giugni, attuale presidentessa di Marevivo, una donna nelle cui vene scorre il mare.
Rosalba Laudiero Giugni
Rosalba Laudiero Giugni: “Tutto iniziò quando vidi le prime schiume e plastiche nelle acque di Capri, segnali di inquinamento in un ambiente di eccezionale bellezza e ricchezza faunistica, con fosse marine profonde 1000 metri, passaggio di cetacei e una straordinaria biodiversità. Come primo atto, spontaneo, iniziai a raccogliere plastica lungo le spiagge, e un po’ mi prendevano in giro, dicevano “ecco la casalinga del mare”. Realizzai subito che bisognava passare ad una azione massiccia e coinvolsi persone importanti come Fulco Pratesi giornalista, ambientalista e fondatore di WWF Italia. Lui mi invitò a creare qualcosa di specifico a tutela dell’ambiente marino e così con 27 amici idealisti, tra cui il regista e scrittore Folco Quilici, fondammo Marevivo, era il 1985”.
In pochi anni siete arrivati a coinvolgere le massime istituzioni italiane.
Sì siamo riusciti a far passare il nostro verbo ambientalista alle Capitanerie di Porto di tutta Italia e alla Marina Militare che ci ha messo a disposizione il Vespucci, lo straordinario veliero-scuola, per promuovere le nostre campagne a partire da quella a difesa della Posidonia Oceanica, nel 1990, pianta che rientra fra le fanerogame marine endemiche del Mar Mediterraneo, ovvero è presente solamente nel nostro mare. La Posidonia crea verdi praterie sottomarine, in acque poco profonde e in presenza di fondali sabbiosi, che diventano habitat ideale per tante specie animali come stelle marine, pesci e cavallucci marini. Quella per la Posidonia è stata solo la prima delle nostre campagne di sensibilizzazione verso l’ambiente marino che, in questi 36 anni di attività, hanno fatto crescere l’attenzione sia dei cittadini che delle istituzioni che dopo tante sollecitazioni arrivano seppur tardivamente a legiferare a difesa del mare. Tra i successi di Marevivo c’è la proibizione delle spadare – quei tremendi muri di rete calati per pescare che causano la morte di tartarughe, cetacei e perfino uccelli – e poi le norme che hanno introdotto il divieto di cotton fioc in plastica e non biodegradabili, e lo stop, dal primo gennaio del 2020, al commercio dei prodotti cosmetici da risciacquo ad azione esfoliante o detergente contenenti microplastiche.
Com’è organizzata Marevivo?
Una parte importante della nostra azione avviene attraverso l’educazione nelle scuole, in particolare abbiamo investito molto nei giovani delle isole minori italiane che portiamo fuori a scoprire il meraviglioso e delicato ecosistema in cui vivono. Una volta concluso questo percorso ottengono la qualifica di Delfini Guardiani che gli consente di rivolgersi direttamente al sindaco o al presidente del Porto della loro isola per denunciare anomalie ambientali. Marevivo è poi suddivisa in quattro divisioni: subacquea, vela, canoa e kayak, spiagge e coste. Ognuna di queste monitora un ambiente diverso ed interviene in caso di bisogno a difesa dell’ambiente e degli animali. Tra le azioni più frequenti, realizzate attraverso le nostre delegazioni sparse in tutta l’Italia, ci sono il recupero di reti abbandonate, pneumatici, raccolta plastica e mozziconi di sigarette.
Su acque e coste italiane si riversano ogni anno milioni di turisti tra cui tantissimi polacchi, qual è il suo messaggio a chi sta per venire in vacanza nel Bel Paese?
Innanzitutto va ricordato che il mare italiano ha 29 aeree marine protette, record europeo, 2 parchi nazionali marini sommersi, la zona a mare del Parco dell’Arcipelago della Maddalena e un Santuario dei Cetacei. Il mare italiano è un quinto di tutto il Mar Mediterraneo e rappresenta uno scrigno di biodiversità, oltre a produrre il 3% del Prodotto Interno Lordo Italiano, numeri che non lasciano dubbi sulla sua importanza. Il mio consiglio a chi viene in vacanza in Italia è quello di avere rispetto per l’ambiente, di raccogliere rifiuti in caso sia possibile e se ci si imbatte in gravi danneggiamenti ambientali si può chiamare la Capitaneria di Porto. L’invito è di limitarsi a godere dell’ambiente, magari visitando le aeree marine protette, evitando di interferire su fauna e flora: prendere una stella marina o un granchio e farli morire solo per divertimento è una cosa assurda. E poi si può dare un piccolo contributo alle nostre azioni partecipando alla campagna “adotta una spiaggia” con fondi che poi vengono destinati alla difesa della spiaggia prescelta.
C’è ottimismo nel vedere che in questi tempi la sostenibilità ambientale sembra essere il tema che unisce i popoli di tutto il mondo?
Stiamo in effetti vivendo un momento speciale. I giovani, sicuramente spinti anche dalle battaglie di Greta Thunberg, hanno capito che il loro futuro dipende dalla salute del pianeta. La pandemia ha poi mostrato che non esiste una umanità sana in un ambiente malato, e poi ci sono gli importanti programmi di sviluppo sostenibile Next Generation e Green Deal. È un momento magico in cui queste attenzioni vanno convogliate in una trasformazione radicale delle nostre abitudini, dobbiamo cambiare tutto per poter continuare a vivere bene: non è più possibile sfruttare massicciamente gli animali, vanno trasformati sia gli allevamenti intensivi a terra che quelli in acqua (attualmente pesci alimentati con farine di pesce!); così come il trasporto e la produzione devono eliminare le emissioni inquinanti e le fonti energetiche su cui investire devono essere solo quelle sostenibili che discendono da sole, mare e vento. L’aver poi trovato residui di plastica nella placenta delle donne ci obbliga ad agire immediatamente e urgentemente sulla eliminazione delle microplastiche. Ma attenzione, questa battaglia a difesa dell’ambiente non va delegata alle istituzioni ma va combattuta quotidianamente da ciascun cittadino: non comprate palloncini di plastica che poi volano via, esplodono e ricadono sulla terra o in mare, non acquistate prodotti con plastica inutile, soprattutto evitate le plastiche monouso. Dobbiamo puntare ad una economia circolare in cui ogni gli scarti si riducono al minimo. Una trasformazione necessaria del nostro vivere che si realizzerà in modo più veloce e spontaneo se capiamo che la qualità dell’ambiente in cui viviamo è la fonte primaria della nostra salute, l’aria pulita è il nostro carburante, il mare il grembo da cui siamo nati.
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Sabato scorso, all’età di 93, è morto Jerzy “Duduś” Matuszkiewicz, uno dei più grandi jazzisti polacchi, figura di spicco nella storia del jazz, compositore di colonne sonore per film di culto polacchi. Matuszkiewicz è nato il 10 aprile del 1928 a Jasło. Ha trascorso la sua infanzia a Leopoli dove ha imparato a suonare la fisarmonica e il pianoforte. Dopo la seconda guerra mondiale, “Duduś” ha vissuto a Cracovia dove cresceva il suo interesse per il jazz. Ha studiato alla Scuola nazionale di cinema, televisione e teatro Leon Schiller di Łódź presso la facoltà di direzione della fotografia. Tra il 1950/1951 ha fondato il gruppo amatoriale “Melomani” con cui ha partecipato alle prime edizioni del festival di jazz a Sopot. Dopo la laurea, Matuszkiewicz si è trasferito a Varsavia dove ha cominciato a collaborare con il club “Hybrydy”. Dal 1958 è stato a capo della band Traditional Jazz Makers. Nel 1964, insieme con Krzysztof Komeda, Jerzy Milian, Andrzej Kurylewicz, Roman Dyląg e Tadeusz Federowski, Matuszkiewicz ha partecipato come membro del gruppo All Stars, nel film “Jazz aus Polen”. “Duduś” è stato autore di tante colonne sonori di serie televisive e di film polacchi quali: “Czterdziestolatek”, “Alternatywy 4”, “Janosik”, “Stawka większa niż życie”, “Wojna domowa”, “Podróż za jeden uśmiech”, “Stawiam na Tolka Banana”. Nel 1977 Matuszkiewicz è stato premiato con la Croce di commendatore dell’ordine della Polonia restituta. Nel 2008 ha ricevuto il premio musicale Fryderyk.
Ricordo perfettamente quando tempo fa qualcuno che conoscevo mi raccontò dei suoi viaggi di lavoro a Milano. A quel tempo mi sembrava che non ci sarei mai andato, in fondo perché avrei dovuto? Ho sentito dire che è la città del successo, del business. Qualcosa so su di essa, ma non troppo. Mi pare di aver anche sentito dire che coloro che amano la Campania, o i cipressi nei dintorni di Siena, non hanno motivo di visitare il capoluogo lombardo.
Milano si ama o si odia. L’opposizione stabilita sociologicamente e storicamente tra il Nord e il Sud è espressa al meglio dalla percezione di questa città come simbolo della ricchezza dell’Italia: lusso, grandi fatturati, industria, moda, carriere televisive, aria inquinata, di cui ha scritto Umberto Eco, in contrasto con il carattere intellettuale della città (a proposito, questo testo viene scritto quando, relativamente all’inquinamento dell’aria, Varsavia supera Milano di un punto, mentre la città italiana ha un punto in più rispetto a Cracovia). Si può supporre che il ricco Nord lotti contro la mancanza di attrazioni turistiche all’altezza di Roma e Firenze, ma se si prende in considerazione il tenore di vita, vedrei piuttosto un esodo di romani annoiati verso la Lombardia che viceversa. Joanna Ugniewska ha scritto nel suo saggio “Siciliani a Milano”: “lo stesso sentiero è stato percorso nel XX secolo, tra gli altri, da Elio Vittorini, Vincenzo Consolo, Matteo Collura, che sono diventati milanesi per scelta; tuttavia tornano costantemente, attraverso i loro scritti, in Sicilia […]”, spiegando il tentativo di liberarsi dal marasma del meridione. Milano è, in primo luogo, una città che, in misura minore rispetto ad altre, vive nel passato e, in secondo luogo, ogni persona che arriva qui, per un tempo più o meno lungo, deve trovare la propria strada da seguire. Più di tutti mi interessava lo “spirito” di questa creazione urbanistica finanziaria-commerciale “carnale” e la sua cultura. Il più delle volte si rivela che le cose più interessanti sorgono al bivio di questi due ambiti, e cercarne gli spazi comuni è molto affascinante.
Bosco Verticale
Uno degli esempi più chiari di conciliazione della vita prosaica con quella poetica è l’edificio di via Mozart 14. Attraversare il cancello di questa piccola oasi nel mezzo della rumorosa metropoli ha un effetto calmante. Villa Necchi Campiglio è un’antica dimora di ricchi industriali milanesi progettata negli anni Trenta del XX secolo da Piero Portaluppi, un architetto che può essere considerato il simbolo della creazione della Milano modernista. Per capire quanto fossero grandi queste ambizioni, basta osservare un altro edificio progettato da lui, il Palazzo della società Buonarroti-Carpaccio-Giotto. Tornando alla Villa, la famiglia Necchi Campiglio non ha badato a spese per l’arredamento della dimora: struttura modernista semplice e bella, materiali di alta qualità, un enfilade di stanze diversificate, a volte allontanandosi dalla tradizione modernista con il gusto classico. Stupende impiallacciature in noce, una biblioteca, massicce porte geometriche molto originali, sulle pareti i quadri, tra gli altri, di Giorgio de Chirico (a proposito, verso la fine del 2019 si è potuta ammirare la meravigliosa, ricca e varia retrospettiva dei suoi lavori al Palazzo Reale di Milano). Villa Necchi Campiglio era un luogo immerso nella leggenda già durante la vita di questa famiglia, composta da Angelo Campiglio, dalla moglie Gigina Necchi e dalla cognata Nedda. Nella percezione internazionale l’edificio si è affermato come un luogo di azione o addirittura come una sorta di protagonista nel film di Luca Guadagnino del 2009 “Io sono l’amore”, che vedeva come protagonista Tilda Swinton, e la cui storia è stata ampiamente ispirata dalla famiglia di industriali milanesi. Vale senza dubbio la pena osservare sia l’arredamento sia i vestiti lasciati nei guardaroba e gli accessori quotidiani. Infatti era questa la condizione di Gigina, morta nel 2001 senza avere figli, per aprire qui un museo.
Santa Maria delle Grazie
A Milano ci si può facilmente muovere a piedi tra i luoghi di cui parlo, sebbene la vasta rete metropolitana possa amplificare il senso delle distanze. Solamente a poche centinaia di metri dalla già citata Villa Necchi Campiglio si trova il Museo Bagatti Valsecchi. Nel 2019 è stato celebrato il 25° anniversario dalla sua apertura ed è proprio in quel periodo che ci sono stato. Questo edificio è molto diverso dalla villa descritta poc’anzi. È stato costruito negli anni Ottanta del XIX secolo ed anche dietro ad esso si cela una storia familiare. Due fratelli, i baroni Fausto e Giuseppe Bagatti Valsecchi, decisero a proprie spese, e senza doversi preoccupare dei fondi, di ricreare gli interni residenziali dell’epoca moderna (XV-XVI secolo), che furono utilizzati per scopi abitativi anche negli anni a loro contemporanei. Per quanto ne so, i loro discendenti vivono tuttora nel capoluogo lombardo. Gli interni sono impressionanti, sono l’esempio di un perfetto stile di arredamento storico, una prova di gusto progettuale, una grande sfida portata a termine con successo, nata dall’amore per i secoli passati. I due fratelli collezionarono opere d’arte dell’epoca, arredi interni (per esempio, un caminetto), oggetti di uso quotidiano. Al suo interno si trova anche un’armeria. Si ha l’impressione di stare in un vero palazzo rinascimentale, anche se non è così. Questo museo non ha eguali. Usciamo da lì convinti di esserci trovati in una dimora del XVI secolo.
Dietro l’angolo, in direzione della Scala, si trova il Museo Poldi Pezzoli, aperto al pubblico dal 1881. Al suo interno si trova una raffinata collezione di dipinti, la cui osservazione è invogliata dal profilo femminile del pennello di Antonio del Pollaiolo. Sono esposte inoltre opere di Piero della Francesca, Andrea Mantegna, Botticelli, Moroni e Hayez. Gian Giacomo Poldi Pezzoli cominciò a raccogliere la sua collezione in età molto giovane, la sua struttura trasmessa dai suoi eredi continua a crescere, e lo stabilimento è oggi parte di una rete chiamata “Case Museo di Milano”. Ne fa parte anche la Casa Boschi di Stefano, situata non lontano dalla stazione centrale, che a sua volta ospita opere d’arte moderna.
Museo Bagatti Valsecchi
Quando si è a Milano vale sempre la pena di vedere Brera, situata nel quartiere omonimo, una collezione d’arte di livello mondiale che è facilmente raggiungibile partendo dal Museo Bagatti Valsecchi e Museo Poldi Pezzoli e passando per via Borgonuovo e via Oscuri. Sono stato in questo museo diverse volte e ammetto che ogni volta non smetto di meravigliarmi di quanti capolavori di valore e grandi nomi siano qui riuniti: Bellini, Tintoretto, Mantegna, lo “Sposalizio della Vergine” di Raffaello (è la sala più bella, al cui interno ci sono altre due opere: “Pala di Brera” di Piero della Francesca e “Cristo alla colonna” di Donato Bramante). La collezione comprende anche opere del XIX secolo e contemporanee. Un angolo molto interessante è l’”aperto” laboratorio di conservazione.
Il museo originariamente ospitava l’Accademia della Belle Arti, fondata nel 1776. La pinacoteca è stata aperta al pubblico durante l’epoca napoleonica. La separazione dall’accademia e la sistemazione delle opere d’arte fu fatta alla fine del XIX secolo. Non sarei stato io se non avessi dato un’occhiata ai corridoi al piano terra della scuola. Era proprio ottobre, quando tra i freschi bozzetti degli studenti trovai la strada per la sala dove si teneva una conferenza sull’arte di Giotto. Ammetto che non ci sarei dovuto andare, non essendo una conferenza aperta al pubblico…
Parco Biblioteca degli Alberi
Per non contraddire la mia stessa tesi che Milano non vive nel passato, devo scrivere che vale la pena di andare al Parco Biblioteca degli Alberi, dove si può osservare, tra le altre cose, lo splendido e audace Bosco Verticale, due famosi grattacieli densamente ricoperti di vegetazione. Se abbiamo un po’ di tempo, beviamoci un caffè al Bar Luce e andiamo a vedere la Fondazione Prada (a due passi da Porta Romana), e la sera regaliamoci una passeggiata sui Navigli anche se, ammetto, qui non c’è molto da vedere e non vado matto per questo posto. Forse perché Milano non è affatto una bella città, o lo è? Non è facile ritrovarsi nel caos dei trasporti pubblici di Milano, eppure, c’è qualcosa di più bello del percorso del vecchio tram giallo numero 1 che passa vicino al Castello, lungo il viale alberato? È un trucco del capoluogo lombardo per far innamorare i turisti.
* Flaneuring deriva da Flâneur termine francese, reso celebre dal poeta Charles Baudelaire, che indica il gentiluomo che vaga oziosamente per le vie cittadine, senza fretta, sperimentando e provando emozioni nell’osservare il paesaggio.
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L’Organizzazione mondiale della sanità ha fatto appello all’aiuto nella lotta al COVID 19 in diverse parti del mondo. Quindi da due settimane personale medico polacco aiuta negli ospedali ugandesi per preparare i medici locali. Oggi, 30 luglio 2021 un altro gruppo di medici polacchi partirà per l’Uganda. La missione durerà un mese, divisa in due turni. Come racconta uno dei medici polacchi in Uganda, il dr Wojtek Wilk,”ci sono solamente due unità di terapia intensiva e nell’insieme solo poco più di oltre a 20 letti. L’obiettivo principale è costruire una terza unità di terapia intensiva. La situazione in Africa sta peggiorando sempre più.
In Polonia questa settimana si sono registrate ancora nuove infezioni da COVID-19, il numero complessivo dei casi attivi è 153.844 (settimana scorsa 153.521), di cui in gravi condizioni 43 (settimana scorsa 54),ovvero circa lo 0,028% del totale.
Gli ultimi dati mostrano 167 nuove infezioni registrate su 37.500 test effettuati, con 5morti da coronavirus nelle ultime 24 ore.
Il numero delle vittime nell’ultima settimana è stato di 26 morti, in calo rispetto ai 40registrati nella settimana precedente.
In nessuna regione polacca sono stati registrati più di 30 nuovi casi nelle ultime 24 ore e la situazione nelle strutture sanitarie polacche èsotto controllo, con 302 malati di COVID-19 ospedalizzati e 43 terapie intensive occupate.
Prosegue la campagna vaccinale in Polonia, attualmente sono state effettuate 34.096.548 vaccinazioni per COVID-19, di cui 18.192.439 prima dose e 17.225.194 seconda dose, oppure Johnson & Johnson.
Tra le principali restrizioni ancora in vigore, rimane l’obbligo di indossare la mascherina rimane nei luoghi pubblici al chiuso.
Sono aperti al pubblico bar e ristoranti, anche al chiuso, e sono consentite riunioni fino a 150 persone, sono aperti hotel, centri commerciali, negozi, saloni di bellezza, parrucchieri, musei e gli impianti sportivi, anche al chiuso.
Ogni attività è sottoposta a regime sanitario e sono previste limitazioni sul numero massimo di persone consentite, in linea generale 1 persona ogni 10 m2, con norme di distanziamento per limitare le occasioni di contagio.
In Polonia e in Europa è attivo il passaporto vaccinale europeo, che consente maggiori libertà di circolazione all’interno dell’UE.
Per quanto riguarda gli sposamenti, resta in vigore l’obbligo di quarantena di 10 giorni per gli ingressi in Polonia, anche da paesi europei salvo presentazione di test COVDI-19 negativo PCR molecolare o test antigenico effettuato nelle 48 ore precedenti.
Per gli ingressi in Polonia da paesi al di fuori dell’area Schengen è prevista quarantena automatica obbligatoria, fino alla presentazione di un test negativo effettuato in Polonia successivamente all’ingresso, ma non prima di 7 giorni dal momento dell’ingresso nel paese. Sono escluse dall’obbligo di quarantena le persone vaccinate per COVID-19 con vaccini approvati dall’EMA.
Si raccomanda di limitare gli spostamenti e monitorare i dati epidemiologici nel caso di viaggi programmati da e verso la Polonia.
Per spostamenti all’interno dell’UE, si raccomanda di verificare le restrizioni nei singoli paesi sul portale: https://reopen.europa.eu